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LA HISTORIA DIVINA DE JESUCRISTO.LUZ VERDAD Y VIDAIL LIBRO NELLA SUA LINGUA MADRE, LO SPAGNOLO |
STORIA DIVINA DI GESÙ CRISTO
Questa
è la Volontà Attuale di Dio:
LIBRO SECONDO.
prima parte
Quando i suoi genitori lo videro, ne
rimasero sorpresi, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo?
Tuo padre ed io ti cercavamo con angoscia». Ed Egli disse loro: «Perché mi
cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio? Essi non
capirono ciò che diceva loro. Scese con loro, tornò a Nazaret e era loro
sottomesso, e sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore...
«IO SONO IL
PRIMO E L’ULTIMO»
Nei giorni del bicentenario della Rivoluzione
francese, a Parigi, il Figlio di Dio mi ispirò questa storia. Mi misi
subito all’opera. Abbandonai Parigi, tornai al Sud, mi sono rinchiuso tra i
libri e mi sono preparato a partire dall’inizio, ovvero a scoprire a cosa fosse
dovuto quel vuoto documentario attraverso il quale la confusione aveva trovato
una via d’accesso al cuore del problema e aveva generato quella montagna di
libri che, usando l’Eroe dei Vangeli come pretesto, hanno dato vita a
personaggi di inchiostro privi di qualsiasi contatto con il Vero Figlio di
Maria: la Vergine di Nazareth.
La necessità di viaggiare verso i tempi della Nascita mi condusse alla
Biblioteca del British Museum.
Con l’arrivo della primavera successiva smisi di
cercare nei libri ciò che non avrei potuto trovare in essi. Feci i bagagli e
partii per Gerusalemme. Attraversai l’Europa alla luce di una stella splendente
e solcai il mare sulle onde di una Colomba d’Argento. Terra
Santa!
… «terra», … grida dal
Faro il Colosso di Haifa, «Benvenuti in Terra Santa»
Sono sceso a Nazareth.
Ho visitato il Tempio dell’Annunciazione. Dopo una breve sosta a Tel Aviv ho
proseguito il mio cammino verso la Città Santa.
Quando raggiunsi Gerusalemme, la città viveva in
uno stato di emergenza. L’Iraq aveva appena invaso il Kuwait. Il discorso
antisionista del nuovo eroe dell’Islam, sfruttando l’odio universale del mondo
musulmano contro gli ebrei per collegarlo alla causa del fondamentalismo del
mondo arabo, esigeva – secondo i giornali paramilitari israeliani – l’uso di
armi nucleari, in particolare della bomba a neutroni.
Mentre l’Iraq suscita ondate di applausi nei
territori palestinesi, tra la folla che affolla via David passeggia un
uomo-manifesto vestito da profeta, che trascina un cartello apocalittico: «La
fine del mondo si avvicina, venite a bere una birra. Pub il Profeta».
È stato un viaggio molto istruttivo. Sono risalito
sulle ali della Colomba d’Argento e ho solcato le acque del Mare Grande per
tornare nel Vecchio Continente.
Ho fatto rotta su
Londra. Mi sono sistemato a Finsbury Park, ho chiuso la porta, ho acceso la mia
vecchia macchina da scrivere e mi sono seduto, deciso a non uscire dallo studio
finché non avessi scritto la Storia per cui avevo lottato negli ultimi anni.
Fu un autunno molto lungo, ma molto fruttuoso. Un
giorno di novembre di quell’anno raggiunsi la meta. La meta che avevo inseguito
per tutti quegli anni era il Tesoro che la Madre custodiva nel suo cuore: «il
Cuore di Maria».
Come Maria conobbe Giuseppe, chi fossero Zaccaria
ed Elisabetta, chi fossero in realtà i famosi fratelli e sorelle di Gesù. Tutto, assolutamente tutto: Lei sapeva tutto di suo Figlio. Aveva vissuto
tutto ciò e lo aveva custodito nel suo Cuore. E continuava a farlo.
Ciò che ho visto nel
Cuore della Madre è ciò che leggerete di seguito.
PRIMO CAPITOLO
IL
PRIMO E L’ULTIMO
Genealogia di Gesù
Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo… figlio di Davide… figlio di
Zorobabele, figlio di Abiud, di Eliakim, di Azor, di Zadok, di Achim, di Eliud,
di Eleazar, di Matán, di Giacobbe…
MARIA DI NAZARET
La Vergine nacque a
Nazaret, nel cuore della Galilea. Come ben sanno tutti grazie ai Vangeli
canonici, il padre della Vergine era Giacobbe, sua madre era Anna. Giacobbe di
Nazaret, padre di Maria, morì quando Maria era ancora molto giovane. Un bel giorno di quei
tempi il padre della Vergine salì in Cielo. E non tornò più. Ciò avvenne
durante gli anni del regno di Erode.
Il defunto lasciò quaggiù orfane, un orfano e una
vedova. Dal punto di vista delle vicende umane, Giacobbe, figlio di Matán,
figlio di Salomone, figlio del re Davide, morì in un brutto momento. La morte, ovviamente, non arriva mai al momento giusto. Tuttavia, tra i
mali, Giacobbe di Nazareth morì nel miglior momento possibile.
Quelle grandi siccità
che per tanti anni avevano devastato le province del Medio Oriente se n’erano
finalmente andate; le famose vacche grasse che per un attimo era sembrato non
tornassero mai più stavano tornando, una più grassa dell’altra; erano tornate e
sfoggiavano la loro abbondanza nei campi di tutte le province dell’Antico
Levante, quando erano greci e romani.
L’orizzonte luminoso,
tanto atteso, implorato, desiderato, invocato tra il Tempio e il Tempio in
processioni affollate, si era avvicinato, come poteva essere altrimenti!, anche
alle colline di Nazaret. Il suo splendore cominciava già a brillare negli occhi
dei suoi abitanti con il bagliore della stella delle preghiere esaudite, la luce
del desiderio concesso. Pastori della Galilea, pescatori del Mare dei Miracoli,
contadini delle valli del Giordano, artigiani del paese che vivevano nelle
tenebre della disperazione, tutti insieme si riversarono nelle strade per
festeggiare gli anni della carestia. Finalmente erano arrivati!
La Casa della Vergine
si godette la gioia generale con l’intensità di chi ha passato momenti
difficili, difficili quanto gli altri, non così difficili come altri, né molto
migliori della maggior parte delle persone che hanno davvero sofferto durante
quei lunghi anni. Erano
così tanti!
Non fu solo quella siccità. Ci furono anche quei
terremoti che devastarono il Medio Oriente seminando la fame dalle montagne del
Libano alle coste del Mar Rosso. E altro ancora. Sì. Molto altro ancora. Già di
per sé terribili, quegli anni di tremenda disperazione furono ulteriormente
aggravati dalla politica fiscale di Erode, il Macellaio di Gerusalemme, che agì
come un'ascia tagliando ogni testa che riuscisse a rimanere a galla. Sotto il regno di Erode il Grande, continuare a respirare divenne un reato.
Il diritto alla parola fu proibito. La qualità sacra che distingue l’uomo dalle
bestie fu messa al bando, e il suo esercizio condannato: nel migliore dei casi
all’esilio, alla pena capitale negli altri casi. Tante fortezze si costruì
Erode, tante forche si contarono nel regno di Israele. Di tutti i mestieri, la
prostituzione è il più antico, ma l’unico che ai tempi di Erode il Grande non
passò mai di moda fu quello del boia. Che ironia: mentre il Giorno del Giudizio
Universale arrivava o meno, i rampolli della famiglia del tiranno si
costruivano palazzi con blocchi di marmo! E fortezze degne di un imperatore, e
caserme e guarnigioni militari contro una possibile insurrezione di quelle
capaci di abbattere persino le mura stesse dell’Inferno.
Nemmeno i faraoni!
Il faraone di Mosè era
malvagio, gli Erode erano peggiori. E nel frattempo, mentre il tiranno divorava
un figlio o un fratello, il popolo continuava a subire calamità fisiche e
spirituali delle quali, una volta passate… non si vuole nemmeno più ricordare.
Chi si sarebbe ricordato di quegli anni di magra una volta trascorsi i duemila
anni? Tuttavia, la schizofrenia edilizia del Macellaio di Gerusalemme, la
schizofrenia del Tiranno d’Israele, sarebbe stata ricordata dalla Storia: Erode
il Grande! A quell’assassino mancava solo questo: che gli fosse concessa
licenza di uccidere a suo piacimento. Ai suoi figli, ai suoi fratelli, a sua
moglie, ai suoi amici, ai suoi nemici, che fossero innocenti o meno. Il
permesso dello stesso Cesare di violare tutte le leggi del diritto romano.
Sotto il regno di quell’Erode
giunse un momento in cui bastava muovere le labbra chiedendo giustizia per
cadere sotto le ruote della sua paranoia omicida. I Romani – va detto –
commisero molti errori; tra tutti, quello che Ottaviano Cesare Augusto si
permise di concedere la corona dei Giudei a un palestinese fu un errore che
persino al Giudice dell’Universo stesso costerà perdonare.
Ma torniamo al tema della vita della Vergine e
della sua famiglia. Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, è appena morto.
Proprio perché Anna, la vedova di Giacobbe di
Nazareth, e le sue figlie maggiori, Maria e Giovanna, erano già riuscite quasi
a dimenticare il tipo di battaglia che quell’uomo a loro così caro aveva dovuto
combattere contro gli elementi di quell’estate interminabile, si comprende che
la sua perdita, ora che la luce della speranza aveva cominciato a generare
nelle mammelle delle mucche della stalla l’oro dell’abbondanza, rendesse alla
vedova Anna, madre della Vergine, infinitamente più insopportabile e dura la
perdita del marito.
Anna e Giacobbe di Nazareth superarono ogni
avversità con coraggio e risposero ai tempi difficili con il volto sereno di
chi cammina nella pace di Dio. Anche Giacobbe di Nazareth e Anna sognarono i
giorni di abbondanza durante tutti gli anni , come tutti; e risero dei tempi
difficili dando alla luce sei figli.
Accadde che, invece di permettere ai tempi
difficili di aprire anche solo una minima frattura tra loro, Giacobbe e sua
moglie si unirono con ancora più forza, se possibile, nell’abbraccio d’amore
che li riempiva di meraviglia per il fatto di stare insieme. Maria fu la primogenita di Giacobbe, il defunto; poi venne Giovanna.
Seguirono le gemelle, poi un’altra bambina, e a chiudere il fiume della vita fu
il figlio maschio della famiglia, di nome Cleofas, un neonato ancora allattato
al seno quando suo padre morì.
«Ora che il sole torna
a splendere, figlia mia, il Signore mi lascia sola con i miei sei figli. Chi mi
insegnerà a vivere senza tuo padre, Maria?», così la madre della Vergine
riversava l’anima che le sanguinava. La fanciulla raccoglieva sul proprio grembo
le lacrime di quella madre che amava tantissimo. Come qualsiasi bambina che si
fosse persa in un bosco pieno di gente sconosciuta, la Vedova piangeva a cuore
spezzato. Nel cuore di Maria, tuttavia, la presenza di suo padre si era
semplicemente addormentata.
Maria riusciva ancora
a vedere, sentire, annusare, udire suo padre, tutto sorridente mentre
rispondeva a lei e a sua sorella Giovanna alle loro domande sul Signore di
Mosè, YAHVÉ DIO.
Maria riusciva ancora a vederlo mentre trattava
con i mietitori, con gli orticoltori e gli allevatori del paese con la gioia e
la forza di un uomo rispettato, stimato e considerato onesto da un capo
all’altro della regione. Suo padre era un uomo di quelli che guardano in
faccia, dritto negli occhi, senza doppiezze. Negli occhi di Giacobbe di
Nazareth si poteva leggere la sincerità che trasudavano le sue parole.
Quando arrivarono gli anni di magra, il padre di
Maria si dimostrò all’altezza della situazione. Poiché la terra non produceva
più abbastanza per pagare stipendi extra, Giacobbe di Nazaret si caricò sulle
spalle il peso di ricavare dai propri campi anche solo qualche sacco di
mandorle, qualche arroba di olio, qualche misura di grano, qualche quintale dei
famosi vini della Casa. Qualsiasi cosa pur di
mantenere le ossa delle sue figlie sane e forti. Le
sue due figlie maggiori, Maria e Giovanna, sapevano bene quanto la loro vedova
contro quale tipo di soli sterili quell’uomo avesse dovuto lottare! Grazie a Dio, sebbene
piccole, Maria e Giovanna diedero una mano con le olive in inverno, con le
mandorle, con i fichi e il grano in estate, con il bestiame in autunno, estate,
inverno e primavera. Cosa darebbe ora la signora Anna, la vedova di Giacobbe di
Nazareth, per potersi alzare di nuovo all’alba e preparare al padre delle sue
figlie il latte, il pane, l’acqua!
Maria lo sapeva benissimo: vedendo suo padre di
nuovo in piedi all’alba, mentre salutava le figlie con quel sorriso così suo
negli occhi, sua madre avrebbe dato la propria vita. Ma
ormai non si poteva più fare nulla per far tornare indietro la ruota del tempo.
Ora bisognava vivere, scegliere tra il marito morto e i figli vivi.
Delle due ragazze, María e Juana, Juana era la più
piccola, di un anno più giovane di María. María era la maggiore, la più grande
della casa. Misteri della vita: era proprio lei, Juana, la più piccola delle
due, quella a cui la vita di campagna si addiceva di più; forse perché Juana
aveva ereditato dal padre il gusto per il profumo degli alberi in fiore e il
piacere di contemplare i colori dell’orizzonte all’alba.
Guardandole, entrambe le sorelle, chiunque avrebbe
pensato che, a giudicare dal fisico, fosse Maria quella a cui avrebbe dovuto
piacere di più il vento tra i capelli al calar della sera; eppure era in Juana,
la più piccola, dal corpo quasi o altrettanto minuto di quello della madre,
l’anima in cui il padre aveva riversato l’amore per il rosso della terra viva.
In María la forza vitale proveniva da sua madre. Sua madre le aveva tramandato
tutta la sua abilità nel cucito e nella sartoria. Ciò che contava per María era
la famiglia, la casa.
Così, quando poi arrivarono i tempi difficili, e
le mucche si magrarono tutte, e i soldi si fecero scarsi, e le necessità da
soddisfare cominciarono a moltiplicarsi fino a sei volte in appena due anni,
Maria si rivelò una sarta nata. All’età in cui si dice che si sia nella
primavera della vita, la figlia maggiore di Giacobbe di Nazareth sapeva sia
rammendare un vestito e farlo tornare come nuovo in un batter d’occhio, sia
tessere per le sue sorelle un cappotto di lana nel giro di pochi giorni, senza
mai smettere di essere il braccio destro di sua madre. E un modello di figlia
per sua sorella Giovanna. In quest’ultima – ho detto – si era rivelata una
capacità innata di imparare da suo padre il significato dell’influenza dei
cicli lunari sull’agricoltura, perché i conigli mangiano la lattuga, come
cresce davvero un pomodoro vero, perché si potano gli ulivi affinché non si
facciano ombra a vicenda e alterino il sapore dell’olio. Insomma, migliaia di
cose.
Il fatto è che Juanita, oltre ad essere la pupilla
del padre, si sentiva il braccio destro della sorella María, e una per il padre
e l’altra per la madre, e le due insieme nella gioia, quando si intensificarono
i venti di sud, le gocce fredde, le siccità, le tempeste invernali in estate, i
calori estivi in inverno e le piogge che arrivavano e se ne andavano in un
batter d’occhio, quando la tempesta mise alla prova gli uomini cercando di
portare in Paradiso coloro che le avessero mostrato un volto gioioso, in quel
momento le due sorelle si unirono più che mai. Quegli
anni difficili costrinsero le due sorelle a lavorare sodo. Fu un dovere che
assunsero in silenzio, scritto con il sangue, che batteva allo stesso ritmo del
cuore dei loro genitori. Ciascuna aprì la propria anima ai propri doni
particolari e agì seguendo il corso del mistero della vita in ogni persona.
Gli occhi della
maggiore, la vista di María, erano fatti per scovare l’ago nel pagliaio; non
mancavano mai di infilare il filo nella cruna dell’ago, senza nemmeno guardare! Gli occhi di sua sorella Juana avevano bisogno di
orizzonte, di campagna, di cielo aperto. Invece di litigare, le sorelle resero
grazie al Dio dei loro genitori per la sua eterna saggezza e la sua infinita
bontà. Agli occhi di entrambe, il padre era un uomo meraviglioso.
«Perché diciamo che la
saggezza del Signore è eterna e la sua bontà infinita?», diceva Giacobbe di
Nazaret alle sue due figlie maggiori. «Perché con le sue risposte ci meraviglia
e con la sua bontà ci illumina il volto», rispondeva quel padre alle due ragazze,
con un sorriso negli occhi, con quelle che erano i suoi occhi del cuore!
Le sue figlie si
guardavano sorridendogli. Quanto amavano l’uomo che Dio aveva dato loro come
padre! Il padre continuava: «Quando diciamo che la Saggezza del Signore è
eterna, dichiariamo con tutto il cuore e con tutta la nostra mente la nostra
gioia nel sapere che Egli non mente. Figlie mie, quando Lo adoriamo per la Sua
infinita bontà, la nostra gioia è quella di chi si trova nella fossa in cui i
malvagi gettano i buoni e, alzando lo sguardo, vede il Signore che ride della
scienza dei geni».
«Figlie mie, essere
buoni costa», confessava Giacobbe di Nazareth alle sue figlie mentre mungevano
gli ulivi. «A colei che è più buona non si fa un regalino? Tu, Juanita, provi
invidia verso tua sorella maggiore perché è più brava di te a cucire? In quale
momento la mia Juanita ha fatto sentire in colpa la sua María per non avere le
sue doti per il lavoro nei campi? Quando mai la mamma ha rimproverato la sua Juana
per non saper cucire un vestito bene come la sua María? Cosa farei senza la mia
Juana se non mi portasse il pranzo a mezzogiorno, se non fosse lei a
costringermi a mangiarlo?”
Ah, quanto le
ricordava! Era vero che se n’era andato? Non riuscivano ancora a crederci. Con
il corpo senza vita del padre davanti agli occhi, María e Juana si guardarono
in silenzio. Mio
Dio, l’avevano davvero perso?
Entrambe le sorelle abbracciarono allora la
vedova, la loro madre.
Sconvolta, la vedova di Giacobbe di Nazareth
continuava a piangere la sua sventura:
«Proprio ora, Maria, proprio ora che arrivano gli
anni di abbondanza, proprio ora che vostro padre potrebbe sedersi nella sua
vigna a mangiare grappoli grandi come quelli di Polifemo e dolci come quelli di
Bacco, che Dio mi perdoni, proprio ora. Perché, Signore, perché? Dimmi in che
cosa ti ha offeso il tuo servo».
Dio! Si può spiegare il legame tra i corvi e gli
sfortunati braccianti sui quali le Parche fanno calare il loro mantello di nero
presagio? Si può capire che Dio sia Dio mentre regna il Diavolo? Chi fosse
capace di scrivere la sceneggiatura della propria vita e brillare come una
stella almeno agli occhi dei soci di carta inventati per l’occasione! L’uomo
sogna che il destino sia suo, il bambino sogna l’uomo che batte nel suo petto,
per scoprire dietro l’angolo che basta una raffica di vento a ridurre i suoi
sogni a frammenti condannati alla spazzatura. Alla fine la vita umana è come
quella della canna: se il vento si fa più forte, si spezza e i suoi resti
cadono nel pozzo dell’oblio. Chi non ha ceduto alla tentazione di lasciarsi
morire e porre fine a tutto una volta per tutte? O saremo i più forti finché
non verrà dimostrato il contrario?
Per tutti arriva l’ora della verità. Ogni creatura
ha la propria. Ed è in quell’ora che l’essere va avanti o crolla. Questa era
l’ora della verità per la madre della Vergine.
«Che cosa siamo, Maria?», gridava piangendo la
madre della Vergine per la perdita del marito. «Lottiamo contro gli elementi
con le forze di una creatura di argilla. Innalziamo i nostri
idoli in onore di chi ci dona la vittoria. All’Altissimo dedichiamo la nostra
gloria. Ma l’Onnipotente non si stanca mai di vederci ridotti alla condizione
delle bestie. Il campione avanza per raccogliere la sua corona quando la Morte
gli si para sulla strada. Si alza l’Onnipotente per salvare il corridore solitario dal
lasciare l’anima in pista? Perché rimane seduto sul suo
Trono Onnipotente e Onnisciente mentre i resti vengono spazzati via dalla pista
dal vento? È questo che siamo, figlia mia, polvere che sogna di essere roccia,
roccia che sogna di essere montagna, montagna che sogna di essere nido di
aquile? Che ne sarà ora dei tuoi aquilotti, mio sposo? Chi si alzerà a
proteggerli quando il serpente si arrampicherà sulla rupe e la loro madre non
saprà come difendere da sola i tuoi figli?”.
Cosa si poteva rispondere a quella donna? Quale
pazzo avrebbe osato dirle ciò che quegli ignoranti visitatori dissero a Giobbe
nella Bibbia?:
«Taci ormai, vecchio marcio. Se marcisci sarà
perché sei più malvagio di tutti i diavoli messi insieme. Ci hai ingannati
tutti con le tue elemosine e le tue farneticazioni. Grazie a Dio il Signore ci
ha svelato la tua falsità e la tua ipocrisia. Per questo ti punisce il Dio che
hai cercato di ingannare come hai fatto con noi. Taci e soffri».
Ma guarda un po’, amici miei! Hanno voluto
costringere il povero Giobbe a riconoscere che la miseria nasce dalla miseria,
che chi possiede trattiene ciò che ha perché lo possedeva già, che nessuno è
forte per capriccio, ma che la felicità o la sventura di una persona ne
determinano il valore. Secondo questi saggi, i poveri sono tutti peccatori
pervertiti, corrotti e viziosi che meritano ciò che soffrono; i buoni sono
tutti felici, vivono nell’idillio, possiedono l’oro, detengono il potere, sono
i migliori, gli eletti della provvidenza, la stirpe nata per essere felice, e
sono felici perché sono buoni, e
«All’Indistruttibile, all’Invincibile spetta
l’ultima risata», rispose loro Giobbe. «Di cosa e perché ridete? Quale luce
siete venuti a portare ai miei occhi? Volete condannarmi per ciò che ho fatto?
Ignoranti, sto subendo una punizione per ciò che non ho fatto».
La tragedia di Giobbe non stava nella caduta delle
mura della sua fede al suono delle trombe dell’Inferno. Questo non era il suo problema.
Giobbe era una fortezza eretta sulla roccia. Non una roccia qualsiasi: quella
era il suo Dio. A prova di bomba, la sua fede rimaneva intatta. Il problema che
gli lacerava l’anima era non sapere cosa stesse accadendo, a cosa fosse dovuto
quel cambiamento nell’umore del suo Dio. Perché il suo Dio lo aveva abbandonato
nudo e in balia di se stesso di fronte a un nemico armato fino ai denti? Il
guerriero segue il suo Eroe e Re sul campo di battaglia e, in un angolo del
crocevia, il suo Re gli volta le spalle come chi sacrifica una pedina
sull’altare della vittoria?
Questo dilemma, proprio questo dilemma, era ciò
che stringeva per la gola l’anima della Vedova di Giacobbe di Nazaret. Lottando
contro le tenebre con l’unica arma divina a disposizione degli esseri umani, la
parola, la madre della Vergine cercava la risposta al perché la Morte le avesse
portato via il marito. E non la trovava.
«Perché il nostro Dio
non fa nulla, Maria? Perché lascia che il serpente si arrampichi sulla rupe e
perché gli rende le cose più facili eliminando il padre dei suoi cuccioli? Lui non la vede
avvicinarsi, figlia mia? Perché il Dio di tuo padre non ha afferrato l’arco e
la freccia e con il fulmine del suo sguardo non ha fulminato la Bestia? La
freccia ha mancato il bersaglio, è stata deviata dal vento e, cercando il
drago, ha ucciso l’eroe?
«Dimmi, figlia mia, poiché la mia anima è
amareggiata e i miei occhi non riescono a scorgere i piani reconditi
dell’Onnisciente: ma cosa siamo, Maria? Perché si esige la comprensione di un
dio da una creatura di argilla condannata alla polvere per aver mangiato una
mela? Non guardarmi con quegli occhi, non rimproverarmi se il mio cuore
sanguina parole. Cosa sgorgherà dalla ferita della Cerva dell’Alba quando, al
sorgere del mattino, il cacciatore la inseguirà nell’ora delle prime gioie? Non
sarà forse maledetta la freccia che penetra nel petto della colomba che sale
sul cavallo del vento, trotta per i cieli e torna felice alla casa del suo
signore? Ecco che arriva, figlia mia, ecco che la colomba raggiunge il braccio
del suo signore, ecco che anche il dardo assassino solca l’aria; il suo signore
ha il potere di catturarla in volo, ma guarda, non fa nulla, rimane immobile
come se quella fosse la ricompensa per aver compiuto la sua sacra missione, e
già la figlia di Mercurio cade nella polvere ai piedi di chi le volta le
spalle. Non dirmi di tacere, Maria, non vedi che altrimenti
muoio?”.
So solo che non so
nulla; anche se si dice che Dio abbia creato l’uomo e la donna perché si
amassero e non si separassero mai, si dice anche in giro che il Diavolo abbia
giurato di rendere impossibile quell’amore. Ma in questo mondo ci sono persone che sono sorde
e non capiscono, non si rendono conto di nulla, ridono delle corna del Diavolo
e sfidano la morte a spezzare ciò che Dio ha unito con legami più forti delle
parole del Serpente.
Anna, la vedova di Giacobbe, e Giacobbe di
Nazaret, padre di Maria, futura madre di Gesù Cristo, hanno vissuto questa
sfida. Una volta che si conobbero, se non si fossero sposati sarebbero morti, e
quando si sposarono non riuscivano più a concepire l’idea di vivere l’uno senza
l’altra. Ogni anno trascorso insieme hanno adorato il Dio che ha trasformato
una costola, una semplice costola, in qualcosa di così bello come quell’amore.
LA MORTE DI GIACOBBE DI NAZARETO
Genealogia del Salvatore: Genealogia di Gesù
Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo: Abramo generò... Davide; Davide
generò... Zorobabele; Zorobabele generò Abiud, Abiud generò Eliakim, Eliakim
generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliud, Eliud
generò Eleazar, Eleazar generò Matán, Matán generò Giacobbe, e Giacobbe generò
Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù, chiamato Cristo.
Giacobbe, figlio di Matán di Nazaret, morì pochi
mesi dopo la nascita del figlio maschio che lui e sua moglie Anna avevano tanto
sognato, per il quale non avevano smesso di lottare finché non l’avevano avuto.
Sappiamo bene che la storia della coppia, quella di partorire un maschio, è un
luogo comune. Ma in quei giorni di terrore fiscale e di siccità lunghe come il
deserto del Sahara, un uomo non poteva che sognare di avere un figlio maschio.
Per trasmettergli tutta la sua conoscenza dei lavori dei campi, per appoggiarsi
alle sue braccia giovani quando le proprie, ormai vecchie, non sarebbero più
state in grado di trainare il carico. Certo, ci sono sempre i generi; ma non è
la stessa cosa. Non è la stessa cosa essere visto come un peso dal proprio
figlio, rispetto a quando è il figlio nato dal proprio grembo a prendersi cura
di te. Né è la stessa cosa lasciare tutto ciò che i tuoi genitori ti hanno
lasciato a tuo figlio piuttosto che al figlio di uno sconosciuto. A chiunque
pensi che quegli uomini fossero antiquati, ignoranti della vita, che non
sapessero che una donna può fare ciò che fa un uomo, o addirittura meglio, a
questa gente moderna la cosa migliore che si possa offrire è il silenzio.
Facendo orecchie da
mercante all’intelligenza di tanti moderni, sempre rivolti verso il sole dei
secoli, Giacobbe di Nazaret e sua moglie corsero dietro al bambino, incantati
di goderne pur essendo antiquati. E lo raggiunsero, eccome se lo raggiunsero. Lo
chiamarono Cleofà perché, vedendolo per la prima volta tra le braccia di sua
madre, a Giacobbe ricordò il suo suocero. Per quanto riguarda l’aspetto fisico, cosa si può
dire del loro bambino? Il ragazzo più bello del mondo, naturalmente.
Ebbene, si sentivano già tutti a casa di Maria in
paradiso quando all’improvviso a suo padre venne quel sonno sotto quel fico. Quanto erano felici papà e mamma! Cinque bambine come cinque soli, tutte
sane, tutte allegre, tutte che giocavano con il pupazzo che i genitori avevano
comprato loro. In carne e ossa. Piangeva, faceva pipì per davvero, chiedeva il
burro, faceva la cacca. Una gioia. E all’improvviso, mentre erano tutti a casa
come in paradiso, al papà viene voglia di morire. Una tragedia. Che peccato! Il
diavolo in persona che attaccasse la casa da ogni parte non avrebbe potuto
ferire così tanto la madre di quelle sei creature. Il dolore della vedova era
tanto più profondo in quanto non aveva nessuno della sua famiglia al suo
fianco; nella sua disperazione si sentiva già assediata da un nemico
invincibile che le imponeva la resa immediata o la distruzione totale della sua
casa. Se solo avesse avuto al suo fianco i suoi genitori, o sua zia Elisabetta.
Ma no, nessuno. E chi era lei a Nazareth? Nonostante gli anni, la moglie di
Giacobbe continuava a essere un’estranea, la forestiera che aveva portato via
al paese il suo scapolo d’oro.
«Con quanto erano belle loro, andarsene a sposare
uno di fuori; per di più una piccolina, che sembra una sciocca», si consolavano
le ragazzine di Nazareth. «Molto raffinata. Molto educata. Vedremo quando
inizierà a partorire e dovrà mandare avanti da sola la casa del suocero, che ne
sarà delle sue maniere e del suo faccino da principessa della Città Santa». Cose di paese: non ti vogliono male, ma non ti augurano nemmeno nulla di
buono. Chiunque venga da fuori deve rendere conto ai vicini delle proprie
intenzioni. Tutto deve adeguarsi alle regole della comunità; la tradizione
comanda.
La vedova di Giacobbe
di Nazareth non le conosceva forse tutte? Non l’avevano forse tenuta d’occhio
durante gli anni di magra, come chi aspetta che l’eroe crolli per godersi lo
spettacolo di quelle due torri che mordono la polvere come un qualsiasi campanile
di paese? Quale consolazione avrebbe potuto trovare la Vedova in coloro che
stavano già facendo i conti e calcolando come potersi spartire il patrimonio
del defunto? Quanto le avrebbero offerto per i vigneti? Quanto per gli uliveti?
Quanto per i terreni aridi?
«Perché uccidiamo il
miracolo della nostra esistenza quotidiana con giudizi contro il prossimo,
figlia mia? Chi sa quanti saranno i nostri giorni in questo mondo? Solo il
Signore lo sa; ma dalla sua bocca non esce mai quel numero. Ti immagini se ti
sorprendesse mentre critichi a morte la tua vicina, o mentre lanci la prima
pietra? Non sarebbe più bello se il nostro Signore Dio ti sorprendesse a
condividere il tuo pane con il povero?”, diceva la madre alla figlia Maria,
mentre cucivano, da sole. Eppure ora era la madre a chiedere alla figlia di
essere gentile con lei e di non negare ascolto al dolore della sua anima.
«Lasciami morire, Maria. Non preoccuparti se la
mia anima se ne va con parole spezzate. Il Signore mi ha portato via mio marito
lasciandomi sola con i suoi sei figli. Perché i miei occhi dovrebbero
trattenersi e il mio cuore invidiare la roccia che l’Onnipotente ha per cuore?
«Figlia mia, è facile, dalle nevi, guardare la
valle che arde in estate. Quando mai l’Onnipotente si è
messo nei panni del soldato che cade nudo sul campo di battaglia difendendo la
propria vita per l’onore della sua anima di argilla tenera e umida? Com’è
facile per l’ e sedersi sul trono del giudizio a firmare sentenze! Il Signore è
lontano dalla debolezza umana, le nostre passioni non Lo toccano. Se fa freddo,
Egli non trema; se fa caldo, non suda; se Gli scagliano una freccia, non Lo
colpisce; se dorme, nulla Lo turba. Che ne sa l’Indistruttibile della fragilità
della nostra esistenza? Non vedi, figlia mia, che la valle si nutre delle
nostre lacrime?
«Perché dovrei
reprimere il mio dolore e legare la mia lingua alla paura? Il guerriero non
corre forse incontro alla morte? Che Dio mi uccida, che mi restituisca la vita del
mio uomo; perché non fa nulla, perché rimane vigile dall’altra parte del
precipizio? Su quali ragioni, figlia mia, l’Eterno fonda il suo
silenzio e il suo comportamento impassibile? Se almeno si elevasse come un sole
e parlasse con la voce della tempesta e dalla sua anima i raggi della sua
saggezza tessessero nel firmamento nuvole gravide di intelligenza. Ma no, figlia mia, che la tempesta si infuri, che le terre tremino, che le
montagne crollino e seppelliscano città e villaggi, o che il mare si scateni e
sommerga le isole con la loro gente, il Signore, irraggiungibile,
indistruttibile, non muove un sopracciglio. Vede il disastro e tutto ciò che
offre è un fazzoletto da lutto con cui chiede perdono per non aver anticipato
il movimento del Serpente?
«Dimmi, figlia mia,
che non è stato Lui a scagliare la freccia che ha ucciso l’aquila e ha lasciato
in balia del diavolo il nido dei suoi aquilotti. Ma non negarmi il diritto di
lamentarmi della sorte delle mie figlie sul cadavere del mio defunto».
Tornata da sua madre,
Maria consolava la Vedova in questo modo:
«Siamo tutti uguali ai
Suoi occhi, madre. Unici lo siamo solo agli occhi dei nostri genitori. Noi
creature guardiamo solo fino a dove arrivano i nostri occhi, ma Lui porta sulle
Sue spalle il peso di tutti noi. A tempo debito Egli si leverà, madre. E i Suoi
piedi risplenderanno dello splendore dell’eroe vestito per la guerra contro
colui che ha strappato il suo uomo alla nostra madre Eva. So di essere giovane,
madre, ma credimi per tutto l’amore che provo per Lui: il Dio di mio padre non
permetterà che la casa di mia madre crolli. Basta così, madre, asciuga le tue
lacrime. La Morte porta via i migliori pensando che, lasciando i malvagi, ci
lasci noi piccoli senza protezione contro i tiranni. Ignora che, quando se ne
vanno, i buoni vanno in Paradiso a prendere le armi degli angeli. Papà ci ha
difese come un uomo e ci ha fatto andare avanti. Mio padre difenderà ora le sue
figlie e il suo bambino con la spada dei cherubini. Mamma mia, basta ormai, non
guardi più il suo cadavere».
La vedova ascoltava le
parole della figlia maggiore come chi riceve baci da lontano.
Furono Maria e sua
sorella Giovanna a trovare il padre seduto contro il tronco di quel fico. A
dire il vero, non era proprio il periodo del raccolto; ma a Giacobbe di
Nazareth piaceva raccogliere i primi fichi della stagione; diceva che fossero i
migliori per fare il pane di fichi.
Giacobbe sellò l’animale. Partì da solo verso i
campi con la brezza mattutina. Il fico si trovava dall’altra parte delle
colline, guardando dalla collina di Nazareth, proprio di fronte. Incantato
dalla vita, quel brav’uomo salutò sua moglie. Le sue due figlie maggiori gli
avrebbero portato il pranzo e lo avrebbero aiutato a riempire i cesti. Fino a
quel momento, beh, un bacio, un arrivederci.
Vedendolo partire in quel modo così bello, chi
avrebbe mai potuto immaginare che quell’uomo sarebbe tornato a casa… morto?
All’ora di pranzo Maria e sua sorella Giovanna si
presentarono nei campi. Maria era più grande di Giovanna di un anno ed entrambe
erano due ragazze in fiore. Maria e Giovanna cercarono il padre e lo trovarono
seduto all’ombra di quel fico.
«Lo lasciamo dormire ancora un po’, Juana? Raccogliamo noi i cesti», disse María.
Le due sorelle si
misero al lavoro. Finirono di raccogliere i cesti, senza che il padre si
svegliasse. Ma lui proprio non si svegliava.
«Papà dorme proprio
tanto oggi, vero, María?», disse Juana.
Si diedero da fare lavorando ancora un po’. Alla
fine cominciarono a guardarsi preoccupate.
«Sarà successo
qualcosa a papà, Juana?». E così la maggiore delle due andò a vedere cosa fosse
successo al padre.
Non ho intenzione di
diventare sdolcinato come chi vuole conquistare il lettore strappandogli un
mare di lacrime. Chi più chi meno ha già affrontato le pratiche di un funerale
e sa quanto faccia male perdere ciò che la Morte non avrebbe mai dovuto portar
via. Ma fu lei, María, inginocchiandosi per svegliarlo, a scoprire la verità
nel pallore del volto di suo padre.
La ragazza non gridò,
non si spaventò. Prese la testa del defunto tra le braccia, gli cullò il corpo,
gli baciò la fronte, guardò sua sorella Juana che si avvicinava in lacrime. Juana si strinse a sua
sorella María e María si lasciò abbracciare finché Juana non si sfogò e insieme
riuscirono a ricomporre le loro anime.
«Vai a casa, Juana, e racconta alla mamma cosa è
successo», chiese María alla sorella.
Juana montò sull’asinello e, piangendo con il
cuore straziato, corse tra le colline. Nel frattempo Maria rimase sola con il
corpo di suo padre, sotto quel fico, accarezzando il volto di colui che per lei
era l’uomo più meraviglioso del mondo, che se n’era andato senza dare a sua
moglie e alle sue figlie la possibilità di dirgli per l’ultima volta quanto lo
amavano.
«Che ne sarà ora del tuo bambino, padre? In quali
occhi troverà l’immagine divina dell’uomo che noi, tue figlie, abbiamo scoperto
in te?», sussurrava la giovane Maria rivolgendosi al Cielo.
Come ho detto, un nemico crudele e sadico che
avesse raso al suolo la casa non avrebbe causato alla Vedova di Giacobbe di
Nazaret tanto dolore quanto il modo in cui la Morte le aveva portato via il
marito. Se il suo uomo fosse morto difendendo i suoi cari in qualche guerra, o
sacrificando la vita delle sue figlie al prezzo della propria, chi lo sa, ma
morire in quel modo, senza preavviso, proprio quando avevano trovato la
felicità, dopo aver superato un decennio di anni cattivi quanto il cuore di
Erode.
A che vi racconto i litri di lacrime che la Vedova
versò per tutto quel giorno e per tutta la notte di quel pomeriggio? Non vi è
mai morta una figlia in fiore, o una sorella nel pieno della sua bellezza? La
Morte non vi ha mai strappato la luce dei vostri occhi lasciandovi nelle
tenebre più tempestose? Avreste dovuto ridere a crepapelle, battere le mani,
con il cuore aperto a ogni speranza, e all’improvviso, da un giorno all’altro,
un’ora prima che spuntasse l’alba, l’aurora si trasforma in una notte senza
luna, la pianura si trasforma in un pozzo senza fondo e, guardando in basso,
scoprite il volto del Serpente che vi dà il benvenuto.
Il fatto è che Jacob e Ana si erano amati fin dal
primo giorno in cui i loro sguardi si erano incrociati. Fu amore a prima vista.
Fu basta uno sguardo per capire che la ricerca era finita.
Jacob e Ana erano nati l’uno per l’altra; erano
fatti l’uno per l’altra; erano le due metà dello stesso frutto. Era naturale
che lui morisse innamorato di sua moglie come il primo giorno e che la Vedova
lo perdesse più innamorata che mai di suo marito. E se a questo dolore si
aggiunge il fatto che in casa non c’era più un uomo che si occupasse dei campi
e del bestiame: ecco la ricetta magica all’origine delle lacrime amare che la
Vedova versò nel cuore di sua figlia Maria nei due giorni che seguirono il funerale
del padre; l’avete già letta.
IL VOTO DI MARÍA
Come le cattoliche di sempre, quelle donne ebree
erano molto inclini a lamentarsi tragicamente per la morte di una persona cara.
Non dico che sia un bene o un male, semplicemente era così. I romani, al
contrario, usavano il funerale come pretesto per un banchetto, l’ultimo
banchetto, l’ultima cena dei Cesari. Il banchetto d’addio a Cicerone negli
affreschi della dimora del defunto a Pompei ci mostra i suoi parenti e amici
che brindano alla salute del defunto. La corona dell’oratore sulle loro teste
ricorda quella di alloro, ma intrecciata con rami di vite. Santo cielo, i
romani avevano il cuore così duro che nemmeno la Morte riusciva a strappare
loro una lacrima. Avevano bisogno di essere toccati dal bastone di Bacco per
ricordarsi che erano uomini, in carne e ossa proprio come gli altri barbari del
mondo. Finché non erano ubriachi fradici non versavano una lacrima.
Gli ebrei, al contrario della maggior parte dei
popoli, preferivano vegliare il defunto a torso nudo, a petto in fuori. La
distanza, l’allontanamento, l’assenza richiedono un tempo di distacco. Suppongo
che l’usanza imponga la propria cultura e che ogni cultura la viva a modo suo.
Gli ebrei, tra tutte le possibilità, scelsero quella più dolorosa: non
seppellivano il defunto se non il terzo giorno dalla sua morte.
Le lacrime erano assicurate! E se poi si
aggiungeva il caso che ci occupa, un uomo giovane, nel fiore degli anni,
sposato e innamorato della sua vedova come il primo giorno, padre di sei figli,
un uomo che non era mai stato malato, un uomo che non sembrava mai stancarsi,
che morì senza avere nessuno che si occupasse dei suoi campi, che se ne andò
proprio quando la tempesta si stava placando, mettete tutti questi elementi
nello stesso shaker, agitatelo, e il risultato sarà esplosivo. L’esplosione
scatenata dalla morte di Giacobbe di Nazaret la scoprirete subito; le sue
conseguenze perdurano ancora oggi.
C’era la vedova stessa. Fin da ragazzina la madre
della Vergine era stata molto capricciosa. Il giorno in cui suo padre, Cleofa
di Gerusalemme, le proibì persino l’idea di pensare di sposare l’uomo che
sarebbe stato il padre delle sue bambine, è certo come che piove che la giovane
fidanzata corse via in cerca di sua zia Elisabetta, per le strade di
Gerusalemme lasciando una scia di lacrime spezzate.
La zia Elisabetta, moglie di Zaccaria, futuro
padre di Giovanni Battista, la conosceva già. Non a caso Anna era sua nipote.
La zia Elisabetta, guardando la nipote negli occhi mentre le asciugava le
guance di Maddalena, ormai in preda al pianto, sorrise.
«Ma dai, ragazzina, mi dici cosa ti succede? Quando ti scatti in questo modo ti dimentichi che io non so nulla. Piangiamo insieme o rido
di te finché non ridi con me?». Zia Elisabetta amava sua nipote Anna con una
tenerezza divina.
Quella donna, zia Isabel, voleva bene a sua nipote
più delle mura di Gerusalemme, più delle nuvole del cielo primaverile, più
delle stelle del mattino e della sera messe insieme; le voleva bene più dei
suoi vestiti e più dei suoi oggetti d’argento, ma ogni volta che la sua Anita
le si gettava addosso in quel modo, non sapeva se unirsi al suo broncio o
scoppiare a ridere delle sue lacrime. Non è che a ogni cambio della guardia sua
nipote Ana le inondasse il deserto con torrenti di acqua salata. La verità era
che quando si agitava in quel modo, al punto da non riuscire nemmeno a
pronunciare una parola, e bisognava darle il tempo di calmarsi, significava che
era successo qualcosa di davvero grave alla sua Anita.
La morte del padre delle tue bambine, solo due
delle quali ragazze, le altre ancora piccole, e un neonato che dava del filo da
torcere, in verità, è davvero un buon motivo per piangere fino a quando le ossa
non si seccano.
Accadde proprio questo: la Vedova, la madre della
Vergine, sprofondò nelle profondità della disperazione comprensibile in quel
caso. Per un po’ rimase muta. Non disse nulla, si limitò a piangere abbracciata
a quella creatura che non avrebbe mai conosciuto suo padre. Con Cleofa tra le
braccia, la Vedova di Giacobbe di Nazaret piange tutto il giorno e tutta la
notte.
Disperata, si vede circondata da un’oscurità densa
e fatale; affranta, immagina già la casa del suo defunto divorata dalle tasse;
distrutta, a pezzi, si vede già vendere le sue bambine per salvarle dalla
rovina.
Erano tutte figlie di Davide; in un’epoca in cui
non bastava essere ebrei, ma bisognava dimostrarlo, avere come moglie una
figlia di Davide era un passaporto per i benefici che Cesare aveva concesso
agli ebrei in segno di gratitudine per avergli salvato la vita contro l’ultimo
dei faraoni.
Ve lo racconto.
Inseguendo Pompeo, Giulio Cesare si ritrovò nei
guai. Si vide Cesare correre come un pazzo dietro a Pompeo. E guarda un po’, Cesare
approdò in Egitto. A quel tempo il fratello della faraona aveva appena ucciso
Pompeo. Questo stesso faraone, che aveva appena giustiziato Pompeo, venne da
Cesare e se la prese con lui. Credo che il fratello di Cleopatra abbia persino
osato dichiarare guerra al Conquistatore della Gallia.
Come è noto, contro ogni speranza quel faraonetto
stava per mandare Cesare nell’Eliseo dei famosi generali romani. Fu allora che
il padre di Erode riuscì a radunare migliaia di cavalieri, ad attraversare il
deserto del Sinai al galoppo e a caricare contro il fratello di Cleopatra,
rompendo l’accerchiamento e salvando Cesare dal pericolo. Come ricompensa,
Giulio Cesare concesse agli ebrei una serie di privilegi imperiali, come
l’esenzione dal servizio militare, la libertà di movimento per la decima del
Tempio, ecc.
La condizione sine qua non per beneficiare di tali
privilegi era essere cittadini della Giudea, provincia romana.
Astuti come volpi, sfuggenti come anguille, gli
ebrei trovarono molti modi per falsificare i documenti. Tra tutti i modi
immaginabili per ingannare l’Impero, il più semplice era quello di acquistare
documenti falsi, che qualsiasi burocrate impiegato presso il Registro del
Tempio di Gerusalemme ti forniva per una manciata di dracme.
Ma c’era un altro modo, ancora più economico.
Quale modo migliore per entrare a far parte della
lista dei privilegiati se non dichiararsi discendente del re Davide? E per
chiudere il cerchio in modo ancora più perfetto, aggiungere di essere nato a
Betlemme di Giudea, «per favore».
E c’era ancora un’altra formula, persino migliore,
più piacevole: naturalmente, comprare dal re Davide una figlia come moglie,
Le discendenti del re Davide erano quindi molto
richieste; se si pagava bene per una figlia di Davide, quanto si sarebbe pagato
per una vera figlia del re Salomone? E non una qualsiasi, non una solo di nome:
stiamo parlando della vera e autentica discendente del mitico re Salomone.
Una pratica così comune all’epoca, quella di
vendere le figlie al miglior offerente, alla vedova di Giacobbe di Nazareth sembrava
equiparare la donna al bestiame. Per Giosuè e le settecento
trombe che abbatterono le mura di Gerico, avrebbe venduto le sue bambine per
denaro? Lei che si era sposata per amore e conosceva quanto fosse dolce il
matrimonio per amore e solo per amore?
L’idea le lacerava
l’anima.
Tuttavia, la Vedova non
riusciva a immaginare come avrebbe potuto salvare le sue figlie dal destino di
essere trattate come bestie che si comprano e si vendono nel mercato delle
passioni umane. Più ci pensava, e più il cadavere del suo defunto non smetteva
di ricordarglielo, più amare le sembravano le lacrime per il futuro che
attendeva le sue bambine. C’era anche il bambino.
«E che ne sarà della
mia Cleofà senza tuo padre, Maria? Che ne sarà della casa di tuo padre, figlia
mia?», confidava la vedova di Giacobbe di Nazaret nel cuore di sua figlia
Maria.
Tra madre e figlia,
che vi posso dire?, la figlia sembrava la madre. Maria abbracciava sua madre e
la consolava con parole piene di tenerezza e saggezza. Eppure quella ragazza
era nel fiore degli anni.
Maria era una creatura
che in questo mondo non aveva conosciuto altro che gioie. Aveva amato suo padre
alla follia e, vedendola consolare le sue sorelle e la propria madre, chiunque
avrebbe detto che ancora non riuscisse a credere a ciò che stava accadendo.
«Papà dorme, Juana», fu la prima cosa che le uscì
dal cuore quando lo trovarono morto.
«Papà è in Paradiso, lì ci aspetta tutte, Ester è
già lì, vieni qui Rut, calmati Noemí», diceva alle sue sorelline mentre
tratteneva le lacrime.
La ragazza lasciava le sorelle con Juana e andava
dalla vedova:
«È tutto a posto,
mamma; papà è in Cielo. Il suo Dio non permetterà che le sue figlie vengano
vendute come schiave», sussurrava all’orecchio di sua madre, asciugandole le
lacrime con dei baci.
«Figlia mia», cercava
di articolare la Vedova. Ma non riusciva mai a finire la frase, si scioglieva
in singhiozzi e tornava alle sue tenebre, quelle che avvolgevano la sua casa e
dipingevano l’orizzonte della sua famiglia con i colori tormentati di una visione
macabra.
Il risultato della
naturale disperazione della vedova di Giacobbe di Nazaret fu il seguente.
La visione tenebrosa
che la Vedova si era fatta sul futuro delle sue figlie corrispondeva alla
realtà di tutti i giorni. La morte del capofamiglia costringeva le vedove a
consegnare le proprie figlie al pretendente che mettesse più denaro sul tavolo,
a prescindere dall’età dell’acquirente. Era la verità e non c’era bisogno di
rifletterci oltre. Dal punto di vista del maschio ricco, più vedove c’erano,
meglio era: così avrebbe avuto più «merce fresca e giovane» tra cui scegliere.
Il mondo era fatto a
immagine e somiglianza delle passioni dei potenti e tutto ciò che si dice
contro questo non ci porterà da nessuna parte. A peggiorare le cose, con le
leggi sul divorzio approvate di recente, la carne femminile veniva acquistata
per essere usata e gettata via; veniva consumata a piacimento del consumatore e
poi i resti venivano gettati via affinché chi veniva dopo potesse succhiarne le
ossa. E guai a chi non seguiva l’esempio! Nelle classi alte, avere una sola
moglie era segno inequivocabile di cospirazione contro Erode.
«Quello si è sposato una sola volta? E non si
conosce almeno una seconda o una terza moglie? Sicuramente quello cospira
contro Sua Maestà, Altezza». Per ragioni così assurde, in quei giorni le teste
degli ebrei rotolavano per le strade di Gerusalemme.
Non era qualcosa che
la Vedova si stesse inventando. Lei era di Gerusalemme, apparteneva all’alta
società, conosceva questa realtà da vicino tanto quanto il fatto che suo marito
giaceva morto davanti alle sue figlie.
«Basta così, non
piangere più, non è poi così grave, tutto si risolverà, il Signore non
permetterà che ciò accada». Parole molto belle, di cui la Vedova era grata. Lei sapeva
solo che appena un giorno prima si era alzata con la gioia della donna più
felice del mondo e non erano passati nemmeno due giorni, ed eccola lì… la
Vedova!
«Lasciami piangere, figlia mia. Non vedi che se
non lo faccio morirò?», supplicava inconsolabile la vedova alla figlia Maria.
Approfittando di un momento di calma, mentre Juana
e Maria erano sole con la madre, Maria, figlia di Giacobbe di Nazareth, aprì
bocca.
Di ciò che sto per dire il Cielo mi è testimone, e
che mi mandi nell’orrendo Inferno se invento anche solo una parola. La notte di
quel giorno, durante la veglia funebre per la morte di suo padre, la figlia
maggiore della Vedova di Giacobbe di Nazareth legò la propria vita a un albero
che aveva il potere di impiccarla se non avesse adempiuto al Voto che aveva
impresso nel cuore di sua madre e di sua sorella Giovanna.
Maria avrebbe potuto tacere; era in suo potere
portarsi un dito alle labbra e non sottoporsi alla prova. Ma non era nella
natura della figlia di Giacobbe resistere agli impulsi della propria
personalità. Preferiva accettare le conseguenze in tutta la loro severità.
Nessuno le stava ascoltando, erano sole le tre
davanti a Dio. Per questo vi ho detto che chiunque voglia essere sicuro di ciò
che scrivo, ecco che c’è Dio stesso che ha preso in parola la figlia di
Giacobbe di Nazaret per confermarmi o smentirmi. Che Dio si presenti come
Giudice è naturale, che intervenga come Testimone è qualcosa di straordinario.
Ai coraggiosi, tuttavia, spetta la gloria.
E continuo.
Lì, davanti a sua sorella Giovanna, Maria giurò a
sua madre che ciò – che le sue figlie fossero vendute come schiave al miglior
offerente – non sarebbe mai accaduto alle sue sorelle; prima il Diavolo avrebbe
dovuto detronizzare l’Altissimo, l’Inferno conquistare il Paradiso, oppure
sarebbe accaduto quando il cuore di Erode fosse stato elevato agli altari.
La fede della figlia di Giacobbe di Nazaret era
così grande, la sua fiducia nel Dio di suo padre era così innocente che non le
entrava in cuore che il suo Signore potesse abbandonare la sua famiglia in
balia del mondo.
Allora, con grande serenità, con la serietà di una
persona adulta, lei, Maria De Salomón, figlia di Giacobbe di Nazareth, prese a
testimone il Dio di suo padre e, davanti a sua madre e a sua sorella Giovanna,
giurò, invocando la Legge di Mosè contro se stessa se avesse infranto il suo
voto, che lei, Maria De Salomón, non si sarebbe tolta il velo di lutto per la
morte di suo padre finché non avesse visto sposate tutte le sue sorelle, e che
non avrebbe firmato il proprio contratto di matrimonio finché non avesse visto
sposato e con figli il suo fratellino Cleofa.
Anzi: non si sarebbe sposata finché non avesse
visto i figli del suo fratellino Cleofà che saltellavano allegramente, tutti
felici e contenti in quella stessa stanza dove ora il dolore regnava
trionfante. Fino a quel giorno non si sarebbe tolta il velo di lutto per suo
padre.
La vedova alzò lo sguardo verso l’infinito. Juana
guardò sua sorella con lacrime di eternità negli occhi. María De Salomón
continuò dicendo:
«In memoria di mio padre ti giuro, madre, che le
mie sorelle non conosceranno alcun sposo. Quando usciranno dalla casa di mio
padre, se ne andranno gioiose tra le braccia di quell’amore che hanno vissuto i
loro genitori e di cui noi figlie abbiamo bevuto fino a saziarci. Nessuno
comprerà le figlie di Giacobbe. Consola la tua anima, mia madre. Quel bambino
che hai tra le braccia sceglierà tra le figlie di Eva la più bella. Che il
Signore mi punisca se venirò meno alla mia parola: mi dia come sposo l’uomo più
malvagio del mondo. Non spezzarti più il cuore, madre; non offendere il Cielo
incolpando Nostro Signore della nostra sventura, affinché mio padre non debba
chinare il capo davanti ad Abramo per l’offesa che recano le lacrime che non
finiscono mai. Mio padre cammina tra gli angeli e ai piedi del suo Dio chiede
clemenza per la sua casa. Diglielo tu, Juana».
TITA ISABEL A NAZARET
La notizia della morte di Giacobbe di Nazareth si
abbatté sulla casa dei suoi suoceri e degli altri parenti di Gerusalemme con la
forza di un ciclone senza occhio che distruggeva alla cieca case e raccolti. Cleofa e sua moglie, nonni di Maria da parte di madre, volevano correre
subito a Nazareth.
La prudenza
consigliava a Zaccaria e alla sua famiglia di mantenersi a distanza, di recarsi
a Nazaret più tardi, di rimandare a un’occasione più propizia, per non destare
sospetti alla corte del re Erode se fossero andati tutti insieme. Qualsiasi spia del re
avrebbe potuto trovare strano che un personaggio del calibro del figlio di Abia
si interessasse alla sorte di un semplice contadino della Galilea. E attirare
l’attenzione del tiranno sulla casa della Figlia di Salomone era l’ultima cosa
che Zaccaria potesse permettersi.
«Fai come vuoi, uomo di Dio», con queste parole
Elisabetta chiuse la discussione con il marito sull’opportunità o meno di
lasciare Gerusalemme in quel momento. «Fai come vuoi», gli ripeté Elisabetta,
«ma questa figlia di Aronne ora va di corsa ad abbracciare la bambina del suo
cuore».
Isabella, moglie di Zaccaria, futura madre di
Giovanni Battista, sorella maggiore della madre di Anna e, di conseguenza, zia
materna della Vedova, era, per queste coincidenze della Vita, zia-nonna della
Vergine.
Proprio come Zaccaria, suo marito, Elisabetta
apparteneva alla casta di Aronne, tra i cui membri venivano scelti quelli del
Sinedrio. Con questo non intendo dire altro se non che l’educazione della
futura madre del Battista non corrispondeva a quella che di solito ricevevano
le altre donne ebree. E se a ciò aggiungiamo il fatto che Elisabetta era stata
predestinata fin dal grembo materno a diventare la moglie del padre del
Battista, credo che da questa prospettiva della Provvidenza le porte del tempo
si aprano a chiunque osi varcarle.
Ebbene, è proprio così: Elisabetta di Gerusalemme,
prozia della Vergine, era la sorella maggiore della madre della vedova di
Giacobbe di Nazaret.
E così avvenne; Elisabetta si mise in viaggio di
corsa verso Nazareth in compagnia di Cleofa e di sua moglie, genitori di Anna,
madre di Maria.
Cleofa, padre della
vedova, era quindi il cognato di Elisabetta.
Cleofas aveva sposato
la sorella minore di Elisabetta e insieme avevano avuto Anna, la loro nipote
Anna, la loro stella dell’alba, la luce negli occhi di quella Elisabetta che
aveva pianto tanto per l’impossibilità di avere figli.
Quando Elisabetta,
Cleofa e sua moglie arrivarono a Nazareth, il padre della Vergine giaceva già
nella sua tomba. Gli abitanti di Nazareth, dal canto loro, erano tornati alla
loro vita quotidiana.
L’arrivo dei suoi
genitori e di sua zia Elisabetta risvegliò nuovamente negli occhi della Vedova
quel fiume di lacrime che giaceva ormai addormentato come morto, e che solo in
rare occasioni tornava a scorrere quando i visitatori si fermavano a consolarla.
Non sapeva, non poteva, non voleva vivere senza suo marito.
Per la vedova di
Giacobbe di Nazaret, la zia Elisabetta era quella persona che tutti i figli
rimpiangono nei propri genitori. Ai genitori si rende onore, ma a quell’altra
persona si confessa tutto. Era quindi logico che fosse proprio alla zia
Elisabetta che la vedova rivelasse l’accaduto.
Come sempre, dopo i
pasti.
Il Cigüeñal, la Casa
di Abiud, figlio di Zorobabele, figlio di Salatiel, figlio di Salomone, re e
padre biblico della famiglia della Vergine, era una tenuta dei tempi feudali
persiani. Ad eccezione dei granai, l’intero edificio era in pietra lavorata.
Dove oggi sorge il
bunker dell’Annunciazione, ieri si ergeva una dimora a metà tra una tenuta e
una fortezza.
Il salone principale
del Cigüeñal di Nazaret aveva le pareti adornate dagli stemmi più antichi e
imponenti. Ce n’erano di tutti i periodi trascorsi dall’Impero di Nabucodonosor
II a quello di Cesare I. Inoltre, contro una delle pareti del salone principale
del Cigüeñal, i muratori di allora avevano scavato un camino grande come una
grotta. Davanti al fuoco di quel camino erano sedute Tita Isabel
e sua nipote Ana. Cleofás e sua moglie avevano portato i nipoti a letto.
La Vedova si mise allora all’opera. Se le pareti
potessero parlare, direbbero che la Vedova preparò in un attimo una quantità di
stufato tale da sfamare mezza Africa.
Tita Isabel trovava sempre il modo di arginare
quelle lacrime torrenziali; non a caso quella era la sua bambina. Beh, era la
figlia della sua sorella minore, ma era come se fosse la figlia che lei non
aveva mai avuto. Isabel voleva bene a sua nipote Ana più di quanto ne
avrebbe voluto alla propria figlia. È un modo di dire. Ma quella storia di
scoppiare a piangere, sprofondare in un silenzio eterno, poi scoppiare di
nuovo, quella non era normale.
«Che ti succede,
Anita?», le chiede Isabel preoccupata. «Perché hai aspettato che i tuoi
genitori se ne andassero per scoppiare a piangere in questo modo? Ora siamo
sole. Dai, dimmelo». Isabel stava cercando di capire cosa fosse successo a sua
nipote.
La Vedova apre le labbra. Le apre, sì, ma non
riesce mai a formulare una frase coerente.
«La mia María… Tita…»
«Che le è successo alla tua María, Anita?»
«Tita… io… la mia María…»
La Vedova non riusciva mai a concludere la frase.
Con il carattere che aveva la moglie di Zacarías, era incredibile che avesse
quella pazienza infinita con sua nipote Ana.
«Quando ti sarai
calmata, me lo racconterai, figlia mia».
Questo accadde molto
tempo dopo.
L’orso imbalsamato che
occupava l’angolo del salone principale del Cigüeñal, se fosse stato vivo, si
sarebbe già disperato. Sopra il caminetto, una testa di leone originaria
dell’Assiria sbadigliava in attesa.
Isabel continua a
guardare il fuoco mentre la Vedova riesce a terminare il racconto sul voto
della figlia maggiore.
«Ripetimi quella
storia, Anita», le chiede Isabel, assorta e meravigliata.
«Vedi, Tita? Lo sapevo
che non ci avresti creduto», e la Vedova ricomincia da capo.
All’alba, finalmente la madre di Giovanni Battista
viene a conoscenza dell’evento che avrebbe cambiato il corso della Storia Universale.
«Sì, Tita, la mia María non si toglierà il velo di
lutto per suo padre finché non vedrà il mio bambino di pochi mesi sposato e ben
sposato. Che cosa ho fatto, mio Dio? E tu sai bene com’è la mia María; se fosse
un uomo, la sua parola sarebbe l’ultima cosa che infrangerebbe».
Quanto bene conosceva la Vedova la sua figlia
maggiore!
LA CASA DI GIUSEPPE IL FALEGNAME
Addentriamoci ora un po’ nella storia di Giuseppe,
futuro sposo della Madre di Gesù.
La famiglia dei falegnami di Betlemme conobbe un
forte slancio economico in seguito alla nascita di Giuseppe. Questo non è il
luogo adatto per entrare nei dettagli intimi della vita dei genitori di
Giuseppe il Falegname. A tempo debito apriremo la porta come chi scosta un velo
e vedremo faccia a faccia la verità di quell’intimità che per ora, e fino ad
allora, lascerò in sospeso. Il motivo di questa scelta sarà chiaro più avanti.
Per superare questo momento di transizione, diciamo che un’incursione troppo profonda
nella vita dei genitori di Giuseppe il falegname interromperebbe il ritmo di
questo racconto. Quindi andiamo avanti.
Eli, padre di
Giuseppe, mise al mondo molti figli, maschi e femmine. L’uomo si trovava nel
pieno della sua gioia quando un giorno anche le sue forze lo abbandonarono, e
morì. Eli morì come muoiono tutte le cose, di stanchezza. Soprattutto in quei
tempi la causa della morte degli uomini era il lavoro. Morivano sfiniti.
C’erano le tasse, le decime, gli interessi. I lavoratori riuscivano a malapena
ad arrivare sani ai quaranta; a cinquant’anni erano già mezzi morti. A
sessant’anni erano ormai morti. Solo i ricchi e i tiranni arrivavano sani ai
settanta. Chi arrivava a ottant’anni o era un santo o era un mostro. Eli, padre
di Giuseppe, non era né l’uno né l’altro. Solo un altro lavoratore che vendeva
a caro prezzo la propria vita contro assi e chiodi. Così, quando morì, il Cielo
portò nella sua gloria un altro dei buoni.
Come vediamo, la Morte
stava seguendo le orme dei propri nemici. Non avendo nessuno che brandisse la
spada contro di loro, la Morte stessa si scagliava direttamente contro le due
casate messianiche. Invisibile, silenziosa, colpiva con
l’unica arma a sua disposizione: le forbici delle Parche. Cieca, la Morte
scriveva pagine nere nelle vite delle famiglie dei suoi nemici. Ma dalla luce di colui che governa il destino dell’universo, Dio lasciava
che il Serpente agisse a suo piacimento.
Ma lasciamo da parte
le cronache dell’Inferno e della sua sconfitta. Torniamo con i piedi per terra.
Per ricordare rovine e miserie c’è sempre tempo.
Dopo la morte di Eli,
figlio di Matat di Betlemme, il diritto di primogenitura rese Giuseppe padre
per i suoi fratelli e le sue sorelle. Questo diritto non comportava il dovere
di rimanere celibe fino a quando l’ultimo membro della sua famiglia non avesse
formato una propria famiglia. Infatti il matrimonio con la Figlia di Salomone –
Maria era allora la sua promessa sposa – si avvicinava con il passare degli
anni. Giuseppe doveva avere circa vent’anni quando suo padre partì per il
Paradiso dei giusti. Maria ne aveva probabilmente un po’ meno.
Fu in quel periodo che
morì il padre di Maria. E fu così che i due uomini che si erano giurati di far
sposare i propri figli scomparvero improvvisamente di scena. Per tutta la vita
avevano sognato di vederli sposati, e da un giorno all’altro una svolta del
destino strappò loro quel sogno dagli occhi.
Che ne sarebbe stato
da allora in poi del futuro di quel giuramento che Giacobbe di Nazareth ed Eli
di Betlemme avevano fatto davanti a Zaccaria, figlio di Abia, sacerdote, marito
di Elisabetta, zia della Vedova, zia nonna di Maria?
Scomparsi entrambi,
morti coloro che si erano impegnati a unire in matrimonio Giuseppe e Maria
quando Dio lo avesse disposto, Maria e Giuseppe erano liberi di andare avanti e
di fare proprio o meno il giuramento dei loro genitori. Cosa avrebbero fatto? Come
costringere Giuseppe a rimanere celibe fino a quando l’ultimo dei figli di
Giacobbe di Nazareth non si fosse sposato?
«Figlio mio, sii
saggio davanti a Dio e ai suoi servi. Nessuna ricompensa soddisfa la condizione
dell’essere umano con maggiore pienezza che adeguare i nostri passi alla sua
saggezza. Non siamo nulla, non siamo nessuno quando si tratta di soppesare la
scelta tra assecondare i nostri desideri o quelli del nostro Signore Dio.
Riponi la tua completa fiducia nella Sua Onniscienza, affida la tua fede al Suo
braccio onnipotente, che non manca mai il bersaglio né sbaglia il colpo. Tu conosci la Sua volontà; non voltargli le spalle. Io me ne vado, ma Lui
rimane e resta con te. Lui ti guiderà verso la vittoria delle nostre Casate. Il
suo angelo scriverà nel suo Libro: «Disse Dio, e così fu», Giuseppe fu educato
con consigli di questa natura.
LA SIGNORA ISABELLA
Dopo la morte di
Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, la Vedova si riprese. Sostenuta da zia
Elisabetta, la Casa della Vergine di Nazaret superò la tempesta funesta che la
Vedova aveva immaginato nel suo dolore durante il funerale del marito.
La signora Isabella,
membro della classe aristocratica di Gerusalemme, esperta nel mondo degli
affari e delle leggi ebraiche, si fece carico di tutto, smosse mari e monti e
non lasciò Nazareth finché tutto non fu così saldamente ristabilito che era
come se Giacobbe non se ne fosse mai andato.
Astuta come solo lei
sapeva essere, con mezzi economici sufficienti a frenare i fratelli di Giacobbe
che avrebbero potuto offrire alla Vedova di acquistare i terreni, Tita Isabel
conservò per la figlia di Salomone, sua nipote di secondo grado, fino
all’ultimo acro.
Grazie a Tita Isabel,
la vedova non vendette nemmeno un fico. Tita Isabel era lì per assumere gli
uomini quando arrivava il momento del raccolto, per firmare i contratti, per
pagare gli uomini, per incassare i proventi delle vendite e, cosa più importante,
per prendere sotto la sua ala la nipote Juana e insegnarle dalla A alla Z l’ABC
degli affari.
Accadde così che
Juana, la figlia successiva a María, accompagnasse la sorella maggiore al Voto.
Ma Juana, a differenza di María, che era un’artista del cucito, ereditò il
carattere risoluto del defunto padre; non si stanca né di imparare da sua zia
Isabel come gestire gli uomini né di farsi strada nel mondo dei contratti; né
si stanca di lavorare nei campi alla guida dei braccianti che lavorano per la
sua tenuta. Molti scommettevano che, non appena la signora Isabel se ne fosse
andata, la ragazza sarebbe crollata e, prima o poi, la vedova avrebbe dovuto
vendere.
«Figlia mia, non dar loro retta», consigliò la zia
Isabel alla sua pronipote Juana. «Gli uomini ci guardano come se la Saggezza
non fosse nostra sorella. Poiché la prendono per
moglie, credono che la Saggezza ci volti le spalle. Tu, non dar loro retta,
Juanita. E se il sole dovesse picchiare forte e il raccolto fosse scarso, te lo
comprerò tutto al prezzo di un raccolto d’oro. È molto semplice, figlia mia.
Mantieni sempre una sola parola; se hai concordato di più per qualcosa che poi
si è rivelato valere meno, mantieni la tua parola; hai detto tanto, tanto
paghi. Lo stesso vale quando saranno loro a sbagliare con te. Hai concordato
tanto, tanto incassi…»
Col tempo, la più
giovane delle Vergini di Nazareth imparò a parlare con gli uomini che lei
stessa assumeva come se fosse un’adulta.
Mai le terre del clan
dei figli di Davide di Nazareth furono così fertili come in quegli anni dopo le
grandi siccità.
Né i signorotti del
Cigüeñal, la grande dimora sulla collina, erano mai stati vestiti meglio.
La signora Elisabetta,
come ogni figlia di Aronne, era una maestra nell’arte di tessere mantelli senza
cuciture. Era il mantello dei membri del Sinedrio. Moglie di un membro di
spicco del Sinedrio, Elisabetta poteva assicurare alla sua pronipote Maria che
il suo laboratorio di cucito sarebbe stato il più redditizio dell’intero regno.
«Ma Tita», le disse María, «non posso abbandonare
la casa di mia madre».
«Figlia mia, non parlarne nemmeno», le rispose Tita
Isabel.
Il fatto che, pur essendo la zia nonna, la
chiamassero Tita era dovuto al carattere di Isabel stessa. Chiamarla «nonnina»
la faceva sentire vecchia.
E così, tra le sue pronipoti Juana e María, il
tempo trascorse per la signora Isabel. Se alla sua Juanita la signora aveva
insegnato tutti i segreti degli affari e, a suo nome, aveva assunto un
caposquadra che la aiutasse in tutto, e le aveva inculcato in testa che da
Gerusalemme avrebbe seguito le sue mosse giorno per giorno, e per Dio che
sarebbe andata in paradiso prima di vedere abbattersi sulle sue nipoti un’altra
disgrazia; se alla sua pronipote Juana affidò la gestione dei campi, alla sua
“nipote” María la fece sedere al suo fianco, e non la allontanò dal suo fianco
finché la pronipote non imparò dalle mani di un’esperta in lavori sacri i
segreti più reconditi del taglio e della confezione di un abito senza cuciture.
La Ragazzina, che era di per sé un’artista, poiché aveva imparato il mestiere
da sua madre, quando si congedò dalla «nonnina» non solo aveva ereditato uno
dei misteri più gelosamente custoditi dalle figlie di Aronne, ma aprì anche il
proprio laboratorio di sartoria a Nazareth.
Dal laboratorio di taglio e confezione della
Vergine di Nazareth partirono per Gerusalemme alcuni dei mantelli senza
cuciture, orgoglio della casta dei principi della Città Santa. Mantelli per i
quali si pagava in oro sonante. Se ne possedeva solo uno, ed era per tutta la
vita.
«Ma Tita, dove troverò
i soldi per le sete e per i fili d’oro?», le chiese una volta Ella.
«Non ti preoccupare
per nulla», le rispose la signora Isabel. «Quando ti affiderò l’incarico, ti
manderò delle sete perché tu possa vestire tutte le tue sorelle, e un sacco di
fili perché tu possa fare a tuo fratello una treccia con capelli d’argento. Se il Signore non mi ha
dato figli, sarà per un motivo. Cosa credono gli uomini? Per il figlio di
Natán, tutto.» Figlia mia, hanno regalato al tuo Giuseppe un puledro iberico
che già un generale romano vorrebbe per sé. Con lui, con il tuo Giuseppe, abbassano
la guardia e il tuo Sposo sembra già un principe tra i mendicanti. Chi mi
impedirà di regalare alla figlia di Salomone la Luna e le stelle avvolte in
sete e legate con fili d’oro?»
E così fu. In effetti, il modo in cui venivano
vestite le figlie di Giacobbe di Nazaret suscitava l’ammirazione di tutti i
membri del clan di Davide della Galilea. Al momento di darle in
sposa, si può già immaginare quale dote volesse la Vedova per Ester e Rut, le
gemelle.
«Dote? Chi ha parlato qui di denaro? Tu lo ami,
figlia mia?», era la risposta della Vedova ai pretendenti delle sue figlie.
Si sbagliavano, eccome se si sbagliavano. Comprare
una figlia dalla Vedova?
Impossibile.
Il miglior partito di
tutta la regione?
Nessuno.
I campi della Figlia
di Giacobbe producevano il cento per cento. Dall’officina della Vergine di Nazareth uscivano
gli abiti più belli, eleganti ed economici della regione. E il ragazzo di casa?
Cleofa, il beniamino della famiglia!, gli mancava solo la corona per mettere i
figli di Erode alla pari dei malviventi. Quindi, chiunque volesse sposare una
delle sue figlie non andasse dalla Vedova di Giacobbe a parlare di soldi. Era
il proprio cuore che dovevano mettere sul tavolo, spalancato, aperto come una
luna piena, nudo come il sole di un quaranta di maggio. E poi
che fosse come il Cielo voleva.
LA SIGNORA MARIA
Alla morte dei nonni,
Cleofa e sua moglie, Maria De Salomón ereditò la casa della madre nella Città
Santa. Stiamo parlando della casa dell’erede di un dottore della Legge che ebbe
come padrino di carriera burocratica il capo del gruppo di influenza più potente
nella nascente corte del re Erode. Stiamo parlando di una casa signorile.
Stiamo parlando di una
Signora, la Signora Maria di Nazareth, figlia di Anna, figlia di Cleofa,
cognato di Zaccaria, figlio di Abia – Abtalione secondo la storiografia
ufficiale. Stiamo parlando di una Maria… membro legittimo dell’aristocrazia
sacerdotale ebraica da parte di madre. (In questa prima parte della Storia non entreremo
nella vita della casa di Cleofa, padre della madre della Vergine. Nella seconda
parte ci addentreremo nell’argomento, chiederemo il permesso e vedremo con gli
occhi dello spirito cosa intendo quando dico che Cleofa, padre della Vedova,
apparteneva al gruppo aristocratico ebraico che, pur non essendo erodiano, era
il più influente alla corte del re Erode. Per ora basti la fiducia nel momento
di articolare sulla roccia della nostra Fede i pilastri su cui poggia l’edificio
di questa Storia).
Senza andare oltre, vediamo il «Signore» Gesù nel
prologo dell’Ultima Cena mentre manda un suo discepolo ad annunciare a uno dei
suoi servi il suo arrivo. L’uomo non obietta; e non obietta perché conosce il
messaggero, sa chi è il «signore» che lo sta esortando a preparare tutto per la
«Cena».
La leggenda di Gesù il Falegname, diciamolo
chiaramente, ha avuto origine nella mentalità dei piccoli paesi. Il titolo
locale del padre passa al figlio. Il padre era falegname, il figlio «il Falegname»
per tutta la vita, anche se dovesse arrivare ad avere più fanegas di un
marchese; suo padre era il falegname e suo figlio sarà il figlio del falegname
fino alla morte.
È vero, continuiamo a
dire tutto, Giuseppe arrivò a Nazareth seguendo la rotta dei nomadi. L’uomo si stabilì nel
paese, affittò dalla Vedova un pezzo di terreno per piantare la tenda. Allestì
la bottega. A Giuseppe finì per piacere l’ambiente – così diceva lui in giro –
e finì per innamorarsi dell’ereditiera della Vedova. A
quel tempo la Vergine era proprietaria di fichi, vigneti, uliveti, terreni
fertili, bestiame, ed era inoltre titolare di un laboratorio di sartoria e
cucito in pieno boom grazie all’ondata nazionalista.
Fino ad allora gli
abiti tradizionali dovevano essere commissionati in qualche laboratorio della
Giudea. Le donne ebree, soprattutto quelle di Gerusalemme, avevano custodito
gelosamente l’ e segreto della confezione degli abiti da sposa e dei vestiti
per le feste nazionali. A quel punto la Vergine di Nazaret aprì il proprio
laboratorio di sartoria e cucito.
In tali circostanze,
la creazione del laboratorio della Vergine di Nazareth, a dire il vero, si
affermò immediatamente. Grazie ai legami di parentela che la sua famiglia
intratteneva in tutta la Galilea, la pubblicità necessaria, senza che Lei
dovesse aspettare che le cose andassero da sé, si diffuse a macchia d’olio.
Bastava guardare come si vestivano le sue sorelle. Poi c’era il prezzo: la
Vergine di Nazareth era una santa; se non avevi soldi, potevi pagarla quando le
cose ti avessero sorriso. Ti adattava il prezzo alle tue possibilità e non
mandava mai l’uomo in frac a reclamarti i soldi. Una vera santa. Naturalmente,
quando viene annunciato il suo matrimonio con il Falegname, tutti rimangono a
bocca aperta.
La Vergine si sposa!?
La verità è che
Giuseppe e Maria prima aspettarono che Cleofa si sposasse.
Il più giovane della
famiglia sposò Maria di Canaan, anch’essa del clan di Davide. Un anno dopo
Cleofa e Maria di Canaan diedero alla luce Giacomo. (Questo Giacomo sarebbe
diventato il primo vescovo di Gerusalemme. La Storia lo conosce come Giacomo il
Giusto, fratello del Signore, uno di loro, e che in seguito fu assassinato dai
suoi stessi fratelli di stirpe. Il destino dei fratelli di Gesù fa parte della
storia del cristianesimo. Un viaggio nei ricordi dell’affascinante avventura
dei primi cristiani, mi dispiace dirlo, va oltre la portata di questo racconto. Il fatto è che la sorte dei fratelli di Gesù fu segnata
nella Notte della Strage degli Innocenti. Non furono forse schiacciati i nipoti
di Giuseppe sotto i piedi della Fortuna? La Bestia perseguitava il Bambino e,
nell’impotenza di trovarlo, riversò fuoco dagli occhi contro tutti i suoi
familiari. Quanti nipoti uccisero a Giuseppe in una sola notte?
Quanti figli di Cleofa furono portati via? Come detto, in futuro, se Dio vorrà,
approfondiremo la tragedia dei famosi fratelli di Gesù, figli di Cleofa e di
Maria di Cleofa. Ebbene, l’anno successivo alla nascita di Giacomo il Giusto,
Cleofa e Maria di Canaan – Maria di Cleofa nel Nuovo Testamento – diedero alla
luce Giuseppe. E continuarono a dare alla luce cugini e cugine di Gesù.
IL NOMADE
Tra tutti i bambini di
Nazareth, a nessuno come a Cleofa piacque così tanto Giuseppe. Ma fin dal primo
giorno in cui Giuseppe arrivò a Nazareth. Non è falso che Giuseppe fece il suo
ingresso a Nazareth in modo spettacolare. Il suo cavallo iberico nero come la
notte e i suoi tre cani assiri cacciatori di leoni rompevano magnificamente la
monotonia. Poi c’era il cavaliere: un gigante in sella al suo Bucefalo, figlio
di Pegaso, il cavallo dei superangeli; i capelli né lunghi né corti, alla
cintura la stessa spada di Golia.
E lo straniero diceva
di essere un nomade in cerca di avventure per le province del regno.
I nazareni lo
guardavano e non riuscivano a crederci. Un nomade come tanti altri, all’avventura per
quelle vie di Dio in sella a un puledro di quella razza, bello come il cavallo
di un arcangelo in piena battaglia, scortato da tre belve, belle come cherubini
e temibili come draghi?
Quel gigante era un puro mistero. I suoi tratti
psicologici e fisici non coincidevano con l’immagine popolare del nomade senza
patria, sempre ubriaco, sempre litigioso, piuttosto magro, con le labbra rosse
da bevitore, il cervello bruciato dal sole e dal freddo. No, signore, quel
nomade non era uno come gli altri. I nomadi viaggiavano a dorso d’asino, nel
migliore dei casi su vecchie giumente, in compagnia di cimici, pulci e cani
randagi. No, signore, quel Giuseppe era un vero mistero.
Con o senza segreto, il fatto è che Cleofà, il
fratello minore della Vergine, si affezionò così tanto a quel nomade nato a
Betlemme che finì per vivere più nella tenda del Falegname che nella propria
casa.
Ma so che ciò che quel ragazzo desiderava più di
ogni altra cosa era realizzare il suo sogno di salire sul cavallo di Giuseppe e
trottare per le colline sollevando polvere di stelle negli occhi della sua
principessa azzurra. Cose da ragazzi!
Ed è proprio questo
che è successo. È successo proprio questo. Tutte le sorelle di Cleofà si erano
sposate. Tranne le sue due sorelle maggiori, Maria e Giovanna, che si erano
mantenute vergini dalla morte del padre. È la verità, tutte le sue sorelle si erano
già sposate, avevano messo su famiglia e avevano i propri figli. Lui, Cleofà,
era l’unico dei figli di Giacobbe di Nazareth che continuava a vivere nella
casa di sua madre.
Visto dall’esterno,
per chi non lo conosceva, Cleofa era il signorino del paese, il figlio viziato
delle sue sorelle vergini. Mentre tutti i ragazzi si dedicavano ai lavori nei
campi, il signorino Cleofa viveva come un principe senza sapere cosa fossero la
falce e la falcetta. Quindi, se trascorreva la giornata nella falegnameria di
Giuseppe, non era perché avesse bisogno di guadagnarsi da vivere. Niente
affatto. Se aveva deciso di diventare suo apprendista, non era perché il
fratello della Vergine dovesse imparare un mestiere. Ciò che davvero affliggeva
Cleofás era salire di rango agli occhi del Falegname, guadagnarsi la sua
fiducia e ricevere il permesso di fare il grande salto, salire in groppa a quel
cavallo iberico e concedersi il piacere di vedere il mondo in sella a quella
creatura magica.
E così fu. Cleofás
passò da chierichetto a frate, e lì percorreva il suo mondo di festa in festa
in sella al meraviglioso cavallo del suo capo. Ai vicini del paese dava
fastidio che il Falegname desse così tanta libertà al ragazzo. Un cavallo del genere non
si presta, e men che meno, per così dire, a un bambino.
La risposta di José ai sospetti dei suoi nuovi
vicini fu quella di prestare al suo apprendista, oltre al cavallo, due dei
«suoi cuccioli». Ogni volta che mandava il suo aiutante e apprendista falegname
in un villaggio vicino, José gli dava come compagni di viaggio un paio dei suoi
cuccioli, due cani in via di estinzione che un tempo gli erano stati regalati
dai suoi padrini babilonesi.
Cleofà inizia portando un incarico al villaggio
vicino a cavallo, naturalmente. E finisce per considerare il cavallo del suo
padrone come proprio quando, in occasione di qualche festa locale, una festa
della vendemmia per esempio, le sue sorelle sposate reclamano la sua presenza.
Fu così che Cleofà conobbe Maria di Canaan, la futura madre dei suoi figli… i
famosi fratelli di Gesù.
Cleofà e sua moglie si conobbero, si sposarono, si
stabilirono nella casa della Figlia di Giacobbe e ebbero i loro figli.
Diciamolo chiaramente: la «Carpenteria del Nomade»
non era una multinazionale del mobile né aspirava a diventare leader del
settore, ma per Cleofà Giuseppe era il migliore. Innamorato e padre dei suoi
bambini, la bottega del suo capo era tutto ciò che aveva, e Cleofà era disposto
a darsi da fare fino allo sfinimento pur di non vederla fallire. Del resto, il
suo capo era un uomo strano. Non era mai a corto di soldi. Che vendesse o meno,
riusciva sempre a portare a casa lo stipendio. E non lo assillava nemmeno con i
suoi problemi. Mai! In realtà, l’unico problema che José aveva era quello di
non avere una moglie. Non si sapeva nemmeno di nessun pretendente. No, non per
mancanza di donne. No. Era lui, José. Non aveva una moglie perché Dio non
gliel’aveva ancora data. E José lo diceva con il mistero di chi ha un segreto
inconfessabile.
«Dio provvederà, fratello, Dio provvederà…»,
rispondeva José al ragazzo.
Poco dopo la nascita di José, suo nipote, il secondo
dei figli del suo fratello minore Cleofas, la Vergine Maria di Nazareth conclude
il lutto per la morte di suo padre.
La Vergine ha vinto. Ha fatto un voto e lo ha
mantenuto. Ora è libera di sposarsi; e sposandosi adempirà al giuramento che
suo padre fece al Signore e che non poté mantenere perché la Morte gli si mise
di traverso.
Davanti a testimoni sacri, Giacobbe di Nazaret
giurò un tempo, sulla culla della sua primogenita Maria, legittima erede del re
Salomone; giurò sulla propria vita Giacobbe ben Salomone che avrebbe dato in
sposa sua figlia solo al figlio di Eli, figlio di Resa, figlio di Zorobabele,
figlio di Natan, profeta, figlio del re Davide.
Poco dopo la nascita del secondo figlio di Cleofa,
Giuseppe il falegname chiese la mano di sua figlia Maria alla vedova di
Giacobbe. La vedova accettò la richiesta e, poco dopo, furono firmati i
documenti del contratto di matrimonio tra Maria, figlia di Giacobbe, figlia di
Matán, figlia di Abiud, figlia di Zorobabele, figlia di Salomone, figlia di
Davide, re, e Giuseppe, figlio di Eli, figlio di Resa, figlio di Zorobabele,
figlio di Natan, figlio di Davide, profeta.
La notizia delle nozze di Giuseppe il falegname e
della Vergine Maria fece scalpore a Nazareth.
«La Vergine si sposa».
«Con il falegname? Lo sapevo.»
La fidanzata era una partita eccezionale. Padrona
della casa sulla collina, proprietaria dei migliori terreni della zona,
fondatrice della sartoria di Nazareth che vendeva gli abiti da sposa più belli,
eleganti ed economici della regione.
Chi era lo sposo? Un signor Nessuno di Betlemme,
un nomade in cerca di avventure che aveva trovato ciò che cercava. Chi avrebbe
mai pensato che proprio dove tanti ottimi partiti avevano fallito avrebbe
trionfato uno straniero senza futuro!
Quindi, se da parte di madre il nostro Gesù è l’erede
di Cleofa di Gerusalemme, dottore della Legge, suo nonno, e da parte di madre
gli appartengono anche tutte le proprietà di suo nonno Giacobbe di Nazaret, stiamo
parlando allora di un giovane ricco di nome Gesù di Nazaret. O forse credete che Colui che chiese al giovane ricco di lasciare tutto e
seguirlo non abbia compiuto Lui stesso questo atto di rinuncia e abbandonato
tutte le sue proprietà?
Figlio dei suoi
genitori, durante il suo mandato il nostro Gesù portò l’economia della sua
famiglia al massimo splendore di agiatezza e prosperità. Durante i giorni in
cui fu a capo della Casa di sua Madre, le cantine si riempirono di vini
eccellenti, i magazzini traboccavano di grano, olio, olive da tavola, fichi,
melograni, latte, carne e pesce che gli venivano portati dal Mare di Galilea a
casa sua, quando il nostro Gesù non andava personalmente a prenderlo. I vini
dei vigneti di Gesù di Nazaret venivano venduti in tutta la Galilea; pochi ma
eccellenti, i migliori. Ti rallegrano il cuore e non ti rendono mai aggressivo;
il giorno dopo ti alzi con la mente lucida e l’anima viva. «Vino di Nazaret,
vino di Bacco», dicevano i romani della guarnigione di Seforis, a due ore di
distanza.
I nonni paterni di sua
Madre, Elisabetta e Zaccaria, lasciarono in eredità alla figlia di Anna, la
vedova di Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, le loro proprietà, sia
all’interno che all’esterno di Gerusalemme.
L’erede naturale di
Zaccaria e Elisabetta era Giovanni. Prima della nascita di Giovanni Battista,
poiché non si aspettavano di avere figli, Elisabetta e Zaccaria lasciarono in
eredità tutto ciò che possedevano alla madre di Maria. Questo testamento non fu
mai revocato a causa della morte violenta di Zaccaria e della scomparsa di
Elisabetta e Giovanni nelle grotte del Mar Morto.
Così, nella Gerusalemme del denaro, il Giovane
Nazareno era conosciuto come si conosce un mistero. In realtà nessuno sapeva
chi fosse. Su una cosa tutti sembravano concordare: quel Gesù di Nazaret,
figlio della Signora Maria, era un giovane dotato di una prudenza e di una
saggezza superiori alla norma per un uomo della sua età. Gestiva
il denaro, ma non gli interessava il potere. Era abituato a comandare e a farsi
servire, eppure rimaneva celibe. Era colto, parlava le lingue dell’impero;
credete che gli abbiano messo a disposizione un interprete per parlare con
Pilato? Sapeva scrivere e aveva un talento per gli affari. Sua Madre era il
punto debole del giovane nazareno. Ma a chi non si perdona questo?
MATRIMONIO E NASCITA
DEL BAMBINO
Maria e Giuseppe si fidanzarono. La regola
generale era che il padre dello sposo andasse a parlare con i genitori della
sposa del desiderio del figlio di sposarla. Si discuteva della dote e si
concludeva l’accordo. Nel caso di Giuseppe e Maria fu lo stesso Giuseppe a
parlare con la madre della sposa chiedendole la figlia in moglie. La madre
della sposa accettò e fu firmato il contratto di matrimonio.
A quei tempi la tradizione imponeva un anno di
fidanzamento dalla firma del contratto fino al giorno delle nozze. Dopo un anno
avrebbero potuto sposarsi. Durante l’anno di fidanzamento, tuttavia, i
fidanzati erano vincolati alla legge sull’adulterio. Era la norma, ma in nessun
caso una legge sacra. Mosè non aveva dato alcun precetto relativo al divieto di
sposarsi immediatamente dopo la firma del contratto matrimoniale. Erano stati
gli stessi ebrei a imporsi quell’anno di attesa.
Non si sa se fosse colpa di Dio per essere stato
così indulgente, ma il fatto è che, non contenti della montagna di leggi che
Egli aveva loro dettato, si sono caricati sulle spalle un’altra montagna di
prescrizioni, leggi, tradizioni, comandamenti, norme canoniche e chissà quanti
altri obblighi. Quindi, trattandosi di leggi “vere e proprie”, nessuno si
scandalizzava se capitava che le procedure venissero accelerate a causa di…
debolezza della carne? Il
bambino nasceva a sette mesi. Ma va bene, non è nemmeno il caso di sollevare un
polverone. Un matrimonio celebrato come si deve non rimedia forse al peccato?
Certo che sì!
Il rovescio della medaglia era che, pur non
essendo una legge, la debolezza della carne poteva costare la vita se il
peccato non era stato commesso dallo sposo. In questo caso, tutto il peso della
legge sull’adulterio ricadeva sulla sposa. Giudicata adultera, pagava la sua
debolezza con la pena di morte… per lapidazione pubblica.
Per molte altre ragioni un contratto matrimoniale
poteva essere sciolto. Non era comune, ma capitava. Incompatibilità di
caratteri, per esempio. Si restituivano i soldi e ognuno se ne andava per la
propria strada.
Nel caso più comune, la gravidanza durante l’anno
di attesa, non si arrivava nemmeno alle maniere forti. Sono
giovani, ma ben venga il nipotino. Che colpa ne hanno i ragazzi! Banchetto di
nozze, festa in grande stile, chi se ne importa, il bambino nascerà al settimo
mese. E allora? Gloria a Dio. Chi bene comincia, bene finisce, è questo che
conta.
Il caso della Vergine
era di natura diversa. Un giorno – confessò Lei agli Apostoli – le apparve
l’angelo di Dio, e il giorno dopo era già in stato di grazia. Gli Apostoli lo
raccontarono ai loro successori, questi ai propri, e così la Confessione della Vergine
continua a tramandarsi di bocca in bocca.
«Concepire per opera e
grazia dello Spirito Santo» si dice molto in fretta.
«Sono incinta per
opera e grazia dello Spirito Santo!», dovette confessare la Vergine a se stessa
in uno di quei giorni.
Nessuno crederà che la
Vergine sia corsa via tutta felice gridando a tutto il mondo la storia
dell’Annunciazione. Non è una cosa che capita tutti i giorni. Infatti, in tutta la
storia universale l’umanità non ha mai conosciuto un evento simile. Il caso più
simile a un «concepimento soprannaturale» della natura di cui ci parlano i
Vangeli lo troviamo nel mondo delle mitologie. La madre di Alessandro Magno andava
in giro dichiarando apertamente di aver concepito suo figlio con uno degli dei
del mondo classico. Che fosse per rispetto verso sua madre o
per orgoglio, suo figlio mantenne la sua origine semidivina. A quanto mi
ricordo, è il caso più simile a quello che la Vergine ha posto sul tavolo dei
secoli.
Beh, perché no? Il Dio
degli ebrei aveva compiuto molte opere straordinarie dai tempi di Mosè a quelli
di Maria. Le Scritture profetiche annunciavano da secoli il concepimento di un
Bambino nato da una Vergine: «Emmanuele, Dio con noi». Come esempio di fantasia
portata al suo massimo livello di immaginazione e genio, il fatto che il Dio
che ha creato i Cieli e la Terra possa compiere un'opera di questa natura è
all'altezza dell'immagine che i figli di Adamo ed Eva si erano fatti della sua
natura. Perché mai uno degli attributi che vengono attribuiti al Dio di Mosè –
onnipotenza, onniscienza – non dovrebbe essere in grado di mettere in scena un
evento così incredibile?
OK, Maria, ora corri a
spiegarlo a tua madre. Corri, cerca tuo marito, digli che sei la Vergine che
doveva concepire quel Figlio «nato per portare sulle spalle il mantello della
Sovranità, e per essere chiamato Principe meraviglioso, Dio forte, Padre eterno».
Santo cielo, che
fortuna!
E ora siediti ad
aspettare e confida che tuo marito ti dica «Alleluia, Amen, Alleluia», salti di
gioia, ti sollevi tra le braccia e ti ricopra di baci.
Non ti basta ancora?
Beh, allora vai a raccontarlo alla tua cara sorella, e pensa che tua sorella
Giovanna ti ama più del fiume Giordano, più del Mare dei Miracoli, più dei
Monti di Galilea. Dai, Maria, vai, corri a dirglielo.
Lo dico perché – a
prescindere dall’opinione di tutti – sono passate le settimane ed è successo
ciò che doveva succedere. La Vergine ha iniziato ad avere strani capogiri; le
veniva e le andava. Sarà stata l’emozione? Sarà stato il caldo? No, ragazza
mia, sono i sintomi tipici delle donne incinte.
Di qualsiasi altra
donna al mondo, le vicine avrebbero potuto aspettarsi che un uomo solido come
una rocca, come José il Falegname, avesse conquistato prima del matrimonio la
fortezza della virtù della sposa. Di qualsiasi altra donna, certo che sì, ma della
Vergine Maria… alle vicine non passava nemmeno per la testa.
Il fatto è che, per
quanto fosse difficile da accettare, dovettero arrendersi alle prove.
«Che il Signore te lo dia sano, figliolo», con
queste parole e altre simili i vicini si congratularono con lo sposo, un
Giuseppe che non capiva a cosa si riferisse l’allusione. La verità è che non ci
arrivava. L’uomo pensava che gli stessero anticipando le benedizioni.
«Che sia un maschio, e che il Signore ve lo
conceda sano, signor José», continuavano a stuzzicarlo le vicine. Il signor
José continuava a non capire.
È la verità: poche settimane dopo l’Annunciazione
la sposa iniziò a mostrare i classici sintomi delle future mamme. Vertigini
improvvise, vampate di calore senza motivo. Trattandosi di qualcosa che non si
può controllare, la Vergine non poté fare a meno di essere colta di sorpresa.
Tuttavia, l’ultima cosa che poteva fare era chiudersi in casa, nascondersi.
Doveva andare avanti con la sua vita; continuare a vivere come al solito era il
modo migliore per non confermare né smentire le voci delle vicine. Almeno fino a quando non si fosse decisa a raccontare la verità a sua
madre.
La madre della Vergine
ci mise un po’ a capire la situazione. Fu, a parte Giuseppe, l’ultima persona a
venire a conoscenza della voce che aveva iniziato a scandalizzare le vicine.
Agli occhi della
Vedova, l’immacolata castità di sua figlia continuava a essere inaccessibile
alle passioni umane proprio come lo era stata prima del fidanzamento. Fatta
eccezione per l’accesso più libero del fidanzato alla casa della fidanzata, e
per il fatto che tale libertà fosse condizionata alla necessaria presenza di un
familiare della fidanzata tra lei e il fidanzato, sua figlia Maria continuava a
vivere la sua vita esattamente come prima, quella vita che aveva reso famosa la
Vergine di Nazareth da un capo all’altro della Galilea. Come sospettare
qualcosa di male di sua figlia!
«Che il Signore ti dia
il nipotino più bello del mondo», le dicevano le vicine alla Vedova.
«La tua Maria se lo
merita tutto; speriamo che il bambino assomigli al nonno Giacobbe, che riposi
in gloria», e, nel caso in cui la Vedova non se ne fosse accorta, continuavano
a stuzzicarla.
La Vedova era di Gerusalemme, era cresciuta in un
altro ambiente. Ma non era sciocca. Se non si fosse trattato di sua figlia, la
Vedova avrebbe scommesso un occhio del proprio viso che quella donna era
incinta da tante e tante settimane. Il problema era che non le entrava in testa
l’idea che la sua Maria potesse essere incinta.
La fede e la fiducia che la Vedova riponeva nella
figlia maggiore erano così grandi da accecarla. Grazie a Dio, alla Vedova cadde
la benda dagli occhi prima che a José. Alla fine la Vedova dovette ammetterlo,
anche se sua figlia non lo confermava né lo negava.
«Che ti succede, figlia mia?», le chiede la madre.
«Niente. È il caldo, mamma», le rispose la figlia.
Il dilemma della vedova iniziò quando le vicine
cominciarono a parlare di cose gravi… adulterio. Non
glielo dissero in faccia, ma tra donne e vicine, si sa, le parole non mancano
mai. Così la
vedova cominciò a spaventarsi.
«La mia María è in stato di grazia. Com’è possibile?», finì per confessare la vedova.
E la sua adorata
figlia non confermò né smentì. Disperata per il silenzio della figlia, andò a
trovare il genero, affinché rispondesse a questa semplice domanda: bisognava
anticipare la data del matrimonio?
E così fece. La Vedova
andò a cercare «suo figlio» José. Portare José al nocciolo della questione le
sarebbe costato un bel po’. Poiché non sapeva in quale situazione si trovasse, né
quale fosse il suo ruolo nella storia, la Vedova si disse che doveva portare
José al nocciolo della questione senza svelargli il nocciolo del problema. Una
cosa davvero strana. Bisognava affrontarlo, il problema era farlo senza
allontanarsi mai dal nocciolo della questione. Astuta come solo lei sapeva
essere, senza dirglielo esplicitamente, la Vedova gli avrebbe spiegato a parole
tutto ciò che c’era da dire: sua moglie era incinta, cosa avrebbe dovuto dire
lui, lo sposo?
Dopo aver girato a lungo intorno all’argomento, la
Vedova capì che o José stava recitando alla perfezione la parte dello stupido –
un lato che non conosceva del suo santo genero – oppure semplicemente José non
sapeva proprio nulla e non capiva di cosa gli stesse parlando la suocera.
José la guardava con una naturalezza così
innocente da ogni colpa che la Vedova cominciò a non sapere più dove si
trovasse. Per un attimo le sembrò che la terra le si stesse aprendo sotto i
piedi e non sapesse cosa fosse meglio: lottare o lasciarsi inghiottire. Persino
l’anima le tremava dal freddo sotto l’effetto del brivido che le penetrava
nelle ossa man mano che la verità diventava sempre più opprimente. Suo genero
non sapeva proprio nulla e lei sapeva solo che doveva uscire da quell’inferno,
doveva parlare con sua figlia e farsi spiegare, per l’amor di Dio, cosa stesse
succedendo.
Cosa stava succedendo?
Era accaduto qualcosa
di incredibile da credere, era successo qualcosa di impossibile da raccontare.
Intere generazioni e gli stessi secoli si sarebbero divisi in due, come si
divide la corrente di un mare che incontra nel suo letto una gigantesca pietra
angolare. E sua figlia, senza riuscire a trovare il modo di rivelarle la storia
dell’Annunciazione.
Maria non trova il
momento giusto. Beh, un momento vero e proprio, in realtà ce n’era. Lei e sua
madre erano solite sedersi insieme a cucire. In quei momenti parlavano e
parlavano. Parlavano di tutto. Oppure rimanevano semplicemente in silenzio.
In quel silenzio che
negli ultimi giorni si era instaurato tra madre e figlia battevano due cuori
sul punto di spezzarsi in mille pezzi. La madre vorrebbe chiederlo a sua
figlia: «Sei incinta, figlia mia?», ma non trova il modo di farlo. La figlia vorrebbe
risponderle con un «Sì, mamma mia», un «Sì» meraviglioso, divino, ma non
trovava il momento giusto.
Il fatto è che il
Bambino stava crescendo nel suo grembo, che i segni della sua gravidanza
diventavano ogni giorno più evidenti, che se Giuseppe lo avesse saputo dalla
bocca dei vicini… Non voleva nemmeno pensarci.
Aveva bisogno di
rivelare la verità a sua madre. Sua madre era l’unica persona al mondo a cui
poteva affidare un Mistero così grande. Doveva farlo, ma poiché non riusciva a
trovare il modo, il momento giusto non arrivava mai.
E così accadde che,
uno di quei giorni, madre e figlia si sedettero una di fronte all’altra.
Entrambe sapevano che era giunto il momento, che quello era il momento giusto.
La prima a parlare fu la Vergine.
«Mamma, credi che Dio possa tutto?», le chiede con
grande tenerezza.
«Figlia mia», sospirò la Vedova, che voleva solo
andare dritta al punto: “Sei incinta, figlia mia?”, ma non riusciva a dirlo.
«Lo so già, madre. Mi dirai: Dio è il nostro
Signore, come potremmo noi misurare la forza del suo Braccio? E io sono, madre
mia, la prima a ripetere le tue parole. Ma quello che voglio dire è: il suo
Potere finisce dove iniziano i limiti della nostra immaginazione o è proprio
dall’altra parte che inizia la sua Gloria?».
«Cosa vuoi dirmi, figlia mia, non ti capisco»,
intrappolata in una direzione diversa da quella che moriva dalla voglia di
intraprendere, la madre della Vergine cerca di dominare i nervi del suo cuore,
«Neanch’io so bene come arrivare dove voglio né
cosa intendo dire. Abbia pazienza con me, madre. Da qui andremo in Paradiso e
da lassù le cose della Terra non ci toccheranno; quindi ciò che ci resta da
fare è cercare di scoprire la natura del Dio che ci ha chiamati a sognare il
Paradiso mentre siamo qui sulla Terra. Non è forse vero che Dio può trasformare
le pietre in figli di Abramo? Ma quello che mi chiedo è se, parlando in questo
modo, ciò che il profeta ha voluto farci capire è che abbiamo la testa dura
come una pietra. Può una pietra conoscere Dio? Tra un uomo che non vuole
conoscere Dio e una pietra, qual è la differenza?».
«Dove vuoi portarmi, figlia mia?», la Vedova, come
può, trattiene la sua impazienza.
«A un fatto meraviglioso, madre. Ma poiché non
conosco la strada, non si arrabbi con me se esploro da sola, come quegli
alpinisti che affrontano per la prima volta una parete vergine. L’unica cosa
che mi può capitare è che, sopraffatta dalla mia ignoranza, cada ai suoi
piedi».
«Non dire così, figlia
mia. Non sei sola, anche se sono anziana ti seguirò. Sì,
Maria, so che la gloria di Dio inizia dove finisce l’immaginazione dell’uomo.
Continua».
La Vergine prese allora una direzione
apparentemente ancora più opposta, dicendo:
«Madre, cosa le ha detto il messaggero di mio
nonno Zaccaria? Perché non hai voluto ancora raccontarmelo? Perché non mi
hai mandata a casa di mia nonna Elisabetta? Ora che puoi, rispondimi: il nostro
Dio può o non può far sì che degli anziani diano alla luce un figlio?».
La Vedova e Giuseppe
non avevano ancora voluto rivelare a Maria la natura del messaggio che Zaccaria
ed Elisabetta avevano loro inviato poco prima; infatti la Vedova aveva deciso
di mandare loro Maria. La questione dello stato di grazia in cui si era improvvisamente
trovata sua figlia le cancellò dalla mente ogni altra cosa.
Infatti, il messaggero
che Zaccaria e Elisabetta avevano inviato a Nazareth descrisse alla Vedova e a
suo genero, dettaglio per dettaglio, ciò che era accaduto a Zaccaria nel
Tempio. Soprattutto
l’immagine del bellissimo angelo che aveva punito la mancanza di fede di
Zaccaria privandolo della parola.
Signore! Sua figlia
Maria gli stava descrivendo quell’angelo come se lo avesse visto con i propri
occhi. Com’era possibile?
In linea di principio,
era impossibile. Il messaggero di Elisabetta e Zaccaria non aveva parlato con
Lei mentre era a Nazareth. Certo, avrebbe potuto raccontarglielo Giuseppe.
Glielo aveva
raccontato Giuseppe? Giuseppe le aveva dato la sua parola che non sarebbe stato
lui a dare la notizia alla sua Maria. La parola di Giuseppe, la vedova lo
sapeva, era legge pura e limpida come i ruscelli d’oro. Non la infrangeva mai.
No, nemmeno Giuseppe le aveva ancora detto nulla.
Si stava chiedendo
come sua figlia l’avesse saputo, quando il suo cuore tornò al ricordo del
giorno in cui sua figlia aveva fatto il Voto di Verginità.
Allora, in quei
giorni, la Vedova si era chiesta perché il favore del Signore sulla sua casa si
fosse esaurito, perché avesse voltato loro le spalle come chi abbandona il
bottino al nemico. Nel
segreto del suo cuore la Vedova rimase intrappolata nelle reti del dilemma di
Giobbe. Ma a differenza del santo, non trovò subito la risposta. Né la trovò negli anni trascorsi dalla morte di suo marito fino a quel
giorno.
Era giunto il momento
di conoscere il motivo per cui il Signore le aveva portato via suo marito
proprio allora. Meravigliata, assorta, fuori dal mondo, con il suo essere che
fluttuava sulle stesse onde che un giorno sarebbero diventate colline sotto i
piedi dello Spirito di Dio, la Vedova continuò a guardare sua figlia con gli
occhi fissi sulle sue parole.
Allora la Vergine cambia nuovamente argomento.
«Madre», le dice, «Dio non ha forse giurato che un
figlio di Eva avrebbe schiacciato la testa al Serpente?».
«È vero», le risponde la Vedova con la voce persa
da qualche parte nell’infinito in cui il suo sguardo era rimasto intrappolato.
«E i nostri libri
sacri non dicono forse anche che, tra tutti gli uomini che sono esistiti sulla
faccia della terra, non ne è mai nato uno grande quanto Adamo?», proseguì
Maria.
«Così mi ha insegnato mio padre, e così ti ha
insegnato il tuo. Ti ascolto, figlia mia».
Maria proseguì:
«Quando Dio ci promise
la nascita di un Figlio destinato a portare sulle spalle la sovranità, pensava
forse al Campione che avrebbe suscitato tra noi per liberarci dal dominio del
Serpente?».
«Certo che pensava».
«Ma se il Maligno ha
sconfitto una volta l’uomo più grande che il mondo abbia mai conosciuto, non ha
forse ragione il santo Giobbe nel presentarci l’assassino di nostro padre Adamo
davanti al Trono dell’Onnipotente, tutto tranquillo mentre aspettava il prossimo?».
«Certo che aveva
ragione».
«Certo che sì. Chi ha
sconfitto l’uomo più grande del mondo, perché non avrebbe dovuto sconfiggere il
Figlio dell’Uomo?».
La Vergine abbassa lo
sguardo e respira mentre infila ago e filo. Sua madre rimane a guardarla senza
dire una parola. Poco dopo Maria tornò di nuovo sul campo di battaglia.
«Allora, madre, mi dica lei: Dio ha forse giurato
il falso? Voglio dire, a chi stava pensando il Signore quando fece
quel giuramento benedetto? Davide non era ancora nato; nemmeno il nostro padre
Abramo. Con il suo figlioletto morto, nostro padre Adamo ai suoi piedi
onnipotenti che si dissanguava, a quale Campione stava pensando il nostro Dio
quando ci promise con giuramento eterno che un figlio di nostra madre Eva
avrebbe schiacciato la testa del Maligno?”.
Questa volta fu Maria
a fissare intensamente sua madre. Quest’ultima, guardando il volto della
figlia, capì solo una cosa: che sua figlia era incinta. La dolcezza sul volto,
la tenerezza nelle parole, lo splendore negli occhi. Le bastava dirle: «Madre,
sono in stato di grazia»; e invece di andare al sodo, senza nemmeno rendersi
conto di come sua figlia l’avesse condotta in cima a una montagna da cui si
vedeva il futuro del mondo secondo la donna nata per essere la Madre del
Messia, quel figlio della Promessa che doveva nascere per schiacciare la testa
al Maligno.
«A chi stava pensando
Dio il giorno in cui, sul sangue di suo figlio Adamo, giurò la Nascita del
Campione per mano del quale avrebbe ottenuto Vendetta?», pensò ad alta voce la
Vedova. «Figlia
mia, non sarò io a porre limiti alla gloria del mio Creatore. Voglio solo che
me lo dica tu».
«Ricordi, madre, ciò che scrisse il profeta?: Una
Vergine darà alla luce un Figlio che sarà chiamato Dio con noi».
Maria abbassò di nuovo
lo sguardo. Poi alzò la testa e guardò sua madre dritto negli occhi.
«Madre, quella Vergine
la hai davanti a te. Quel Bambino è nel mio grembo», le
confessò.
Mentre sua figlia le
rivelava l’episodio dell’Annunciazione, la Vedova rimase a guardarla con lo
sguardo di chi sta contemplando il Cuore di Dio nel giorno dell’omicidio di suo
figlio Adamo.
Al termine, ispirata
dall’amore immenso che nutriva per sua figlia, la Vedova si riversò in
benedizioni:
«Sia benedetto Dio,
che ha scelto la figlia di mio marito per portare la sua salvezza a tutte le
famiglie della terra. La sua Onniscienza risplende come un sole inaccessibile
che, tuttavia, tutti credono di poter raggiungere con la punta delle dita. Stringe, ma non soffoca; colpisce, ma non affonda coloro che ama. Sia benedetta la Sua Prescelta, colei che Egli ha formato fin dal grembo
dei suoi genitori per consegnare il Suo Salvatore a tutti i popoli della
terra». E subito dopo disse così a sua figlia: «Benedette saranno tutte le
famiglie della terra nella tua innocenza, figlia mia. Ma ora, Maria, farai ciò
che ti dirò. Farai questo, questo e questo».
Il problema successivo
era Giuseppe. Di Giuseppe se ne sarebbe occupata lei, la Vedova. Ciò che la
Madre del Messia doveva fare era partire immediatamente e rimanere nella casa
di Elisabetta e Zaccaria finché il Signore non lo avesse disposto.
E così fu. La Vedova
prese da parte suo genero e gli raccontò punto per punto tutta la verità. Non
gli raccontò l’Annunciazione come chi deve nascondere qualcosa e abbassa lo
sguardo per la vergogna. Niente affatto. Ovviamente lo fece con l’umiltà e la certezza
di chi sa che l’Evento avrebbe causato a Giuseppe un dilemma angosciante, sul
quale avrebbe dovuto trionfare, e avrebbe trionfato, ma per il quale avrebbe
inevitabilmente dovuto attraversare un vero e proprio inferno.
E così fu. Giuseppe ne
uscì vincitore.
Tuttavia, come potrete
immaginare, dopo l’Annunciazione Giuseppe trascorse un periodo sprofondando
moralmente in un limbo di sabbie mobili. Cosa era andato storto all’ultimo
momento? Come aveva potuto una donna della levatura morale e della forza
d’animo di Maria lasciarsi ingannare da…?
Da chi? Senza che
nessuno lo volesse, Lei era sotto sorveglianza tutto il giorno. Quando non era con sua
madre era con i suoi nipoti, quando non era in bottega con le sue operaie era
con la famiglia dei fratelli di suo padre. Il Signore aveva intessuto attorno a
Lei una rete di relazioni così totalizzanti che la sola idea dell’adulterio era
un’offesa.
E poi c’era Lei,
Maria. Lei era, in carne e ossa, la migliore difesa che Dio avesse cercato per
la Madre di Suo Figlio.
«L’ha detto e noi non
ci abbiamo creduto: una Vergine concepirà e darà alla luce un Bambino», dicendo
questo Giuseppe vide la luce e se ne andò di corsa. Tornò da sua moglie, si
celebrò il matrimonio e tutti si dimenticarono dell’incidente.
Un ricordo, tuttavia,
rimase. Mi riferisco a quell’altro episodio tra Gesù e i farisei.
I farisei e i sadducei
si stancarono di sentire dire che Gesù di Nazaret era il Figlio di Davide. Non
sapendo da dove attaccarlo, indagarono sul suo passato. Mettevano il dito nella
piaga e scoprirono quello strano episodio della scomparsa di sua Madre durante
i primi mesi di gravidanza, e di come Giuseppe fosse andato di persona a
cercarla… per…
«Ahhhh, ecco il suo
tallone d’Achille»…
Con quest’arma segreta
nascosta nella manica, i farisei condussero Gesù sul tema della primogenitura e
dell’unicità di discendenza. Allora uno qualsiasi tirò fuori il manuale dei
colpi bassi e sferrò la bomba.
«Il nostro padre è
Abramo, chi è il tuo?»
A Gesù salì alla testa il zelo che lo consumava
per sua Madre.
«Siete figli del Diavolo», rispose loro con la
forza di un uragano che gli si era compresso in gola.
Solo un’altra volta, solo in un’altra occasione di
cui ormai non vogliono più ricordare, videro il Figlio della Vergine con i
raggi che gli uscivano dagli occhi. E non si fermava più, non si
arrestava più finché non avesse riversato nel fiume della sua ira l’ultimo
atomo della collera dell’Onnipotente.
D’ora in poi, tra Lui
e loro, la partita si sarebbe giocata a testa o croce. Testa, Lui li avrebbe
portati via davanti a sé. Croce, avrebbero pagato il loro debito.
IL BAMBINO GESÙ AD
ALESSANDRIA DEL NILO
Poco dopo questi
avvenimenti, Giuseppe il falegname e suo cognato Cleofa presero le loro
famiglie, acquistarono i biglietti e si imbarcarono per Alessandria del Nilo.
Su questa vicenda
della Fuga è sempre aleggiato il mistero. Dal punto di vista documentale, la
verità è che da nessuna parte esistono indizi che Alessandria del Nilo sia
stata il luogo scelto da Giuseppe per salvare il figlio di Maria dalla
persecuzione contro il Bambino decretata da Erode. Pertanto, se mi si mette
alle strette, l’autore di questa Storia potrebbe essere accusato di inventarsi
la destinazione dei fuggitivi per soddisfare esigenze letterarie. Il che, in
una certa misura, mi sembra logico. Io stesso non posso dimenticare che
l’iconografia classica al riguardo è piuttosto scarsa, persino prudente direi;
e oserei persino confessare che si tratta di una prudenza che rasenta la
codardia.
La scelta di
Alessandria del Nilo non fu casuale da parte di Giuseppe; né lo è da parte di
chi in queste pagine ne ricostruisce i movimenti. Fortunatamente o
sfortunatamente, l’unica prova che posso fornire è la testimonianza di Dio. Per
, naturalmente, il «purtroppo» è solo un modo di dire. Per chi conosce Dio, una
sola sua parola vale più di tutti i discorsi di tutti i saggi dell’universo
riuniti in un’infinita serie di disertazioni. Purtroppo, però, la parola di Dio non vale
per tutti.
Il fatto è che l’unica prova reale che la Storia
ci offre in merito è la testimonianza di Dio, quella del «Ho chiamato mio
figlio dall’Egitto».
Prima di me sono stati in molti a mettere le mani
sul fuoco in difesa della risposta affermativa che la questione merita. Dalle
distanze apocrife di chi non crede, tuttavia, sono due le obiezioni
insuperabili contro le cui mura a prova di bomba si infrange la nostra
retorica. Una è che quella frase «Dall’Egitto ho chiamato mio Figlio» fu
scritta molto prima che alcuno degli avvenimenti che narriamo avesse ancora
avuto luogo, per cui fermarsi a credere che secoli e secoli prima della Nascita
la Fuga fosse già stata predisposta per entrare nel programma messianico, a
dire il vero, è davvero chiedere troppo.
L’altra obiezione è che quella nota profetica non
fu scritta «a futuriori» ma a posteriori. Secondo questi geni, non sarebbe la
prima volta che gli ebrei falsificano i propri testi sacri. Non lo facevano
forse da secoli? Ninive cadeva e loro venivano a scrivere sulle sue rovine che
l’avevano già predetto. E come Ninive, tutte le altre cose. Anche il profeta
Daniele vide l’ascesa al potere di Ciro il Grande. E persino la caduta del suo
impero sotto gli zoccoli del cavallo di Alessandro Magno. Per l’amor di Dio,
chi volevano ingannare? Esiste forse una nazione più stolta di quella che
inganna se stessa?
Insomma, questa tesi secondo cui i testi profetici
sarebbero stati redatti a posteriori si è guadagnata molti seguaci nei suoi
giorni di gloria. Tralasciando la loro astuzia, com’è naturale per chi è stato
immunizzato contro l’astuzia dei geni, noi altri, che continuiamo a sostenere
il valore divino dei testi profetici, continuiamo a sostenere che tali modi di
pensare sarebbero logici in un pensatore antico, perché pretendere di adeguare
il pensiero del Creatore a quello della creatura – che è ciò che si fa negando
l’onniscienza divina come fonte delle Scritture – significa negare ciò che
separa la creatura dal suo Creatore.
A livello di gioco è vero che alcuni uomini vedono
il futuro. Nelle stelle, nei dadi, nei fondi di caffè e, soprattutto, in una
pallottola con un nome scritto sopra. A livello di realtà, la natura umana è
ben lontana dal potersi attribuire un simile attributo.
Questo da una parte.
D’altra parte, non è forse vero che la storia la
scrivono i vincitori? Ebbene, se fosse così, qualcosa deve non funzionare nel
sistema quando la vediamo scritta da un popolo di perdenti. Persero contro gli
egiziani. O c’è ancora qualcuno che crede che si passi dalla libertà alla
schiavitù senza combattere una battaglia terribile? Combatterono
contro gli Assiri e persero la guerra. Furono nuovamente schiacciati dai Caldei
di Nabucodonosor. Persero contro Roma. Furono nuovamente ridotti in schiavitù
dagli arabi. Curioso,
molto curioso, che la memoria storica di mezzo pianeta si basi sulle gesta
belliche del popolo perdente per eccellenza, quello ebraico!
Direi che la Storia si scrive da sola al ritmo con
cui Dio usa la mano dell’uomo come penna. Dio, il nostro Creatore, intinge la
penna nel nostro sangue e scrive il nostro futuro secondo la sua onniscienza,
prescienza e genio creativo. In altre parole, noi non vediamo il futuro, mentre
Dio non solo lo vede, ma lo scrive. Ora, se questa capacità divina di creare il
Futuro non viene ammessa, allora dovremo affidarci alla natura degli eventi
stessi, oppure correre il rischio di chiudere questa Storia e aprire un libro
completamente diverso.
Così, l’addio fu molto
breve. Il Lupo del Diavolo aveva fiutato il Bambino.
Al sicuro in Egitto,
Giuseppe il falegname aprì la sua bottega lontano dal quartiere ebraico, nella
Città Libera. Con
il passare degli anni, la sua bottega venne chiamata «La falegnameria
dell’ebreo».
Su questo punto specifico – l’evento della Strage
degli Innocenti – dico la stessa cosa. Se il dubbio si basa sull’impossibilità
dell’esistenza di qualcuno capace di commettere un crimine del genere, allora
possiamo già prendere quel dubbio e gettarlo nella spazzatura. Se invece il
dubbio risiede nell’ignoranza dei popoli e delle loro genti, considerando le
circostanze sociali e politiche vissute dal regno di Israele in quel periodo,
in questo caso non c’è nulla da aggiungere a quanto scritto, se non forse dire
che non si spiega come, se la felicità risiedesse nell’ignoranza e ci fossero
così tanti ignoranti al mondo, il mondo possa continuare a essere così
brillantemente infelice.
Ma torniamo al punto.
È stata una decisione facile per Giuseppe dover
rifare i bagagli ed emigrare in Egitto?
Forse non è stata una decisione facile, ma
sicuramente coraggiosa.
Il racconto dell’Adorazione dei Magi ci apre la
mente al passato e ci dipinge la Sacra Famiglia in fuga verso la seconda città
più grande del mondo, Alessandria del Nilo, città aperta e cosmopolita dove
Giuseppe e la sua famiglia giunsero con le spalle coperte «dal punto di vista
economico». Oro, incenso e mirra furono i doni che i Magi offrirono
al Bambino.
Perché Alessandria del
Nilo e non Roma?
Beh, Alessandria si
trova a due passi dalle coste di Israele. Dopo la strage degli Innocenti e
l’assassinio di Zaccaria, padre di Giovanni Battista, l’ultima cosa che
Giuseppe potesse permettersi era mettere in pericolo la vita del Bambino.
Infatti, tra la Nascita e la presentazione al Tempio erano trascorsi diversi
giorni; era ora o mai più. Tornare a Nazareth, fare i bagagli, prendere la nave
ad Haifa e addio alla patria.
Questa decisione di
Giuseppe, imposta dalle circostanze sanguinose, cambiò l’uomo in modo radicale.
Tra i Santi Innocenti, i figli dei suoi fratelli caddero nella trappola. L’uomo
che dal ponte della nave che portava la Sacra Famiglia ad Alessandria guardava
l’orizzonte, da solo, voltando le spalle a tutti, custodiva nel suo cuore quel
segreto, che non avrebbe rivelato alla sua gente fino alla morte. Quando sbarcò
sulla costa egiziana, il Giuseppe di prima del Massacro e dell’assassinio di
Zaccaria era ormai sprofondato nelle acque del Mediterraneo.
I suoi compatrioti?
Più erano lontani da
lui, meglio era. Non rivelò a nessuno il motivo di questo cambiamento radicale,
né a sua moglie, né a suo cognato.
Ed eccoci ad Alessandria del Nilo.
L’ambiente in cui crebbe Gesù, grazie al
comportamento strano di suo padre nei confronti dei suoi, fu straordinario.
Giuseppe, suo padre, si rifiutò di stabilirsi nel quartiere ebraico; preferì
cercare posto tra i gentili, nel cuore della Città Libera. Acquistò una casa e
aprì la sua bottega. Col tempo la sua sarebbe diventata nota come la
Falegnameria dell’Ebreo.
Gli zii del Bambino, Cleofa e Maria, moglie di
Cleofa, continuarono a mettere al mondo figli.
Astuto com’era, non appena Gesù raggiunse
l’altezza di suo cugino Giacomo, sebbene Giacomo fosse più grande di lui di due
anni, Gesù lo prendeva per mano e lo portava al porto romano. Il Bambino non si
faceva intimidire da nessuno; la sua sete di notizie sull’Impero non si
esauriva mai. La sua abilità nel carpire dai marinai notizie su Roma, Atene, la
Hispania, le Gallie, l’India e l’Africa profonda suscitava simpatia nei lupi di
mare. Li guardavano, quei due Ragazzi, da capo a piedi, li
vedevano vestiti con abiti da figli dell’alta società e via, raccontavano a
Gesù e a suo cugino Giacomo come andava il mondo.
Grazie a questa sua
predisposizione, all’età di dodici anni il Bambino parlava perfettamente il
latino, il greco, l’egiziano, l’ebraico e l’aramaico. Insisto: o forse credete
che gli abbiano cercato un interprete per l’udienza con Pilato?
Come dicevo, Gesù fu un vero e proprio bambino
prodigio. Un bambino prodigio che ebbe la grande fortuna di avere come padre un
uomo straordinario. Tuttavia, anche i fenomeni provano sentimenti, soffrono,
hanno momenti di debolezza, si rattristano, piangono la solitudine che li
opprime.
LA COLOMBA MUTA DELLE LONTANANZE
Gesù si chiuse in se
stesso. Quel Bambino divino che metteva sottosopra la marmaglia di tutta la
strada, se ne andava, si perdeva tra le barche del porto e al calar della sera
tornava di corsa a sedersi sulle ginocchia di suo padre in mezzo agli amici; quel
Bambino travolgente si chiuse in se stesso. Gesù smise di uscire di casa.
Cominciò a sedersi sulla soglia della falegnameria dell’ebreo a guardare la
vita che scorreva. Il Bambino quasi non mangiava. Gesù si lasciava cadere sulle
ginocchia di sua madre tra le amiche, quando al calar della sera le donne erano
solite sedersi in strada, sotto il cielo mediterraneo, a cucire, a
chiacchierare, e poi se ne andava.
Era come se quella
fiamma del Rovo si stesse consumando tra le braccia di Maria. All’inizio Lei
non si rese conto della solitudine che nel petto del suo Bambino aveva aperto
un buco nero e che da lì lo inghiottiva un po’ di più ogni giorno. A poco a poco la Madre
aprì gli occhi e cominciò a vedere ciò che c’era nel Cuore del suo Bambino.
Non riusciva a
sopportare quell’agonia indescrivibile che le stava strappando il Bambino dalle
mani. Lo amava più del mondo, più del tempo, più delle onde del mare, più delle
stelle, più dell’amore, più della sua stessa vita. E lui se ne andava. Era
notte dopo notte e ogni notte un po’ di più. Il Bambino non parlava, non
rideva, si lasciava cadere sul petto della Madre, lo sguardo perso nel cielo di
quell’Alessandria sul Nilo, e lì sprofondava.
«Che cosa ti succede,
figlio mio?», gli chiedeva Lei.
«Niente, Maria», le
rispondeva Lui.
«Io so cosa ti
succede, Gesù».
«Non è niente, Maria,
davvero».
«Mio tesoro, ti manca
tuo Padre. Non piangere, amore mio. Lui è qui, proprio ora: quando poso le mie
labbra sulle tue guance, Lui ti bacia; quando ti abbraccio, Lui ti stringe
forte a sé».
Per il Bambino quella
donna che lo ascoltava con il sorriso più dolce dell’universo sul volto mentre
Lui le parlava del Paradiso di suo Padre, della Città di suo Padre, dei suoi
fratelli, i superangeli Gabriele, Michele e Raffaele, quella donna… quella
donna era sua Madre. La
amava più di ogni altra cosa al mondo. Era l’unica persona a cui poteva
raccontare ogni cosa. Adorava sentire il battito del suo cuore quando le
parlava del suo Regno. E quello sguardo luminoso che le illuminò il volto
quando le rivelò tutta la verità! Non gli si cancellò mai dalla
memoria.
«Sì, Maria» – le disse
il Bambino. «Io sono Lui».
«Raccontami ancora
com’è il Cielo, figlio mio», gli chiedeva di nuovo.
«Il Cielo» – le
confessò il Bambino – «è come un’isola che si è trasformata in un continente e
che continua a crescere al di là dell’orizzonte. La Roccia su cui poggia è la montagna più
alta che un uomo possa immaginare. Il Monte di Dio, Sion, eleva la sua vetta
fino alle nuvole, ma dove dovrebbero esserci le nuvole ci sono dodici mura,
ciascuna costituita da un unico blocco, ogni blocco di un colore diverso, ogni
muro che risplende come se avesse un sole al suo interno. E
sono come dodici soli che illuminano lo stesso firmamento. Le dodici mura
formano un’unica cinta muraria che circonda la Città che racchiudono. Dio
chiamò la sua Città Gerusalemme e il suo Monte Sion. A Gerusalemme gli dei
hanno la loro Dimora, e tra gli dei mio Padre ha la sua Casa. Dalle mura della
città di Dio i confini del Cielo si perdono nell’orizzonte che confina con
l’oriente al di là dei confini del Paradiso.
«Vedrai, Maria, il Cielo è come uno specchio
meraviglioso che riflette la Storia dei popoli che lo abitano. Ad esempio
questo mondo, la Terra. Voi raccogliete i ricordi dei vostri antenati nei
vostri libri; ma il Cielo li registra in tempo reale, perché ciò che si riflette
sulla superficie dell’Universo si materializza su quella del Cielo. Così, se ti metti a percorrere la Dimora degli uomini nel Paradiso di mio
Padre, scoprirai che tutte le Epoche dell’Uomo sono racchiuse nella sua
geografia. Quando andrai in Cielo vedrai con i tuoi occhi che tutte le specie
di animali e uccelli, alberi e piante, montagne e valli che un tempo erano qui
Giù esistono per sempre lassù.
«Poiché mio Padre ha
creato altri mondi, e ne creerà ancora, il Cielo è un Paradiso pieno di
meraviglie che non finiscono mai. Per percorrerlo tutto dovresti camminare per
un’eternità, e ogni tratto del cammino sarebbe un’avventura. Come te lo spiego? Mio
Padre semina la vita nelle stelle. Le stelle dell’Universo sono come l’oceano
che circonda l’isola, e anche questo oceano di costellazioni cresce estendendo
le sue rive al ritmo dei confini del Cielo. La vita diventa un albero, e mio
Padre ed io la raccogliamo nel nostro Paradiso affinché viva per sempre. Le
specie di animali e di uccelli sono innumerevoli. Un grande fiume nasce sulle
vette del Monte di Dio e nella pianura si divide in rami che coprono tutti i
Mondi e i loro territori. Vedi tutte le stelle? Il
Cielo è più in alto».
«È da lì che sei
venuto, figlio mio?»
«Te lo racconto, Maria.»
LA FALEGNAMERIA DEL GIUDEO
Il Bambino raccontò
molte cose a Maria. Gliene raccontò così tante che a quella povera donna
immigrata non rimase più spazio nella mente e dovette cominciare a custodirle
nel suo Cuore. Se ve le raccontassi tutte, sicuramente resterei seduto qui fino
all’anno prossimo, e non è il caso.
Quello che posso
raccontarvi è ciò che già sapete. Sapete che la Sacra Famiglia tornò in patria
dopo una decina d’anni o anche prima. Ma non sapete cosa sia successo perché il
buon Giuseppe e suo cognato Cleofa decidessero di vendere la falegnameria dell’ebreo,
un’attività davvero fiorente, con il vento in poppa e a tutta vela, che non
solca il mare, ma vola, eccetera.
La Falegnameria dell’Ebreo si trovava in pieno
centro città. A quei tempi c’era una sola vera città in tutto il mondo. Era
Alessandria del Nilo. Roma era il cuore dell’esercito più grande del mondo. A Roma vivevano i senatori imperiali. Ma era ad Alessandria del Nilo che si
trovavano tutti i saggi dell’Impero. Possiamo dire che Alessandria fosse la New
York di quei tempi. A Washington c’è il potere, ma a New York ci sono i soldi.
Un rapporto di questa natura era quello che legava Alessandria e Roma.
Perché allora dovevano
tornare già? E proprio quando gli affari andavano a gonfie vele, con il vento
in poppa, il mare calmo, la nave che volava, ecc.? Tornare per cosa? Per
sopravvivere come una mosca nella casa del ragno? C’era su cosa riflettere.
Un’attività con meno di dieci anni di vita è come un ragazzo a cui sta
cominciando a spuntare il baffetto. È dal suo punto di vista che si trovano
meno difetti nel mondo. Il mondo potrà anche essere tutto quello che vuoi, ma
lui, il ragazzino, è un vero campione. Insomma, non era una sciocchezza. A José
e a suo cognato era costato non poco andare avanti, farsi strada, trovare un
posto, e un posto grande tra i gentili, perché José non voleva sapere nulla o
quasi nulla dei suoi compatrioti. In questo capitolo il signor José era un
ebreo molto strano. Non voleva sapere molto dei suoi compatrioti, né gli
piaceva averli troppo vicini. Nessuno sapeva perché, e nemmeno lui ne parlava
molto. Forse perché il signor José parlava l’ , il latino e il greco fin da
giovanissimo e sembrava trovarsi tra i gentili come un pesce nell’acqua.
Va detto che a José la padronanza delle due lingue
dell’Impero aprì la strada nel mondo degli affari. A differenza dei suoi
compatrioti, razzisti con tutti, che si credevano una razza superiore, eletta,
e guardavano dall’alto in basso il resto del genere umano, il signor José era
aperto, intelligente, di poche parole, ma ogni sua parola era quella di un uomo
fatto e diritto che non veniva meno alla parola data per nulla al mondo.
Come un falegname ebanista di provincia, fuggito
da un paesino sperduto tra le montagne, fosse riuscito a padroneggiare a tal
punto le due lingue internazionali dell’epoca, beh, era davvero un altro
mistero!
Un altro dei tanti aspetti che rendevano il
proprietario della «Falegnameria dell’Ebreo» una creatura sui generis,
introversa, indefinibile. I suoi compatrioti di Alessandria criticavano il
signor José proprio per la sua distanza dalla compagnia dei suoi simili.
A differenza di José,
Cleofás, il fratello di Maria, era molto legato alla sua terra e propendeva per
i suoi. Il che compensava la bilancia e manteneva in equilibrio i rapporti
della Casa con i nazionalisti. Qualche volta, tra cognati e soci, Cleofás gli
aveva sollevato l’argomento del suo distacco e delle cause di quella posizione
così irremovibile. Ma José trovava sempre il modo di eludere la questione.
Giuseppe non imponeva
nulla al cognato Cleofà; questi era libero di educare i propri figli secondo il
proprio cuore; non avrebbe certo proibito ai suoi nipoti di andare alla
sinagoga e partecipare alla vita della comunità ebraica, adempiendo ai loro
doveri di buoni figli di Abramo. Solo che la stessa libertà che Giuseppe
offriva a Cleofà, la voleva anche per sé.
Di fronte a questo
modo di ragionare, Cleofà rideva e lasciava cadere l’argomento. Perché se
avesse chiesto a sua sorella Maria del comportamento così strano di suo marito,
nemmeno lei sarebbe andata oltre.
Lo stesso enigma che
questo modo di essere di Giuseppe suscitava in Cleofa aveva lasciato Maria
perplessa sin da quando avevano lasciato la patria. E Cleofa non doveva pensare
che lei gli nascondesse qualcosa. Giuseppe era buono come il pane, ma quando si
trattava di aprire il proprio cuore, non diceva una parola nemmeno alla propria
moglie.
Insomma, Cleofas e sua
moglie avevano già messo al mondo una vera e propria schiera di figli a questo
punto della storia. Giuseppe e Maria, invece, si erano fermati al primo e
all’ultimo, primogenito e unico figlio in una sola persona.
«Che succede,
fratello?» – volle sapere Cleofà – «Perché questa fretta di vendere una barca
che va a gonfie vele?»
Giuseppe non volle dire a suo cognato tutta la
verità, o almeno la verità per come la viveva lui.
IL RITORNO A NAZARET
Il Bambino superò quella tristezza che stava per
farlo sprofondare nelle tenebre di un dolore infinito. Sua Madre si frappose
tra il Bambino e quelle tenebre sconosciute, chiamò in aiuto suo Marito e
insieme scacciarono il diavolo all’inferno. Ma non si erano ancora dimenticati
di quella battaglia quando il Bambino aprì un nuovo capitolo nelle loro vite.
Gesù aveva ormai nove o dieci anni. Al Bambino era venuta in mente l’idea di
lasciare l’Egitto e di farsi portare in Israele.
Capirete che Giuseppe si arrabbiò moltissimo. Sua
moglie era dalla parte del Bambino. Logico. Per Maria non c’era alcun problema.
Ma per Giuseppe le cose non erano così semplici.
Naturalmente Giuseppe aveva ascoltato la Storia
Divina dalle labbra di Gesù tra le braccia di sua Madre. E proprio per questo
ora meno che mai poteva permettersi di prendere una decisione sbagliata. Finché
non sapeva chi avesse in casa, il problema gli sembrava sotto controllo; ma ora
che conosceva l’identità del Figlio di Maria, ora meno che mai poteva
permettersi l’indecisione che aveva avuto quando aveva riso un po’ del
consiglio dei Magi.
«Vattene, Giuseppe, altrimenti gli Erode lo
uccideranno», lo supplicarono.
Tornare in Israele mentre Erode il Piccolo era
ancora in vita?
«Di a tuo Figlio che
non è ancora giunto il momento», risponde Giuseppe alla moglie.
Parole che il vento
porta via.
«Di a tuo marito che
devo occuparmi delle cose di mio Padre», insiste il Bambino.
Una risposta portata
dal vento.
«Maria, per l’amor di Dio, è solo un bambino. Da qui non si muove nessuno. Almeno finché non muore quel figlio di
Satana».
Chiudo e taglio corto.
Il signor Giuseppe era così. Poche parole, ma quando le pronunciava non c’era
nessuno al mondo che riuscisse a fargli cambiare idea.
E così avrebbero
potuto continuare per tutta la vita se il Bambino non avesse messo in atto il
«suo piano». Non mi perderò nei dettagli, ma la verità è che il figlio del
falegname aprì la bottiglia della sua prodigiosa intelligenza e si divertì come
un ragazzino a inondare di champagne della sua gloria il rabbino della
sinagoga.
«La lista dei re? Quella di prima del Diluvio o
quella di dopo il Diluvio, signor rabbino?»
Un mostro. Sapeva tutto. Il rabbino, completamente
sbalordito, finì per interessarsi profondamente al Bambino.
«E tu di chi sei figlio, ragazzo?»
«Sono figlio di
Davide, signor rabbino.»
«Tuo padre è figlio di
Davide?»
«E anche mia madre,
signor rabbino.»
«E anche tua madre?
Che cosa curiosa!»
«E anche mio cugino
qui presente, signor rabbino.»
«Tu sì che sei proprio
un rabbino», pensò tra sé l’uomo.
Così, un bel giorno, il rabbino entrò nella
falegnameria dell’ebreo chiedendo spiegazioni a José. Come se avesse diritto a
qualcosa solo perché era un servo di Dio.
Giuseppe lo squadrò dalla testa ai piedi e lo
cacciò via. E proprio davanti al Bambino stesso. Perché, ovviamente,
tutto quel trambusto era opera del Bambino.
Capirete che, dopo lo
spavento che si era preso al momento della Nascita, a Giuseppe era stato
proibito di fare anche solo il minimo accenno alle origini davidiche della sua
famiglia. E se se ne presentava l’occasione, delle sue origini davidiche doveva
parlare con la massima cautela, come chi non è disposto a metterci la mano nel
fuoco. Certo che lo erano; ma chi lo sa; i loro genitori avevano detto loro che
lo erano e loro non avrebbero certo contestato l’autorità dei propri genitori.
Il Bambino stava
infrangendo questa regola di famiglia. E lo stava facendo con piena
consapevolezza. Sapeva, perché conosceva Giuseppe come se fosse suo fratello,
suo amico, suo padre, che non appena Giuseppe avesse individuato il minimo
pericolo che potesse mettere a rischio la vita del Figlio di Maria, avrebbe
chiuso baracca e sarebbe emigrato altrove.
Il primo round l’aveva
superato Giuseppe. Ma il secondo stava per arrivare.
Il Bambino tornò alle
sue vecchie abitudini. Non solo era figlio di Davide come se nulla fosse, ma
sua madre era la Figlia di Salomone.
«Ebbene sì, signor
rabbino. La
Figlia di Salomone in persona.»
«E dici che tuo padre
può dimostrarlo con dei documenti sul tavolo?»
«Ebbene sì, signore.»
A quel rabbino che ebbe la fortuna o la sfortuna
di avere il Bambino come allievo si drizzarono le antenne. Confuso, smarrito,
il rabbino, del tutto sbalordito, portò la questione al rabbino capo.
«È proprio come le dico. Se fosse un altro bambino
lo prenderei per una burla, ma dal figlio del Falegname ormai mi bevo tutto. Ne sa più di tutti i saggi della corte di Salomone messi insieme. Compreso il re saggio», con
queste parole il rabbino di Gesù si recò dal suo superiore.
E un bel giorno entrambi si presentarono alla
falegnameria dell’ebreo, decisi ad andare a fondo della questione.
Andarono da Giuseppe.
Andarono a esigere che mostrasse loro i documenti di cui il Bambino aveva
parlato. Gesù aveva detto loro che suo padre custodiva i documenti genealogici
della Famiglia, documenti che risalivano ai tempi del re Davide in persona, riediti
dal profeta Daniele durante la Cattività babilonese.
Giuseppe si trovò
improvvisamente di fronte a una mossa magistrale di scacco matto. Il Figlio di
Maria stava giocando duro. Voleva portarli tutti a Gerusalemme e nulla né
nessuno lo avrebbe fermato.
La discussione che
Giuseppe ebbe con i due rabbini fu molto accesa. Non
la riporterò per non dare l’impressione di ricreare eventi fantastici.
«L’impressione che il
Figlio di Maria suscitava nei suoi maestri era talmente straordinaria che
avevano creduto alla parola di un ragazzino»… bla bla bla. Il Falegname li
liquidò con questa frase.
Se lo avessero
conosciuto, avrebbero capito che per Giuseppe affermare una cosa significava
dire l’ultima parola.
Giuseppe ne era ben
consapevole. Il Figlio di Maria poteva anche essere il Figlio di Dio in
persona, ma era a lui, a Giuseppe, che il Padre aveva affidato la sua custodia,
e a lui, e solo a lui, Giuseppe, spettava decidere quando la Sacra Famiglia
sarebbe tornata in Israele.
Poteva essere il
Figlio di Dio?
Poteva solo essere…?
«A cosa stai pensando,
Giuseppe?»
I rabbini credevano di
aver messo alle strette il Falegname, e persino il Bambino stesso, che
ascoltava da dietro la porta, finì per crederlo. Le parole, come spade in un
duello all’ultimo sangue, si incrociavano quando il Bambino si affacciò alla
porta con l’aria del vincitore che chiede al proprio nemico caduto: «Ne vuoi
ancora?»
Fu la prima volta in
vita sua che Giuseppe vide il Figlio di Maria con gli occhi con cui lo vedeva
sua Madre. Quello
era il Figlio di Dio in persona. Non era uno scherzo. Semplicemente aveva il
corpo di un bambino. Ma colui che Giuseppe aveva davanti era il Primogenito del
Signore Dio YAVÉ. Era il Figlio di Dio in persona che gli stava parlando con il
pensiero.
Sì, signore, gli stava parlando con il pensiero
con la stessa certezza con cui tu stai leggendo questo libro.
I rabbini stavano
parlando a José a squarciagola nella sua stessa casa, ma José aveva la mente
altrove, in un altro luogo. Gli stavano chiedendo i documenti genealogici del
Bambino e lui era altrove, in un altro tempo. Il Bambino era in piedi contro
l’imbocco della porta della falegnameria e gli diceva senza aprire bocca: «Non
mi credi ancora, Giuseppe? Non vedi che devo occuparmi
delle cose di mio Padre?».
Ma la mossa andò male al Bambino.
Passato quel momento, con i rabbini ormai andati
via, di nuovo e ora più che mai Giuseppe si chiuse in se stesso. Non sarebbero mai tornati in Israele finché il suo Dio non gli avesse dato
l’ordine di tornare. E basta, Giuseppe non voleva più sentire nulla.
E fu così che il
Bambino subì un’altra sconfitta. Smise di parlare a Giuseppe. Aveva giocato la
sua partita e l’aveva persa. Nessuno si sarebbe mosso dall’Egitto finché Dio
non avesse dato a Giuseppe l’ordine di tornare in Israele, così semplice, così
tragico.
Semplice a dirsi, sì;
a viverlo, però, per niente. Padre e figlio smisero di parlarsi, persino di
guardarsi. Il piccolo Gesù non mangiava nemmeno. Si lasciava cadere a terra
contro la facciata di casa loro, guardando la vita che scorreva, oppresso dal
dolore di chi può tutto e a cui viene ordinato di non fare nulla.
Maria non sapeva chi
soffrisse di più: se il Bambino per non essere riuscito a imporre la propria
volontà, o se suo marito per non riuscire a sopportare il silenzio e
l’allontanamento di suo figlio. Infatti non si guardavano nemmeno. Giuseppe non
osava, e il Bambino non poteva.
Cleofas era l’unico
che sembrava godersi quella situazione.
«Che ti prende,
fratello, perché sei così testardo?», dice a Giuseppe.
«È solo un Bambino,
Cleofà», gli risponde Giuseppe.
Accadde che un giorno
come tanti altri Giuseppe tornò a casa dopo aver concluso un affare. Gesù aveva
ormai perso ogni speranza di convincere il buon signor Giuseppe. Da quanto
tempo non si parlavano?
Giuseppe il falegname
tornò dopo aver concluso quell’affare, tutto serio, ma con gli occhi che
brillavano. Non appena Maria lo vide varcare la soglia, il cuore le fece un
balzo, ma non volle dire una parola. Aspettò che fosse suo marito a parlarle.
«Moglie, di a tuo
Figlio che ce ne andiamo».
Non aggiunse altro.
La Madre prese il
Bambino e andò a distrarlo al mercatino. Gli avrebbe comprato
tutto ciò che voleva, per tirarlo su di morale e fargli tornare il sorriso, gli
disse. Gesù
la seguì come avrebbe potuto seguire una nuvola senza meta. Da quando era successo quell’incidente tra Giuseppe e i rabbini non voleva
sapere nulla, non aveva voglia di nulla. E non c’era nulla che la sua stessa
Madre potesse dirgli per tirarlo su di morale.
Niente?
Beh, in realtà c’era
qualcosa. Aveva
due segni, ed era una sola parola. Giuseppe gliela negava e
Maria non poteva dargliela.
Non poteva dargliela?
Quella passeggiata al
mercatino del porto di Alessandria non l’avrebbero mai dimenticata. Lei non
smetteva di sorridergli, di fargli il solletico, di dirgli con i gesti:
Indovina, indovina, cosa mi succede?
Ovviamente il Bambino
si irritò per un po’, finché non finì per aprire gli occhi. Prese Maria – Lui
la chiamava sempre per nome – la fece sedere su una delle panchine del molo e,
guardandola negli occhi, le lesse nel cuore con la stessa facilità con cui tu
stai leggendo queste righe.
«Maria, vero?», fu
tutto ciò che le chiese il Bambino.
Lei annuì, sopraffatta
dalla felicità. E proprio lì, sullo sfondo dell’orizzonte mediterraneo,
danzarono pazzi di gioia.
Corsero a casa.
Giuseppe stava lavorando quando entrarono. Maria gli passò accanto, ma Giuseppe
colse la luce che brillava nel cuore della sua Donna. Le sue pupille si
illuminarono e voltò la testa. Prima che potesse dire una parola, il Bambino
corse a gettarsi tra le sue braccia. Gigante com’era, il Marito di Maria lo
afferrò e lo sollevò come fanno tutti i padri con i propri bambini. Ora sì che
entrambi avevano vinto. Il Bambino aveva ottenuto ciò che desiderava e Giuseppe
aveva ricevuto da Dio l’ordine di mettersi in cammino.
Cleofas non obiettò.
Né disse nulla. Suo cognato era il capo del clan, era lui a decidere, era lui a
comandare.
Gesù corse via alla
ricerca di Giacomo, suo cugino, gridando per la strada: «A Gerusalemme,
Giacomo, a Gerusalemme».
RINASCERE
Gli emigranti
tornarono a Nazareth, per così dire, ricchi. Giuseppe vendette la Falegnameria
dell’Ebreo a un ottimo prezzo.
«Addio Alessandria, addio» – sussurrarono le
labbra di Giuseppe, che si lasciava alle spalle amici, affari, anni felici,
nuove prospettive, una città saggia, la gioia di aver vissuto cose meravigliose
e di averne sentite altre incredibili da credere, se non le avesse sentite
dalle labbra del Bambino.
Dall’altra parte dell’orizzonte lo attendeva il
ritorno del dolore addormentato sotto le spesse lenzuola di un subconscio
crudelmente ferito. Tornare a Nazareth? Stabilirsi a Betlemme, il suo paese?
Cosa avrebbe fatto?
Durante l’assenza della Signora del Cicogna di
Nazareth, la grande casa sulla collina, Giovanna, la sorella di Maria, aveva
mantenuto in piedi l’eredità di suo nipote Gesù. Da questo punto di vista
Giuseppe non aveva alcun problema. Tutto ciò che apparteneva a sua moglie era
suo; così Giuseppe poteva dedicarsi a vivere dei proventi e cominciare a
godersi la bella vita. Solo che, per quanto prospera fosse
l’eredità di sua moglie, questo modo di pensare non gli si addiceva.
Da padre qual era,
Giuseppe si preoccupava più del futuro dei suoi nipoti che di quello di suo
figlio Gesù.
A quel tempo suo
cognato Cleofa aveva messo al mondo una nidiata di figli. Se Maria fosse
rimasta nubile, sarebbe stato più che probabile che l’eredità di Giacobbe di
Nazaret e la sua eredità messianica fossero passate al maschio di casa; in tal
caso, il futuro dei figli di Cleofa sarebbe stato legato alla proprietà di
Maria.
Ma non fu così. Prima
o poi i figli di Cleofa avrebbero dovuto lasciare la casa della zia Maria,
sistemarsi e fondare le proprie famiglie. Così, senza pensarci due volte,
Giuseppe prese la decisione definitiva di ricominciare da capo, come la prima
volta che era arrivato a Nazareth, sconosciuto a tutti coloro che non lo
conoscevano, senza un posto dove cadere morto, il cielo come tetto, gli
orizzonti come pareti della sua casa, la terra madre come pavimento su cui
distendere il corpo, una pietra come cuscino sotto le stelle, i suoi fedeli
cani assiri di guardia attorno al fuoco, l’aurora all’alba, la stella del
mattino sotto la Luna, Gerusalemme in alto, sulla strada per la Samaria come
chi si addentra in un corpo e viaggia fino al cuore attraverso le arterie
sconosciute della terra. Perché
no? Dio non ci ha forse donato la sua forza per mantenere lo spirito sempre
giovane? Le forze possono venir meno, ma la voglia continua oltre la stanchezza
delle ossa.
Certo, riaprire la falegnameria sarebbe stato un
lavoro impegnativo, ma dato che a quei due uomini non mancavano né la forza né
il coraggio per ricominciare da zero, beh, ecco. Inoltre, le creature tenebrose
che avevano ordinato la Strage degli Innocenti erano ormai passate a migliore
gloria e, a dire il vero, anche se Giuseppe non sembrava troppo desideroso di
tornare in patria, anche a lui stava venendo voglia di stare con la famiglia,
di rivedere i suoi fratelli e le sue sorelle, di vedere sua moglie e suo
cognato felici tra le braccia della nonna dei loro figli. Insomma, la natura
umana è stata tessuta con le fibre dell’amore divino e ha bisogno di bagnarsi
nelle lacrime di gioia per superare quella tendenza innata che manifesta ad
assomigliare alle bestie, che né ridono né piangono.
Per quanto riguarda il lavoro, José avrebbe potuto
dedicarsi alle attività agricole, ma non era il suo campo. Il mestiere di
falegname e ebanista ce l’aveva nel DNA, gli pulsava nel sangue; era la sua
vocazione, riusciva a piantare un chiodo a occhi chiusi, a levigare la
superficie più ruvida mentre chiacchierava. La
campagna? La campagna non faceva per lui, né lui era fatto per la campagna. Le
abilità di sua cognata Juana nel mantenere la proprietà in buono stato si erano
forse affievolite?
Sì, per gli affari
della tenuta c’era sua cognata Juana. E per quanto riguardava il laboratorio di
cucito di Nazaret, la gestione era nelle mani delle operaie di sua moglie, la
quale, ormai dedita alla famiglia, per prima cosa aveva lasciato le cose così
com’erano.
Il Bambino, dal canto
suo, non appena mise piede in Israele non vedeva l’ora che arrivasse il giorno
della sua ammissione nella comunità con tutti i pieni diritti degli adulti,
cosa che di solito avveniva a tredici o quattordici anni. Nel suo caso le cose
si anticiparono a dodici anni perché la sua mente funzionava meglio di quella
di una persona più grande. Sia chiaro che non lo dico per impressionare il
lettore. La verità è che il Bambino rimase iperattivo per tutto il viaggio
dall’Egitto a Israele; se fosse dipeso da Lui, avrebbe spiccato il volo o
avrebbe corso sulle acque e non si sarebbe fermato fino a Gerusalemme. Se lo immaginava già
tutto. Si sarebbe fatto strada fino al Cortile del Tempio, avrebbe chiesto la
parola e avrebbe lasciato fluire dalla sua bocca la verità, tutta la verità e
nient’altro che la verità.
«Eccomi, Gerusalemme», sussurra il Bambino mentre
si lascia alle spalle l’Egitto.
L’idea che il Bambino ha del proprio destino
messianico è quella classica del pensiero popolare di quei tempi. Il Figlio di
Davide si presenta in sella al suo cavallo di gloria davanti alle autorità del
Tempio, raduna attorno a sé tutti i figli di Abramo del mondo e li guida alla
conquista dei confini della terra.
Con queste sante intenzioni in mente, dopo la
cerimonia di ammissione alla comunità celebrata al compimento dei suoi dodici
anni, Gesù si reca al Tempio per mettere in atto la sua strategia.
Il primo giorno attira l’attenzione su di sé; il
secondo la voce si diffonde; e il terzo tutti i Saggi d’Israele scopriranno
l’immensità della sua realtà divina. Il quarto giorno il
Messia sarà sul suo trono a chiamare alle sue file tutti gli eserciti del
Signore nel mondo.
E così fu. Almeno
durante i primi due giorni. Ma il terzo accadde qualcosa che segnò per sempre
la sua esistenza.
Meravigliati
dall’intelligenza di quel Bambino che ne sapeva più di tutti i saggi d’Israele
messi insieme, le autorità del Tempio finirono per riunirsi per prendere una
decisione su ciò che stava accadendo.
Tra loro, circondato a
sua volta dai dottori e dai principi del Tempio, prese posto accanto a Gesù un
certo Simeone. Questo Simeone era l’anziano che aveva salutato il Bambino
appena nato e aveva detto al suo Dio che poteva già lasciarlo andare, a ricongiungersi
con i suoi genitori, poiché aveva già visto il Cristo.
Dio non sembrava
essere molto d’accordo con Simeone. Anziché portarlo in Cielo, lo lasciò ancora
sulla Terra.
Non appena vide il
Bambino, Simeone riconobbe il Figlio di Maria. Sbalordito da ciò che stava
vivendo, prese la parola quando ormai tutti erano convinti di avere davanti a
sé il Figlio di Davide.
«Dimmi, figlio mio»,
ruppe il silenzio Simeone.
E continuò a
pronunciare parole di una saggezza sconosciuta al Bambino e a tutti gli altri.
«Cosa accadrà quando
te ne andrai? Perché dovrai andartene. Noi uomini torneremo al nostro vecchio
mondo di tutti i giorni o forse credi che il Cristo rimarrà per sempre con
noi?»
Di cosa gli stava
parlando quell’anziano?, si chiese il Bambino.
Quell’anziano gli
stava dicendo, tra le proteste di tutti i suoi colleghi, che il Cristo avrebbe
dovuto trovarsi circondato da un branco di cani, farsi carico di tutti i
peccati del mondo, offrirsi come Agnello espiatorio.
«Ma se si siede sul
suo trono, come potranno adempiersi le Scritture?», concluse il discorso quel
Simeone.
Il Bambino rimase di
sasso. Era lui il Servo di Jahvè delle profezie di Isaia?
Non era che il Bambino
non conoscesse le profezie. Conosceva a memoria i libri
profetici. Ciò che lo stava colpendo era l’interpretazione che Simeone ne stava
dando. Era una saggezza così nuova e sconosciuta per Lui quanto lo era per gli
altri che la stavano ascoltando.
LA SPADA DI DAVIDE
La leggenda narrava che il grande guerriero avesse
danzato la danza della vittoria attorno al cadavere del nemico. Raccontava anche che quei barbari avessero sottratto il segreto del ferro
agli eroi di Troia prima che Enea cadesse vittima dell’astuzia degli Achei.
Tra quei mostri senza
anima, il più orribile era sempre il capo. Il capo non era sempre il più alto,
ma era sempre il più crudele, il più terribile, il più spietato, il più letale
e malvagio. In quell’occasione, il barbaro più alto, più crudele e spietato che
si potesse immaginare si era incarnato in un unico corpo. Si chiamava Golia. La
sua spada era grande quanto quella di quell’altro guerriero che gli spagnoli
chiamavano Rodrigo Díaz de Vivar, quella che con un solo colpo tagliava cinque
teste di mori allineati in fila indiana. Nessuno voleva avvicinarsi a meno di
tre metri dal Cid Campeador; quei tre metri erano la lunghezza della sua arma
dalla spalla all’ a punta di quella spada d’acciaio spagnolo. Braccio e spada, un
tutt’uno con quel guerriero castigliano che, in statura, aveva poco o nulla da
invidiare a quella del filisteo prepotente e balbettante che commise il
terribile errore di togliersi l’elmo davanti al giovane pastore con la fionda.
La leggenda narra che Davide raccolse l’enorme
spada del gigante e con essa gli tagliò la testa d’un colpo. E continua dicendo
che il guerriero ebreo combatté con essa alla testa dei suoi eserciti. Da ciò dobbiamo dedurre che, se di bel volto, quel Davide non era affatto
di bassa statura né aveva braccia delicate e sottili. Non era un gigante, ma di
certo la cosa a cui meno assomigliava era un nano.
Fin dall’inizio del suo regno, la spada di Golia
fu il simbolo reale per eccellenza che conferiva a chi ne era in possesso il
trono di Giuda. La ricevette Salomone e Salomone la consegnò a suo figlio.
Roboamo la passò al proprio, questi al successivo, e così passò di mano in mano
durante i cinque secoli che intercorsero dall’incoronazione di Davide
all’ultimo re di Gerusalemme.
Nabucodonosor la strappò dalle mani dell’ultimo re
vivente di Giuda e gettò quella spada da museo tra gli altri tesori che i suoi
eserciti avevano raccolto in tutto il mondo. La vide così grande e pesante che
la credette un oggetto decorativo. Se ne dimenticò e lì sarebbe rimasta per
sempre se, dopo aver conquistato Babilonia, Ciro il Grande non l’avesse
consegnata al profeta Daniele affinché facesse di quel simbolo sacro degli
ebrei ciò che il suo spirito gli suggeriva.
Per diritto legittimo, la spada di Davide, la
spada dei re di Giuda, spettava per eredità a Zorobabele. Ma il profeta Daniele
gliela negò perché non era con quella spada che avrebbe dovuto riconquistare la
Patria Perduta. La spada di Golia sarebbe rimasta nella Grande Sinagoga dei
Magi d’Oriente fino alla nascita del Figlio di Davide.
Non sappiamo come la spada di Golia sia finita
nelle mani del Cid Campeador. Quello che sappiamo con certezza è che quella
spada era la stessa che Giuseppe impugnava il giorno in cui entrò nel Tempio
alla ricerca del Figlio di Maria.
La spada di Davide fu un dono dei Magi al padre
del Messia. Spettava a lui custodirla fino al giorno
dell’incoronazione di suo figlio.
Molti furono i doni
che i Magi fecero a Giuseppe. Oro, incenso e mirra furono gli ultimi tre doni
che gli offrirono; ma questi erano destinati al Bambino. In precedenza avevano
donato a Giuseppe un cavallo iberico che volava come una stella cadente ed era
in grado di attraversare la Samaria senza bere acqua né riposarsi. E tre cani
della stessa cucciolata, discendenti dei cani che i re di Ninive portavano con
sé nelle loro battute di caccia ai leoni. Uno si chiamava Deneb, l’altro Sirio
e il terzo Kochab. Giuseppe non li portava mai fuori tutti insieme. Si
assomigliavano talmente tanto che chi non conosceva Giuseppe pensava che ne
possedesse un solo esemplare di quella specie in via di estinzione. Erano docili come
agnellini ai piedi del loro padrone, ma più feroci del demone più malvagio
dell’inferno più orribile se fiutavano il pericolo. I suoi tre cani, il suo
cavallo iberico e la spada di Golia furono le tre cose che Giuseppe portò con
sé da Betlemme il giorno in cui Elisabetta gli disse:
«Figlio mio, tutte le tue sorelle si sono sposate
e sono felici; il ragazzo è ormai nel fiore degli anni e ha tutta la grazia di
suo padre. Cleofà è forte, è alto, è intelligente, non tarderà a trovare chi lo
ami alla follia. Molto presto la Figlia di Salomone sarà libera dal suo voto,
non è forse questo ciò che il Figlio di Natan ha atteso per tutti questi anni?»
E una quarta cosa Giuseppe portò con sé a Nazaret,
quella che per lui era la più preziosa di tutte: il documento genealogico della
sua Casata. Ma torniamo al punto.
Solo due volte nella sua vita la mano di Giuseppe
si protese verso la spada di suo padre Davide. Il fatto che il braccio gli si
protendesse ci dice molto sulla statura dell’uomo e sulla forza del suo
braccio. La prima volta fu quando Giuseppe andò a prendere Maria a
casa di Elisabetta, madre del Battista. La seconda, quando Giuseppe entrò nel
Tempio per cercare il Figlio di Maria.
Cosa sarebbe successo
se, invece di dire ai suoi genitori ciò che disse, il Bambino avesse detto a
Giuseppe: «Figlio di Natan, dammi la spada dei re di Giuda»?
POLVERE SEI E IN
POLVERE RITORNERAI
Che cosa rivelò in
definitiva quell’anziano al Bambino? Che cosa gli mostrò quell’uomo affinché il
Figlio di Maria rinunciasse ai suoi progetti? Cosa gli disse? Perché quel
Bambino tacque e rinunciò a salire sul cavallo del Figlio di Davide, il
principe valoroso e impetuoso che, secondo l’interpretazione popolare delle
Scritture, alla guida dei suoi eserciti avrebbe dovuto portare la pace di Dio
in tutto il mondo? Perché colui che era entrato nel Tempio deciso a rivelarsi e
a rivendicare ciò che gli spettava per diritto umano e divino abbandonò
all’improvviso i suoi progetti messianici e se ne andò dietro ai «suoi
genitori» senza proferire parola?
Che quell’anziano – la
cui identità scopriremo nella Seconda Parte – rivelò al Bambino la saggezza che
tutti voi conoscete per tradizione della Chiesa cattolica fin dai tempi degli
Apostoli, questo è certo. Ma che ci fosse di più, molto di più, è altrettanto
certo.
E l’unico modo per
scoprire cosa gli passò per la testa è metterci al suo posto. Ma non in modo
arbitrario, come più ci aggrada e ci sembra conforme alla nostra natura. Per un
po’ dimentichiamo tutto ciò che abbiamo sentito e caliamoci nei suoi panni. E per
farlo accetteremo la tesi cattolica dell’Incarnazione del Figlio di Dio. La
adotteremo a tutti i livelli e la porteremo alle sue estreme conseguenze.
Prenderemo in
considerazione la possibilità che quel Bambino fosse il Figlio di Dio in
persona. Non un figlio qualsiasi a nostra immagine e somiglianza, per adozione;
né tantomeno un figlio di Dio a immagine e somiglianza degli angeli che nel
libro di Giobbe vediamo al cospetto di Dio. No, daremo per scontato che quel
Bambino fosse un figlio di Dio alla stregua di Colui che è Unigenito del Padre
suo perché è stato generato dal suo Essere. E che nella sua condizione di
Unigenito soddisfi tutti i requisiti che il Credo cattolico pone sul tavolo:
Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. È una possibilità. Possibilità che
prenderemo in considerazione in tutta la sua portata.
Il primo ad accettare
questa possibilità fu Gesù stesso. Nella sua dottrina si proclamò Causa
Metafisica della Creazione, cioè la ragione per cui Dio fa tutte le cose,
compreso il nostro Universo. Da questa posizione di Figlio Unigenito, Gesù
rispose ai Giudei che gli chiedevano la sua età che «Egli esisteva già prima di
Abramo», cosa logica se si pensa che, essendo la Causa Metafisica della
Creazione, la sua presenza era necessaria fin dall’Inizio e prima che l’azione
avesse inizio. Coerente con se stesso, Gesù proclamò nuovamente per sé quella
condizione di Ragione Metafisica quando affermò che «il Padre gli mostra tutto
ciò che fa». L’altro aspetto, ovvero il fatto che ci abbia invitato ad
assistere allo Spettacolo nei prossimi Atti Creatori, è semplicemente
secondario. È qualcosa che in questo momento non c’entra nulla. La tesi che
sosteniamo è che quando Dio diede inizio al Principio e creò i Cieli e la
Terra, il suo Figlio Unigenito era al suo fianco ed è per amore di Lui che si
dispose a creare noi, il Genere Umano.
Tutto perfetto. Finché
Adamo non commette l’errore di lasciarsi ingannare dall’astuzia del Serpente.
A prescindere dal
dilemma che la perfezione divina e la libertà umana ci pongono, ciò che conta
davvero è che il Figlio di Dio abbia vissuto la condanna di Adamo come qualcosa
che lo riguardava direttamente.
Dalle Scritture si
deduce che Dio e suo Figlio abbandonarono Adamo ed Eva per un certo tempo.
Quando tornarono, si trovarono di fronte al fatto compiuto. Il Padre comprese
tutto ciò che era accaduto, giudicò il caso e, con l’ira del Giudice
dell’Universo, emise la sentenza contro tutti i protagonisti. Al Serpente giurò che un
figlio di Adamo si sarebbe alzato e gli avrebbe schiacciato la testa. Ad Adamo
ed Eva condannò a morire.
Sbalordito, sconvolto da quella ribellione contro
Dio, suo Figlio, fratello di Adamo il defunto, sentì il sangue affluirgli alla
testa e sognò il Giorno della Vendetta di Yahweh.
Ma quel Giorno della
Vendetta non era né per domani né per dopodomani. In realtà nessuno sapeva
quando sarebbe arrivato. Il Figlio di Dio sapeva solo che, col passare del
tempo, la perdita dell’identità dell’Uomo che Dio aveva creato diventava sempre
più grande. Divenne così grande, e l’odio che per colpa sua si andava
accumulando contro gli angeli ribelli gli sembrò così enorme che con tutto il
suo Essere chiese a suo Padre di mandarlo sulla Terra di persona per affrontare
il Diavolo in persona. Una volta sconfitto il Diavolo, la corona di Adamo
sarebbe spettata al Vincitore; e poiché il Vincitore e il Figlio di Dio erano
la stessa persona, durante il suo regno il Genere Umano sarebbe uscito
dall’Inferno in cui era stato gettato e avrebbe ripreso il cammino per cui era
stato creato e dal quale era stato allontanato dal Tradimento di Satana.
Il Figlio di Dio venne
quindi sulla Terra con il sangue che gli ribolliva nelle vene, pronto ad
asciugare le lacrime del nostro mondo. La sua spada era nella
sua bocca: era la sua Parola. Per conquistare il mondo non aveva bisogno della
spada di Golia, gli bastava aprire la bocca e ordinare ai venti di alzarsi,
agli eserciti di deporre le armi. Egli porta la Pace; la sua è la bandiera di
una Salute che supera la Morte e conduce gli uomini all’Immortalità.
L’Immortalità?
Ho detto
l’Immortalità?
«Ebbene sì, figlio
mio, ma vuoi forse ribellarti alla sentenza di tuo Padre?», gli disse quel
Simeone. «Per salvare noi, vuoi condannare te stesso? Per salvare il Presente,
vuoi condannare il Futuro? Certamente tuo Padre ti ha mandato ad affrontare il
Maligno e tu gli schiaccerai la testa, ma se abbatti le mura della nostra
prigione contro il giudizio divino, in che cosa ti distinguerai da colui contro
cui sei venuto a vendicare la morte del nostro padre Adamo? Perché il Giudizio
di Dio è inderogabile: polvere sei e in polvere tornerai. È il nostro destino.
Ti ha forse detto tuo Padre e Dio: «Va’ e annuncia loro la fine della loro
prigionia; liberali e dona loro l’Immortalità che bramano da quando li ho
creati»? Non vedi, figlio mio, che lasciandoti trascinare dall’amore che provi
per noi, trascini te stesso alla perdizione e trascini con te l’intera
Creazione? Chi, se non il Giudice di tutti noi, può sancire la
nostra libertà? Ma se ha dato quel Potere a suo Figlio, allora fai secondo la
tua volontà».
IL PENSIERO DI CRISTO
Che il Figlio di Dio
non avesse bisogno di essere crocifisso per recuperare la sua condizione
soprannaturale ci è stato mostrato dagli evangelisti nell’episodio della
Trasfigurazione. La Trasfigurazione di cui parlano era proprio questo: la
risposta a questa domanda così semplice. La necessità della morte di Cristo di
cui parlano nei loro Vangeli si riferisce ai presupposti della Dottrina del
Regno dei Cieli. Se c’era necessità della morte di Cristo, non era per
l’incapacità di Gesù di recuperare la sua condizione divina. Per recuperare la
sua condizione divina, Gesù doveva solo desiderarlo.
Quando tornò a
Nazaret, ciò che realmente accadde al Bambino fu che rinacque. Il Figlio di Dio
che si era fatto uomo e moriva di voglia di crescere, senza mai vedere il
giorno in cui avrebbe potuto sedersi tra gli adulti, si è finalmente calato nei
nostri panni. Dio è lassù e noi siamo quaggiù, e tutto il dilemma dell’umanità
passa attraverso un ponte sulle sabbie mobili. Come conoscere il pensiero di
Dio? Come scoprire il suo piano di salvezza universale ed eterna?
Ora era un uomo a
porsi tutte le domande che tutti gli uomini si ponevano e a cui nessuno
rispondeva. Ora era Cristo che alzava gli occhi verso l’alto e
guardava Dio faccia a faccia, cercando di conoscere i suoi pensieri. Ora era il
Figlio dell’Uomo che riconosceva la propria ignoranza e guardava Dio in cerca
della sua saggezza
Ma tu hai dodici anni.
E hai tutta la vita davanti a te. E ogni giorno che ti alzi, ti alzi con quella
Croce. E ogni anno che passa, ogni anno che passa quella Croce ti pesa sempre
di più. E che tu lo voglia o no, quel peso ti farà sprofondare più di una
volta.
Puoi fare tutto e non
fai nulla; vedi il mondo intorno a te vivere all’inferno e non puoi fare nulla,
anche se hai il potere di fare tutto. Puoi salvare il Presente e condannare il
Futuro, oppure lasciare che il Presente viva il proprio Destino e conservare la
tua Libertà per quando il prigioniero uscirà di prigione. Lo aspetterai
dall’altra parte della porta per guidarlo verso un Nuovo Giorno di libertà che
non finirà mai. Fino a quel Giorno il mondo dovrà seguire la sua strada, e
finché non arriverà la tua Ora dovrai sprofondare molte volte in profonde
depressioni, e non avrai nessuno che ti sostenga, non ci sarà nessuno al tuo
fianco con cui condividere il tuo destino, nessuno ti darà una mano, nessuno ti
tenderà la mano perché nessuno sarà con te per capire cosa ti sta succedendo e
perché sprofondi fino ad affogare.
Tu sei Gesù di
Nazaret, un giovane ricco; hai tutto ciò che un uomo desidera e prendi solo ciò
che vuoi. Non hai bisogno di nulla da nessuno. Ti aprono le porte ovunque tu
voglia andare; ti trattano da signore e la tua parola vale oro per chi fa
affari con te. Nessuno conosce il tuo segreto; solo una Donna. Suo marito è
morto quando avevi circa vent’anni, e anche Cleofa. Sono rimaste solo loro, tua
Madre e sua sorella Giovanna; solo loro sanno chi sei. Ma nessuna sa dove stai
andando, né quali siano i tuoi piani. Sei solo. Quando le tempeste si
scateneranno nella tua mente, non avrai nessuno da abbracciare e con cui
lottare insieme contro la tempesta. Se non impazzirai, sarà solo perché sei chi
sei, ma pur essendo chi sei dovrai sopportare la tempesta in piena campagna,
senza tetto né riparo contro l’acqua che cadrà a catinelle sotto un cielo
coperto di tenebre sul tuo corpo mortale. Tanto più amaro è ciò che stai per
fare, quanto più dolce è la vita che conduci.
Al moribondo di fame
il pane raffermo sa di gloria, ma se quello stesso pane lo dai a chi mangia
panini, gli si romperanno i denti. I tuoi, Gesù, sono abituati a mangiare il
pane migliore. Il tuo corpo è abituato alle vesti più raffinate. E condurrai un
esercito di uomini verso la tua stessa sorte. Non
crollerai? I loro fantasmi non ti assaliranno nei tuoi sogni? Non ti sveglierai
nei deserti in ginocchio implorando misericordia? Non ti tormenteranno le
visioni dei loro corpi dilaniati dalle belve dei circhi romani mentre guardi il
Cielo chiedendo la fine della condanna contro Eva e i suoi figli? Quanto durerà
per te ogni anno che vivrai? I vent’anni che ti attendono non saranno per te
un’eternità? Li hai davanti agli occhi. Sono tutti puri. Uno per uno sono tutti innocenti.
Il loro unico delitto è amarti sopra ogni cosa. Ti amano più del tempo, più
dell’immortalità, più di tutti i tesori dell’universo. Tu sei la loro vita. E
loro sono lì, appesi alle loro croci, protagonisti di uno spettacolo
sanguinario, un’ode alla follia, che cantano in onore delle lacrime che tu,
Gesù, hai versato per loro nel deserto, quando scomparivi misteriosamente e
tornavi senza dire a nessuno da dove venivi o cosa avessi fatto. Hanno visto le
tue lacrime e ti hanno addolcito il cuore nel giorno del loro martirio per non
risvegliare nel tuo petto il grido di vendetta. Non soffrirai sulla tua carne
il crimine delle tue centinaia di migliaia di fratellini, che tu condurrai alla
croce senza alcun delitto per cui possano essere ritenuti colpevoli? Amarti
sarà il loro delitto. Non implorerai misericordia dal tuo Padre? Non cercherai
un’altra alternativa praticabile? Eppure il Calice è pieno e dovrai berlo fino
all’ultima goccia. Una Speranza ti sostiene, ma a nessuno puoi raccontarla, con
nessuno puoi condividere l’infinita gioia in cui tutto il tuo essere esulta
quando, guardando colui che siede sul Trono del Giudizio Universale, vedi,
contempli e guardi te stesso.
CRISTO GESÙ
Non sappiamo in quale momento della vita
attraversiamo il confine tra l’infanzia e l’adolescenza; né in quale momento
abbiamo smesso di essere giovani per diventare adulti. Non
sembra esserci una regola generale; è qualcosa che ognuno scopre da sé e vive a
modo suo.
Se questo vale per
noi, quanto più complesso è applicare la nostra psicologia a qualcuno come il
Gesù dei Vangeli!
Una volta adottato
l’approccio di vederlo come vedeva se stesso, avendo sperimentato, nella misura
in cui la nostra comprensione ce lo permette, ciò che gli passava per la mente,
andiamo avanti. Ci sono ancora molte zone precluse all’intelligenza dei secoli
passati e che, sottoposte alla fantasia di coloro che hanno voluto far
irruzione nel suo intimo, sono giunte fino a noi deformate come dipinti viziati
dalle passioni dei copisti.
Se in qualche momento
ho lasciato correre le mie stesse passioni, il lettore, in quanto essere
libero, deve a se stesso l’opportunità di ricreare il filo storico partendo
dalle caratteristiche della propria intelligenza. L’autore può solo indicare
l’orizzonte e dipingere ciò che vede con i propri occhi, e sebbene la struttura
dell’occhio sia la stessa per tutti, il modo di vedere le cose assume una forma
personale e intrasferibile. È da questa piattaforma di visione personale e
comprensione individuale che l’autore ricrea le cose di cui scrive; il lettore
dovrà adattarle al proprio modo di ridere, di piangere, di odiare, di amare, di
comprendere e persino di ignorare.
Torniamo quindi con
Gesù a casa dei suoi genitori a Nazareth e, alla luce di ciò che ha scoperto –
ora che conosce la Croce di Cristo, la sua Croce –, cerchiamo di aprire
l’orizzonte dei suoi ricordi ai riflessi puri della realtà così come l’hanno
vissuta Lui e i suoi cari.
Il Bambino che scese a Gerusalemme era sotto ogni
aspetto, visto con gli occhi di uno estraneo, un signorino. Suo cugino Giacomo,
per esempio. Giacomo aveva un paio d’anni in più di suo cugino Gesù, eppure
mentre quest’ultimo non aveva ancora impugnato un martello né sapeva cosa
significasse piantare un chiodo, Giacomo, figlio di Cleofa, era già un vero
esperto, il ragazzo si era calato perfettamente nel ruolo di apprendista
falegname. Giuseppe, padre di quel Gesù, un ragazzo alto e estremamente
intelligente, dovette sopportare più di una critica per il modo in cui educava
il suo unico figlio. Lo stava viziando, gli dicevano.
Non parleremo di
invidia né porteremo in scena passioni che tutti vorremmo non aver mai
conosciuto. La verità è che la mentalità dei piccoli paesi è sempre stata un
focolaio dell’ignoranza più evidente e noiosa.
Le critiche rivolte a
Giuseppe sul modo di educare il suo primogenito non dicevano nulla a Maria, né
potevano essere prese troppo sul serio, dato che si trattava del Bambino che
era. Quel Bambino che criticavano era l’erede della figlia di Giacobbe. Gran
parte di tutto ciò che i nazareni vedevano intorno a loro apparteneva al
«signorino Gesù». Se i suoi genitori non volevano che toccasse chiodi e
martelli, chi era nessuno per rimproverare loro qualcosa?
La verità è che, al ritorno da Gerusalemme, quel
Bambino ruppe lo schema del «signorino» che si supponeva fosse il suo e si legò
a suo padre con l’obbedienza e la diligenza del ragazzo bravo e dinamico che
ogni padre desidera come figlio.
Maria lo vedeva finire la giornata indolenzito.
Nella sua vita il suo Bambino non aveva mai sollevato una tavola, e
all’improvviso non smetteva più di chiedere lavoro. Bastava
che suo padre aprisse bocca perché lui gli obbedisse. Persino lo stesso
Giuseppe lo guardava dicendosi: «Che ti succede, figlio mio?».
Ma non solo in falegnameria. Se alla zia Juana
serviva che le facessero un lavoro, eccolo lì, il figlio di sua sorella, pronto
a tutto ciò che serviva. Se bisognava andare nei campi a raccogliere mandorle o
a mietere il grano, il primo ad arrivare all’alba era proprio suo nipote Gesù. Non si lamentava mai, non rispondeva mai, non diceva mai di no. Né ai suoi
né a chiunque gli chiedesse un favore. Come poteva non essere
sempre impegnato!
Era come se non
volesse pensare, come se avesse bisogno di dimenticare qualcosa. Aveva bisogno
di dedicarsi all’attività fisica. Gli facevano male le braccia e i tendini gli
tremavano per la stanchezza, ma non diceva mai di no né si tirava indietro. Si
alzava per primo e andava a letto per ultimo. Non giocava più con i bambini del
paese. Né parlava, se non quando gli veniva chiesto. Il cambiamento fu così
brusco, così colossale, così sorprendente che sua Madre si sedeva sul bordo del
suo letto mentre il suo Bambino dormiva, chiedendosi cosa gli passasse per
quella testa. Prima il suo Bambino le parlava, le raccontava tutto. Da quando
erano tornati da Gerusalemme il suo Bambino era un’altra persona, era come un
estraneo per Lei. Per tutti era quello che doveva essere, un ragazzo obbediente
e taciturno che non interrompeva mai gli adulti né rispondeva quando lo
rimproveravi per qualsiasi cosa. Ma per Lei il suo Bambino si stava
trasformando in un estraneo.
Sta diventando un
uomo. Le dicevano. A Lei non bastava questo. Lei sapeva che, qualunque cosa
stesse accadendo al suo Bambino, non poteva essere spiegata dall’esperienza
umana. Non aveva forse vissuto Lei il crollo del suo Bambino ad Alessandria?
Per chi lo aveva visto seduto sulla soglia della falegnameria dell’ebreo, la
tristezza del Bambino poteva essere spiegata con qualche capriccio che il padre
gli aveva negato e che gli aveva proibito di chiedere di nuovo. Così semplice?
Niente affatto! Lei sapeva che suo Figlio non funzionava come gli altri
bambini.
In quell’occasione, là
ad Alessandria, Maria aveva trovato il modo di farsi strada verso il cuore del
suo Bambino. Ma questa volta le risultava del tutto impossibile. L’unica cosa
che poteva fare era sdraiarsi al suo fianco e addormentarsi custodendo i suoi
sogni, perché qualunque cosa stesse attraversando, questa volta il suo Bambino
non le avrebbe mai aperto le porte della sua mente, né le avrebbe permesso di
trovare la strada verso il suo cuore.
Non era che fosse
triste o che portasse un dolore così grande che la sola idea di condividerlo le
sembrasse impossibile per il Bambino. Sapeva che si trattava di qualcosa di più
profondo; così profondo che, pur guardandolo negli occhi, il suo sguardo si perdeva
nel campo visivo di Gesù senza mai raggiungere l’orizzonte dietro al quale suo
Figlio nascondeva i propri pensieri.
«Che cosa ti affligge,
figlio mio?», si chiedeva tra sé, sapendo che il suo Bambino non le avrebbe mai
dato una risposta.
LA MORTE DI CLEOFAS
Cleofas, padre di
Giacomo il Giusto e dei suoi fratelli, fu un uomo benedetto. Se è vero che
prima della morte l’essere umano rivive gli anni trascorsi in questo mondo, gli
ultimi momenti del fratello di Maria furono felici.
L’unico dolore che
avrebbe potuto offuscare i suoi ricordi luminosi era la morte del padre,
avvenuta poco dopo la sua nascita; eppure nemmeno questo dolore riuscì a
turbare i suoi ultimi momenti. Sua sorella Maria trasformò quell’assenza fisica
in una presenza angelica sempre vegliante sul suo bambino.
Ora che si trovava a
un passo dal varcare la soglia della morte, Cleofa poteva ricordare con un
sorriso il modo in cui la sorella maggiore aveva mitigato la mancanza del
padre, trasformandolo nel suo angelo custode. Come avrebbe potuto dubitare
dell’innocenza di sua sorella Maria il giorno in cui sua madre gli raccontò
dell’Annunciazione?
Fu il primo uomo al
mondo a conoscere il Mistero dell’Incarnazione, e il primo a credere ciecamente
nella Vergine che avrebbe concepito il re Messia. Fu sua madre a prenderlo da
parte e a dirglielo con tutte le parole: «Figlio mio, succede questo, questo e
questo, e voglio che tu faccia questo, questo e questo».
Cleofa si dimenticò di
sua moglie e dei suoi due figli piccoli, sellò il suo cavallo e la giumenta per
sua sorella e, senza dare al cognato più spiegazioni di quelle necessarie, aprì
la strada alla Vergine attraverso la Samaria.
Santo cielo, com’era
bello, un cherubino sul suo cavallo di fuoco con lo sguardo dell’aquila che
scrutava l’orizzonte, la spada pronta e affilata per tracciare attorno alla sua
Sorella il cerchio che l’ignoto soldato romano tracciò attorno al grande re d’Asia.
«Se varchi la linea, dichiari guerra a Roma; se ti volti, vai in pace. Se vuoi
la guerra, l’avrai».
Suo cognato gli diede
come compagnia due dei suoi cani, Deneb e Kochab. A quegli ultimi esemplari
della loro razza sembrava essersi trasmessa la tensione del giovane fratello
umano; Deneb avanzava aprendo la strada, Kochab sorvegliava la retroguardia.
La Vergine sarebbe scesa da sola in Giudea senza
altra protezione che la fiducia riposta nel Signore tramite il suo angelo
Gabriele. Ma era così bello il suo Cleofa che la avvolgeva con il manto della
sua fede assoluta nella sua innocenza.
Qualche tempo prima che a Nazareth si scoprisse lo
stato di grazia in cui si trovava la moglie del falegname – stato di grazia di
cui tutti i vicini parlavano –, giunse a Nazareth un ragazzo dalla Giudea,
proprio da Gerusalemme, in cerca di Giuseppe. Portava
un messaggio da parte di Zaccaria. Il suo contenuto lasciò Giuseppe a bocca
aperta e pensieroso. «Isabella era incinta».
Quando, poco dopo, sua
suocera decise di mandare Maria da Elisabetta, affinché l’aiutasse negli ultimi
mesi della gestazione di Giovanni, Giuseppe lo trovò naturale. Ma ciò che non
gli sembrò più così logico fu che fosse Cleofa ad anticiparlo e ad accompagnare
Maria verso sud. Ora, sul letto di morte, Cleofa ricordava con affetto
l’espressione di sorpresa che aveva assunto suo cognato nel sentirlo parlare,
lui che ai suoi occhi era solo un ragazzo, con le parole di un uomo maturo.
«Non si dica altro.
Ogni conversazione è terminata. Mia madre dispone, sua figlia obbedisce, e io,
suo figlio, eseguo. Fino al giorno delle tue nozze la tua promessa sposa è
soggetta all’autorità di mia madre. Non c’è altro da dire, Giuseppe. Al ritorno
ci rivedremo». Giuseppe rimase a guardarlo con gli occhi di chi scopre l’uomo
nel ragazzo ed è felice che sia così, perché è così che devono andare le cose.
Zaccaria ed Elisabetta
si erano ritirati nella loro casa di campagna sulle montagne di Giuda, lontano
da Gerusalemme. Era già da un po’ di tempo che il figlio di Abia si era
ritirato dalla carica ufficiale che aveva ricoperto per tutta la vita nella
gerarchia burocratica del Tempio. E non se n’era andato dal Tempio stesso se
non pochi mesi prima, poiché, essendo il sacerdozio a vita e non avendo figli,
il suo turno lo obbligava a rimanere in carica fino alla morte o finché una
malattia non glielo avesse impedito.
Sano e longevo in
un’epoca in cui l’aspettativa di vita media di un uomo superava a malapena i
cinquant’anni, Zaccaria, sebbene avrebbe potuto mettere il turno di suo padre a
disposizione del Tempio, preferì rimanere al suo posto sacro fino a quando la morte
o la malattia non lo avessero costretto a ritirarsi. Ed è proprio ciò che
accadde. Infatti, essendo diventato muto, non poté più mantenere
quell’atteggiamento di irremovibilità che gli aveva procurato tanti nemici.
L’amministrazione del
tesoro del Tempio spettava alle famiglie sacerdotali titolari delle
ventiquattro turne di adorazione. Il presidente di questo consiglio di
amministrazione era il sommo sacerdote, che a sua volta veniva eletto tra
quelle ventiquattro famiglie. Di norma la carica passava di padre in figlio. Ma
ogni tanto accadeva ciò che era successo a Zaccaria.
Zaccaria non aveva
figli a cui lasciare la sua poltrona. La cosa più naturale in questo caso era
mettere il Turno a disposizione del Consiglio dei santi e scegliere un
successore tra le famiglie. Come si può immaginare, non poteva mancare qualcuno
disposto a mettere sul tavolo il denaro necessario per acquistare quella
posizione vacante.
Contro natura e senza
alcuna necessità, Zaccaria si guadagnò molti nemici rifiutandosi
categoricamente di vendere il suo turno. Nessuno poteva costringerlo a mettere
a disposizione del Consiglio il turno di suo padre. E lui non lo fece.
Nessuno seppe mai cosa
l’angelo disse a Zaccaria, ma le conseguenze di quell’Annunciazione furono
miracolose per i suoi nemici. Muto, il figlio di Abia dovette per forza mettere
a disposizione del Consiglio il proprio turno, firmare la rinuncia e ritirarsi
dall’ufficio.
Zaccaria si ritirò
nella villa che lui e sua moglie possedevano sui monti di Giuda. Era una casa
di campagna, lontana dal mondo e dai suoi trambusti, alla quale aveva accesso
solo Simeone il Giovane, l’unico della Saga dei Precursori ancora in vita. A parte Simeone il Giovane, non ricevevano visite. Il motivo?
Ebbene, il motivo era
il miracolo che i genitori di Giovanni Battista stavano vivendo in prima
persona.
Sul letto di morte
Cleofa si ricordò della meraviglia che aveva vissuto il giorno in cui aveva
incontrato i suoi «nonni». Zaccaria saltellava lungo le pareti, e se non fosse
stato per i capelli bianchi come la neve di Elisabetta, nessuno avrebbe potuto
giurare che quella donna avesse già superato i sessant’anni. Il ragazzo assomigliava proprio a lui, suo nonno. Non parlava, ma non
smetteva mai di muoversi. Solo un’altra coppia in tutta la storia del mondo
aveva vissuto un miracolo di questa natura: Abramo e Sara, naturalmente.
Dal portico della casa
di campagna dei nonni, Cleofas si ricordava di aver guardato l’orizzonte
dicendosi: «Che ti prende, Giuseppe, perché ci metti così tanto?». Come
ricreare la gioia di quel ragazzo quando vide apparire Giuseppe dalla valle del
, che galoppava a tutta velocità attraverso la pianura! Non gli vennero forse
le lacrime agli occhi quando vide quel gigante inginocchiarsi ai piedi della
Vergine, chiedendole perdono per aver dubitato della sua innocenza?
Il giorno in cui
Giuseppe gli annunciò che avrebbe portato Maria e Gesù lontano da Erode, Cleofa
lo guardò negli occhi come per dirgli: «E tu hai creduto che io sarei rimasto
qui mentre tu portavi mia sorella chissà dove».
Fin dalla prima volta
che vide quel ragazzo allampanato, Cleofas entrò subito nelle grazie di
Giuseppe. E da allora non si separarono mai più.
Padre di una famiglia
numerosa che sembrava non finire mai, Cleofas non criticò mai Giuseppe per il
comportamento di suo figlio Gesù né per il modo in cui Giuseppe lo educava. Se
suo figlio Giacomo si spaccava i pugni contro gli spigoli delle assi mentre suo
nipote Gesù se ne andava in giro a percorrere le colline, Cleofà lo vedeva con
gli occhi di chi, dopotutto, un tempo era stato il signorino del Cigüeñal. Era
così che sua madre aveva cresciuto lui stesso.
Tra tutti i bambini di
Nazareth, Cleofà era il principino che non lavorava né aveva bisogno di darsi
da fare per dare una mano alla famiglia. Sua sorella Giovanna se la cavava da
sola nei campi; sua sorella Maria gestiva la sartoria più redditizia della zona. Di tanto in
tanto la bisnonna Isabella saliva da Gerusalemme carica di regali. Si sarebbe
mai dimenticata del bambino di casa?
Qual era la sua missione in questa vita? Vivere la
vita!
Suo nipote Gesù gli ricordava così tanto se stesso
che Cleofà rideva vedendo José trovarsi in così tanti guai quando doveva
difendere il suo Gesù davanti agli amici e ai vicini.
Anche lui era stato colto di sorpresa dal
cambiamento così brusco di suo nipote al ritorno da Gerusalemme, e ne era
rimasto meravigliato. Come sua sorella, nemmeno lui riusciva a spiegarsi cosa
passasse per la testa di suo nipote. L’unico che sembrava capire il Bambino era
Giuseppe.
Giuseppe era l’unico che sembrava non sentirsi
sorpreso. Fu l’unico che sembrava sapere perfettamente cosa gli stesse
accadendo e, come il Bambino stesso, Giuseppe seguì la linea di non dire una
parola a nessuno. Con sua Madre e con suo zio Cleofa, Gesù si sentiva a disagio
perché leggeva nei loro occhi ciò che stavano pensando. Con Giuseppe, invece,
il Bambino si sentiva a suo agio. Era l’unico che non lo guardava con domande
negli occhi e l’unico che sapeva trattarlo in modo tale che Gesù si
dimenticasse dei problemi e tornasse ad essere il ragazzo vivace, intelligente
e laborioso che tutti lodavano ai suoi genitori.
Sì, certo, Cleofas
aveva vissuto una vita meravigliosa prima di conoscere Giuseppe. Ma quel
gigante nomade in sella al suo cavallo iberico, che vagava per le province del
regno, con i suoi tre cherubini assiri che sembravano usciti da un affresco
perduto di qualche palazzo di Ninive, quel nomade aveva dato alla sua vita ciò
che gli mancava: l’immagine del padre, del fratello che non aveva mai avuto. E
ora, sul letto di morte, sarebbe stato per i suoi figli e le sue figlie il
padre che sarebbe loro mancato.
Sì, se è vero che
prima di morire la mente ripercorre gli anni vissuti, uno per uno, Cleofà
rivisse anni unici, meravigliosi. La Vergine come sorella, il re Messia come
nipote, un cherubino come cognato, una donna meravigliosa che gli aveva dato
figli e figlie, tutti sani, tutti forti.
«Giuseppe…», esordì dal suo letto.
«Fratello», lo anticipò Giuseppe. «I tuoi figli sono i miei figli, le tue figlie sono le mie figlie. Tra tutti noi, in questo momento sei tu il beato. Nostro padre Davide
attende il suo principe Cleofas nel seno di quella luce che si accenderà quando
chiuderai gli occhi. Lì ci rivedremo, fratello. Vieni a stringermi la mano
quando toccherà a me chiudere i miei».
E così fu. Cleofas
morì giovane, come suo padre Giacobbe.
«Proprio come nostro
padre, Juana, nel fiore degli anni. Quanto ci mancherai,
fratello!», pianse la Vergine.
Lo seppellirono a
Nazareth, nella tomba di suo padre Giacobbe, accanto a suo nonno Matán, sopra
le spoglie di Abiud, figlio di Zorobabele, figlio di Salomone, figlio di
Davide.
LA MORTE DI GIUSEPPE
La vita di Giuseppe il
falegname si spense poco dopo quella di Cleofa.
Se l’esistenza di
Cleofa fu bella e degna di essere vissuta, quella di Giuseppe il falegname fu
quella del guerriero sempre sull’orlo del precipizio, con i muscoli
costantemente in tensione, i nervi tesi fino all’ultimo atomo, sempre vigile,
sempre pronto ad adattarsi alla prossima svolta del destino.
«Non c’è nulla di
predeterminato, chi sa cosa riserverà il domani? Quando il libro della vita volterà pagina,
si vedrà cosa contiene. E a ciascun giorno basti la sua fatica».
«Agli figli dello Spirito spetta il compito di
rispondere prontamente al suono della tromba che chiama all’azione».
«La Morte attacca
sempre alle spalle, ma chi le fa fronte le strappa dalle mani quell’asso
chiamato fattore sorpresa».
Proverbi di questa
natura erano il pane quotidiano di Giuseppe il falegname. Zaccaria, il futuro
padre di Giovanni Battista, suo precettore, tutore, mentore, maestro, tutto il
bene in uno, dedicò il suo talento, il suo genio, la sua saggezza, la sua arte,
tutto il meglio che aveva, a formare la mente del giovane Giuseppe. Grazie alla
sua pazienza e dedizione, il guerriero senza paura che scorreva nelle vene del
giovane Giuseppe imparò a guardare la Morte negli occhi e, con lo splendore
negli occhi dell’eroe che si sa invincibile, persino l’Inferno stesso.
Ma ciò a cui la sua
mente non si era mai preparata era di ritrovarsi intrappolato nelle reti di Dio
stesso.
Anche la sua concezione di sempre sulla nascita
del figlio di Davide era quella classica e tradizionale: papà, mamma, si
sposano, si uniscono, due persone diverse e una sola cosa, il richiamo del
sangue, il potere della carne. Immaginare che Dio potesse
intromettersi attraverso l’Incarnazione di suo Figlio? Beh, a dire il vero, no;
ciò che accadde dopo non se lo era mai immaginato.
Guardando indietro,
rivivendo quei giorni, Giuseppe il falegname rideva di cuore.
In quell’occasione il guerriero era giunto
dall’altra parte del campo di battaglia. Attorno al suo letto di morte i suoi
nipoti e la sua gente piangevano l’addio al cherubino che non aveva mai
abbassato la guardia, la morte dell’eroe che non si era mai tolto l’elmo e
l’armatura. Si apprestava già a consegnare l’anima.
Tutti credevano ormai che le sue forze fossero
giunte al tramonto, che il suo respiro si dissolvesse nelle distanze tra il
Cielo e la Terra, quando Giuseppe il Falegname uscì dal suo sonno. Lo svegliò
il ricordo della risposta data al suo Maestro Zaccaria il giorno in cui
Elisabetta aveva comunicato loro la notizia del Voto della Vergine.
«Sia fatta la volontà di Dio. Il mio popolo ha
atteso questo giorno per mille anni, ben posso aspettarne dieci anch’io», disse
Giuseppe.
Dio, quale svolta inaspettata hai dato alla vita
del tuo servo!
Il giovane Giuseppe
crebbe sognando il giorno in cui avrebbe visto nascere da sua moglie il re
Messia, il signore della spada dei re, il legittimo detentore dei due rotoli
messianici.
I suoi fratelli e le
sue sorelle non capivano perché il loro Giuseppe non si sposasse all’età in cui
tutti erano soliti farlo. La vita era breve. L’esistenza, molto dura. A questo
punto della storia nessuno poteva permettersi il lusso di lasciar scorrere gli
anni alla maniera dei Patriarchi, che si sposavano dai quarant’anni in su.
Molti erano già nonni a soli quarant’anni. Cosa aspettava il capo del clan dei
falegnami di Betlemme per scegliere una donna e onorarli tutti con sangue
fresco?
Giuseppe il falegname
taceva. Rispondeva ai suoi fratelli con il silenzio di chi, a differenza degli
altri mortali plasmati dal fango, sembrava essere stato forgiato dal ferro.
Lungi dal suo petto di
avere un cuore di pietra, ma tu, Dio santo, non gli hai lasciato altra scelta
che adottare quell’atteggiamento per il bene di tutti, poiché se fosse giunta
all’orecchio degli sicari di Erode la minima notizia sul complotto davidico che
si stava tramando alle sue spalle, quanto tempo avrebbe impiegato quel serpente
per ordinare la morte di tutti i fratelli del tuo servo?
Giuseppe il falegname
si svegliò dal suo sogno rivivendo quel giorno indimenticabile, il giorno in
cui si recò a casa di sua suocera Anna per chiederle spiegazioni sulla voce che
aveva scandalizzato tutti a Nazareth.
Cosa stava succedendo?
Cosa gli stava giungendo alle orecchie?
Le vicine gli
lanciavano allusioni pesantissime.
«Come chiamerete il
bambino, signor Giuseppe? Perché sarà un maschio».
Il falegname finì per
sentirsi punto sul vivo, smise di tergiversare e andò direttamente a parlare
con sua suocera.
La vedova, che
aspettava la visita, andò ad aprirgli la porta.
La madre della Vergine si era preparata per questo
incontro.
Lo aveva temuto. Lo aveva desiderato. Lo sognava,
lo bramava, tremava al solo pensiero di lui.
Sarebbe stata all’altezza della situazione? La grazia che emanava l’innocenza di sua figlia si sarebbe trasmessa anche
a lei, sua madre?
Come madre era pronta
a cavare gli occhi a chiunque avesse pronunciato la parola «adulterio». Suo
genero Giuseppe era un santo, un uomo di grande bontà, ma quale uomo non si
sarebbe scandalizzato nel sentire che la propria moglie era in stato di grazia
per opera dello Spirito Santo?
Con il cuore in gola, la vedova aprì la porta al
genero.
«Siediti, figlio mio»,
gli disse. «Questo è un grande giorno per tutte le famiglie della terra».
Che modo di rompere il
ghiaccio!
Il falegname si
sedette. Non aprì bocca. Non ne avrebbe nemmeno avuto bisogno. Il
suo sguardo diceva tutto.
Ebbene, forse mille
immagini valgono meno di una parola di Dio, e un’immagine vale più di mille
parole dell’uomo. In quella situazione, la madre della Vergine faccia a faccia
con l’uomo che era direttamente coinvolto nell’Incarnazione del Figlio di Dio
per opera e grazia dello Spirito Santo, né le parole né le immagini sembravano
sufficienti a quella madre intrappolata nelle reti di un Dio che non chiede il
permesso a nessuno per entrare nella vita delle creature che Egli crea
dall’argilla.
Bastavano gli sguardi.
Gli sguardi dicevano tutto.
La vedova sapeva
perché fosse venuto suo genero e suo genero sapeva che lei sapeva perché lui
fosse venuto. La questione era chi avrebbe rotto il ghiaccio.
La madre della
Vergine, ispirata dall’amore infinito che provava per sua figlia, da un lato, e
dalla saggezza dello stesso Spirito Santo, dall’altro, esordì:
«Figlio mio, credi che
Yahweh sia Dio?», gli sbottò rivolgendosi al genero senza dargli il tempo di
dire una parola. Un’entrata
in scena del genere, lo sapeva bene, era l’ultima cosa che Giuseppe potesse
aspettarsi.
Il falegname non batté
ciglio. Un uomo di ghiaccio avrebbe messo più in agitazione di lui in quel
momento.
Beh, lui conosceva già
sua suocera Anna, sapeva quale impronta avesse lasciato nell’anima di quella
donna. Zaccaria aveva educato lui, Giuseppe; ma sua suocera Anna era stata
formata con le proprie mani da Elisabetta, la moglie del suo Maestro. Quindi, se
ciò che la « a vedova di Giacobbe di Nazaret» stava facendo era difendere sua
figlia Maria – e senza dubbio lo stava facendo –, la madre della Vergine stava
partendo con il piede giusto. Si sarebbe visto in cosa sarebbe sfociata tutta quella
filosofia.
La madre della Vergine, senza perdere la calma né
sentirsi sopraffatta dalla serietà impassibile del genero, proseguì:
«Perdonami, uomo di Dio, se varco questa soglia,
ma gli eventi me lo impongono. Voglio dire, credi forse che ci sia qualcosa di
impossibile per Dio?». Poi rimase a fissare il genero come se in quel momento
il mistero degli occhi di Dio le fosse stato rivelato e le permettesse di
leggere i pensieri di Giuseppe.
Un altro avrebbe percepito quello sguardo come
un’intimidazione. Il falegname lo sostenne senza muovere un muscolo.
Sebbene non avesse ancora capito dove volesse
arrivare sua suocera, Giuseppe rimase tranquillamente seduto. Era venuto per
ottenere una sola parola, un «Sì» o un «No». E
basta. E non se ne sarebbe andato da quella casa senza aver ottenuto quel «Sì»
o quel «No». Sua moglie era in stato di grazia? Era tutto ciò che voleva
sapere.
La madre della Vergine
giocava in vantaggio: sapeva che suo genero José non si sarebbe mosso da lì
finché lei non gli avesse dato il «Sì» o il «No».
La verità, tutta la verità e nient’altro che la
verità, era un «Sì», un «Sì» meraviglioso, un «Sì» divino, un «Sì» eterno,
infinito, un «Sì» senza riserve, indescrivibile, inspiegabile.
Era anche un «No», un «No» totale, un «No» senza
concessioni, senza discussioni di alcun tipo, un «No» profondo, non
negoziabile: la Vita del Messia in una mano, la Morte del Figlio di Davide
nell’altra.
Cosa sceglieresti tu, amico? Optaresti per la
beffa, rideresti in faccia a Dio, negheresti a Dio il potere di compiere
quell’Opera straordinaria, soprannaturale?
Amico, tutto è nulla quando tutto è poco. Ma se la
creatura rifiutasse la conoscenza del proprio Creatore e lo riducesse al
proprio livello di intelligenza naturale, l’impresa straordinaria sarebbe
quella di tirare fuori un simile asino dal pozzo degli stolti.
I dadi – poiché la grazia soffia a favore del
vento – continuano ad attendere la prossima mossa. A ogni uomo e donna spetta
il turno di esprimere la propria risposta. Affermarsi nel Sì o nel No.
Se avessi tutto il bene in una mano e tutto il
male nell’altra, per quale delle due opteresti?
Giuseppe il falegname ebbe un tempo nelle sue mani
i dadi della fortuna del Figlio di Maria. Mai nella storia dell’universo un
uomo ha attraversato una prova simile o analoga. La sua decisione avrebbe
cambiato il futuro del mondo. Il suo «Sì» o il suo «No» avrebbe fatto emergere
o affondare l’intero Piano di Salvezza Universale del suo Creatore.
Dalle sue labbra, tuttavia, la madre della Vergine
poteva aspettarsi solo parole di saggezza. Con quella forza e quel coraggio
propri di una figlia di Eva, la madre della Vergine proseguì con la sua
rivelazione
«Vediamo un po’, uomo di Dio. Immagina che il Signore ti sfidi a sottoporlo a una prova. Sì, proprio
così. Immagina che Nostro Signore ti offra l’opportunità di metterlo alla prova
per dimostrare che Egli è il vero Dio, non solo a parole e perché è in grado di
compiere qualche trucco in più rispetto ai maghi del Faraone.
«Supponiamo che non ti
basti credere sulla parola che Egli sia Dio, e che tu voglia, anzi, abbia
bisogno di vederlo con i tuoi occhi. Vuoi vedere la Sua Onnipotenza e la Sua
Onniscienza, vuoi vederle in azione, superare la sfida più ardua, vincere la
prova più grande che ti possa venire in mente.
«Uomo di Dio, so già
che la tua fede è più forte della roccia, che senza vedere ti accontenti e ti
basta la Parola che viaggia di bocca in bocca attraverso il firmamento dei
secoli per credere nella Verità del nostro Signore. Tuttavia concediti questa
opportunità. Rispondimi senza pregiudizi. Dimmi: con quale prova metteresti Dio
alla prova affinché si impegnasse a fondo? Quale prova proporresti a Dio che
fosse degna della sua Onnipotenza e lo costringesse a mettere in campo tutta la
sua Onniscienza? Figlio mio, non tirarti indietro, non lasciare che la tua
lingua rimanga incollata al cielo del tuo cuore per paura di non trovare le
parole. Abbi il coraggio, sfida il tuo Creatore, perché te lo meriti, per tanta
sofferenza, per tanto dolore e tanta crudeltà che i nostri padri hanno
sopportato. Cosa eravamo, figlio mio, prima che lo Spirito di Dio aleggiasse
sulle acque dei nostri mari? Animali privi di intelligenza. Poi, un giorno, siamo
stati amati dal nostro Creatore, che ci ha donato il dono della parola. Ora
dunque non negartelo, parla, alza il capo verso l’Onnipotente, deponi la tua
anima ai suoi piedi, chiedigli di compiere un’opera straordinaria, unica,
irripetibile, meravigliosa, all’altezza del suo Grande Spirito, che plachi la
tua sete di conoscenza e la tua fame di saggezza. Lui è dalla tua parte. Chiediti
quale prova vorresti sottoporre al tuo Creatore, una sola e non di più, santo
Isacco; ma una che riempia la tua anima di felicità infinita e il tuo essere di
gioia eterna. Dai, non essere timido». E la madre della Vergine tacque.
Per quanto possa sembrarvi strano, Giuseppe il
falegname continuava a rimanere sbalordito. Era
venuto in cerca della risposta a qualcosa di così semplice come la verità sulla
voce riguardante lo stato di grazia in cui sua moglie affermava di trovarsi, e
sua suocera gli aveva propinato una vera e propria discussione teologica.
Giuseppe la fissò cercando di indovinare cosa
stesse succedendo. Era un «Sì» o era un «No»?
Sua suocera approfittò della confusione per
portare la sua Rivelazione un passo oltre.
«Figlio mio, rispondimi», lo supplicò lei. «Non
mentirmi e non restare in silenzio per paura di offendere il Signore. Dimmi la
verità: oseresti sfidare il tuo Dio? O ti tireresti indietro e non apriresti
bocca per paura di offendere il tuo Creatore?».
Senza concedersi un attimo di tregua, la vedova
fece un respiro profondo. Subito dopo tornò sul campo di battaglia.
«Uomo di Dio, so bene che ti sto prendendo alla
sprovvista; ma concedimi questi pochi minuti della tua vita. Te lo chiedo di
nuovo: quale prova sottoporresti a Dio? O meglio, mettiamola così: quale
sarebbe la prova più grande per un Dio che un uomo possa immaginare? Per
esempio, tu vuoi che Lui ti dimostri una volta per tutte che è il Dio della
Verità, che non si è attribuito da solo la gloria dell’Essere Increato. Vuoi che cancelli dal cielo tutte le stelle? Vuoi che il sole non tramonti
mai? Vuoi che gli asini volino? Vuoi che le balene camminino? Non lo so, cosa vuoi? A
imperatore può arrivare chiunque. A Mida, chiunque possa. Non chiedere a Dio
cose che un uomo può fare. Lo sfiderai con un’opera straordinaria, superiore,
gli metterai davanti un compito a cui nemmeno Ercole nel pieno della sua gloria
avrebbe potuto mettere mano. Mi spiego bene? … E cosa volevo dirti? Ah sì,
vedi, quello che mi preoccupa è che, conoscendo la natura degli uomini, sei
sicuro che una volta cancellate le stelle dal cielo non cercherai una
spiegazione naturale a un fenomeno così divino? Di fronte a un Sole congelato
nella cupola del firmamento, sei sicuro che voi uomini non gli darete un’altra
interpretazione e non troverete una causa naturale che vi entri in testa?”.
Dopo aver scaricato la responsabilità su qualcun
altro, la vedova di Giacobbe di Nazaret tacque. Giuseppe il falegname non entrò
nel gioco.
Direi che chiunque in quel momento lo avesse visto
seduto di fronte alla suocera avrebbe giurato che quell’uomo di Dio avesse
ghiaccio al posto del sangue nelle vene.
Giuseppe il falegname
non mosse un sopracciglio. Con lo sguardo fisso sulla suocera, sembrava più una
statua di pietra che una creatura in carne e ossa.
La vedova sostenne il
suo sguardo. Sapeva fin troppo bene che il genero non avrebbe detto una parola;
non a caso il marito di sua figlia era fatto sulla stessa impronta del marito
di sua zia Isabella.
Ispirata dal grande
amore che provava per sua figlia, la Vedova si comportò come se il silenzio di
José fosse un riconoscimento del valore dell’idea messa sul tavolo.
José, che cominciava a
stupirsi della piega che stava prendendo la conversazione, impreziosì il suo
silenzio con le prime parole:
«Me lo dica lei,
madre. Perché mai dovrei negare al mio Creatore la gloria del suo Braccio?». E
tacque.
La madre della Vergine
fece il passo decisivo. Era giunto il momento.
«Figlio mio. Io non
sono un uomo».
Aveva fatto un passo
avanti, sì, ma nella direzione che le era più congeniale.
«Non so come ragionino
gli uomini», insistette. «Io sono stata creata da una costola dell’uomo. Ciò
che per un uomo può essere la prova più grande dell’Universo, forse agli occhi
di una donna non lo è altrettanto. L’unica cosa che mi chiedo è: agli occhi di
una donna può esserci una prova più grande per Dio che concepire senza
l’intervento dell’uomo? Voglio dire, non alla maniera di quei figli di Dio che
andarono a letto con le figlie degli uomini e ebbero discendenza. Sai bene che
tra i Greci, i Romani e i barbari i loro dei andavano a letto con le loro donne
e generavano eroi, l’ultimo dei quali fu proprio Alessandro. No, figlio mio, ti
sto parlando di un’altra cosa. Che una Vergine dia alla luce un Bambino senza
aver conosciuto uomo».
A quel punto Giuseppe
il falegname spalancò davvero gli occhi. Cosa gli stava insinuando sua suocera?
Con questo giro di parole metafisico dove lo stava portando? Lo stava
avvolgendo il «Sì» che era venuto a cercare in una sorta di nodo teologico
impossibile da sciogliere? L’argomento era talmente sconvolgente che Giuseppe
rimase immobile.
«Figlio mio, credi che
una prova del genere supererebbe i limiti del Potere Divino?». La Vedova continuò ad
attaccare senza dare al genero il tempo di preparare la strategia di
contrattacco.
Comunque, suo genero alla fine parlò. «No. Mai», disse con aria seria.
E subito tornò al suo
ruolo di genero in pieno stato di smarrimento, di fronte ai meandri in cui la
suocera stava trascinando la risposta così semplice e breve che era venuto a
cercare: Sì o No.
Sembrava un «Sì», ma in realtà era un «No».
A quanto pareva, il «Sì» gli veniva addolcito con
lo zucchero affinché la pillola degli avvenimenti non gli risultasse troppo
amara. Ma l’idea con cui sua suocera lo stava sfidando gli sembrava così
fantastica che il suo corpo si rifiutava di andarsene senza prima ascoltare con
le proprie orecchie la conclusione dell’argomentazione che gli stavano
costruendo.
«Non mi aspettavo niente di meno da te, figlio mio»,
interruppe il filo dei suoi pensieri quella madre pronta a difendere sua figlia
con le unghie e con i denti. «Ora facciamo un altro passo avanti. Il Signore
accetta la tua sfida. Il Signore ti darà la prova che le tue ossa bramano: farà
sì che una Vergine concepisca un figlio per opera e grazia del suo Potere
Infinito. Ti ricordi la profezia, figlio mio? So che te la ricordi.
-Il profeta Isaia disse al re Acaz: «Chiedi a
Yahvé, il tuo Dio, un segno nelle profondità del Seol o lassù in alto».
-E Achaz rispose: «Non
glielo chiederò, non voglio mettere alla prova il Signore».
-Allora Isaia gli
disse: «Ascoltate dunque, casa di Davide: vi basta forse di tormentare gli
uomini, che tormentate anche il mio Dio? Il Signore stesso vi darà per questo
il segno: ecco, la vergine incinta partorirà e lo chiamerà Emmanuele».
La Vedova interruppe
il suo discorso e fissò lo sguardo nell’anima di Giuseppe.
Il falegname non
riusciva ancora a credere alle proprie orecchie. Gli stavano forse dicendo che
il Segno si era avverato? La vedova era impazzita o voleva farlo impazzire lui?
Come se gli leggesse
nel pensiero, la Vedova riprese l’argomento.
«Figlio mio, tu pensi:
“Venga al sodo, signora”. E io ti chiedo di non spazientirti. Non stiamo parlando di una
cosa insignificante, è in gioco la gloria dell’Eterno. Abbi pazienza. Se,
correndo troppo in fretta, l’atleta non vede i segnali, li salta e raggiunge il
traguardo per una strada non segnalata, anche se comunque avrebbe vinto se
avesse percorso la pista ufficiale, la giuria gli darà la corona d’alloro? No,
vero? Infatti, figlio mio, l’Eterno è già in movimento, alla ricerca della
Donna, della Vergine nel cui seno prenderà corpo il suo Segno. Ti chiedo: su
quale beata Dio farà riposare il Suo Braccio? Su quale donna, unica e speciale
tra tutte le figlie di Davide, l’Altissimo stenderà il manto della Sua Gloria?
Quale amerà come si ama l’unica e adorata sposa? Tu mi dirai che, stante così
la cosa, l’Altissimo stesso la genererà e la predestinerà fin dal grembo dei
suoi genitori affinché sia la Madre. E avrai ragione. O forse Egli non anticipa
chi chiede, generandolo per fargli la sua richiesta? È l’Onniscienza del
Signore che muove ogni anima che respira al Suo cospetto. Non è forse il Suo
Spirito la fonte che ispira ogni parola che giunge al Suo orecchio? Certamente
sì, figlio mio. Egli apre la bocca di chi chiede: «Che una Vergine dia alla
luce senza l’intervento di un uomo!» Il Signore sorride tra sé e sé. Apre la
bocca e dice: «Sia fatto, vi stupirò tutti compiendo un’opera che sarà
ricordata in eterno: il figlio di Eva nascerà da una Vergine. È già fatto,
figlio mio. Dimmi ora, tra tutte le donne, quale donna sceglierà l’Altissimo
per essere quella Vergine beata?»
Per un attimo Giuseppe il falegname credette di
aver già udito tutto ciò che era venuto a cercare, ma l’idea che sua suocera
gli stava proponendo era talmente sbalorditiva che rimase immobile.
Cosa gli stava dicendo
la Vedova, che la sua Sposa era in stato di grazia per opera e grazia dello
Spirito Santo?
La madre della Vergine
non gli diede il tempo di riflettere troppo.
«Mettiti nei suoi
panni, figlio mio. Dio annuncia quale sarà il Segno con cui dimostrerà la
Gloria di suo Figlio davanti all’intera creazione. Fin dal grembo dei suoi
genitori Egli forma la coppia che porterà tra le braccia il Bambino nato dalla
Vergine. Ma ora bisogna superare un problema, bisogna superare un ultimo
ostacolo. Sì, figlio mio, l’orgoglio maschile. Lascerai che l’orgoglio maschile
ti acceci la mente?».
Giuseppe comprese
finalmente il ragionamento di sua suocera.
«Mi sta dicendo,
madre, che è successo?».
«Non trarre
conclusioni affrettate, figlio mio. Permettimi di ricapitolare il percorso
compiuto fino a qui. Anzi, guardiamolo da un’altra prospettiva. Che cosa disse
in seguito il Profeta parlando del Bambino nato dalla Vergine?:
-Ci è nato un Bambino,
ci è nato un Figlio che porta sulle spalle la Sovranità, e sarà chiamato
Principe della pace, Consigliere meraviglioso, Dio forte, Padre eterno…».
«Che cosa è nato, dice lei, madre?», la interruppe
Giuseppe. Per la prima volta Giuseppe il falegname si mosse, lasciando
trasparire l’esaurimento della pazienza. La madre della Vergine riprese
l’attacco prima di perdere la presa.
«Non lasciare che l’orgoglio maschile acceci la
tua intelligenza, figlio mio. Infatti, se Lui non inganna né mente e mantiene
tutte le sue promesse, cosa diremo? Che i profeti d’Israele erano tutti
bugiardi e impostori? Che, pur di glorificare se stessi, hanno scritto le Sacre
Scritture senza altro intento che quello di recitare poesie? Dimmelo tu.
Attendo la tua risposta».
Giuseppe il falegname seguì il ragionamento. Pensò
che, vista la questione in questi termini, la Vedova avesse tutta la ragione
del mondo. O il suo popolo era una nazione di impostori con un’infinita
capacità di ingannare se stessi, oppure, non essendo certamente nato il
Bambino, non poteva esserci alcuna Natività. Fin qui tutto corretto. Ciò che
però gli si stava già incastrando in gola era la conclusione che la madre di
sua moglie gli stava ponendo davanti. Gli stava dicendo che
la Vergine era la sua Maria. Non glielo aveva ancora detto con queste parole,
ma era chiaro che tutto quel discorso aveva come fine proprio quella
dichiarazione finale.
Astuta come solo lei
sapeva essere, ispirata dalla fede, sua suocera gli interruppe il flusso dei
pensieri. Si sarebbe detto che, più che ispirata, fosse divina. Gli leggeva nel
pensiero più velocemente di quanto lui stesso riuscisse a farlo. Approfittandone,
la madre della Vergine andò dritta al sodo.
«Mia figlia, tua
moglie, è la Prescelta per concepire nel suo grembo il Bambino che doveva
nascere da quella Vergine di cui ci ha parlato il Profeta. Tu, Giuseppe, sei l’Uomo».
Per un fugace istante Giuseppe stava per alzarsi e
chiudere quella conversazione indimenticabile con un «basta così». Ma rimase
seduto. Sua suocera continuò.
«Davanti a te, figlio mio, Dio ha aperto due
porte. Queste due porte rimarranno aperte davanti alle generazioni che ci
seguiranno quando tu ed io saremo solo un ricordo nella memoria dei secoli. Una
è quella della fede, l’altra quella dell’incredulità. Se sceglierai
quest’ultima, agirai come colui che sfidò il proprio Dio e, scoprendo che la
Vergine scelta per dimostrargli la Sua Gloria era proprio sua moglie, si
ribellò contro Colui che egli stesso aveva sfidato. Ma io so che tu non farai questo.
Figlio mio, dell’immacolata innocenza di mia figlia io sono, davanti a tutti,
testimone. Il suo angelo ti condurrà fuori dalle tenebre del dubbio
che ti opprime. L’altra,
figlio mio, è la porta della fede. Il cuore mi dice che sceglierai questa. E che correrai in cerca della Madre del Messia che il nostro popolo attende
da tanti millenni».
Inexplicabilmente, sul
letto di morte, Giuseppe il falegname sorrise. C’è forse morte più bella di quella della
creatura di Dio che si congedano da questo mondo con un sorriso sulle labbra?
Ebbene, proprio quando tutti i suoi nipoti e la
sua gente credevano che da un momento all’altro Giuseppe avrebbe chiuso gli
occhi per sempre, egli si sollevò e pregò tutti di uscire e di lasciarlo solo
con sua moglie e suo figlio. Andate via, i tre da soli,
disse Giuseppe, e poi respirò profondamente e cominciò a parlare.
«Moglie mia, la mia
bocca è rimasta sigillata fino ad oggi per ragioni che tu stessa comprenderai
una volta che tutto sarà finito; ora nulla mi impedisce più di renderle note a
te e a tuo Figlio.
«Figlio mio, cosa dirò al mio Signore? La mia
anima è al cospetto del mio Dio. Vado incontro al mio Giudice, davanti al quale
dovrò rendere conto della mia vita. Ma c’è qualcosa che devi sapere prima che
io lasci questo mondo.
«Tua Madre ti ha già
parlato dei suoi nonni, Elisabetta e Zaccaria, che tu non hai conosciuto e ai
quali tua Madre ed io dobbiamo così tanto. Abbi pazienza con me in quest’ultima
ora e ricorda le mie parole nel tuo Giorno.
«Da dove comincerò?
Come aprirti la porta alla conoscenza di quegli uomini e quelle donne che hanno
posto le loro vite ai piedi del loro Dio affinché la tua Luce sorgesse sulle
tenebre? Se non ti ho mai rivelato i fatti che ora ti svelo, è stato pensando
al tuo bene. Non biasimarmi per averti tenuto all’oscuro della storia di quegli
uomini e di quelle donne che hanno vissuto i loro giorni sul filo del rasoio,
con la testa appesa a un filo ogni giorno della loro vita affinché la tua
Venuta si compisse. Tu saprai, figlio mio, cosa dovrai fare quando il tuo Padre
Eterno annuncerà l’inizio del tuo Giorno».
TERZO LIBRO. IL CUORE DI MARIA. SECONDA PARTE
QUARTO LIBRO LA CREAZIONE
DELL’UNIVERSO SECONDO LA GENESI
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