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el autor, Cristo Raul, abre acceso a sus libros en las distintas versiones de lenguas superiores internacionales, español, inghles, francés e italiano

LA HISTORIA DIVINA DE JESUCRISTO.

LUZ VERDAD Y VIDA

IL LIBRO NELLA SUA LINGUA MADRE, LO SPAGNOLO

 

 

STORIA DIVINA DI GESÙ CRISTO

 

Questa è la Volontà Attuale di Dio: «Che tutte le chiese si uniscano in una sola e unica»

 

LIBRO TERZO.   IL CUORE DI MARIA

SECONDA PARTE

STORIA DEI PRECURSORI DEL MESSIA

 

"IO SONO L’ALFA E L’OMEGA"

 

 «Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole della profezia di questo Libro. E io, Giovanni, udii e vidi cose. Quando le udii e le vidi, caddi in ginocchio per prostrarmi ai piedi dell’angelo che me le mostrava.

Ma egli mi disse: «Non farlo, perché sono tuo compagno di servizio, insieme ai tuoi fratelli, i profeti, e a coloro che osservano le parole di questo Libro; adora Dio». E mi disse: «Non sigillare le parole della profezia contenute in questo Libro, perché il tempo è vicino». Chi è ingiusto continui nelle sue ingiustizie, chi è stolto prosegua nelle sue stoltezze, chi è giusto pratichi ancora la giustizia e chi è santo si santifichi ancora di più. Ecco, io vengo presto, e con me la mia ricompensa, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. IO SONO L’ALFA E L’OMEGA, IL PRIMO E L’ULTIMO, IL PRINCIPIO E LA FINE. Beati coloro che lavano le loro vesti per avere accesso all’albero della vita e per entrare dalle porte che conducono alla Città. Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gli idolatri e tutti coloro che amano e praticano la menzogna.

Io, Gesù, ho mandato un angelo per testimoniarvi queste cose sulle chiese. Io sono la radice e la discendenza di Davide, la stella splendente del mattino. E lo Spirito e la Sposa dicano: «Vieni». E chi ascolta dica: «Vieni». E chi ha sete, venga, e chi vuole prenda gratuitamente l’acqua della vita... Amen» 

 

1

La saga dei Restauratori 

 

In quei giorni (I secolo a.C.) Dio suscitò al suo popolo un uomo di suo gradimento. Discendente di Aronne, sacerdote, quell’uomo di nome Abia era l’unico cittadino in tutta Gerusalemme in grado di presentarsi davanti al re, sbarrargli la strada, togliergli la parola e dirgli in faccia tutte le verità che meritavano le sue azioni e il suo modo di governare.

L’Asmoneo – Alessandro Ianneo era il suo vero nome – guardava quel tale Abia con lo sguardo perso nell’orizzonte, il pensiero fisso su una delle pagine del libro da cui sembrava essere sfuggito quell’uomo di Dio, forse dalle « » del libro di Neemia. Una di quelle pagine di re e profeti che tanto piacevano ai figli d’Israele e che i loro padri narravano loro con accenti epici in gola, la voce nell’eco di tamburi lontani che suonavano per le gesta belliche, quando gli eroi di tempi molto antichi, Sansone e Dalila, i trenta valorosi del re Davide e la sua arpa dalle corde di pelo di capra, Elia il veggente che volava in sella ai quattro cavalli dell’Apocalisse, uno di fuoco, un altro di ghiaccio, un altro di terra e l’ultimo d’acqua, i quattro che cavalcavano insieme nel vento dei secoli all’inseguimento del Messia che sarebbe stato battezzato nelle stesse acque del Giordano che si aprirono in due per lasciar passare un profeta calvo. L’olocausto delle nazioni perdute sotto le ceneri dell’apocalisse scritte sul muro, le guerre della fine del mondo dei poeti morti, le storie infinite dei sogni delle Rome eterne, visioni dei druidi su una Babilonia impegnata a costruire una scala verso il cielo, Ercoli partoriti da una lupa dal carattere irascibile, rovine di città filistee senza nome né patria alla ricerca del paradiso perduto, l’utopia delle meretrici egizie che allattano ebrei più anziani di Matusalemme, l’eroe di Ur la Oscura che proclama la propria divinità sull’altare dei barbari del Nord, il sud a est dell’Eden, l’ovest a destra del fiume della vita, quando la morte aveva un prezzo, all’inizio dei tempi, all’alba dei secoli. C’era una volta un coppiere che conquistò un impero. C’era una volta un diluvio universale, un’arca sulle acque che ricoprivano il mondo. La passione di essere, il fatto di essere, l’attualità dell’ieri sempre presente, onnipresente, onnisciente, altre guerre della fine del mondo, altri eroi di ferro, nuovi padroni dell’universo, il futuro è domani, la verità la possiede il prescelto, il prescelto è il vincitore, a me quelli di Yahweh!, ho l’angolo del tuo mantello infilzato sulla punta della mia spada, re, signore. Ci vuole qualcosa di più di una corona per essere re, qualcosa di più di tre braccia per essere il più forte; il passato era ieri, oggi è domani; gli angeli non bevono né mangiano mai, ma a volte si accoppiano con le donne umane e generano una prole malvagia, il seme del diavolo, quando gli eroi erano semidei e i semidei mostri a due teste che imponevano la loro legge del terrore. E continua a riportare alla memoria nomi e tempi.

Ah, quei miti e quelle leggende del popolo che emerse dal mare, si sparse per la Palestina biblica e rivoluzionò la storia del mondo con il suo terremoto di tribù in missione sacra!

Quale bambino a Gerusalemme non conosceva quelle storielle dei tempi di María Castaña!

«Arriva Golia», dicevano i nonni ai bambini quando facevano i cattivi e volevano spaventarli.

L’Asmoneo si prendeva gioco di quelle storie per bambini e rideva in faccia ai nonni dei fantasmi del passato. Lui era reale, il suo profeta Abia era reale. A cosa era servito a qualcuno il sogno del regno messianico? Dove li aveva condotti, più e più volte, il desiderio di realizzarlo?

«E vogliono ancora provarci un’altra volta! Da pazzi», pensò tra sé l’Asmoneo.

Gli uomini del re di Gerusalemme, tutti cani da guerra, tutti soldati di ventura della Palestina oscura e profonda al servizio dell’Abominazione Desolatrice, guardavano tutti l’ultimo profeta ebreo con gli occhi attraversati dalla rabbia. Sebbene l’Asmoneo trovasse divertente il suo personale profeta di sventure, la verità è che anche a lui cambiava espressione ogni volta che Abia gli lanciava a bruciapelo i suoi oracoli. Tuttavia, nel suo ruolo di re nei confronti di un profeta, l’Asmoneo frenava la rabbia dei suoi uomini e si lasciava riempire le orecchie da quelle frasi così apocalittiche sul suo destino.

«Ascolta l’oracolo di Yahvé sulla tua stirpe, figlio di Mattatia», gli annuncia Abia con quella voce così caratteristica.

«Il Dio che tu profani sul trono e nel suo Tempio sradicherà la tua discendenza dalla faccia della terra su cui regni. Yahvé ha parlato e non si pentirà; non annullerà la sua sentenza: i tuoi figli saranno divorati da una bestia straniera».

Che maledizione fosse per gli assassini a pagamento dell’Asmoneo il modo in cui il re di Gerusalemme accoglieva simili annunci di morte, desolazione, rovina, devastazione, distruzione, inferno. Ma come poteva permettersi lui, Alessandro Ianneo, un discendente legittimo dei Maccabei, di razza pura, che un sacerdote gli parlasse in quel modo?, si chiedevano l’un l’altro quei cani da guerra.

Alessandro li guardò con espressione stupita. Valeva la pena perdere tempo a cercare di spiegare loro perché si lasciasse riempire le orecchie con quelle frasi raccapriccianti, così bibliche, così tipicamente testamentarie, così nettamente sacre? Per un attimo ci pensò su, ma subito dopo si disse di no. Non l’avrebbero mai capito. Anche se fosse rimasto lì per giorni interi a spiegare loro di cosa si trattasse, i cervelli dei suoi mercenari non sarebbero mai stati in grado di elevarsi oltre la distanza che le loro spade mantenevano dal suolo.

Il mondo è forse fatto per perdere tempo aspettando che gli asini volino sulla scia del carro del sole, che i pesci trotterellino sulle catene montuose innevate alla ricerca dell’ultimo yeti, o che gli uccelli nuotino nelle acque alle spalle della nave di un Colombo non ancora nato? Come avrebbe potuto l’Asmoneo far capire ai suoi cani da caccia che quell’Abia era il suo profeta!

Quell’Abia era il profeta che conferiva tutto il significato divino alla sua corona. Senza il suo profeta particolare, personale, tutto suo, la sua corona non avrebbe mai avuto un significato trascendente, la sua dignità di re non sarebbe mai stata sublimata agli occhi del futuro. Abia sarebbe stato il carro di gloria su cui il suo nome avrebbe attraversato i secoli e avrebbe portato la sua memoria anche oltre i millenni. Il suo nome avrebbe potuto essere dimenticato, ma quello di Abia sarebbe vissuto per sempre nella memoria del popolo.

«Lo capite ora? Vi entra in testa? Il mio nome e il suo saranno associati nell’eternità. Ma se lo uccido, ucciderò la mia memoria. Questa prospettiva vi dice qualcosa sulla natura del mio rapporto con il creatore dei vostri incubi più terribili?», fu il meglio che l’Asmoneo poté fare per cercare di infondere un po’ di intelligenza nei crani di pietra dei suoi cani da guerra.

Tutto per niente.

Ma è la verità. Alessandro doveva rallegrarsi perché anche a lui Dio aveva dato un proprio profeta. Tutti i re di Giuda avevano il loro giullare, il loro harem e, ovviamente, il loro profeta. Che fosse un bene o un male è un’altra questione; l’importante era averlo.

Per il resto, dal punto di vista politico, quel tale Abia era inoffensivo. Sì, signore, il suo profeta era inoffensivo come una libellula dello stagno reale, innocuo come un ragno del giardino del suo harem che dondolava tra la polvere delle tende, indifeso come un passero abbandonato con un’ala spezzata alle intemperie di un inverno boreale. Una disattenzione, un solo passo falso e in un batter d’occhio «l’ultimo profeta» sarebbe stato ridotto alla scia che il soffio dell’aurora lasciava da qualche parte al di là dell’orizzonte. O forse quei suoi cani mercenari credevano che lui, Alessandro Ianneo, figlio dei figli dei Maccabei, avrebbe permesso a quel tale Abia di oltrepassare il confine tra l’annunciare le disgrazie e il provocarle? Erano fuori di testa?

Quella era la sua gente. L’Asmoneo non li amava né provava per il suo popolo alcuna passione nazionalista, ma era la sua gente e sapeva come funzionavano le loro menti. Se Abia non oltrepassava il limite non era perché avesse paura della morte; era perché non era nella sua natura provocare ciò che annunciava, si limitava a trasmettere l’Oracolo di Yahweh. Dio dice, e lui parla. Avrebbe potuto tacere e non esporsi al rischio che una spada gli recidesse il collo con un colpo secco, ma ciò sarebbe andato contro la sua natura.

Inoltre, con la stessa passione con cui Abia gli avrebbe offerto la sua testa su un vassoio d’argento, senza alcun timore che un giorno l’Asmoneo si stancasse di quella farsa, con quella stessa passione il suo profeta – non il profeta di quel re o di questo o di quel re, ma il suo profeta, il suo personale – quell’Abías si scagliava senza peli sulla lingua contro sadducei e farisei insieme, per gettare benzina sul fuoco dell’odio che li consumava tutti e li trascinava alla guerra civile.

«Questo Abia è unico», si diceva. E l’Asmoneo proseguiva per la sua strada morendo dalle risate.

   

2

Il massacro dei seimila

 

Cose curiose ce ne sono di tutti i tipi: il Popolo pensava la stessa cosa del proprio re riguardo alla missione sacra dell’ultimo profeta vivente che gli era rimasto.

Il Popolo accorreva incontro al sacerdote Abia, riempiva il Tempio durante il suo turno. Proprio come se si trattasse di uno sciame di bambini abbandonati a se stessi nel cuore più violento di una giungla di passioni alimentate da un odio che non si sazia mai, e all’improvviso vedessero sorgere tra loro un vero uomo, il popolo di Gerusalemme accorreva incontro ad Abia in cerca di intesa, comprensione e speranza.

«Non piangete, figli di Gerusalemme, per le anime che vengono strappate dalle loro case con la violenza. Riposano nel seno di Abramo in attesa del Giorno del Giudizio. Piangete piuttosto per quelle che rimangono, perché il loro destino è il fuoco eterno», diceva loro Abia.

L’uomo di Dio e il Popolo erano fatti l’uno per l’altro. Era la verità. E lui, l’Asmoneo, era destinato a decapitare e poi ad ascoltare la sentenza del suo profeta sulla propria testa:

«Ha parlato il Signore, oracolo di Yahvé, e non si pentirà. L’aquila contempla dall’alto il serpente e l’avvoltoio vola in cerchio in attesa della preda. I tuoi figli sono la carne. Chi è colui che si affanna per la casa di un altro? A tempo debito si vedrà che c’è Dio in questa terra quando il serpente fuggirà dall’aquila».

E anche questo era vero. Una verità grande quanto l’isola di Creta, quanto il Grande Mare, quanto il cielo infinito pieno di stelle, quanto la grande piramide del Nilo. E se non ci credete, chiedetelo alla montagna che l’Asmoneo eresse con le teste che strappò dai loro colli in quel giorno da dimenticare.

Non furono due né tre, né cento né duecento. Furono «seimila» le teste che il nipote dei Maccabei sacrificò alla sua brama di potere assoluto. Seimila anime in un solo giorno. Che orrore, che follia, che umiliazione!

Accadde nella Santa Gerusalemme, quella Gerusalemme verso le cui mura tutti gli ebrei del mondo rivolgevano le loro preghiere. Non accadde nella città di un re barbaro, né accadde in piena battaglia durante il massacro dei caduti. E non furono le teste di un popolo straniero quelle che rotolarono giù per la Via Dolorosa fino a fermarsi ai piedi del Golgota. Erano le teste dei suoi vicini, le teste delle persone che lo salutavano ogni sera, le teste delle persone che erano solite dargli il buongiorno. Che disastro, che vergogna, che tragedia!  

Accadde durante la celebrazione di una festa religiosa. Una delle tante che il calendario templare dedicava alla memoria degli indimenticabili avvenimenti vissuti dai figli d’Israele da Mosè fino ai giorni nostri. Accadde che l’Asmoneo ereditò dai suoi genitori il sommo sacerdozio. In qualità di Pontefice andò a celebrare il rito di apertura che spezzava la monotonia dell’anno. Quel particolare di credersi alla stregua di Cesare, generale e pontefice massimo tutto in uno, infastidiva i nazionalisti più di ogni altra cosa al mondo. Li infastidiva e li divertiva. Quando mai si è visto un serpente sognare di essere un’aquila?

Nel suo ruolo di Papa degli ebrei, l’Asmoneo si recò lì per dichiarare aperti i festeggiamenti che di solito spezzavano la monotonia dell’anno. Si sedette sul suo trono di sommo sacerdote, completamente immerso nel ruolo di Sua Santità sulla Terra. Stava per impartire la sua benedizione «urbe et orbis» quando, all’improvviso, senza preavviso, spinto da un inspiegabile cambiamento d’umore, il Popolo cominciò a lanciargli pomodori marci, vermi fetidi, patate impastate nel fango infestato dai vermi, limoni risalenti all’epoca in cui i dinosauri abitavano la Terra Santa. Uno scandalo! I suoi nemici assistettero allo spettacolo dalle mura. Con gli sguardi si chiesero di tutto: cosa farà l’Asmoneo? Si ritirerà all’interno e lascerà correre? Oppure uscirà infuriato con la collera di un semidio strappato dal suo settimo sogno, il trionfalista?

Per la barba di Mosè, se l’Asmoneo li avesse lasciati proseguire, di sicuro i gerosolimitani avrebbero trasformato la festa in una gara e avrebbero puntato tutto per vedere chi avrebbe lanciato per primo l’ultima pietra. L’Asmoneo estrasse la spada da sotto l’ascella dei santi e diede l’ordine ai suoi cani da guerra: «Che non ne rimanga nemmeno uno!», ruggì sanguinario.

Ciò che si vide allora non si era mai visto prima in tutta la storia degli ebrei. Mai prima d’allora si era vista uscire dal Tempio un’armata di demoni macabri, con le spade in pugno, che sgozzavano senza badare né all’età né al sesso. Se nel Tempio di Gerusalemme aveva il suo trono il Signore Dio, agli ordini di chi erano allora quei mostri assassini che mietevano vite senza guardare chi fossero?

Non è piuttosto il Diavolo ad avere il suo trono in questa Gerusalemme degli Asmonei?, si sarebbero chiesti in seguito, inconsolabili, i familiari dei defunti mentre, lungo la Via Dolorosa, accompagnavano i loro cari al cimitero ebraico. A quel punto era ormai troppo tardi!

In quel giorno di festa e di gioia, i segugi dell’Asmoneo si sparpagliarono per le strade e, man mano che incontravano ebrei, li sgozzavano, li trafiggevano, li mutilavano, li decapitavano, li facevano a pezzi, per divertimento, per sport, per passione, per devozione al Diavolo.

Quest’ultimo, il Diavolo, seduto sul suo trono, Satana, contemplava quell’orgia di sangue e terrore e, in preda all’angoscia di chi sa che il giorno terrestre dura solo 24 ore, si lamentava di quanto velocemente passassero due dozzine di sessanta minuti. Se avesse avuto a disposizione un’altra dozzina, di sicuro non avrebbe lasciato in vita nemmeno un ebreo. La volontà del Diavolo era chiara: ucciderli tutti; ma l’onnipotenza del suo servitore per eseguirla non arrivava a tanto. Così signore e servitore dovettero accontentarsi della cifra di seimila teste. Il che non era poi così male per un solo giorno. Dopotutto, nemmeno il demone più malvagio, lavorando a ritmo serrato, avrebbe superato di molto quella cifra. Si dice molto in fretta «seimila morti» in un solo giorno.

Flavio Giuseppe, lo storico ufficiale degli ebrei, ai suoi tempi accusato di falsità dagli storici cristiani, puntò in alto indicando seimila morti in un solo giorno. La domanda è: Flavio Giuseppe ridusse il numero delle vittime al minimo possibile per attenuare agli occhi dei romani la portata della tragedia? Oppure, al contrario, spinto dal suo odio politico verso la dinastia asmonea, esagerò il numero?

Come tutti sanno, tra gli ebrei la popolarità degli Asmonei era scesa molto in basso negli ultimi tempi; al punto da essere considerata dalle generazioni successive un periodo maledetto, una macchia nera nella storia del popolo eletto. Sicuramente Flavio Giuseppe era di quest’ultima opinione ed era particolarmente critico nei confronti dei dinasti asmonei, soprattutto del governo di Alessandro Ianneo, e ha gonfiato la gravità dei loro crimini con l’obiettivo di trasmettere ai suoi connazionali il suo particolare odio. Oppure potrebbe essere stato il contrario e ha sminuito il numero pensando al disgusto viscerale che i suoi lettori romani avrebbero provato leggendo la storia di quel massacro. Torniamo tuttavia ai fatti.

Dal punto di vista degli Asmonei, l’ideale sarebbe stato che non fosse rimasto nessuno a raccontarlo. Poiché i morti non parlano, la fama di quella giornata non sarebbe rimasta impressa nella memoria e nessuno se ne sarebbe ricordato il giorno dopo.

Sfortunatamente per i malvagi, il Diavolo esalta la propria gloria più di quanto la sua gloria infernale meriti; di conseguenza, i suoi servitori finiscono sempre per essere frustrati e intrappolati nelle ragnatele di un ragno che, pur non essendo onnipotente, è comunque abbastanza forte da inghiottirli tutti nelle sue manovre. Sarebbe naturale che un principe dell’Inferno si sedesse a contemplare la propria opera dall’epicentro della gloria di chi si trova al di là del bene e del male; fortunatamente le corna del Diavolo si contorcono verso il basso e, contro natura, finiscono per conficcarsi nella schiena del demone stesso. Ignari del proprio destino, prima o poi i suoi adoratori combinano qualche pasticcio, e ovviamente, così facendo, fanno schifo.

In definitiva, anche se la volontà del Diavolo fosse stata lo sterminio totale degli ebrei, accidenti! Io dico che qualcuno doveva pur rimanere. E dato che sembra che il giorno dopo tutta Gerusalemme si fosse stancata di piangere, non mento quando dico che qualcuno è rimasto.

Poi, ripensandoci con più lucidità e tempo a disposizione, l’Asmoneo non riuscì a trovare l’uscita dal labirinto in cui la sua ira lo aveva fatto finire. Tutto accadde così in fretta. Se almeno avesse sentito l’odore dello stufato che si stava cucinando alle sue spalle! In ogni caso non mostrò alcun segno di pentimento. Al contrario. «Ma guarda un po’, è incredibile quanto tempo ci metta un cucciolo della specie umana a crescere e quanto poco ne serva per dissanguarsi!», si disse.

L’Asmoneo non si stancava mai di stupirsi. In seguito, durante la sepoltura di massa degli sfortunati gerosolimitani rimasti intrappolati nelle maglie della sua folle pazzia, l’Asmoneo non smise un attimo di scuotere la testa. Nessuno sapeva se lo facesse per pietà o perché gli mancasse qualche cadavere.

Credo che l’Asmoneo compisse i suoi massacri con la mente di uno scienziato immerso nella sperimentazione di una nuova formula. «Se ne uccido duecento, cosa succederà? E se ne tolgo uno e ne aggiungo una trentina?» Un mostro! Il suo amore per la ricerca non conosceva limiti. Un momento friggeva un mucchio di bambini «made in Fariseolandia», un altro divorava un piatto di vergini al sugo. Ma senza lasciarsi trasportare dalla passione, tutto in modo molto corretto, molto scrupolosamente, con la fredda e tagliente obiettività di un Aristotele che impartisce Metafisica all’aria aperta.

Chi ha detto che gli uomini non possano diventare demoni, se sappiamo che alcuni sono arrivati a essere come gli angeli!

Lo chiamarono l’Asmoneo – il suo soprannome per i posteri – in memoria di un suo omonimo dell’inferno, un diavolo della corte del principe delle tenebre. Proprio come il suo omonimo malvagio, Alessandro Ianneo provava per il trono un amore omicida che gli divorava le viscere e gli trasformava il sangue in fuoco.

L’Asmoneo aveva fuoco al posto del sangue nelle vene. Il fuoco gli usciva dagli occhi, tanto erano malvagi i suoi pensieri. Chi osava sostenere lo sguardo dell’Asmoneo vedeva il Diavolo dietro le sue pupille, che dominava il suo cervello e da lì tramava ogni sorta di malvagità contro Gerusalemme, contro gli ebrei, contro i gentili, contro il mondo intero. E la cosa più tragica era che l’Asmoneo non credeva affatto a se stesso.

«Se Dio non esiste, come può esistere il Diavolo?», confessava ai suoi uomini il sommo pontefice degli ebrei. Un Papa ateo! Che Cesare fosse sommo pontefice e fosse pagano, ateo e tutto il resto, si può anche ammettere. Ma che il Pontefice degli ebrei fosse più ateo di Cesare, come si fa a crederci?

La verità è che in quell’occasione l’Asmoneo stava quasi per farsi massacrare. Alla fine ci ripensò e si disse: «Ma che sciocco che sono, ancora un po’ e mi sarei davvero creduto il Santo Padre».

La verità, se bisogna raccontare tutta la verità, è che l’umore popolare passò con tale rapidità dalla gioia più sana alla follia più assoluta che non si poté fare nulla. Quindi, come biasimare l’Asmoneo per aver lottato per la propria vita e per essersi difeso portando all’estremo il sacro diritto all’autodifesa?

E come assolverlo dall’aver provocato con i suoi crimini una situazione così terribile?

Non è facile trovare il colpevole, il capro espiatorio a cui attribuire quel mostruoso massacro. Quello che l’Asmoneo non avrebbe fatto era assumersi la colpa. Di stupido non ne aveva un briciolo.

«Che tremino le pietre del Muro del Pianto, che tremino», si disse. «Che il sangue scorra furioso giù per Gerusalemme fino al Giardino degli Ulivi, che scorra. Che il vento, commosso, porti sulle guance lacerate un’elegia per Gerusalemme che strazierà l’anima di Alessandria del Nilo, di Sardi, di Menfi, di Seleucia sul Tigri e persino della stessa Roma, che la porti. Ciò che mi preoccupa è quando la vita mi concederà la grazia di far fuori quei codardi che sono fuggiti come topi. Se li amavano così tanto, visto che li piangono così tanto, perché li hanno abbandonati al massacro?». In questo modo l’Asmoneo giustificava il suo crimine.

I sicari dell’Asmoneo ridevano della sua battuta. Gli ebrei, al contrario, non sapevano come trattenere il grido di vendetta. Se già prima non potevano sopportare l’Asmoneo, che strappava loro le figlie senza dare in cambio denaro, e le portava via per venderle a suo piacimento e a sua volontà invocando tradizioni salomoniche, tutte sacre; se già non potevano sopportarlo quando uccideva i loro figli per il solo fatto di tentare di aprire le labbra per protestare contro i suoi crimini inascoltati; dopo il Massacro dei Seimila in un solo giorno l’odio si alleò con la follia e la dichiarazione di guerra senza quartiere contro l’Asmoneo risuonò da un capo all’altro del mondo.

«L’Asmoneo deve morire», gridò Alessandria del Nilo.

«Morte all’Asmoneo», ripeté Seleucia sul Tigri.

«L’Asmoneo morirà», giurò Antiochia di Siria.

«Amen», rispose la Santa Gerusalemme.

 

3

I Magi d’Oriente

 

L’odio verso l’Asmoneo si diffuse di sinagoga in sinagoga. Una sinagoga passò il messaggio all’altra e, in meno tempo di quanto l’Asmoneo avrebbe voluto, l’intero mondo ebraico venne a conoscenza delle sue gesta.

«Le ali di Mercurio sono davvero veloci, Vostra Altezza», vennero a dissipare le sue preoccupazioni i suoi segugi di guerra.

«Una magra consolazione, lacrime di coccodrillo», recita il proverbio.

Il fatto è che l’odio dei gerosolimitani contro l’Asmoneo volò con ali leggere da un angolo all’altro del mondo ebraico. Com’era inevitabile, la notizia giunse anche alla sinagoga madre, la Grande Sinagoga d’Oriente, la sinagoga più antica dell’universo.

Sebbene fondata dal profeta Daniele nella Babilonia di sempre, la Babilonia delle leggende, la Babilonia classica degli antichi, con il mutare dei tempi e le trasformazioni del mondo la Grande Sinagoga d’Oriente cambiò sede. Ai giorni nostri i Magi di Nabucodonosor si erano trasferiti nella capitale di un imperatore che non conosceva la gloria dei Caldei né si interessava ai fantasmi di Akkad, Ur, Lagash, Umma e delle altre città eterne dell’Età degli Eroi e degli dei, quando creature di altri mondi trovarono belle le donne umane e, contro il divieto divino, mescolarono il proprio sangue con il loro, commettendo contro le leggi della Creazione un peccato indimenticabile, un crimine punito con l’esilio dall’intero cosmo.

Alessandro Magno, come tutti sapete, rase al suolo quella Babilonia delle leggende. Il suo successore al trono d’Asia, Seleuco I «l’Invincibile», deve aver pensato che non valesse la pena ricostruirne le mura e al suo posto fece costruire una città completamente nuova. Seguendo la moda dell’epoca, la chiamò Seleucia; e dal Tigri, poiché sorgeva sulle rive del fiume omonimo.

Costretti dal nuovo re dei re, gli abitanti della Vecchia Babilonia cambiarono domicilio e vennero a popolare la Nuova. Di buon grado o per forza di decreto: questo è il dilemma. Ma conoscendo la struttura di quel mondo, ci si può permettere il lusso di credere che il cambio di domicilio avvenne senza altre proteste se non quelle di coloro a cui era stato negato il permesso di soggiorno. Nel costruire Seleucia sul Tigri, il suo fondatore allontanò dalla sua città gli elementi persiani non epurati da Alessandro Magno. Una misura che, come potrete comprendere, andò a vantaggio delle famiglie ebree che, all’ombra dell’aristocrazia persiana, dirigevano il commercio tra l’Estremo Oriente e l’Impero. Protetti dagli Achemenidi ed esperti conoscitori di tutte le funzioni di governo, gli ebrei raggiunsero nell’impero persiano una posizione sociale di rilievo, al punto da suscitare l’invidia di una parte dell’aristocrazia. La Bibbia ci racconta come il complotto di questa fazione contro gli ebrei abbia dato origine alla prima «soluzione finale», miracolosamente sventata dall’ascesa al trono della regina Ester. Superata questa crisi, la natura seguì il suo corso. I discendenti della generazione della regina Ester si dedicarono al commercio e col tempo divennero i veri intermediari tra l’Oriente e l’Occidente.

Quando Alessandro distrusse la Babilonia persiana, le famiglie ebree si liberarono dalla sottomissione al signore achemenide. Ad Alessandro succedette nel governo dell’Asia il suo generale Seleuco I l’Invincibile. Con il cambio di sovrano, la situazione degli ebrei migliorò. L’unica cosa che Seleuco esigeva dagli abitanti di Seleucia sul Tigri era che si dedicassero agli affari e non si immischiassero nella politica.

Una volta eliminata la concorrenza persiana, rimaste sole a capo del commercio tra Oriente e Occidente, all’inizio del secolo in cui ci troviamo, il I secolo a.C., le famiglie ebraiche sopravvissute ai cambiamenti dei secoli precedenti riuscirono ad arricchirsi enormemente. (Non dimentichiamo che le miniere del re Salomone traevano origine dal controllo del commercio tra Oriente e Occidente. Fu verso questa zona che i Liberati di Ciro indirizzarono il proprio talento. Tanto più che la ricostruzione di Gerusalemme e l’acquisto pacifico della terra perduta sarebbero costati loro montagne d’argento. Come tutti sappiamo, la decima dovuta da ogni ebreo al Tempio era un dovere sacro. Con la scomparsa del Tempio, quella decima aveva perso ogni senso. Ma una volta ricostruito e tornato in funzione, la necessità di far pervenire a Gerusalemme quella decima universale richiese la nascita di una succursale di riscossione: la sinagoga.

La Grande Sinagoga d’Oriente, guidata dai Magi di Babilonia, fu creata per fungere da centro nevralgico da cui la decima di tutte le sinagoghe dipendenti dall’Impero persiano sarebbe stata convogliata verso Gerusalemme. Quanto meglio andavano le cose a tutte le sinagoghe, tanto più abbondante sarebbe stato il fiume d’oro che, sia in metallo che in spezie – oro, incenso e mirra – sarebbe sfociato nel Tempio.

La pace universale era nell’interesse degli ebrei nella misura in cui garantiva le comunicazioni tra tutte le parti dell’impero. Gli anni della conquista greca e i successivi decenni di guerra civile tra i generali di Alessandro costituirono un ostacolo che frenò quell’afflusso di oro e spezie che ogni anno i Magi erano soliti portare a Gerusalemme. Tuttavia, per quanto tragica per il Tempio fosse stata l’interruzione di quell’afflusso dorato, Gerusalemme ne fu ricompensata quando, con la trasformazione di Alessandria del Nilo in città imperiale, dalla sua sinagoga nacque un nuovo afflusso di capitale sacro. In altre parole, qualunque cosa accadesse, il Tempio ne usciva sempre vincitore; e qualunque fossero i cambiamenti politici, i Magi d’Oriente giungevano sempre alla Città Santa con il loro carico di oro, incenso e mirra.

A suo tempo, nella comunità ebraica di Seleucia sul Tigri, la notizia della guerra d’indipendenza dei Maccabei suscitò un clamore profetico spontaneo. Da lontano, la Grande Sinagoga d’Oriente attendeva da secoli quel segnale. Finalmente era giunto il Giorno annunciato dall’angelo al profeta Daniele. Tre secoli erano trascorsi nell’attesa di questo momento, tre secoli si erano dissolti al di là dell’orizzonte del tempo, tre lunghi, infiniti secoli, nell’attesa di quest’Ora di Liberazione Nazionale. La profezia di Daniele aveva incombuto sull’orizzonte della Sinagoga dei Magi d’Oriente come una spada impaziente di entrare in battaglia.

«La visione delle sere e delle mattine è vera», diceva, «conservala nel tuo cuore perché è per un tempo molto lungo».

«L’ariete dalle due corna che hai visto è il re di Grecia, e la grande corna tra i suoi occhi è il suo re: quando si spezzerà, al suo posto ne spunteranno quattro corna. Le quattro corna saranno quattro regni, ma non avranno la stessa forza di quello».

La profezia non si adempì forse quando Alessandro Magno sconfisse il re di Persia e della Media e si compì pienamente quando, alla sua morte, i suoi generali si divisero l’impero, dando origine, dalla guerra dei Diadochi, alla formazione di quattro regni?

Una volta adempiuta la profezia della conquista dell’impero persiano da parte dell’elleno, l’entusiasmo suscitato tra i giovani della Nuova Babilonia dalla Rivolta dei Maccabei fu tanto intenso nella passione quanto grande era, nei capi della loro sinagoga, il desiderio di tornare giovani per impugnare la spada e seguire verso la vittoria il campione che Dio aveva suscitato per loro.

Anche ad Alessandria del Nilo, a Sardi, a Mileto, ad Atene e a Reggio Calabria, ovunque una sinagoga avesse messo radici e prosperato, lì i giovani si arruolavano e i loro anziani li equipaggiavano per la gloria.

Lunga vita a Israele! Con questo grido i valorosi rispondevano al grido di guerra del Maccabeo: «A me quelli di Yahweh».

La vittoria finale dei Maccabei, per quanto fosse stata profeticamente annunciata fin dall’inizio, non smise di essere celebrata dagli ebrei come se nessuno gliel’avesse mai anticipata. I fratelli Maccabei caddero, come tutti sanno, ma le loro gesta furono scritte nel Libro dei libri affinché i loro nomi rimanessero per sempre nella memoria dei secoli.   

 

4

Il partito dei sadducei contro il sindacato dei farisei 

 

L’esaltazione per l’Indipendenza conquistata risollevò il morale del popolo. Il grido di vittoria che la Guerra dei Maccabei suscitò nel mondo ebraico accese la speranza nel popolo.

Quello che accadde in seguito nessuno se lo aspettava. La soddisfazione di vivere la Libertà addolciva ancora le loro anime. Si può dire che godessero dell’ebbrezza del dolce vino della libertà quando, proprio dietro l’angolo e mentre si avviavano verso il rettilineo, il vecchio fantasma del fratricidio di Caino si risvegliò dal suo letargo.

È arrivato all’improvviso? O forse no? Come affermarlo? Come negarlo? Lo hanno visto arrivare, non lo hanno visto arrivare? A cosa stavano pensando quando si sono voltati indietro? Non imparavano mai? Coloro che dall’interno favorirono la soluzione finale di Antioco IV Epifane non avrebbero forse infranto nuovamente la pace, seminando nel giorno della libertà la zizzania delle passioni violente per il controllo dei tesori del Tempio?

Non furono forse i sadducei, il partito sacerdotale, a spingere Antioco IV Epifane a decretare la soluzione finale contro il giudaismo? La Bibbia dice di sì. Fornisce nomi, dettagli. Sommi sacerdoti che uccidono i propri fratelli, padri che assassinano i propri figli in nome del Tempio.

Anche in seguito, quando le orde criminali della dinastia degli Antioco si misero all’opera, i sadducei furono i primi ad abbandonare la religione dei loro padri. Sceglierono la vita, abbandonarono il Dio dei loro padri, offrirono sacrifici agli dei greci. Codardi, si arresero alla Morte, si inginocchiarono, si vendettero al mondo e, quel che è peggio, vendettero i propri simili.

È logico quindi che, allo scoppio della Guerra dei Maccabei, i farisei, il sindacato dei dottori della Legge e dei direttori delle sinagoghe nazionali ed estere, prendessero le redini del Movimento di Liberazione Nazionale, circondassero il Maccabeo con la gloria del generale che il Signore aveva suscitato in loro e si lanciassero verso la vittoria con la fiducia di chi è proclamato vincitore fin dal primo giorno della propria rivolta.

Cose della vita! Una volta scritta la Storia dei Maccabei, iniziò a scriversi la storia delle invidie. I vecchi fantasmi della lotta tra il partito dei sadducei e il sindacato dei farisei minacciavano di nuovo una tempesta. Il vento cominciò a muoversi. Quindi la pioggia non avrebbe tardato a cadere.

Il clero aaronita chiese perdono per i peccati commessi durante il dominio seleucide?

Il clero aaronita non chiese perdono pubblico per i propri peccati. I sadducei non chinarono il capo, non accettarono di ammettere le proprie colpe. Il Tempio apparteneva loro per diritto divino.

No, Dio, erano loro i proprietari dei Tesori del Tempio. Al contrario, se i farisei avessero preso il controllo del Tempio, non avrebbe forse significato una ribellione dei servi contro i loro signori?

Certamente sì. Dal punto di vista del partito sadduceo, qualsiasi mossa del sindacato dei dottori della Legge nella direzione opposta sarebbe stata interpretata come una dichiarazione di guerra civile.

Che cosa è l’essere umano! Appena la Nazione aveva spezzato le sue catene, già i suoi capi cominciavano ad affilarsi le unghie. Quanto tempo ci sarebbe voluto prima che arrivasse l’ultimatum?

A dire il vero, l’ultimatum non tardò a far sentire il suo proclama fratricida. «O vi restituiamo il potere», minacciarono i sadducei, «oppure incoroneremo un re a Gerusalemme».

Ci furono strattoni di capelli, mal di testa, tuniche strappate, cenere che chiedeva spazio, minacce che generavano fantasmi, lance che si spezzavano da sole, asce da guerra che si perdevano e venivano ritrovate come per caso. Sadducei e farisei stavano per uccidersi a nome di Dio!

Chi li avrebbe fermati? Chi avrebbe posto fine alla loro furia?

La minaccia di una guerra civile aleggiò nell’atmosfera di Gerusalemme per tutta la durata del governo di Giovanni Ircano I. Dio aveva proibito agli ebrei di eleggersi un re al di fuori della Casa di Davide. I sadducei non solo pensarono a un figlio dei Maccabei come re, ma passarono dal pensiero ai fatti compiuti.

I farisei andarono su tutte le furie. Quando scoprirono la mossa geniale che metteva sotto scacco la Legge e che i sadducei stavano meditando, i farisei alzarono un gran clamore.

«Siamo forse una nazione senza cervello?» si chiedevano pubblicamente i suoi saggi. «Perché cadiamo ancora e ancora nella stessa trappola? Che cosa ci sta succedendo? Qual è la natura della nostra condanna per il peccato del nostro padre Adamo? Ogni volta che il Signore ci dona la vita, non riusciamo a resistere al frutto dell’albero proibito. Ora Caino vuole sfidare Dio a impedirgli di uccidere suo fratello Abele. E noi permetteremo che i pastori gettino il gregge nel burrone delle loro passioni? Se regna un figlio dei Maccabei, tradiamo Dio. Fratelli, ci troviamo di fronte a un dilemma insormontabile. Meglio morire lottando per la verità che vivere in ginocchio adorando il Principe delle Tenebre».

Si scambiarono molte parole. Era chiaro, in quella notte di luna piena, che la guerra civile avrebbe finito per rompere la pace all’alba. Per quanto Abele amasse suo fratello Caino, la follia di Caino nel sfidare Dio costringeva Abele a difendersi.

I tempi erano cambiati. Il primo Abele cadde senza esercitare il proprio diritto all’autodifesa perché era nato nudo, aveva vissuto nudo davanti ai suoi genitori e a suo fratello. Non aveva mai alzato le mani su nessuno. La pace era il suo problema. Abele era tutto pace. Chi era tutto pace, come poteva immaginare l’esistenza di un cuore oscuro alimentato dalle tenebre proprio nel petto del proprio fratello! L’innocenza di Abele fu la sua tragedia.

E la sua gloria agli occhi di Dio.

Caino non ragionava con la testa, ma con i muscoli. Quell’uomo credeva che la forza dell’intelligenza e quella dei muscoli fossero soggette a una misteriosa legge di corrispondenza. Chi ha il braccio più potente è il più forte. Il più forte è il re della giungla. Di conseguenza, il destino dei deboli è servire il più forte o perire.

Come Caino, i sadducei caddero nella trappola delle loro ambizioni personali. Così la guerra civile per il potere prima o poi sarebbe scoppiata. Forse più tardi che presto. Era lo stesso. Nessuno poteva prevedere il quando, la data esatta. Il fatto è che la guerra civile si stava concretizzando nell’aria. L’atmosfera si stava facendo pesante. Era qualcosa che si percepiva nell’aria. Un giorno, un giorno… Ma non anticipiamo gli eventi.

Il popolo stava ancora festeggiando la vittoria contro l’Impero dei Seleucidi quando improvvisamente si diffuse la notizia dell’abominevole crimine commesso dal figlio di Giovanni Ircano I. Non contento del sommo sacerdozio, che la nazione aveva accettato contro la propria coscienza ma su cui aveva taciuto in considerazione delle circostanze, il figlio di Giovanni Ircano I si era incoronato.

Con la sua incoronazione gli Asmonei aggiunsero a un crimine grave, contro natura, un altro ancora peggiore. A capo di una simile violazione delle leggi sacre si trovavano i sadducei. Il partito sadduceo – ricordiamo le sue origini – fu una creazione spontanea della casta sacerdotale. Fu creato per difendere i propri interessi di classe. Gli interessi dei clan sacerdotali riguardavano il controllo del Tesoro del Tempio. Con il passare del tempo e una serie di cambiamenti ai vertici del Tempio, nacquero potenti clan, i cui membri si unirono per inerzia al Sinedrio, una sorta di Senato romano secondo lo stile delle tradizioni più salomoniche. La lotta tra questi clan per il controllo del Tempio fu il motore che condusse gli ebrei alla «soluzione finale» adottata da Antioco IV, soluzione finale che versò tanto sangue innocente nel calice dell’ambizione malvagia dei padri di questi stessi sadducei, i quali ora incoronavano, contro la Legge di Dio, il figlio di Ircano I come re di Gerusalemme.

Creatori indiretti della soluzione finale antigiudaica, i sadducei persero le redini del Tempio per tutti gli anni in cui durarono le gesta dei Maccabei. Giuda l’ e Maccabeo li espulse dal Tempio. Egli ripulì con il martello ciò che la falce della Morte aveva risparmiato. È logico che agli occhi dei sadducei i Maccabei fossero dei dittatori!

Il Sindacato dei Farisei – addentriamoci un po’ nell’opposizione – proveniva dalle basi incaricate della riscossione della decima. Il Sindacato era l’apparato di cui si serviva il Partito per mantenere in movimento, da ogni parte del mondo verso le casse del Tempio, quel fiume d’oro all’origine della lotta fratricida tra i diversi clan sacerdotali. Funzionari al servizio del clero aaronita, i farisei vivevano della riscossione della decima e delle offerte per i peccati commessi dai privati.

Quando i sadducei iniziarono a uccidersi tra loro per il controllo della Gallina dalle uova d’oro, i farisei presero le redini degli eventi e impiegarono le offerte del popolo per equipaggiare i giovani volontari che da ogni parte del mondo accorsero a combattere agli ordini dei Maccabei. Così, al termine della Guerra d’Indipendenza, le sorti si erano ribaltate ed era il Sindacato dei Farisei a tenere le redini della situazione. Il Partito dei Sadducei, com’è facile intuire, non avrebbe tollerato a lungo questo cambiamento.

La controffensiva del Partito dei Sadducei non fu né elegante né brillante, ma sì efficace. Tutto ciò che bisognava fare era calarsi nei panni del Serpente e tentare gli Asmonei con il frutto proibito della corona di Davide.

Quella battaglia interna tra il Partito e il Sindacato per il controllo del Tempio suscitò nel mondo ebraico d’avanguardia un clamore spontaneo di indignazione e rabbia. Fu allora che le stesse risorse un tempo messe al servizio dell’Indipendenza entrarono in scena, pronte a detronizzare l’usurpatore.

Tra farisei e sadducei stavano trasformando la nazione in uno spettacolo abominevole agli occhi del Signore.

Era urgente fare qualcosa, era urgente dichiarare guerra agli interessi privati del Partito e del Sindacato, ripristinare lo status nazionale secondo il modello descritto nelle Scritture.

Era urgente.

C’erano tante cose urgenti.

E nulla era urgente.

Secondo i saggi più eminenti delle scuole più prestigiose di Alessandria sul Nilo, di Atene e della Nuova Babilonia, chiamiamola Seleucia sul Tigri, tutti gli ebrei del mondo avevano il sacro dovere di considerare il regno degli Asmonei come un governo di transizione tra l’Indipendenza e la monarchia davidica.

No, signore, alla fragilità dell’Indipendenza appena conquistata non conveniva contrarre l’influenza della guerra civile. Per il bene del rafforzamento della Libertà riconquistata, tutte le sinagoghe dovevano rimanere unite e sostenere il re di Gerusalemme. Man mano che si sarebbe visto come progredivano gli eventi, si sarebbero prese le misure necessarie per procedere verso il passaggio della corona da una casata all’altra.

«Ma sì, i saggi, sempre i saggi! Credono di sapere tutto e alla fine non sanno nulla», cominciarono a rispondere loro le nuove generazioni. L’indignazione delle nuove generazioni per la situazione accettata tardò a manifestarsi. Ma alla fine lo fece in seguito al Massacro dei Seimila. 

 

5

Simeone il Giusto

 

«La presentazione al Tempio»: Quando furono compiuti i giorni della purificazione secondo la Legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme per presentarlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore che ogni «maschio primogenito sia consacrato al Signore», e per offrire in sacrificio, secondo quanto prescritto nella Legge del Signore, una coppia di tortore o due piccioni. A Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che attendeva la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non avrebbe visto la morte prima di aver visto il Cristo del Signore. Spinto dallo Spirito, si recò al Tempio; e quando i genitori entrarono con il bambino Gesù per adempiere a quanto prescritto dalla Legge riguardo a Lui, Simeone lo prese tra le braccia e, benedicendo Dio, disse: «Ora, Signore, puoi lasciare che il tuo servo se ne vada in pace, secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, quella che hai preparato davanti a tutti i popoli; luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele».

 

Simeone – il nostro prossimo protagonista – discendeva da una di quelle famiglie che sopravvissero al saccheggio di Gerusalemme e riuscirono a prosperare piantando le loro vigne a Babilonia. Questa era una verità che Simeone poteva dimostrare in qualsiasi momento e luogo gli venisse richiesto di farlo.

Sebbene non suoni perfetto né appropriato dirlo, poiché richiama alla mente leggi che evocano eventi tristi e nefasti, Simeone era un ebreo di pura stirpe. Di fronte alle autorità più esperte e qualificate del suo popolo, quando lo desideravano, e se si trattava di gentili curiosi che affrontavano l’argomento solo per mettere in difficoltà gli amanti del pedigree, delle stirpi antiquate e tutto il resto, lo stesso; quando lo desideravano e su qualsiasi tavolo gli venisse posto, Simeone il Babilonese era pronto a presentare il documento genealogico dei suoi genitori, che era come una nave diretta alle radici dell’albero sotto i cui rami Adamo conquistò Eva.

I suoi genitori conobbero la Cattività babilonese, così come la caduta dell’impero dei Caldei; accolsero l’avvento dell’impero persiano; vissero la rivoluzione greca. E, naturalmente, il dominio degli Elleni. Con il passare del tempo la casata di Simeone crebbe, diventando una casata potente tra gli ebrei e ricca agli occhi dei gentili. In circostanze normali Simeone avrebbe ereditato l’attività di suo padre, avrebbe visitato la Città Santa almeno una volta nella vita, sarebbe stato felice tra i suoi e si sarebbe sforzato per tutta la vita di essere un buon credente davanti agli uomini e a Dio. Erede di uno dei banchieri più facoltosi di Seleucia sul Tigri, tutto era predisposto affinché, al momento della sua morte, Simeone fosse pianto da innumerevoli piangenti. Dopo la sua morte, quando il regno d’Israele fosse stato proclamato dal figlio di Davide, i suoi discendenti avrebbero riesumato le sue ossa e gli avrebbero dato sepoltura in Terra Santa.

Questa cronaca avrebbe dovuto essere il riassunto dell’esistenza di Simeone il Babilonese. Ma l’usurpazione dei figli dei Maccabei cancellò dal libro della sua vita tutta quella perfetta felicità. Piani così belli non erano stati destinati a lui. Quella strategia di stare a guardare come si sarebbero svolti gli eventi prima di intraprendere l’azione definitiva, nel caso in cui il Signore stesse usando il regno degli Asmonei come periodo di transizione tra i Maccabei e il regno messianico – consiglio dei capi della sinagoga di Seleucia sul Tigri – non faceva per lui. Simeone aveva già ascoltato troppo a lungo quella tirata. E dopo il Massacro dei Seimila non voleva più, nemmeno in sogno, sentire quelle parole di prudenza.

La destituzione dell’Asmoneo non era qualcosa che potesse continuare a essere rimandata a domani, né a dopodomani, né tantomeno al pomeriggio di quello stesso giorno. L’Asmoneo doveva morire, subito. Ogni giorno che rimaneva in vita era un’offesa. Ogni notte che si andava a letto, la Nazione si trovava un passo più vicina alla propria distruzione. L’Asmoneo aveva infranto tutte le regole.

Primo: la sua famiglia era stata scelta e aveva ricevuto il sommo sacerdozio ignorando le tradizioni e i riti ereditari. Un straniero, non il consiglio dei santi al completo, gli aveva conferito l’autorità suprema.

La sentenza contro tale usurpazione di funzioni sacre era la pena capitale.

Secondo: contravvenendo alle tradizioni, che proibivano al sommo sacerdote di impugnare la spada, l’Asmoneo si era posto alla guida degli eserciti.

La pena per questo reato era anch’essa la pena capitale.

Terzo: contro le più radicate tradizioni canoniche, l’Asmoneo non solo aveva calpestato la monogamia che regolava la vita del sommo sacerdote, ma, come un Salomone redivivo, coltivava il proprio harem di fanciulle.

La pena per questo reato era ancora una volta la pena capitale.

E quarto: contravvenendo alla legge divina che vietava l’accesso al trono di Gerusalemme a qualsiasi membro che non appartenesse alla Casa di Davide, l’Asmoneo, agendo in tal modo, stava trascinando l’intera nazione al suicidio.

Per tutte queste ragioni l’Asmoneo doveva morire, a qualunque costo e con qualsiasi mezzo.

Queste argomentazioni di Simeone finirono per convincere i capi della sinagoga di Seleucia sul Tigri dell’urgente necessità che il mondo avesse di porre fine alla dinastia asmonea. Con questa sacra missione Simeone il Babilonese abbandonò la casa dei suoi genitori e si recò a Gerusalemme.

Ricco e detentore della decima della sinagoga dei Magi d’Oriente, la sua politica di amicizia con la corona asmonea, bisognosa di sostegno finanziario per ampliare la riconquista militare del regno — punta di diamante con cui Simeone il Babilonese si sarebbe guadagnato l’amicizia del suo nemico —, gli avrebbe al contempo fatto guadagnare la sfiducia proprio di que i tra i quali avrebbe dovuto ergersi come la mano invisibile che muove i fili a favore dei discendenti di Davide. Un doppio gioco che lo avrebbe tenuto in bilico sull’orlo del baratro dal giorno del suo arrivo fino al giorno della vittoria.

Mentre impiegava tutte le sue forze per mantenere l’equilibrio della testa sul collo, Simeone il Babilonese doveva mantenere la sua rivoluzione entro i rigidi limiti delle questioni interne. L’Egitto dei Tolomei rimaneva in agguato, in attesa dell’indebolimento di Gerusalemme, e una guerra civile ebraica gli avrebbe offerto l’occasione propizia per invadere il paese e saccheggiarlo.

Dall’altra sponda del fiume Tigri c’erano i Parti. Sempre minacciosi, sempre ansiosi di varcare il confine e annettere le terre a ovest dell’Eufrate.

Sebbene ormai in agonia, a nord gli Elleni attendevano la rivincita e non perdevano tempo per approfittare di una guerra civile romana e riconquistare la Palestina perduta.

In definitiva, la necessità di liberare Gerusalemme dall’abominio desolatore non poteva mettere a repentaglio la libertà conquistata dai padri degli Asmonei. 

 

6

Storia degli Asmonei  

Aristobulo I «il Folle»

 

Dopo la morte di Giovanni Ircano I, figlio di Simone, l’ultimo dei Maccabei, gli succedette nel governo della Giudea suo figlio Aristobulo I. In questo capitolo la memoria del popolo israeliano si perde nel labirinto delle proprie fobie e dei propri timori nei confronti della verità. Secondo alcuni, il figlio di Giovanni Ircano I non tentò di impadronirsi della corona, ma la ereditò semplicemente da suo padre.

Secondo la versione ufficiale, l’abominio che segnò la rovina fu commesso contro il padre da un figlio che dovette superare l’aspra opposizione della madre e dei propri fratelli. In definitiva, non c’è nulla di chiaro, se non la necessità di andare incontro alla realtà seguendo la scia dei fatti. Personalmente ignoro in che misura tali fatti siano determinanti per stabilire la colpevolezza del padre a discarico dell’assoluzione del figlio.

Se Aristobulo I si incoronò re contro il testamento di suo padre o se si limitò semplicemente a legittimare una situazione monarchica occulta, con assoluta certezza non lo sapremo mai, almeno fino al giorno del giudizio universale.

Il fatto è che Aristobulo I inaugurò la gloriosa cronaca del suo regno sorprendendo stranieri e conoscenti con la reclusione a vita dei suoi fratelli. Motivi, ragioni, cause, scuse? Ebbene, qui entriamo nell’eterno dilemma riguardo a ciò che gli attori della Storia fecero e a ciò che avrebbero voluto che fosse scritto su di loro. Ne discutiamo o lo lasciamo per un altro giorno? Voglio dire: quale motivo più forte c’è per raggiungere il Potere se non la passione per il Potere? Potere assoluto, Potere totale. La libertà di chi è al di là del Bene e del Male, la gloria di chi si erge al di sopra delle Leggi perché lui stesso è la Legge. La Vita in un pugno, nell’altro la Morte, ai suoi piedi il popolo. Essere come un dio, essere un dio! La maledetta tentazione, la polpa del frutto proibito, essere un dio: lontano dall’occhio della giustizia, al di là del lungo braccio della legge. Non era forse astuto il Diavolo? Che quella passione di essere come un dio avesse scoperto la sua natura virale, velenosa, quando trasformò un angelo in quel Serpente madre di tutti i demoni, «ebbene», si rispose Aristobulo I, «spargerò generosamente il mio veleno su tutta la terra, a cominciare dalla mia casa».

Orrore, disillusione, portatemi lontano dai sogni del Demonio. Svegliatemi, cieli, bellezza, in qualche angolo del Paradiso.

Quale follia trascina nel fango chi si crede più forte del diluvio? La lumaca sogna forse di essere più veloce del giaguaro? La Luna sfida il Sole per vedere chi brilla di più? Il leone disprezza la corona della giungla? Il coccodrillo si lamenta delle dimensioni della sua bocca? La creatura feroce invidia il canto della sirena? L’aquila invidia l’elefante delle pianure? Il pesce fosforescente emerge dagli abissi oceanici reclamando al Sole la luce della Luna? Chi offre al freddo boreale petali di primavera? Chi cerca la fonte dell’eterna giovinezza per scrivere sulle sue rive: «Stupido chi beve»?

Il fatto innegabile è che Aristobulo I salì al trono che la morte di suo padre aveva lasciato vacante. E la prima cosa che fece fu di rinchiudere i suoi fratelli nella prigione più fredda della prigione più lugubre di Gerusalemme. Insoddisfatto, non ancora contento di un simile crimine contro natura, Aristobulo «il pazzo» completò l’opera mandando lì con i fratelli anche la madre.

Nessuno ha mai saputo perché abbia lasciato libero il figlio più giovane di sua madre. Il fatto è che, proprio come aveva sorpreso tutti condannando i suoi fratelli all’ergastolo, sorprese nuovamente tutti lasciando libero uno di loro. Sembra che abbia lasciato in vita il più piccolo dei suoi fratelli. Non per molto, però. Poco dopo la follia si impadronì del suo cervello e lui superò se stesso strangolandolo con le proprie mani. Dopo aver commesso tutti questi crimini, il re folle si vestì da sommo pontefice e andò a celebrare il culto come se Gerusalemme avesse rinnegato Yahweh come Dio e avesse giurato obbedienza al Diavolo in persona.

Tale fu l’inizio del regno del figlio di Giovanni Ircano I.

Alla base di un crimine simile, degno del più abile discepolo di Satana, dobbiamo vedere la terribile disputa tra madre e figlio, tra Aristobulo I «il pazzo» e i suoi fratelli, riguardo alla trasformazione della Repubblica in Regno.

Accettare la follia del nipote di Simone Maccabeo come diagnosi definitiva, decisiva e persino scagionante non è il modo giusto per chiudere una questione così grave. Soprattutto se si considera il breve anno di regno del Secondo degli Asmonei – tralasciando la questione di coloro che uccise, i cui nomi non furono annotati né la loro memoria conservata poiché non erano suoi parenti, il cui numero possiamo calcolare partendo da ciò che fece; o chi imprigiona i propri fratelli lascerà in libertà coloro che non lo sono? Dicevo che il breve anno di regno di Aristobulo I, per quanto breve, ha plasmato il futuro del popolo ebraico in modo così profondo e doloroso che lo si può osservare alla base del trauma che, due . mille anni dopo, continuano a subire gli storici ufficiali ebrei nel ricostruire l’epoca asmonea.

Quale discussione più criticamente apocalittica della trasformazione della Repubblica in monarchia avrebbe potuto spingere il nipote degli Eroi dell’Indipendenza a diventare un mostro?

Gli storici ufficiali ebrei sorvolano su questa questione distogliendo lo sguardo. Così facendo commettono un terribile crimine contro se stessi, creando nel lettore l’impressione che uccidere la madre e i fratelli fosse, tra gli ebrei, all’ordine del giorno. Non so fino a che punto sia etico, o anche solo moralmente accettabile, far ricadere sui figli il peso del crimine commesso dai loro genitori. O forse è vero che gli ebrei erano soliti divorare le proprie madri giorno dopo giorno?

È un crimine contro lo Spirito nascondere la verità per imporre le proprie menzogne. Se Aristobulo I uccise i suoi fratelli e sua madre – crimine così mostruoso – dobbiamo intenderlo come conseguenza finale della lotta tra i settori repubblicani e monarchici, rappresentati i primi dai farisei e i secondi dai sadducei. Una lotta che Aristobulo I vinse contro i suoi fratelli e che costò la vita a sua madre per cospirazione contro la corona.

Dalla nostra comoda posizione possiamo avanzare questa teoria sul caso. Sembra evidente che se l’autorità di quella donna non riuscì a imporre il proprio giudizio, ciò dovette avvenire perché si scontrò con interessi più potenti. E quale interesse più potente, per cui valesse la pena rischiare la vita, poteva esistere a Gerusalemme se non il controllo del Tempio?

Teniamo presente che in tutta la storia dei figli d’Israele non è mai stato registrato un caso di crudeltà simile, di un figlio contro la propria madre, perché non si è mai verificato. Pertanto, il fatto che si sia verificato un evento così contro natura ci apre le porte alla cospirazione contro le leggi della patria che ebbe luogo tra i sacerdoti aaroniti e Aristobulo I. In questo contesto, l’incarcerazione dei fratelli e della madre si comprende perfettamente. Infatti, gli avvenimenti che vedremo furono tutti segnati dallo stesso ferro. C’è poi la psicologia dello storico ufficiale, volta a sfruttare il tipo di reato e a nascondere, nelle viscere dell’orrore, l’anno di terrore che la popolazione di Gerusalemme subì sotto la tirannia del re folle. Concentrando quell’anno di massacri sulla famiglia reale, lo storico gettò sulla lotta alla radice del problema la cortina fumogena dei maghi del faraone. Chi ha imprigionato i propri fratelli per essersi opposti alla sua incoronazione, cosa non avrebbe fatto con coloro che, pur non essendo suoi fratelli, si sono rifiutati di trasformare la repubblica in monarchia? Lo storico ufficiale ebreo ha sorvolato su questo argomento. Così facendo, ha considerato noi del futuro come sciocchi e quelli del suo tempo come idioti incalliti.

Ad ogni modo – tralasciando ora le discussioni – Aristobulo I liberò – come ho detto – uno dei suoi fratelli. Si dice che il ragazzo fosse un guerriero combattivo e coraggioso, affascinato dal gioco della guerra, e che non perdesse tempo ad aprire il combattimento al grido di «viva Gerusalemme». Degno parente di Giuda Maccabeo, con le cui storie il ragazzo era cresciuto, il Principe Coraggioso trascinava i suoi soldati verso una vittoria che non gli si opponeva mai, la gloria stessa degli eroi innamorata delle sue ossa.

Diciamo che, una volta fallita la riconquista pacifica della Terra Promessa a causa delle guerre maccabeiche, Giovanni Ircano I inaugurò una nuova era mettendo a morte tutti gli abitanti del sud di Israele che non si fossero convertiti al giudaismo. Grazie a questa politica annesse l’Idumea.

Toccò ad Aristobulo I, suo figlio, guidare i propri eserciti contro il Nord. Gerusalemme era in pieno fermento antimonarchico a causa dei fatti già citati – l’incarcerazione dei fratelli del re e il massacro dei suoi alleati repubblicani – e mentre Aristobulo I si dedicava a tenere sotto controllo la situazione, affidò il comando militare al fratello minore, che conquistò la Galilea. Non erano tutte cattive notizie. La conquista della Galilea risollevò il morale di alcuni ebrei che non sapevano se ridere per la vittoria o piangere per il fallimento che comportava per loro avere come re un assassino della peggior specie, un pazzo in piena regola.

Quello che accadde dopo nessuno se lo aspettava. Oppure lo videro arrivare ma non fecero nulla per porvi rimedio. Il fatto è che non appena il Principe Coraggioso cominciò a guardare altrove in cerca di fama e gloria, la gelosia e il senso di colpa che lo tenevano imprigionato per le sue azioni spinsero suo fratello Aristobulo I a condannarlo a morte.

Anche in questo caso Aristobulo I agì seguendo l’esempio dei gentili, sebbene applicando il sistema alla mentalità orientale. Il Senato romano aveva stabilito come norma nel manuale dei potenti che, per sbarazzarsi di generali troppo vittoriosi, si ricorresse al ritiro o alla morte. Subirono questa norma gli Scipioni e lo stesso Pompeo Magno. L’ultimo caso sarebbe stato quello di Giulio Cesare, che, ovviamente, andò a finire per loro per il meglio.

Più saggio e santo dei senatori imperiali, il re dei Giudei non tergiversò. Si limitò a inviare al fratello minore la sua decisione irrevocabile, appesa al filo della scure del boia.

La notizia dell’assassinio del fratello minore per mano del fratello maggiore colse Alessandro Ianneo laggiù, tra il freddo delle segrete e gli ululati delle prigioni scavate nelle mura dell’inferno. Naturalmente la notizia gli gelò il sangue. Ma il fluido vitale avrebbe potuto ritrovare il suo calore se il freddo circostante non fosse stato aggravato dalla presenza di sua madre nelle segrete. Quest’ultima, la povera donna, sconvolta in quel modo, perse la ragione e, con quel poco di sanità mentale che le era rimasto, si lasciò morire di fame.

Vedere la madre e i propri fratelli morire per colpa di un fratello non è proprio ciò che si intende per la migliore scuola per re. Ma questa fu la scuola per re che Alessandro Ianneo fu costretto a frequentare, oggetto di tutti gli odi del mondo ebraico dopo il Massacro dei Seimila.

Oppresso fino alla follia da quella tragedia, l’Asmoneo giurò di vendicare la morte di sua madre e dei suoi fratelli – di uscire vivo dall’inferno – sui cadaveri di tutti i codardi che in quel momento bruciavano incenso nel Tempio.

Un’altra cosa sarà – riprendendo il filo del rifiuto nella posizione ufficiale ebraica di accettare il fatto dell’incoronazione di Giovanni Ircano I – che la follia matricida e fratricida di Aristobulo I non fosse stata altro che il finale del dramma a cui li aveva condotti tutti l’incoronazione del padre. La posizione ufficiale ebraica – guidata dal famoso Flavio Giuseppe – fu quella di rifiutarsi di ammettere il fatto dell’incoronazione del figlio dell’ultimo dei Maccabei. Le sue misure, le sue guerre, il suo testamento sembrano dimostrare il contrario, sembrano gridare a squarciagola che la sua testa fu coronata, e fu proprio durante il suo regno che il virus della maledizione trovò terreno fertile nella sua casa. Come spiegare altrimenti che il giorno dopo la sepoltura di Giovanni Ircano I sua moglie e i suoi figli crollassero sotto il peso di quella schiacciante opposizione alla continuazione della loro dinastia? In quale altro contesto potremmo altrimenti comprendere che il nuovo re decidesse da un giorno all’altro la morte di tutti i suoi fratelli, compresa sua madre, per alto tradimento?

La logica non ha bisogno di presentare le proprie prove davanti al tribunale della bio-storia. Gli argomenti bio-storici sono più che sufficienti per farsi capire e non necessitano di testimoni. Ma se né l’una né l’altra bastano per farsi strada nella giungla labirintica in cui gli ebrei hanno perso la memoria, non si può dare alcun consiglio a chi ha il dito sul grilletto, se non quello di porre presto fine alla tragedia e smettere di radunare curiosi prima di andare all’inferno con i propri lamenti e le proprie elegie.

Non ci sono altri fatti se non la realtà nuda e cruda. Aristobulo I succedette a suo padre Ircano I. Ordinò immediatamente l’ergastolo per suo fratello Alessandro. Anche i fratelli e le sorelle di Alessandro subirono la stessa sorte. L’unico che si salvò dal massacro cainita fu il figlio minore di sua madre. Quella madre giaceva come morta in qualche buia cella del palazzo del suo figlio malvagio quando le calarono giù, con corde anonime, il cadavere del suo figlio più giovane. La povera chiuse gli occhi e si lasciò morire di fame. Tali furono gli inizi del regno di Aristobulo I il Folle; tali le origini del prossimo regno di suo fratello Alessandro I.

 

7

Alessandro Ianneo

 

Quando Alessandro Janneo uscì dalla prigione, dove normalmente avrebbe dovuto morire, la situazione del regno era la seguente. I farisei avevano convinto le masse che la Nazione vivesse sotto lo sguardo dell’ira divina. Le leggi sacre proibivano agli ebrei di avere un re che non fosse della Casa di Davide. E loro ne avevano uno. Avendolo, stavano provocando il Signore affinché distruggesse la Nazione per ribellione contro la Sua Parola. La Sua Parola era il Verbo, il Verbo era la Legge, e il Verbo era Dio. Come avrebbero potuto impedire che il destino seguisse il suo corso?

Il problema era che i servitori del Signore, i sacerdoti sadducei, non solo avallavano la ribellione contro il Signore che servivano, ma utilizzavano anche il re per schiacciare i saggi farisei.

Eppure la macabra voracità di Aristobulo I fece rivoltarsi lo stomaco persino ai sadducei. Ciò non significava che i sadducei fossero disposti ad allearsi con i farisei per ripulire Gerusalemme dal suo crimine. L’ultima cosa che i sadducei desideravano era condividere il potere con i farisei.

Allora, misteriosamente, Alessandro Ianneo viene liberato dalla prigione e sfugge alla morte. Un miracolo?

Se l’odio che gli diede forza e lo tenne in vita può essere definito miracolo, allora fu un miracolo che Alessandro sopravvivesse ai suoi fratelli e a sua madre. Peccato che, a parte i topi, nessuno sia sceso nel suo inferno per porgergli le condoglianze per la morte di sua madre! Se lo avessero fatto, avrebbero scoperto che la forza che lo tenne in vita e alimentò la sua sete di vendetta era l’odio, senza distinzione tra farisei e sadducei.

In ogni caso, l’Asmoneo si sbagliò nel pensare che la morte del suo odiato fratello fosse dovuta alla natura. La morte di Aristobulo, un anno dopo l’inizio del suo regno e immediatamente dopo la morte del Principe Valoroso, non fu né un caso né opera della giustizia divina. Chi si stupisce che il crimine contro la propria madre abbia sconvolto gli abitanti di Gerusalemme, spingendoli a decidere, in combutta con la regina Alessandra, di porre fine a quel mostro? Il fatto che il matrimonio del prigioniero con la vedova del defunto, sua cognata Alessandra, sia stato celebrato con urgenza e senza indugio, mette in luce l’alleanza sadducea che pose fine alla vita di Aristobulo I.

Anticipando i farisei, i sadducei destituirono il re e al suo posto insediarono l’Asmoneo, con l’obiettivo che, una volta rivelatisi come suoi salvatori, non gli venisse in mente di cambiare bandiera e consegnare il potere ai farisei, i quali, essendo nemici naturali dei suoi salvatori, avrebbero dovuto per forza di cose essere anche i suoi nemici. Sfruttando l’elemento sorpresa a suo favore, Alessandro accettò la corona giurando di non modificare lo status quo.

Questa era la situazione esplosiva, nel cui inferno ribollente l’Asmoneo fondò il proprio odio.

Alessandro I, tuttavia, non avrebbe mai perdonato ai suoi liberatori di aver tardato così tanto a prendere la loro decisione. Cosa stavano aspettando, che morisse sua madre? Dio!, se solo fossero arrivati un giorno prima.

L’odio che il nuovo re covò contro la sua nazione durante il suo anno di prigionia, un anno lungo, infinito, non può essere descritto a parole. Solo i suoi successivi massacri ne riveleranno la portata e la profondità. Quell’odio era come un buco nero che avanzava dalle viscere alla testa, come un Nulla che inondava le sue vene di un grido: Vendetta. Vendetta contro i farisei, vendetta contro i sadducei. Se i suoi salvatori si fossero presi la briga di riflettere su ciò che stavano facendo, si sarebbero tagliati le vene piuttosto che aprire la porta della libertà al futuro re dei Giudei.

Poco, pochissimo tempo ci avrebbe messo Gerusalemme a scoprire che tipo di mostro l’Asmoneo avesse come idolo. L’odio che divorava il corpo, la mente e l’anima di Alessandro I non avrebbe tardato a sfuggire a ogni controllo e a esigere cadaveri a decine, a centinaia, a migliaia. Seimila per un banchetto pasquale?

Un antipasto. Solo questo, un banale antipasto per un vero demone. Non dicevano forse i saggi e i santi sacerdoti di Gerusalemme di conoscere le profondità di Satana? Un’altra bugia! Lui, l’Asmoneo, avrebbe svelato a tutti gli ebrei le vere profondità di Satana. Lui in persona li avrebbe condotti fino all’ o trono del Diavolo. Dove si trovava il trono di Satana? Pazzi, sulla tomba di sua madre, nella Gerusalemme che aveva visto morire i suoi fratelli senza muovere un dito per salvarli dalla rovina.

Proprio come aveva fatto il padre della storia antica ebraica, Flavio Giuseppe, nascondendo ai suoi la causa implosiva che aveva fatto esplodere la felicità promessa della casa di Ircano I, lo fece di nuovo parlando della morte miracolosa e improvvisa del matricida e fratricida, omicida ovviamente. Doveva farlo se non voleva svelare la causa che aveva appena nascosto al suo popolo. Se avesse giurato in pubblico davanti al futuro che proprio i sadducei che avevano esaltato il figlio avevano ordinato la morte del padre, così facendo avrebbe aperto le porte al resto del mondo affinché entrasse e vedesse con i propri occhi la guerra interna all’ultimo sangue tra farisei e sadducei.

Nemico della verità per il bene della salvezza del suo popolo, nel mirino dell’odio romano dopo la famosa ribellione che si concluse con la distruzione di Gerusalemme, Flavio Giuseppe doveva calpestare la verità in nome della riconciliazione tra ebrei e romani. E, già che c’era, tenere i figli degli assassini dei primi cristiani al margine del crimine contro la divina natura di cui erano stati protagonisti e che continuavano, nella misura dei loro interessi, a perpetrare: anche a costo di estirparsi la Memoria, praticarsi una lobotomia e andare avanti come un popolo maledetto, condannato da tutti, considerato da tutti come mangiatori delle proprie madri e assassini naturali dei propri fratelli? Nessun ebreo doveva guardare con occhi di stupore al fatto che Aristobulo I uccidesse sua madre, i suoi fratelli, i suoi zii, i suoi cognati, i suoi nipoti e persino i suoi pronipoti, se li avesse avuti. Secondo il parere di Flavio Giuseppe e della sua scuola, ciò era qualcosa di naturale tra gli ebrei. Allora, dov’è lo scandalo?  

Questa è la storia di Gesù. Non è la storia delle cronache asmonee. L’importanza dei settant’anni di quella dinastia, tuttavia, è talmente decisiva per comprendere le circostanze che condussero gli ebrei al più feroce e sanguinario anticristianesimo che, per forza di cose, dobbiamo ricostruirle come chi sorvola sugli avvenimenti più significativi in relazione a questa Seconda Caduta. In un’altra occasione, in un altro momento, se Dio vorrà, approfondiremo quelle cronache. Qui basti sorvolare la linea del tempo.

L’odio dell’Asmoneo contro tutti, farisei e sadducei, seguì il suo corso. In appena pochi anni si trasformò in una valanga. Rotolando su un pendio suicida, uno di quei giorni andarono tutti, farisei e sadducei, a celebrare una sorta di banchetto di amicizia con il re. Le porte si aprirono, gli strateghi presero posizione, con il vino tutti si misero dell’umore giusto. E, tralasciando meandri e preamboli, finirono per precipitarsi in massa sulle rive del mare delle questioni personali. Nella foga del momento uno dei farisei presenti, ubriaco fradicio, sbatté in faccia al re ciò che tutti dicevano, ovvero che sua madre lo aveva concepito con un altro che non era proprio suo padre. Insomma, che l’Asmoneo era un bastardo.

La situazione non era complicata e il Diavolo arrivò a peggiorarla. Quest’ultimo, il Diavolo, come se stesse vincendo la sfida contro l’Angelo, gettava benzina sul fuoco ogni volta che se ne presentava l’occasione. Con la miccia accesa e la polveriera a due passi, era logico che l’esplosione facesse saltare in aria tutto ciò che avesse trovato sul suo cammino. Il Massacro dei Seimila a in un solo giorno non sarebbe stata l’unica ondata devastante. Ma avrebbe potuto servire almeno a placare gli animi e a far sì che i nemici unissero le forze.

A differenza degli altri popoli del mondo, la nazione ebraica aveva come filosofia razziale quella di non imparare mai dagli errori commessi. Se prima era stato lo zelo per la Legge a trascinarli al massacro, d’ora in poi sarebbe stata la sete di vendetta. Fu proprio questa sete sfrenata a dilagare di sinagoga in sinagoga in tutto il mondo, portando a tutti i credenti quell’urlo che abbiamo udito prima: «L’Asmoneo deve morire». A ciò risposero i più audaci e zelanti del destino, consacrando le loro vite all’uccisione dell’Asmoneo. Tra questi vi era Simeone il Babilonese, cittadino di Seleucia sul Tigri, ebreo di nascita, banchiere di professione. Il suo ingresso nella Gerusalemme asmonea e le sue intenzioni di rimanere nel regno non potevano infastidire il re, sempre bisognoso di alleati e di mezzi finanziari per la guerra di riconquista della Terra Promessa, né destare i suoi sospetti, date le circostanze geopolitiche che l’antico impero dei Seleucidi stava attraversando.

Ai Parti, infatti, l’Asia a est dell’Eden stava diventando troppo piccola, e soffrivano indicibilmente sognando l’invasione delle terre a ovest dell’Eufrate. Era quindi naturale che i figli di Abramo cominciassero a tornare dalla Cattività dall’altra parte del Giordano. Se poi chi tornava sembrava non avere la minima idea della situazione politica locale e, per la gioia di tutti, era un ricco banchiere e un devoto credente, tanto meglio.  

«Simeone, figlio mio, la paranoia sta ai tiranni come la saggezza sta ai saggi. Se entrambi abbandonano i propri consigli, si perdono. Per questo chi si muove tra i serpenti deve essere immune al veleno e avere ali di colomba per vincere i disegni del maligno con l’innocenza di chi serve solo il proprio signore.

«Simeone, volta le spalle al tuo nemico in segno di fiducia e ti guadagnerai la salvezza, ma porta sotto il mantello la corazza dei saggi affinché, quando la paranoia lo farà impazzire, il pugnale della sua follia si spezzi contro la tua pelle di ferro.

«Se tendi la mano al tiranno, tieni presente che nell’altra nasconde il pugnale; offrigli allora ciò che cerca, perché Dio ha dato all’uomo solo due mani, e se con una ti stringe la tua e con l’altra afferra ciò che vuole, il pugnale sarà sempre lontano dalla tua gola.

«Quando lo vedrai ferito, corri a curargli la ferita, perché non è ancora morto; e se vive, cerca la sua morte, ma non ferirlo soltanto, perché possa rialzarsi per la tua rovina. Il demone ha molte forme per raggiungere il suo obiettivo, ma a Dio ne basta una sola per farlo mordere la polvere. Sii saggio, Simeone, non dimenticare gli insegnamenti dei tuoi maestri».

Simeone il Babilonese giunse a Gerusalemme con il libro dei Magi d’Oriente sotto il braccio. La scuola in cui aveva appreso il mestiere dei Magi faceva risalire le sue origini ai tempi del profeta Daniele, quel profeta e capo dei Magi che con una mano serviva il suo signore e con l’altra scavava intorno a lui la sua rovina. Ma basta con le parole, che abbia inizio lo spettacolo.

Simeone il Babilonese mise in pratica i suoi insegnamenti. Riuscì a rompere il ghiaccio della diffidenza dei farisei nei confronti del nuovo amico del re. Riuscì a ingannare il re , partecipando al finanziamento delle sue campagne di riconquista e di consolidamento dei confini conquistati. Alle spalle dell’Asmoneo, con l’altra mano che gli era rimasta libera, il Babilonese appose la sua firma su tutti i complotti di palazzo contro i quali l’Asmoneo, come un atleta in piena corsa a ostacoli, compì l’impresa impossibile di sopravvivere a tutti i suoi presunti assassini. Uno dopo l’altro, tutti quei tentativi di strappargli la testa dal collo si conclusero con la morte degli aspiranti magnicidi. Stanco di tanta inettitudine – secondo lui i suoi compatrioti non servivano nemmeno a quello –, Alessandro Ianneo trattò i cadaveri dei suoi nemici come si trattano quelli dei cani: li gettò nel fiume e li lasciò trasportare dalla corrente verso il mare dell’oblio.

Disperati per la sorte dell’Asmoneo, i farisei concepirono il piano dei piani: ingaggiare un esercito mercenario, mettersi alla sua guida e dichiarargli guerra aperta. Significava precipitare in una guerra civile, ma che altro potevano fare? La stella dell’Asmoneo sembrava essere emersa dalle profondità stesse dell’inferno. Nulla di ciò che pianificavano contro di lui per rovesciarlo, per quanto sottile e intricato fosse il piano, quel tipo ne usciva sempre vivo. Aveva più vite di un gatto. Non si poteva darlo per morto.

«Che il danno ricada sulla loro coscienza», si dissero. E così assoldarono gli arabi per porre fine al regno del re più tiranno, crudele e sanguinario che Gerusalemme avesse mai avuto in tutta la sua storia. Tutto questo nel più stretto segreto. L’ultima cosa che Simeone il Babilonese e i suoi farisei potevano permettersi era che l’Asmoneo venisse a sapere dei loro piani. Non avrebbe esitato a ucciderli tutti, grandi e piccoli, tutti nello stesso calderone. Come diceva il proverbio del saggio: «Bisogna essere innocenti come le colombe, astuti come i serpenti».

Ma poiché in questo mondo non si può ingannare tutti contemporaneamente, in quei giorni c’era una persona che gli inganni di Simeone non riuscirono a ingannare. Quell’uomo era il sacerdote Abia, il profeta personale dell’Asmoneo, di cui abbiamo già parlato nei capitoli precedenti.

Anche Simeone, ovviamente, partecipava al turno di Abia per ascoltare dalle sue labbra l’Oracolo. Era a lui, sì proprio a lui, al nuovo amico del re, il suo nemico segreto più accanito, che Abia rivolgeva parole che mandavano all’aria tutti i suoi piani.

«Se il Cielo combatte l’Inferno con le armi del Diavolo, come si spegnerà il fuoco che divora tutti nel suo incendio?», diceva l’uomo. «Paragonate Dio al suo nemico? L’angelo che custodisce la via della vita si ribella al proprio destino, scagliando il fuoco della sua spada contro l’albero che custodisce per impedire a chiunque di avvicinarsi? Si considera quindi perduto? Quale sarà il giudizio del suo Signore sulla sua disperazione? Agendo così, non rinnegherà forse il Dio che gli ha affidato la sua missione? Voi non combattete contro il diavolo, combattete contro l’angelo di Dio, e anche se fosse dalla vostra parte, egli non può abbandonare il suo posto. Il suo ordine è categorico: che nessuno si avvicini. Perché credete che abbasserà la spada? Per amore vostro si ribellerà al suo Signore? Smettete dunque di comportarvi da folli. Non combattete contro un uomo, state facendo guerra al Dio che ha posto il suo angelo tra voi e la vita che cercate invocando la Morte».

Un oracolo pieno di saggezza che, poiché i suoi destinatari erano accecati dall’odio, cadeva ripetutamente su terreno sassoso. Per un attimo sembrò che stesse per mettere radici, ma non appena uscirono dal Tempio, l’odore di sangue riportò i loro sensi alla realtà di tutti i giorni.

 

8  

Guerra civile

 

A quale distanza dalla nascita di una guerra civile si addensano le nuvole che faranno piovere a catinelle il brodo dell’odio? Come si cancellano le tracce di una cicatrice incisa a coltellate tra il petto e la schiena?

I farisei e i loro capi presero la decisione disperata di ingaggiare un esercito mercenario per porre fine una volta per tutte agli Asmonei. Non ingaggiarono l’esercito dei Diecimila greci smarriti durante il ritorno in patria, né attraversarono il mare in direzione di Cartagine in cerca di libertà presso i discendenti di Annibale. Né invocarono i famosi guerrieri iberici. Né ricorsero alle orde barbariche. Per uccidere i propri fratelli, gli ebrei chiamarono gli arabi.

Quanto tempo ci vuole perché la carne dell’odio si cuocia nella pentola? Quando il veleno non basta e le cospirazioni segrete abbondano, è legittimo chiamare il diavolo in persona affinché porti all’inferno ciò che è nato dal calore del suo fuoco?

Come fece con tanti altri episodi, lo storico ufficiale degli ebrei di quei tempi sorvolò sulle cause scatenanti di quella ribellione come chi cammina sulle uova. Disposto a vendere la verità per le trenta monete d’argento del perdono di Cesare e con l’approvazione di una generazione ebraica che, tra il culto dell’imperatore e la sorte dei cristiani, danzò in onore del vitello d’oro davanti a Dio e agli uomini, Flavio Giuseppe ignorò quelle cause alla luce della nascita di quella guerra civile, così orribili e perfide da far passare in secondo piano l’inimicizia secolare tra Giacobbe ed Esaù.

Il fatto che si cela dietro la lastra di cemento sotto la quale gli ebrei seppellirono la memoria del loro passato è che, contro le leggi della patria, Israele assoldò Edom; Giacobbe chiamò Esaù per sconfiggere insieme il Diavolo, ignorando – perché non voleva ricordarlo – che il Diavolo che aveva sconfitto Adamo, padre di entrambi, aveva bisogno di qualcosa di più di un’alleanza tra fratelli per lasciarsi tagliare la coda.

Comunque sia, la battaglia tra i sostenitori della restaurazione della monarchia davidica e i fedeli alla dinastia asmonea ebbe luogo. E furono i nemici degli Asmonei a portare a casa la vittoria.

Sembra che quello stesso Asmoneo che camminava su tappeti tessuti con la pelle dei Seimila, quel demone senza coscienza che osava maledire il Dio degli dei andando a letto con le sue prostitute nel proprio Tempio, quel figlio invincibile dell’inferno, si dice, fuggì dal campo di battaglia come un topo.

Non valeva nemmeno la pena di morire da uomo, si rammaricarono poi i suoi nemici, ma era ormai troppo tardi.

Purtroppo, nel momento di coronare la vittoria, l’esercito vincitore commise l’errore imperdonabile di tirarsi indietro. Proprio mentre andavano a raccogliere gli allori del successo, il rimorso si impadronì delle loro menti e cominciarono a riflettere su ciò che stavano facendo. Stavano consegnando il regno agli arabi!

Tra dare il colpo di grazia all’Asmoneo o ritrovarsi sotto il giogo dei loro nemici tradizionali, i farisei decisero l’impensabile.

È vero, l’amore per la Patria ebbe la meglio sul ricordo di tante sofferenze passate. Così, prima di ritrovarsi intrappolati sotto le ruote dei propri errori, ruppero il patto con la vittoria conquistata, errore fatale di cui non avrebbero tardato a pentirsi, di cui non si sarebbero mai pentiti abbastanza.

Per uno di quei classici capovolgimenti di fortuna, i nazionali vincitori si unirono ai patrioti sconfitti e insieme si ribellarono contro l’esercito mercenario che si apprestava già a conquistare Gerusalemme per il proprio re.

Sbalordito da questa svolta del destino a suo favore, l’Asmoneo si trasformò da topo in fuga in leone affamato, si mise alla guida di coloro che lo acclamavano nuovamente re ed espulse dal suo regno coloro che lo avevano appena visto scappare come un cane.

I primi a rammaricarsene furono i farisei.

Il suo ritorno dalla tomba convinse i suoi nemici che l’Asmoneo avesse come padrino nientemeno che il Diavolo in persona. La calma, la tranquillità con cui Alessandro fece il suo ingresso a Gerusalemme fu festeggiata da quasi tutti. Quella era la calma che precede la tempesta. Poco dopo essere tornato al suo palazzo, dopo aver giaciuto con tutte le sue concubine, una volta digerita la sconfitta tra le pieghe di un brutto sogno, ormai stanco di promettere ciò che non avrebbe mai mantenuto, l’Asmoneo ordinò che i capi dei farisei e le centinaia dei loro alleati fossero radunati come si radunano le bestie da soma. Il conteggio delle teste ammontava a così tante anime che nessuno riusciva a immaginare come l’Asmoneo avrebbe potuto cucinare tutta quella carne.

Ciò che accadde appartiene alle memorie non sacre di Israele. Ma se esistono il Bene e il Male e ogni cosa ha il suo contrario, il popolo che possiede una Storia Sacra ha anche la sua opposta, una Storia Maligna. Alla schiera degli eroi di queste scritture tenebrose apparteneva, senza alcun dubbio, Caino, l’Alessandro di queste cronache, e quel Caifa che, in nome del suo popolo, crocifisse il Figlio di Davide.

Al cronista ebreo sarebbe ben piaciuto seppellire questo capitolo della storia malvagia del suo popolo. La breve distanza tra la sua generazione e quella che subì il Nerone degli ebrei gli rese impossibile cancellare dal libro della vita del suo popolo il tenebroso evento centrale di questo capitolo.

Per vendicarsi dell’umiliazione che gli era stata inflitta, vedendosi fuggire come un topo lui che fino ad allora si era vantato di essere il leone più feroce dell’inferno, l’Asmoneo eresse ottocento croci sul Golgota. Non una, né due, né tre, né quattro.

Se la Passione dell’Agnello vi è stata trasmessa fisicamente come dura, aspettate di sapere quali sofferenze hanno dovuto subire quegli ottocento capri.

L’Asmoneo annunciò che avrebbe organizzato una festa. Invitò conoscenti e sconosciuti, stranieri e patrioti. La festa sarebbe stata in stile neroniano. Poiché il segno naturale dell’intelligenza umana è l’imitazione, non essendo nato Nerone, qualcuno doveva emergere come modello del futuro massacratore di cristiani in massa. Chi se non lui, originale persino nella fuga?

Fissò la data. A nessuno disse una sola parola della sorpresa che si era inventato. E iniziò il banchetto. L’Asmoneo tirò fuori carne e vino a sufficienza per sfamare un reggimento, ingaggiò prostitute straniere, incaricò quelle nazionali di esercitare il loro mestiere come non avevano mai fatto prima. Non mancò nulla. Cibo a piene mani, vino a barili, donne a volontà.

«Dove troverete un altro re come me?», gridò l’Asmoneo nel preludio della sua follia, affinché lo sentisse il Cielo adorato dagli ottocento condannati che avevano già un posto riservato sulle ottocento croci che coronavano il Golgota, dalle pendici fino alla spianata della cima.

Negli ultimi giorni tutti avevano scommesso che l’Asmoneo non avrebbe osato arrivare a tanto. I parenti di coloro che erano coinvolti in quel macabro spettacolo pregarono il Cielo affinché non osasse farlo. Quanto poco lo conoscevano! Gli ebrei non se ne erano ancora accorti e continuavano a rifiutarsi di credere che la stessa madre che aveva dato alla luce Abele avesse nutrito nel suo grembo il mostro che era suo fratello.

«Solo le donne greche partoriscono bestie?», gridò a squarciagola l’Asmoneo dall’alto delle mura. «Ecco la prova del contrario. Eccone ottocento».

Nerone non era poi così cattivo. Almeno il pazzo per eccellenza crocifisse degli stranieri. Questi ottocento erano tutti compatrioti del loro carnefice, tutti fratelli dei suoi ospiti.

Questa fu la sorpresa. Invece di giudicarli o di uccidere i propri nemici senza che nessuno potesse biasimarlo per le loro morti, l’Asmoneo li radunò come si raduna il bestiame e li condannò a morire sulla croce. Perché sì, perché lui era il re, e il re era Dio. E se non era Dio, non faceva differenza: era il Diavolo. È lo stesso, è proprio lo stesso.

Il Monte Golgota era pieno zeppo di croci. Quando gli invitati presero posto sulle loro poltrone, le ottocento croci erano ancora vuote. Lo spettacolo era sinistro ma gratificante, se tutto fosse rimasto una minaccia muta. Con questo pensiero positivo in mente, cominciarono a dare di testa al vino.

Alla fine, quando ormai tutti, più o meno, avevano mangiato ciò che non dovevano, bevuto ciò che non è scritto e soddisfatto a piacimento il proprio istinto virile, l’Asmoneo diede l’ordine. Al suo comando sfilavano gli ottocento condannati.

Immediatamente cominciarono a impiccarli alle croci. Una croce a testa. Se qualcuno dei presenti sentì spezzarsi l’anima, nessuno osò versare una lacrima. Il vino, le prostitute, il piacere di vedere morire come un bandito colui che fino a ieri sfoggiava il suo status di principe del popolo, tutto insieme fece il resto.

«Che ne fate dei topi che invadono la vostra casa? Perdonate la loro progenie maledetta o la mandate anche lei all’inferno?», nell’estasi della tragedia l’Asmoneo tornò a ululare dalle mura di Gerusalemme.

Quello che seguì nessuno se lo aspettava. L’Asmoneo era un pozzo di sorprese. Probabilmente nemmeno tu, lettore, te lo immagineresti se non te lo raccontassi e ti sfidassi a indovinarlo. Tutti credevano che con la crocifissione degli ottocento farisei la sete di vendetta dell’Asmoneo si sarebbe placata. Stavano già voltando le spalle alle vittime sulle loro croci quando cominciarono a radunarsi ottocento famiglie, le ottocento famiglie degli ottocento sventurati esposti alle stelle del loro destino. Donne, bambini, famiglia dopo famiglia, presero posto ai piedi della croce del capofamiglia di ogni casa.

Sbalorditi, credendo di essere stati invitati a vivere un incubo infernale, gli occhi degli invitati al banchetto del Nerone ebreo si spalancarono. Paralizzati dall’orrore, compresero ciò che stava per accadere. L’ultima e più recente incarnazione del Diavolo stava per sgozzare contemporaneamente la testa e il corpo. Se l’uomo è il capofamiglia, allora la sua famiglia è il corpo, e chi è il folle che uccide la testa e lascia in vita un corpo pieno di odio affinché si vendichi?

L’esercito di carnefici dell’Asmoneo sguainò le spade in attesa dell’ordine dell’uomo che aveva trasformato Gerusalemme nel trono del Diavolo.

Già tutti i corpi giacevano ai piedi delle loro teste, le loro mogli con i figli e le figlie tremavano di orrore e disperazione, piangendo la sorte del padre, quando, credendo che il loro destino fosse il pianto, il raggio della follia del re li strappò dalla loro illusione.

Ancora una volta, all’apice della sua follia, l’Asmoneo gridò con emozione: «Gerusalemme, ricordati di me». Subito dopo diede l’ordine satanico.

Li sgozzarono tutti, donne e bambini, ai piedi delle ottocento croci e dei loro ottocento capri. I carnefici sicari dell’Asmoneo sfoderarono asce e spade, alzarono le braccia e iniziarono il loro compito infernale e macabro. Nessuno mosse un dito per impedire il crimine.

(Su questo crimine lo storico ufficiale degli ebrei scrisse ben poco. Pur affermando nel suo prologo che la verità fosse il suo unico interesse, dopo aver letto il suo racconto ci si chiede quale amore per la verità possa avere il diavolo. Ma andiamo avanti).

 Raggelati, convinti di vivere un sogno, gli invitati assistettero alla terza parte dello spettacolo infernale senza muoversi dal posto. Attori di secondo piano nella grande rappresentazione dell’Asmoneo, la paga aveva accecato loro il cervello. In verità, non ci voleva molto a indovinare il resto. L’Asmoneo ordinò allora che si desse fuoco ai crocifissi. E che la festa continuasse.

E la festa proseguì sotto una valanga di alcol, carne e prostitute.

Il giorno dopo tutta Gerusalemme accorse al Tempio per trovare conforto nell’Oracolo di Yahweh.

L’uomo di Dio disse solo: «È stata decretata la distruzione che porterà questa nazione alla rovina».

 

9

Dopo gli 800

 

Dopo quell’orgia di crudeltà e follia, nulla avrebbe più potuto essere come prima. L’ambizione degli uni, il fanatismo degli altri: tutto aveva condotto tutti a un vicolo cieco. Un re scatena la sua follia omicida, la scaglia contro gli stranieri, d’accordo, ma quando mai, in tutta la storia del regno di Giuda, un re si è scagliato contro il proprio popolo per commettere un crimine simile?

La reputazione che i Maccabei avevano conquistato agli occhi degli ebrei, il giorno dopo il Massacro degli Ottocento, si ritrovò a strisciare negli abissi più profondi della decenza e del rispetto che una nazione deve a un’altra. Bollati come mostri divoratori dei propri figli, coloro che fino a ieri si aggiravano tra i gentili rivendicando per sé la condizione di Popolo Eletto, il giorno dopo dovettero nascondersi dagli sguardi di tutti come se stessero fuggendo da Satana stesso. Ma torniamo alla Santa Gerusalemme.

Per un certo tempo il grido di dolore e di lutto tenne a bada l’insaziabile sete di vendetta dei familiari degli Ottocento. Ma prima o poi l’odio a morte si sarebbe diffuso e avrebbe percorso le strade seminando morte sui marciapiedi. Chi sarebbero stati i primi a cadere? Agli angoli delle strade, nell’oscurità dei vicoli, sotto qualsiasi portico. A qualsiasi ora, in qualsiasi occasione, i carnefici stranieri del re?

No! Sarebbero stati loro, i sadducei. Sarebbero stati i figli di Aronne, tutti sacerdoti, tutti santi, tutti sacri, tutti inviolabili, i primi a subire la vendetta. Poiché la vendetta non poteva abbattersi sul re, si sarebbe abbattuta sulla carne dei suoi alleati. Cognati, cugini, suoceri, generi, mogli, suocere, nonni, nipoti: tutti finirono nel mirino del pugnale.

Sia che uscissero dal Tempio, sia che si recassero dalle loro case ai campi, ovunque li avessero trovati l’odio si sarebbe scagliato su di loro senza distinguere il giusto dal colpevole, il peccatore dall’innocente. Non ci sarebbe stata pietà, non ci sarebbe stata tregua. Con la sua macabra lezione l’Asmoneo aveva deviato il pugnale dalle proprie spalle. Chi li avrebbe salvati ora? Uno per uno. Quando nelle loro case avessero chiuso gli occhi… dalle ombre sarebbero emerse due monete d’argento alla ricerca di orbite in cui piantare le tende. Quando i bisogni animali… dalle fessure del pavimento sarebbero spuntate delle artigli. No, i sadducei non avrebbero dormito in pace, né avrebbero vissuto tranquilli da quel giorno in poi. Sarebbe giunto il giorno in cui avrebbero preferito vivere all’inferno piuttosto che soffrire l’inferno di essere vivi.

E così fu. Le strade di Gerusalemme si risvegliavano ogni giorno dopo il Massacro degli Ottocento tra le grida delle vedove e degli orfani che reclamavano giustizia al re. Il re era incantato nel vedere come, mentre si uccidevano tra loro, lo lasciassero in pace.  

È la verità: nella sua follia, l’Asmoneo provava piacere nel vedere i suoi alleati vivere terrorizzati come topi intrappolati in casa di gatti affamati. Per quanto lo riguardava, la sua sicurezza personale era stata garantita contro ogni rischio. Senza distinzione di età o sesso, una volta ne uccise seimila in un solo giorno. Questa volta aveva divorato ottocento nemici con le loro famiglie. Ne volevano ancora di più? Lui aveva ancora il coraggio di raddoppiare il numero dei morti.

Perché 800 croci? Perché non settecento? O tremilaquattrocento?

Il fatto è che l’Asmoneo aveva la memoria delle bestie. L’essere umano supera i traumi dell’infanzia, si distingue dalle bestie per la sua capacità di dimenticare il male subito in un momento del passato. La bestia, al contrario, non dimentica mai. Possono passare anni, anche se trascorre un decennio, le ferite rimangono impresse nella loro memoria. Con il passare del tempo il cucciolo si trasforma in una belva; poi un giorno incontra il suo nemico d’infanzia, la ferita si riapre e per inerzia balza per vendicarsi. Di questo tipo era la memoria dell’Asmoneo.

Perché 800 anime? Perché non settecento né tremilaquattrocento?

Il popolo doveva conoscere la verità. Il mondo intero doveva conoscere la sua verità. La Storia doveva riportare nei suoi annali la causa alla radice di quell’odio dell’Asmoneo contro i farisei. Quanti valorosi seguirono il Maccabeo nel giorno della Caduta dei Coraggiosi? Non furono proprio 800? Non furono forse i padri degli 800 farisei crocifissi a dare l’ordine di ritirata e a consegnare l’Eroe al nemico? Perché lo fecero? Perché quei codardi lasciarono soli l’Eroe e i suoi 800 Coraggiosi di fronte ai nemici?

«Ve lo dirò io», gridò l’Asmoneo dalle mura. «Perché temevano che l’Eroe si proclamasse re. Codardi, hanno tradito l’Eroe e lo hanno consegnato per mettere a tacere la paura che nutrivano. Ma ditemi, quando, in quale momento, in quale occasione segreta è sfuggito all’Eroe, tra i suoi 800 valorosi, di guidarli contro Gerusalemme e proclamarsi re? La sua anima non conosceva altra ambizione che la libertà della sua nazione. Il suo cuore batteva solo per il desiderio di libertà. I vostri padri lo sfidarono a cedere il comando, a mettersi ai loro ordini, ignorando che quel Coraggioso non riconosceva altro re e signore se non il suo Dio. Lo misero alla prova, lo spinsero sull’orlo dell’abisso credendo che il Coraggioso avrebbe voltato le spalle alla morte. Sfidarono il Campione dell’Onnipotente. Ebbene, questa è la ricompensa che il vostro Re e Signore mette nelle vostre borse. Prendete la vostra paga, codardi. Avete sfidato il Campione che Dio vi ha suscitato per donarvi la libertà al prezzo del suo sangue e di quello di tutta la sua casata. Non volete il paradiso? Lì vi mando a reclamare al Onnipotente la vostra paga. La sua gloria e la sua fama vi davano fastidio. Avete dovuto fuggire dal campo di battaglia per dimostrargli che la vittoria era vostra, che senza di voi lui non era nulla. Rallegratevi, perché presto vi troverete faccia a faccia con lui».

Per quanto potesse dire, indipendentemente dalle ragioni con cui cercava di giustificare la propria coscienza, l’Asmoneo sapeva che dopo il massacro degli 800 nulla sarebbe più stato lo stesso. Dopo quell’ode alle profondità dell’inferno non poteva aspettarsi altro che la distruzione della sua casata. Glielo aveva profetizzato Abia e, senza volerlo né cercarlo, lui stesso l’aveva causata. Il destino, la fatalità, un passo falso non corretto, un altro errore imprevisto che impone la legge della necessità, il puro caso, il caos, gli avi, l’irresponsabilità del popolo e i suoi sogni di giustizia, libertà e pace. Come biasimare la dea Fortuna per aver elargito baci nefasti? A volte si vince e altre si perde. Dinasti peggiori sono riuscite a spianare la strada ai propri figli nella pianura dei secoli. Ma a che scopo? Alla fine ogni corona finisce per essere strappata via, chi sembra avere meno gambe salta più in alto e la gloria di domani spetta al signor Nessuno di ieri. Da un trono il mondo è una gabbia di grilli; chi urla di più è il re. Perché il popolo non si accontenta del proprio destino? A che serve volere più giustizia, più libertà? Se gli dai una mano, ti prende il braccio. Trova sempre un motivo per mandare all’aria la felicità dei propri governanti. Se non fosse perché i sudditi sono necessari, non starebbero meglio tutti morti? O almeno sordomuti?

Le tenebrose riflessioni dell’Asmoneo nei suoi momenti di angoscia erano imperdibili. Più di una volta le lasciò fluire dalla sua mente senza nemmeno accorgersi della presenza dei suoi capi pretoriani. I loro sorrisi diabolici rispondevano con più eloquenza del discorso più lungo e profondo del saggio più eccentrico e appariscente.

La vita dei suoi figli era in pericolo? E lo sarebbe stata ancora se non fosse rimasto in vita nemmeno un ebreo?

Era una scelta rischiosa. Quando la depressione lo soffocava, l’Asmoneo lo confortava. Ma no. Sarebbe stato troppo. Doveva trovare una soluzione più intelligente. Volgere le spalle al fatto di aver oltrepassato il limite non avrebbe risolto il problema. Doveva riflettere. Dopo il massacro degli 800, nulla sarebbe più stato lo stesso. Doveva trovare l’uscita dal labirinto prima che la sua famiglia aprisse le porte dell’inferno e le fiamme dell’odio li consumassero.

Sì, nulla sarebbe più stato come prima.  

Non solo l’Asmoneo lo capì. Anche Simeone il Babilonese lo capì. Le parole di Abia risuonarono nella sua mente con tutta la portata della loro perenne realtà. «L’odio genera odio, la violenza genera violenza ed entrambi divoreranno tutti i loro servitori». Dove avevano effettivamente condotto le arti magiche Simeone il Babilonese? Il sangue degli 800 gravava sulla sua coscienza. Quel peso lo schiacciava. Abia aveva sempre avuto ragione. Non si stancava mai di ripeterlo: «Chi prende la brocca e va a prendere l’acqua nella foresta in fiamme? A tal fine, tali mezzi».

Ma certo, quale altro consiglio ci si poteva aspettare da un uomo di Dio?

Che altro?!

Che deponessero le armi e, senza rinunciare al loro scopo, mettessero al servizio della restaurazione della monarchia davidica i mezzi adeguati a tale causa. Ad esempio?

Convinto dai fatti, Simeone il Babilonese depose le armi, divenne discepolo e socio di Abia, che per tanto tempo aveva predicato nel deserto a quei cuori di pietra.

Da parte sua, la disperazione dell’Asmoneo cresceva col passare dei giorni. La profezia di Abia sul destino della sua casata cominciò a apparirgli così evidente che, contro ogni previsione, cedette. Non perché il peso che la sua coscienza poteva sopportare – ancora forte abbastanza da reggere qualche migliaio di cadaveri in più – gli straziasse le viscere. La vera causa dell’oppressione mentale che gli stringeva il collo lasciandolo senza fiato risiedeva nel destino che aveva forgiato per i suoi figli. Era stato lui stesso ad affilare la lama dell’ascia. Per colpa sua i suoi figli erano diventati oggetto dell’ira di Dio. Il boia che avrebbe dovuto tagliare loro la testa non era ancora nato, ma chi gli avrebbe garantito che non sarebbe nato?

Con una mossa degna dei suoi terrori, Alessandro Ianneo stipulò con i suoi nemici un trattato di riconciliazione nazionale. Abia e Simeone il Babilonese sarebbero stati i garanti di quel patto che avrebbe assicurato alla sua discendenza la vita tra le altre famiglie di Gerusalemme. Il patto di Stato era il seguente.

Alla sua morte, la corona sarebbe passata alla vedova. La regina Alessandra avrebbe ripristinato il Sinedrio. In questo modo si sarebbe conclusa la battaglia tra farisei e sadducei per il controllo del Tempio, all’origine di tutti i mali recenti. Suo figlio Ircano II avrebbe ricevuto il sommo sacerdozio.

Alla morte della regina Alessandra, il passaggio della corona all’altro figlio, Aristobulo II, oppure l’incoronazione del legittimo erede della Casa di Davide, sarebbe dipeso dall’esito della ricerca del Figlio di Salomone.

Una volta morta la regina Alessandra, la Casa degli Asmonei non avrebbe potuto essere ritenuta responsabile degli ultimi avvenimenti a cui la ricerca avrebbe portato. Questa parte del patto sarebbe rimasta segreta tra il re, la regina, Ircano II e i due uomini di sua fiducia, Abia e Simeone il Babilonese.

La vedova avrebbe elevato questi due uomini alla guida del Sinedrio presieduto da Ircano II. Questa parte finale del patto sarebbe rimasta segreta per impedire che il principe Aristobulo si ribellasse al testamento dei suoi genitori e rivendicasse la corona.

Alessandro Ianneo morì nel suo letto. Gli succedette al trono la vedova. Alessandra Salomè regnò per nove anni. Fedele al patto siglato, la regina Alessandra ripristinò il Sinedrio, affidandone il governo su un piano di parità a farisei e sadducei. Suo figlio Ircano II ricevette il sommo sacerdozio. Il principe Aristobulo II fu escluso dalla successione e dalle questioni di Stato. La parte segreta del patto, la ricerca dell’erede vivente di Salomone, non sarebbe più dipesa dalla regina Alessandra, ma dai due uomini ai quali il defunto aveva affidato la missione. Una missione che avrebbe dovuto concludersi durante il regno di Alessandra e rimanere avvolta nel segreto che l’aveva generata. Sebbene giovane, se un simile piano di restaurazione della monarchia davidica fosse giunto alle orecchie del principe Aristobulo, nessuno avrebbe potuto affermare che, nella sua follia, egli non si sarebbe ribellato in una guerra civile contro suo fratello.  

Furono nove anni di pace relativa. I due uomini incaricati di trovare il legittimo erede di Salomone ebbero a disposizione nove anni per setacciare le classi agiate del regno e rintracciarne il luogo in cui si trovava. Dico «pace relativa» perché i parenti degli 800 approfittarono del potere per inondare le strade di Gerusalemme con il sangue di coloro che avevano giustiziato i loro cari.

Impotenti, la regina e i sadducei non riuscivano a frenare quella sete di vendetta che mieteva impunemente le sue vittime ogni giorno; con il passare degli anni, gli occhi dei condannati cominciarono a fissarsi sempre più sul principe Aristobulo come salvatore. Aristobulo, ignaro nella speranza di regnare dopo la morte di sua madre, doveva essere strappato dalla sua piacevole condizione di principe ereditario; bisognava agire subito e compiere il colpo di Stato che la stessa situazione di indifesa dei sadducei stava generando.

In tali circostanze, di quanto tempo disponevano Simeone e Abia per trovare il legittimo erede di Salomone? Per quanto tempo avrebbero potuto resistere alla guerra civile che si profilava all’orizzonte?  

Dio solo sa quanto Simeone e Abia abbiano cercato, quanto abbiano setacciato l’intero regno alla sua ricerca. Hanno smosso cielo e terra per trovarlo. Ed era come se la casata di Zorobabele fosse svanita dalla scena politica di Giuda dopo la sua morte. Sì, certo, c’era chi sosteneva di essere discendente di Zorobabele, ma quando si trattava di presentare i documenti genealogici pertinenti, tutto rimaneva solo a parole. Così, con il tempo che scorreva contro di loro, la regina madre ogni giorno più vicina alla tomba, il principe Aristobulo II che ogni anno diventava più forte sotto l’ala protettrice dei sadducei che sostenevano il colpo di Stato che avrebbe dato loro il potere; e loro, Abia e Simeone, sempre più lontani da ciò che stavano cercando. Le loro preghiere non salivano al Cielo; le voci di guerra civile, al contrario, sembravano farlo. Al nono anno del suo regno la regina Alessandra spirò. Con lei morì la speranza dei restauratori di trovare il legittimo erede di Salomone.

 

10

La saga dei precursori

 

Dopo la morte dell’Asmoneo, al termine della reggenza della regina Alessandra, mentre Ircano II ricopriva la carica di sommo sacerdote, in seguito alla guerra civile contro suo fratello Aristobulo II, Dio suscitò lo spirito di saggezza in Zaccaria, figlio di Abia.

Chiamato al sacerdozio in quanto figlio di Abia, Zaccaria concentrò la sua carriera nell’amministrazione del Tempio, dedicandosi in particolare alla storia e alla genealogia delle famiglie d’Israele. Confidente di suo padre, con cui Zaccaria condivideva lo stesso fervore per la venuta del Messia, mentre suo padre e il suo socio, il babilonese, guidavano la ricerca dell’erede alla Corona di Giuda, Zaccaria concepì nella sua mente l’idea di aprire gli archivi del Tempio. Quando il fallimento della ricerca dei legittimi eredi di Zorobabele fu ormai un dato di fatto, Zaccaria giurò a se stesso che non avrebbe avuto pace finché non avesse messo sottosopra gli scaffali e, per Yahweh!, che non si sarebbe fermato finché non avesse trovato l’indizio che lo conducesse alla casa dell’erede vivente di Salomone.

Il Tempio di Gerusalemme svolgeva tutte le funzioni di uno Stato. I suoi funzionari agivano come una burocrazia parallela a quella della Corte stessa. Registro delle nascite, stipendi dei dipendenti, contabilità delle entrate, Scuola dei Dottori della Legge: l’intero ingranaggio funzionava come un organismo autonomo.

Le cariche di potere erano ereditarie. Dipendevano anche dalle influenze di ciascun aspirante. In quanto aspirante, Zaccaria avrebbe avuto a suo favore le tre forze classiche con cui chiunque avrebbe potuto raggiungere le vette più alte.

Poteva contare sulla guida spirituale di suo padre. Poteva contare sull’influenza e sul pieno sostegno di uno degli uomini più influenti all’interno e all’esterno del Sinedrio, Simeone il Babilonese, il Semaya delle fonti tradizionali ebraiche. In queste fonti Abia è chiamato « » Abtalión, una deformazione dell’originale ebraico, con la cui alterazione delle fonti ebraiche lo storico ebreo intendeva nascondere agli occhi del futuro i legami messianici tra le generazioni precedenti alla Nascita e il Cristianesimo stesso. E soprattutto, cosa più importante, Zaccaria contava sullo spirito di intelligenza che il suo Dio gli aveva donato per portare a buon fine la sua impresa.

Al comando di Dio della saga dei restauratori guidati da Abia e Simeone il Babilonese, i cui nomi – come ho detto – furono distorti dagli storici ebrei successivi allo scopo di radicare l’origine del cristianesimo nella mente di un folle, Dio ripeté nuovamente lo schema che si era verificato tra i suoi due servi, suscitando nel figlio di Simeone lo spirito precursore che avrebbe generato nel figlio del suo compagno.

Avendo negato ai padri la vittoria, poiché la gloria del trionfo l’aveva riservata ai loro figli, quello di Abia maggiore di quello di Simeone, Dio volle, nella sua Onniscienza, che il figlio di Simeone, Simeone come suo padre, avesse per maestro il figlio di Abia, consolidando l’amicizia che già esisteva tra loro con legami che durano per sempre.

Inoltre, come suo padre, Simeone il Giovane sembrava nato per godere di un’esistenza agiata e felice, lontana dalle preoccupazioni spirituali del figlio di Abia.

Tale padre, tale figlio: Simeone il Giovane unì il proprio futuro a quello di Zaccaria, mettendo al suo servizio la fortuna ereditata dal padre.

Bisognava essere davvero uno sciocco – parlando di Zaccaria – per fallire, pur potendo contare su tali poteri, nel tentativo di scalare la piramide della burocrazia del Tempio e di raggiungere la vetta come Direttore degli Archivi Storici e Genealogo Maggiore dello Stato teocratico in cui, dopo la conquista di Giuda da parte di Pompeo il Grande, si era trasformato l’antico regno degli Asmonei. Superando questa incapacità grazie all’intelligenza smisurata che il suo Dio gli aveva donato per farsi strada, Zaccaria raggiunse la vetta e piantò la sua bandiera sul punto più alto della struttura del Tempio.

Erano comunque tempi difficili. Le guerre civili devastavano il mondo. L’orrore era diventato la norma. Grazie a Dio, il fallimento di Simeone e Abia si concluse con un lieto fine che compensò tutto.

Dopo la morte della regina Alessandra accadde ciò che era ormai prevedibile da tempo. Aristobulo II rivendicò per sé la corona, affrontò sul campo di battaglia suo fratello Ircano II e ne uscì vittorioso. Ma se sperava di legalizzare il suo colpo di Stato, non tardò a rendersi conto del proprio errore.

Il mondo non era più disposto a tornare ai tempi di suo padre. Gli stessi sadducei si rifiutavano ormai di rinunciare alle prerogative che il Sinedrio aveva loro conferito. Né ai sadducei né ai farisei conveniva un ritorno allo status quo precedente all’istituzione del Sinedrio. Ovviamente ai farisei meno che ai sadducei. Si decise quindi di far entrare in scena il padre del futuro re Erode, palestinese di nascita, ebreo per forza di cose. Su ordine dei farisei, Antipatro ingaggiò il re degli arabi per spodestare Aristobulo II dal trono.

La manovra di far ricadere il peso della ribellione sulle spalle di Ircano II fu uno stratagemma del Sinedrio per tenersi in disparte in caso di sconfitta delle forze ingaggiate. La guerra in corso si risolse a favore di Ircano II grazie alla prescienza divina, che interpose tra i fratelli il generale romano del momento, in marcia trionfale attraverso le terre d’Asia. Stiamo parlando di Pompeo il Grande.

Dopo aver conquistato la Turchia e la Siria, il generale romano ricevette un’ambasciata degli ebrei che lo supplicavano di intervenire nel loro regno e di porre fine alla guerra civile in cui le passioni li avevano trascinati. Siamo negli anni Sessanta del I secolo a.C.

Pompeo accettò di fungere da arbitro tra i due fratelli. Ordinò loro di presentarsi immediatamente per rendergli conto dei motivi per cui si stavano uccidendo a vicenda. Chi era Caino, chi era Abele?

Pompeo non si lasciò coinvolgere in discussioni di questa natura. Con l’autorità di un signore dell’universo pronunciò parole di saggezza e rese noto il suo giudizio salomonico sul caso. Da quel giorno e fino a nuovo ordine, il regno dei Giudei divenne una provincia romana. Ircano II fu reintegrato nelle sue funzioni di capo di Stato e Antipatro, padre di Erode, come capo del suo stato maggiore. Quanto ad Aristobulo, doveva ritirarsi alla vita civile e rinunciare alla corona.

E così avvenne. In seguito Pompeo partì con le aquile romane per completare la sua conquista del mondo mediterraneo, lasciando che le campane suonassero a morto a Gerusalemme per la soluzione adottata, la migliore tra tutte le peggiori.

In quei giorni il drago della follia scorrazzava a suo piacimento in ogni angolo del Mondo Antico. Lo faceva sin dall’alba dei tempi, ma questa volta, durante le guerre civili romane, il Diavolo – più saggio per la sua anzianità che per il suo genio – con le sue lingue di fuoco creò uomini più malvagi che mai. A differenza delle altre lingue che creavano santi, quelle del Diavolo generavano mostri che vendevano la propria anima all’Inferno in nome del potere effimero della gloria delle armi. Come una superstar che firma contratti di nozze di sangue con gli sposi della Morte, il Principe delle Tenebre firmava autografi con disinvoltura, sperando, nella sua manifesta follia, di ottenere dal suo Creatore gli applausi dovuti a colui che aveva lanciato un ultimatum a Dio.

Il conteggio dei morti nelle guerre mondiali romane non fu mai registrato. Il futuro non saprà mai quante anime perirono sotto le ruote folli dell’Impero Romano. Leggendo le cronache di quell’impero delle tenebre sulla Terra, si oserebbe dire che lo stesso Diavolo fosse stato assunto come consigliere dei Cesari. Ancora una volta la Bestia percorreva i confini del mondo esercitando la sua volontà sovrana.

In mezzo a quei tempi sanguinosi, quando persino un cieco poteva vedere l’impossibilità di opporsi al nuovo padrone dell’universo – tanto più se l’aspirante non era altro che una mosca sul dorso di un elefante –, contro ogni logica e buon senso Aristobulo II ignorò il giudizio salomonico di Pompeo il Grande e si dichiarò in ribellione armata contro l’Impero.

L’ambizione illimitata per il potere assoluto non conosce né razze né epoche. La Storia ha visto la situazione sfuggire di mano più volte di quante gli annali delle nazioni moderne possano ricordare. A quanto pare, l’abisso tra l’uomo e la bestia è meno pericoloso del salto dell’uomo alla condizione di figli di Dio. Eppure, coloro che negano all’uomo ciò che gli spetta di diritto per la creazione sono gli stessi che poi difendono con le armi e il fuoco l’idea dell’evoluzione. Non sappiamo se, con il dubbio sulle intenzioni di Dio nel creare l’uomo, la scienza nasconda una ribellione aperta contro lo stadio finale programmato nei nostri geni sin dagli albori dell’era storica. In fondo potrebbe trattarsi solo di una questione di orgoglio intellettuale elevato al quadrato della sua potenza. Vale a dire, non si nega l’esistenza di Dio; ciò che esiste è il rifiuto di vivere una cronaca già annunciata. Mi spiego meglio: perché dobbiamo essere oggetti passivi di una storia scritta prima della nostra nascita? Non è meglio essere soggetti attivi di una tragedia scritta dal Destino?

Le profondità della psicologia umana non smettono mai di sorprendere. Nelle tenebre delle voragini abissali della mente, creature luminescenti belle come stelle nella notte si trasformano improvvisamente in draghi mostruosi. Le loro frecce di fuoco divorano ogni pace, violano ogni giustizia, negano ogni verità. E ambendo al potere degli dei ribelli, danno ragione a coloro che, pur non credendo nell’evoluzione, credono quando affermano che dopo l’uomo c’è qualcos’altro.

Dopotutto non si tratta tanto di credere o non credere, quanto di scegliere tra l’essere della Bestia e quello dei figli di Dio.

A questo proposito Aristobulo II aveva una mentalità molto tipica del suo tempo. O aveva tutto o non aveva nulla. Perché condividere il potere? Tra Caino e Abele aveva scelto il ruolo di Caino. E non se l’era cavata affatto male. Perché ora il romano veniva a rubargli il frutto della sua vittoria?

Finché, con la punta della spada, Pompeo il Grande gli impose la propria volontà e il mito dell’invincibilità dell’Uccisore di Pirati tenne a bada la sua passione, tutto andò a gonfie vele per il Salvatore del Mediterraneo. Non appena Pompeo gli voltò le spalle, Aristobulo tirò fuori la sua vena asmonea e si dedicò a ciò che sapeva fare meglio: fare la guerra.

Il modo in cui lui intendeva fare la guerra, almeno, lo mise in pratica.

Ovunque cavalcasse, si dedicava a lasciare il segno. Una fattoria qui, un’altra là: la Giudea avrebbe ricordato il figlio di suo padre per molto tempo. Fuoco, rovina, desolazione: che la storia sia scritta e ciò che è scritto rimanga scritto, se non negli annali della Storia, almeno sulle schiene del popolo!

L’Antico Serpente doveva sapere che il Giorno di Yahweh si avvicinava, giorno di vendetta e di ira. Con il Leviatano nel mirino, l’Inferno intensificò il fuoco che portava dentro e, dall’apice della sua maledetta gloria, iniziò a guidare l’esercito delle tenebre verso la sua impossibile vittoria.

Fratello contro fratello, regno contro regno. Persino l’onnipotente Senato Romano tremò di terrore il giorno in cui Cesare attraversò il suo personale Mar Rosso. Per colpa del Conquistatore della Gallia, che poco prima era stato acclamato signore d’Asia, quello stesso Pompeo fu visto attraversare il Mare Grande, fuggendo come una gatta per finire assassinato come un pidocchio su una spiaggia per ordine di un faraone in gonnella.

Giunse fino in Egitto all’inseguimento del suo ex socio, colui che aveva trasformato un fiume in una frase leggendaria, e proprio lì lo avrebbe seppellito lo stesso faraone assassino di Pompeo, se non fossero intervenuti provvidenzialmente in suo favore gli eserciti provinciali dell’Asia, tra le cui schiere la cavalleria degli ebrei si distinse per audacia e valore, assicurandogli la vittoria e, cosa ancora più importante, salvando la vita al Conquistatore della Gallia. Una salvezza che valse agli ebrei dell’Impero la più sincera gratitudine di Cesare e restituì alla nazione la sua perduta fama di valorosi guerrieri.  

La necessità che spinge i potenti a ricorrere gli uni agli altri fu quella che gettò il capo di stato maggiore ebreo nelle braccia del nuovo signore dell’universo mediterraneo, facendo sì che il padre di Erode conquistasse per il popolo ebraico gli onori della grazia, come ho detto, e per sé e la sua casata l’amicizia di colui che è grato perché ben nato, quella dell’unico e incomparabile Giulio Cesare.

Grazia quest’ultima che a Gerusalemme non fu accolta così bene come nelle cerchie familiari dell’interessato. Ma, data la tenacia del figlio dell’Asmoneo nel seguire le orme del padre, fu rispettata come un muro di contenimento. In quei momenti i Giudei credettero poco o nulla di dover temere la fulminea ascesa al potere del giovane palestinese: Erode.

Nemmeno quando Erode dimostrò un coraggio smisurato nello smantellare le forze dei briganti galilei e li condannò a morte aggirando le leggi del Sinedrio?

Approfittando della sua posizione di luogotenente delle forze del Nord, Erode catturò i briganti, smantellò le loro basi e condannò a morte i loro capi. Nulla di insolito se si fosse trattato di un capo ebreo. Il problema era che, attribuendosi le funzioni del Sinedrio – giudicare e condannare a morte –, l’ambizione personale di Erode venne alla luce e costrinse il Sinedrio a tagliargli le ali finché era ancora in tempo.

La questione del giudizio sul giovane idumeo era complessa a causa di chi fosse il suo padrino: Cesare in persona. Il punto era che, se non gli avessero tagliato le ali, nessuno avrebbe potuto fermare la sua fulminea ascesa verso il trono.

Simeone il Babilonese e Abia esposero questa argomentazione davanti agli altri membri del tribunale riunito per giudicare Erode. Si erano forse liberati dall’usurpazione del trono di Davide da parte di un ebreo di nascita solo per vedere come un palestinese vi avrebbe piantato il sedere?

Senza temere quel cucciolo idumeo, Simeone il Babilonese pronunciò la sua sentenza davanti a tutti: o lo condannavano a morte ora che lo avevano in loro potere, oppure si sarebbero pentiti della loro codardia il giorno in cui il figlio di Antipatro si fosse seduto sul trono di Gerusalemme.

Erode si voltò a guardare quell’anziano che gli stava profetizzando alla luce del giorno ciò che aveva visto tante volte nei suoi sogni. Stupito di trovare un coraggioso in mezzo a quei codardi, giurò lì, alla presenza di tutti i suoi giudici, che il giorno in cui si fosse cinto la corona li avrebbe passati tutti a fil di spada. Tutti tranne l’unico uomo che aveva osato dirgli in faccia ciò che pensava.

Quando Erode divenne re, quella fu la prima misura che prese. Ad eccezione del suo profeta personale, decapitò tutti i membri del Sinedrio.

 

11

La genealogia di Gesù secondo San Luca

 

In mezzo a quei giorni di orrori sanguinari, la Natura sfidò l’Inferno inondando la terra di bellezza. Fu davvero un’epoca di donne bellissime. Al servizio del suo Signore, la Natura concepì una donna di straordinaria bellezza e le diede un nome. La chiamò Elisabetta.

Isabella era figlia di una delle famiglie sacerdotali dell’alta società di Gerusalemme. I suoi genitori appartenevano a una delle ventiquattro famiglie eredi dei ventiquattro turni del Tempio. Essendo i suoi genitori clienti della casa dei Simeoni, la straordinaria bellezza di quella fanciulla le aprì le porte del cuore di Simeone il Giovane, con il quale crebbe come se fosse una sorella.

I genitori di Elisabetta non potevano che vedere di buon occhio il rapporto che si era instaurato tra i due giovani. Pensando alla possibilità di un futuro matrimonio, i suoi genitori concessero a Elisabetta una libertà che di norma era negata alle figlie di Aronne. C’era forse qualcosa che potesse riempire di orgoglio il cuore di quei genitori più del fatto che la loro figlia maggiore diventasse la moglie dell’erede di una delle più grandi fortune di Gerusalemme?

Non era più solo una questione di ricchezza, c’era anche la protezione che Erode aveva esteso ai Simeoni. La morte dei membri principali del Sinedrio dopo la sua incoronazione lasciò i Simeoni in una posizione privilegiata. Infatti, quella dei Simeoni fu l’unica fortuna che il re non confiscò.

Se Elisabetta avesse conquistato il giovane Simeone con la sua bellezza, uff!, ben oltre quanto i suoi genitori avrebbero mai potuto sognare.

Con questa segreta possibilità in mente, che ogni anno sembrava diventare più reale grazie all’intelligenza con cui la Saggezza aveva arricchito ciò che la Natura aveva dotato di tante doti, i genitori di Elisabetta le permisero di varcare quel sottile confine oltre il quale la donna ebrea era libera di scegliere il marito.

Era consuetudine nelle caste ebraiche stipulare il contratto di matrimonio per le figlie degli Aaroniti prima che raggiungessero quell’età pericolosa, superata la quale, per legge, la donna non poteva più essere costretta ad accettare l’autorità paterna come se si trattasse della volontà di Dio. Convinti dell’irresistibile influenza della bellezza di Elisabetta sul giovane Simeone, i suoi genitori corsero il rischio di lasciarla varcare quel confine.

Lei la varcò incantata, e lui ne fu complice.

Simeone assecondò quella sua anima gemella che la vita gli aveva donato. Essendo stato educato lui stesso a godere di una libertà privilegiata, quando i genitori di Elisabetta si fossero resi conto della verità sarebbe stato ormai troppo tardi. Isabel avrebbe ormai varcato quel confine e nulla e nessuno al mondo avrebbe potuto impedirle di sposare l’uomo che amava più della sua stessa vita, più delle mura di Gerusalemme, più delle stelle del cielo infinito, più degli angeli stessi.

Il giorno in cui i suoi genitori capirono chi fosse il prescelto di Isabel, quel giorno i suoi genitori alzarono un gran clamore. 

Il problema dell’uomo che Elisabetta amava in quel modo, ben al di sopra degli interessi familiari, era semplice. Elisabetta aveva donato il suo cuore al giovane più testardo di tutta Gerusalemme. In realtà nessuno avrebbe scommesso nulla sulla vita del figlio di Abia. A Zaccaria era venuta in mente l’idea di entrare nel Tempio e cacciare tutti i venditori di genealogie e i trafficanti di certificati di nascita all’ingrosso. Sconvolti da quello che credevano fosse un attacco frontale alle loro tasche, furono in molti a giurare di porre fine alla sua carriera a qualsiasi costo. Ma né le minacce né le maledizioni riuscirono a spaventare Zaccaria.

A questo proposito tutti riconoscevano che il figlio fosse la copia esatta del padre. Non era forse suo padre l’unico uomo in tutto il regno capace di piantarsi davanti all’Asmoneo nei suoi giorni di massimo splendore, di sbarrargli la strada e di profetizzargli in faccia una valanga di sventure? Cosa ci si poteva aspettare da suo figlio, che fosse un codardo?

In ogni caso, perché Zaccaria non indirizzava la sua crociata altrove? Perché si era messo in testa di concentrare la sua crociata contro il fiorente business della compravendita di documenti genealogici e certificati di nascita falsi? Che male facevano a qualcuno emettendo quei documenti?

Gli interessati arrivavano direttamente dall’Italia, disposti a pagare qualsiasi cifra gli venisse chiesta per un semplice pezzo di papiro firmato e sigillato dal Tempio. Da dove veniva quell’ostinazione del figlio di Abia? Perché non si dedicava a godersi la vita come qualsiasi altro ragazzo del quartiere? Si divertiva forse a rovinare l’umore a tutti?

Bene, ma prima di proseguire entriamo nella mente di Zaccaria e nelle circostanze contro cui si ribellò.

Ho detto che Zaccaria, figlio di Abia, e Simeone il Giovane, figlio di Simeone il Babilonese, raccolsero il testimone della ricerca dell’Erede vivente di Salomone.

Date tutte le circostanze descritte nei capitoli precedenti, si comprende che il segreto fosse la condizione sine qua non che li avrebbe condotti fino in fondo. Nessuno doveva sapere quale fosse l’obiettivo che avevano in mente.

Se agli Asmonei la sola idea della restaurazione davidica faceva rizzare i capelli, al minimo sospetto sulle intenzioni dei figli dei loro protetti – Semaya e Abtalion negli scritti ufficiali ebraici, Simeone e Abia per noi – il re Erode avrebbe fatto uccidere in un solo giorno tutti i figli di Davide.

Poi c’erano i classici pirati che sarebbero stati ben felici di denunciare i propri figli, i nostri Simeone e Zaccaria. Erode avrebbe ricompensato la denuncia per tradimento alla corona con mille onori. E, già che c’era, avrebbero eliminato di scena il crociato solitario con cui non si riusciva a raggiungere alcun accordo.

Così, consapevole del mare di pericoli sulle cui onde navigava, Zaccaria non apriva il proprio cuore a nessuno al mondo. Nemmeno alla stessa Elisabetta, la donna con cui sapeva che si sarebbe sposato nonostante la volontà dei suoi futuri suoceri.

Era naturale che, tra tutti gli uomini di Gerusalemme, non ce ne fosse un altro che godesse di maggiore protezione del figlio di Abia.

Entriamo ora nelle cause di quella corruzione generalizzata nelle cui braccia si gettarono i funzionari del Tempio.

In segno di gratitudine per la sua salvezza da parte della cavalleria ebraica – come ho detto prima – Giulio Cesare concesse alla Giudea privilegi fiscali e l’esenzione dal servizio militare per i suoi cittadini.

Cesare ignorava la complessa estensione del mondo ebraico. Astuti come nessun altro, gli ebrei di tutto il suo Impero approfittarono della sua ignoranza per beneficiare dei privilegi concessi ai cittadini della Giudea. Ma per beneficiare di tali privilegi erano obbligati a presentare i documenti pertinenti.

Tutto ciò che dovevano fare era recarsi a Gerusalemme, pagare una somma di denaro e procurarseli.

Era forse il caso di opporsi al piano che aveva messo in atto il figlio di Abia? Zaccaria non amava forse i suoi fratelli in Abramo? Perché si opponeva? Che cosa c’entrava lui in tutto ciò? Le casse del Tempio si stavano riempiendo. Non gli interessava forse, in quanto sacerdote ed ebreo di nascita, la prosperità del suo popolo?

L’ostilità crescente nei confronti di Zaccaria derivava dalla sua inarrestabile ascesa, che in breve tempo, se nessuno gli avesse sbarrato la strada, lo avrebbe condotto ai vertici della direzione degli Archivi Storici e Genealogici, da cui dipendeva il rilascio dei suddetti documenti.

Insomma, c’erano ragioni per cui il figlio di Abia potesse chiudere un occhio e approfittare dell’occasione per arricchirsi, e già che c’era condividere con tutti la prosperità che il cielo aveva donato loro dopo tante sofferenze passate; ragioni ce n’erano eccome.

Ma no, il figlio di Abías sosteneva che non avrebbe ceduto alla corruzione. Era testardo come una roccia. Come se non bastasse, la protezione di cui godeva non lasciava ai suoi nemici altra scelta che cercare di frenare la sua carriera con ogni mezzo.

Così, per quanto adorasse l’uomo della sua vita, la stessa Isabel si chiedeva che senso avesse quella crociata del suo amato. Se lei tirava fuori l’argomento, lui si limitava a temporeggiare, distoglieva lo sguardo, cambiava discorso e la lasciava con la parola in bocca. Ma non l’amava forse?

Simeone il Giovane rideva di quei due amanti impossibili.

Una risata che Isabel colse e, dato che era figlia di Aaronne e aveva la Natura dalla sua parte, era certa che il suo amico del cuore le avrebbe svelato quale mistero i due stessero tramando.

Simeone il Giovane all’inizio la tenne sulle spine. L’ultima cosa che voleva era mettere in pericolo la vita di Isabel. Alla fine dovette aprirle il cuore e rivelarle la verità.

Un ebreo proveniente da qualsiasi parte dell’Impero che desiderasse registrarsi come cittadino della Giudea, a quale famiglia si sarebbe legato e in quale città avrebbe chiesto di essere registrato come nativo?

La risposta era così ovvia che Isabella capì all’istante.

«A Betlemme di Giudea, e al re Davide».

Già di per sé era difficile per il Capo Genealogista del Regno districarsi tra montagne di documenti, figuriamoci con questa valanga di figli di Davide che all’improvviso stavano spuntando da ogni parte per il leggendario re.

«Allora state cercando l’erede di Salomone», rispose Elisabetta a Simeone. «Che bello!» Simeone rise di cuore per la sua battuta.

A Zaccaria non sembrò così divertente che il suo socio avesse rivelato la verità a Elisabetta. Ormai che il danno era fatto, bisognava andare avanti e confidare nella prudenza femminile. Fiducia che Elisabetta non deluse mai.

Lo stesso Spirito che arresta l’avanzata dei guerrieri e nega loro l’accesso alle mete da Lui riservate a coloro che li seguiranno, quello stesso Dio è colui che ordina i tempi e muove sulla scena gli attori per i quali ha riservato la vittoria che avrebbe negato a coloro che hanno aperto loro la strada.

Contro tutti i cattivi presagi che i nemici avevano augurato loro, Zaccaria raggiunse la vetta della direzione degli Archivi del Tempio. Si sposò anche con la compagna che il destino aveva scelto per lui. Quando scoprirono di non poter avere figli, si sentì dire: «Castigo de Dios» (Castigo di Dio) perché lei si era ribellata alla volontà dei suoi genitori, ma si consolarono amandosi con tutta la forza di cui è capace il cuore umano.

Al dolore di essere sterili si aggiunse il fallimento della loro ricerca.

 

12

La nascita di Giuseppe

 

Zaccaria trascorse anni a setacciare montagne di documenti genealogici, ordinando rotolo dopo rotolo storico, sulle tracce che dovevano condurlo all’ultimo erede vivente della corona di Salomone. Non impazzì perché la sua intelligenza era più forte della disperazione che si era impadronita della sua mente e, ovviamente, perché lo Spirito del suo Dio gli sorrideva sulle labbra del suo socio Simeone, che non perdeva mai la speranza ed era sempre lì a tirargli su il morale.

«Tranquillo, amico, vedrai che alla fine troveremo quello che stiamo cercando dove meno ce lo aspettiamo, e quando meno ce lo immaginiamo, vedrai. Non scervellarti perché il tuo Dio vuole aprirti gli occhi a modo suo. Non credo che ti lascerà a mani vuote. È solo che stiamo guardando nella direzione sbagliata. La colpa è nostra. Credi forse che il Signore Dio ti abbia elevato dove ti trovi per lasciarti nella desolazione in vetta? Riposa, goditi la tua esistenza, lasciamo che sia Lui a farci ridere».

Quel Simeone era straordinario. Ma in tutti i sensi. Quando sposò la donna dei suoi sogni, si godette anche il sogno di essere l’uomo più felice del mondo. Con quella sua felicità che si riversava su tutti i clienti della sua Casa e lo rese il banchiere dei poveri, un bel giorno questioni d’affari lo portarono a Betlemme.

La clientela dei Simeoni si estendeva anche ai villaggi intorno a Gerusalemme. Tra le famiglie che facevano affari con loro figurava il Clan dei falegnami di Betlemme. A quel tempo la guida del Clan era nelle mani di Matat, padre di Eli. Maestri ebanisti, il Clan dei falegnami di Betlemme si era costruito una solida fama di professionisti del legno da chissà quando. Si diceva addirittura che il fondatore del Clan avesse realizzato una delle porte della città santa ai tempi di Zorobabele. Semplici voci, ovviamente. Il fatto è che l’arrivo di Simeone il Giovane a Betlemme coincise con la nascita del primogenito di Eli. Chiamarono il neonato Giuseppe. A parte i festeggiamenti, una volta concluso l’affare che lo aveva portato a Betlemme, il nonno del bambino e il nostro Simeone iniziarono a parlare delle origini della famiglia. L’argomento in corso fece sì che Matat si dilungasse sull’origine davidica della sua casata.

A Betlemme a nessuno era mai venuto in mente di mettere in dubbio la parola del capo del Clan dei falegnami. Tutti ne erano convinti, perché da sempre nel paese si era creduto che il Clan appartenesse alla casa di Davide. Matat, il nonno di Giuseppe, non andava in giro sbandierando il documento genealogico della sua famiglia come se fosse una frusta pronta a abbattersi sugli scettici. Non sarebbe stato necessario. Era semplicemente così, era sempre stato così e non poteva essere altrimenti. I suoi genitori erano stati considerati figli di Davide da chissà quando, e lui, Matat, aveva tutto il diritto di credere alla parola dei suoi antenati. Dopotutto, ognuno era libero di credersi figlio di chi più gli convenisse. Ma certo, con l’indagine di Zaccaria in una fase di stallo, la ricerca del figlio di Salomone negli archivi storici arenatasi in un vicolo cieco, era inevitabile che una semplice famiglia di falegnami si lanciasse nel campo delle realtà infallibili; era inevitabile che al nostro Simeone, amico intimo del Gran Genealogo del Regno, quella certezza assoluta del nonno Matat dovesse risultare, se non divertente, almeno piuttosto simpatica. Più di ogni altra cosa, era il tono di certezza nel respiro del nonno di Giuseppe.

Quando, senza voler offendere il capo del clan dei falegnami di Betlemme, Simeone il Giovane mise in dubbio la legittimità dell’origine davidica della sua casata, il nonno Matat guardò il giovane Simeone con le sopracciglia leggermente aggrottate. La sua prima reazione fu quella di sentirsi offeso, e per la sua barba, se quel dubbio fosse venuto da qualcun altro, per il suo onore lo avrebbe cacciato all’istante fuori di casa. Ma in onore dell’amicizia che lo legava ai Simeoni, e poiché il Giovane non aveva affatto intenzione di offenderlo, il nonno Matat si trattenne dal dare libero sfogo al proprio temperamento. Anche perché, con i venti che soffiavano, quando bastava dare un calcio a un sasso perché a Davide nascessero dei figli, il dubbio del ragazzo gli sembrò comprensibile.

Uomo di ottimo carattere, nonostante questo modo di entrare nella nostra storia, non volendo che d’ora in poi tra la sua casa e quella dei Simeoni aleggiasse alcun tipo di dubbio, il nonno Matat prese il nostro Simeone per un braccio e lo portò da parte. Con tutta la fiducia del mondo riposta nella sua sincerità, l’uomo lo condusse nelle sue stanze private. Si diresse verso una cassapanca vecchia come l’inverno, la aprì e ne estrasse una sorta di rotolo di bronzo avvolto in pelli ammuffite.

Davanti agli occhi di Simeone, il nonno Matat lo posò sul tavolo. E lo srotolò lentamente, con il mistero di chi sta per mettere a nudo la propria anima.

Non appena vide il contenuto avvolto in quelle pelli ammuffite, le pupille di Simeone si spalancarono come finestre all’arrivo dei primi raggi primaverili. Dalle sue labbra sfuggì un muto «Santo Dio», ma dissimulò la sorpresa e nascose l’emozione che gli percorreva la schiena. E infatti, raramente nella sua vita, pur essendo l’intimo del Gran Genealogista del Regno e nonostante fosse abituato a vedere documenti antichi, alcuni vecchi quanto le mura di Gerusalemme, raramente i suoi occhi avevano visto un gioiello così bello e importante.

Quel rotolo genealogico trasudava antichità da ogni poro. I sigilli impressi nel metallo erano due stelle che brillavano in un firmamento di cuoio secco come la montagna dove Mosè ricevette le Tavole. I caratteri della sua scrittura emanavano fragranze esotiche nate sul campo di battaglia dove Davide aveva impugnato quella che sarebbe diventata la spada dei re di Giuda. Il nonno Matat dispiegò il rotolo genealogico del suo clan in tutta la sua magica estensione e lasciò che il Giovane leggesse l’elenco degli antenati di Giuseppe, il suo nipotino appena nato. Recitava:

“Eli, figlio di Matat. Matat, figlio di Levi. Levi, figlio di Melchi. Melchi, figlio di Jannai. Jannai, figlio di Giuseppe. Giuseppe, figlio di Mattatia. Mattatia, figlio di Amos. Amos, figlio di Nahum. Nahum, figlio di Esli. Esli, figlio di Naggai. Naggai, figlio di Maat. Maat, figlio di Mattatia. Mattatia, figlio di Semeín. Semeín, figlio di Josec. Josec, figlio di Jodda. Jodda, figlio di Joanam. Joanam, figlio di Resa. Resa, figlio di Zorobabele».

Mentre lo leggeva, Simeone il Giovane non osava alzare lo sguardo. Un’energia fulminante gli percorreva il midollo, fibra per fibra. Dentro di sé avrebbe voluto saltare di gioia; la sua anima si sentiva come quella dell’Eroe dopo la vittoria, che saltava nudo per le strade di Gerusalemme. Se Zaccaria fosse stato lì con lui, al suo fianco, per Dio, avrebbero ballato la danza dei valorosi attorno al fuoco della vittoria.

Certo che sì, ovviamente Simeone il Giovane aveva visto un documento identico a quello, con nomi diversi, ma della stessa antichità, che custodiva nei suoi segreti i caratteri ebraici più antichi, scritti dagli uomini che vissero nella Babilonia di Nabucodonosor. Lo aveva visto nella sua stessa casa. Suo padre lo aveva ereditato dal proprio e lo aveva portato a Gerusalemme per depositarne una copia negli Archivi del Tempio. Sì, l’aveva visto proprio a casa sua: era il gioiello della famiglia dei Simeoni. Quante famiglie in tutto Israele potevano mettere sul tavolo un documento di quella natura? Simeone conosceva la risposta fin da bambino: solo le famiglie che erano tornate con Zorobabele da Babilonia potevano farlo, e tutte quelle che potevano farlo si trovavano nel Sinedrio.

Santo cielo! Cosa avrebbe dato il nostro Simeone per avere al suo fianco, in quel momento, il suo Zaccaria. La Luna e le stelle non valevano ai suoi occhi quanto quel rotolo di bronzo babilonese avvolto attorno a quella pergamena di pelle di vacca dell’Eden. Quel documento aveva più valore di mille volumi di teologia. Cosa non avrebbe dato per avere l’opportunità di ascoltare dalle labbra di Zaccaria la lettura del resto della Lista! Recitava:

«Zorobabele, figlio di Salatiel. Salatiel, figlio di Neri; Neri, figlio di Melchi; Melchi, figlio di Addi; Addi, figlio di Cosam; Cosam, figlio di Elmadam; Elmadam, figlio di Er; Er, figlio di Gesù; Gesù, figlio di Eliezer; Eliezer, figlio di Jori; Jori, figlio di Matat; Matat, , figlio di Levi; Levi, figlio di Simeone; Simeone, figlio di Giuda; Giuda, figlio di Giuseppe; Giuseppe, figlio di Eliaquim; Eliaquim, figlio di Melea; Melea, figlio di Menna; Menna, figlio di Mattata; Mattata, figlio di Natam. Natam…figlio di Davide”.

 

13

La Grande Sinagoga d’Oriente

 

Forse mi sto un po’ precipitando nella successione degli eventi, spinto dall’emozione dei ricordi. Spero che il lettore non me ne faccia una colpa per essermi lanciato quasi a briglia sciolta nella pianura dei ricordi che gli sto svelando. Dopo che per duemila anni sono rimaste addormentate nel silenzio delle alte vette della Storia, nemmeno l’autore stesso riesce a controllare l’emozione che lo travolge, e le sue dita si protendono verso le nuvole con la stessa facilità con cui le ali dell’aquila delle nevi tendono verso il sole irraggiungibile che dà vita alle sue piume.

La verità che ho tralasciato è la relativa calma internazionale che l’impero di Giulio Cesare portò nella regione, una pace relativa che giocò a favore dei nostri eroi, stimolando la loro intelligenza, specialmente quella del nostro Zaccaria. In altre circostanze geopolitiche, forse, la possibilità di inserire quella pace nel quadro dei propri interessi non sarebbe nemmeno passata loro per la mente.

A grandi linee, in sintesi, tutti sanno quale rapporto di amore-odio tra Romani e Parti abbia tenuto in scacco il Vicino Oriente durante quel secolo. In ogni caso, i manuali di Storia del Vicino Oriente Antico e della Repubblica Romana sono alla portata di chiunque. Non è un tema che predomina nella ricostruzione ufficiale, soprattutto a causa dell’origine asiatica dei Parti, dettaglio che per gli storici occidentali, influenzati dalla loro cultura greco-latina, costituisce una scusa sufficiente per accennare di sfuggita alla storia del loro Impero. Questa Storia non è il luogo più adatto per ampliare l’orizzonte in quella direzione; si metta qui a verbale il desiderio di farlo in un altro momento. Insomma, questa Storia non può ampliare all’infinito lo scenario in cui si è svolta. I manuali ufficiali sono lì per ampliare l’orizzonte a chiunque voglia approfondire un po’ di più l’argomento.

Il fatto che viene in questione e che appartiene a questa Storia ha come epicentro l’influenza che la pace di Cesare ebbe sulla zona e le possibilità che mise nelle mani dei suoi abitanti. Pensiamo che ogni volta che si pensa ai giorni del conquistatore della Gallia, l’accento ricada prevalentemente sull’apparato delle sue guerre, sui suoi istinti dittatoriali, sul groviglio di cospirazioni politiche contro il suo imperium, tralasciando sempre i benefici che la sua pace comportò per tutti i popoli sottomessi a Roma. In relazione al nostro racconto, la pace di Cesare, più che grande, fu di fondamentale importanza.

Zaccaria, che non smetteva mai di escogitare il modo di portare a termine la sua ricerca del legittimo erede della corona di Salomone, un giorno ripensò alle parole del suo socio: «Tranquillo, amico, vedrai che alla fine troveremo ciò che stiamo cercando dove meno ce lo aspettiamo, e quando meno ce lo immaginiamo, vedrai», e si disse che Simeone aveva tutta la ragione del mondo. Non avevano ancora trovato ciò che cercavano perché avevano girato a vuoto. E probabilmente non avrebbero mai trovato la traccia dei figli di Zorobabele continuando a scavare dove non c’erano tracce della loro esistenza. Allora perché non giocare la carta della Grande Sinagoga d’Oriente? L’unica cosa che dovevano fare era inviare una lettera chiedendo ai Magi della Nuova Babilonia di cercare la genealogia di Zorobabele tra i loro archivi. Così facile, così semplice.

Simeone il Babilonese, originario di Seleucia sul Tigri, perfetto conoscitore della sinagoga in questione, annuì con la testa. Rise e disse con tutta l’anima:

«Ma certo, figli miei, come abbiamo fatto a essere così ciechi per tutto questo tempo? Ecco la chiave dell’enigma. Non perdete tempo. Da qualche parte in quella montagna di archivi deve trovarsi il gioiello che vi sta facendo impazzire. L’occasione è propizia. È ora o mai più. Nessuno può dire quando la pace verrà meno. Al lavoro».

Zaccaria e i suoi uomini scelsero un corriere di piena fiducia tra i corrieri della Grande Sinagoga d’Oriente che all’epoca, una volta aperte le vie di comunicazione, erano soliti portare a Gerusalemme la decima. Il messaggio che avrebbe dovuto portare al suo ritorno a Seleucia, affinché fosse letto esclusivamente dai capi della Sinagoga dei Magi d’Oriente, si concludeva con queste parole: «Concentrate le indagini sui figli di Zorobabele che lo accompagnarono da Babilonia a Gerusalemme».

La tensione tra i due imperi dell’epoca, quello romano e quello partico, una corda tesa che poteva spezzarsi da un momento all’altro, oltre alle continue insurrezioni nazionaliste tipiche del Vicino Oriente, faceva temere che la risposta potesse tardare un po’ di tempo. Ma loro avevano tempo.

Fin dai tempi di Zorobabele, gli ebrei dall’altra sponda del Giordano erano riusciti a superare i pericoli e a versare la decima. Durante il periodo di stabilità che l’impero persiano garantì all’Asia occidentale, la carovana dei Magi d’Oriente arrivava anno dopo anno. In seguito, dopo la conquista dell’Asia da parte di Alessandro Magno, la situazione non cambiò. Le cose peggiorarono quando i Parti piantarono le loro tende a est dell’Eden e sognarono l’invasione dell’Occidente.

Antioco III il Grande dovette dare il massimo per contenere la valanga dei nuovi barbari. Suo figlio Antioco IV morì difendendo i confini. Trasformate le terre del Vicino Oriente in una terra di nessuno aperta al saccheggio e alla depredazione dopo la morte della Bestia degli ebrei, gli ebrei a est del Giordano dovettero imparare a cavarsela da soli; ma qualunque cosa accadesse, la carovana dei Magi d’Oriente arrivava sempre a Gerusalemme con il suo carico di oro, incenso e mirra.

Superata questa difficoltà, la missiva di Zaccaria giunse a destinazione. A tempo debito, egli tornò a Gerusalemme con la risposta attesa.

La risposta alla domanda di Zaccaria era la seguente:

«Due erano i figli che Zorobabele portò con sé da Babilonia. Il maggiore si chiamava Abiud; il minore si chiamava Resa».

E c’era dell’altro, continuò a dire loro il messaggero dei Magi:

«A Zorobabele diede al maggiore dei suoi figli il rotolo di suo padre, re di Giuda. Il figlio di Abiud era, quindi, il custode del rotolo salomonico. Al più giovane diede il rotolo genealog e di sua madre. Di conseguenza, il figlio di Resa era il custode del rotolo della casa di Natan, figlio di Davide. A parte i loro elenchi, i due rotoli erano identici. Su dove si trovassero entrambi gli eredi, su questo non potevano fornire dettagli».  

«Com’è strano l’Onnipotente!», pensava Simeone il Giovane mentre tornava da Betlemme. «Com’è strano il modo di muoversi dell’Onnipotente! Il fiume si nasconde sotto terra, viene inghiottito dalla roccia, nessuno sa quale percorso si aprirà attraverso gli ipogei, lontano dagli occhi di tutti i viventi. Solo Lui, l’Onnisciente, conosce il luogo esatto in cui irromperà e riemergerà.

Il Signore ride della disperazione del suo popolo, li lascia scavare nel terreno alla ricerca del percorso che seguirà il fiume che, appena nato, si è perso nel cuore della terra, e quando ormai gettano la spugna sotto il peso della vittoria impossibile, e le loro mani sanguinano per le ferite della frustrazione, allora l’anima dell’Onnisciente si commuove, si alza, sorride ai suoi e, con una pacca sulla spalla, va da loro e dice: «Dai, ragazzi, che vi prende? Alzate lo sguardo, quello che cercate lo avete a due palmi dal naso».

Simeone il Giovane sorrise pensando alla faccia che avrebbe fatto il suo socio Zaccaria quando gli avrebbe dato la notizia. Si immaginava già di raccontargli tutta la storia della sua scoperta.

«Siediti, Zaccaria», gli avrebbe detto.

Zaccaria lo avrebbe fissato intensamente. Simeone il Giovane avrebbe continuato ad avvolgerlo nel mistero della sua gioia, pronto a godersi quel momento secondo dopo secondo.

«Che ti succede, fratello, hai già perso quella tua capacità di leggermi nel pensiero?», avrebbe insistito Simeone il Giovane.

Sì, signore, Simeone Junior si sarebbe goduto quel momento fino all’ultimo microsecondo.

In quel momento non c’era al mondo nulla che desiderasse di più che vivere a cielo aperto lo sguardo del suo socio quando gli avrebbe detto:

«Signor Genealogista Maggiore del Regno, domani avrò l’infinito piacere di presentarle Resa, figlio di Natan, figlio di Davide, padre di Zorobabele».

 

14

L’Alfa e l’Omega  

 

Contro l’orizzonte l’oceano, divorando il cielo, solleva la sua bocca. I venti scricchiolano, gli squali tracciano le loro rotte nelle oscure profondità fuggendo dai rovi di fuoco che, sotto forma di fruste d’acqua, sferzano le braccia forti che hanno preferito morire combattendo piuttosto che vivere morendo. Quale forza sconosciuta, dagli altari remoti dell’universo, innaffia con il suo nettare di allegro coraggio gli occhi degli uomini che si scalzano e camminano a anima nuda su un sentiero di spine, cercando di scaldare le loro ossa al fuoco che non si consuma mai? Quale energia indurisce le ossa dell’ a allodola delle distanze tra i due poli della bussola terrestre, mentre percorre le brevi stagioni della sua vita effimera? Perché la terra sofferente, schiacciata, sfinita e bruciata dai suoi fanghi primordiali genera spiriti nati per voltare le spalle alla spiaggia delle palme da cocco e addentrarsi solitari nelle profondità delle foreste nere? Quale mistero si nasconde nell’anima umana che tanti cercano e così pochi raggiungono? In quale culla il firmamento dei cieli ha allattato il seno che mostra alla freccia la fessura che le servirà da faretra tra le sue costole?

Non sono forse i piaceri della vita onde di panna e cioccolato sulle cui labbra teneri petali depositano i loro baci? Il re della giungla si siede nella pianura ad ammirare la danza della sua regina nella valle delle gazzelle. L’indomabile condor fa volare la sua nave di piume sulle cime che fendono il cielo come spade di eroi le file del nemico. Il delfino degli oceani si lascia trasportare dalle correnti calde sognando di incontrare lungo i sentieri del mare caravelle di coloni ubriachi di sogni. Perché all’uomo è toccata in sorte la frenesia delle ambizioni, lo scontro degli interessi, lo scricchiolio delle passioni?

Cosa faremo con quella parte della natura del nostro Genere? Gli canteremo una ninna nanna prima del requiem? Bandiremo dal nostro futuro la nascita di nuovi eroi? Faremo con i figli del futuro ciò che altri hanno fatto, ovvero dare loro una tomba in nome della libertà? Oppure li rinchiuderemo in una gabbia affinché cinguettino tristi come quegli stupidi uccellini che muoiono se viene loro rubata la libertà?

Ogni uomo ha davanti a sé una vita di pericoli e un’altra di agi, nell’oblio della sorte degli altri. Ogni epoca ha avuto i suoi avvocati del diavolo e i suoi procuratori di Cristo. L’unica cosa che sappiamo è che quando si intraprende il cammino non si può più tornare indietro.

Il messaggero che dalla Nuova Babilonia gli portò la risposta alla Saga dei Precursori si chiamava Hilel. Hilel era un giovane dottore della Legge, allievo della scuola dei Magi d’Oriente. Proprio come un tempo fece Simeone il Babilonese, Hilel fece il suo ingresso a Gerusalemme portando in una mano la decima e nell’altra una saggezza segreta adatta solo a quel genere di uomini che la terra genera, anche se i loro simili li condannano.

Anche la terra piange, e anche i suoi figli imparano. Da sempre si dice che l’uomo conosca l’inferno meglio del diavolo stesso e dei suoi angeli ribelli, proprio perché ha vissuto tra le sue fiamme; poiché, essendo il loro futuro il nostro destino, quei figli maledetti non hanno ancora assaporato l’amaro sapore dei fuochi del terribile averno che li attende alla fine del Secolo.

I saggi ellenici si ritenevano superiori agli ebrei per la loro capacità di penetrare il mistero di tutte le cose. Ci si deve quindi chiedere: chi inciampa nella pietra degli asini ne sa di più di chi non è mai caduto? In altre parole, siamo tutti condannati a imparare inciampando come gli asini, due volte. E di conseguenza dobbiamo condannare sistematicamente chiunque abbia imparato la lezione senza bisogno di mordere la polvere là dove si contorce il Serpente.

In quei giorni di draghi e bestie, di scorpioni e di scorpioni, due strade si aprivano davanti agli uomini. Se si sceglieva la prima via: smettere di guardare le stelle e dedicarsi ai propri lavori, l’esistenza non richiedeva altro motto che «vivi e lascia vivere», che il tiranno schiacci e il potente affondi, è il suo destino; quello del debole, essere schiacciato e affondato.

Se si sceglieva la seconda via, ogni saggezza era poca e ogni precauzione insufficiente. Zaccaria e i suoi uomini avevano scelto quest’ultima via. Anche Hilel, il giovane dottore della Legge che i Magi d’Oriente avevano inviato loro dalla Nuova Babilonia con la risposta alla loro domanda.

Hilel non solo portò loro i nomi dei due figli di Zorobabele che lo avevano accompagnato dall’Antica Babilonia alla Patria Perduta. A tu per tu con la Saga dei Precursori, raccontò loro ciò che non avevano mai udito, rivelò loro una dottrina la cui esistenza non avrebbero potuto immaginare nemmeno nei loro sogni più remoti.

Che Zorobabele fosse l’erede al trono di Giuda e che, in qualità di principe del suo popolo, guidasse la carovana del ritorno dalla cattività babilonese è un classico della Storia Sacra. Partendo da questo dato ben noto, e partendo dal presupposto – come fanno Zaccaria e la sua saga – che al figlio maggiore di Zorobabele spettasse la primogenitura dei re di Giuda, Zaccaria si fece strada attraverso le catene genealogiche della sua nazione. Alla fine, l’impossibilità di superare quelle catene di archivi infiniti lo portò a guardare dall’altra parte del Giordano. E da quella che un tempo era stata la terra del paradiso terrestre gli giunse la risposta dalle labbra del dottore della Legge, protagonista del seguente discorso.

«Eccomi qui con i due figli che il Signore mi ha donato», esordì Hillel nel messaggio che portava dall’attuale Capo dei Magi d’Oriente, un uomo di nome Ananel.

«Molte volte tutti i presenti abbiamo letto queste parole del profeta. Non furono però due i figli che Davide ebbe. Ne ebbe molti. Ma solo due, come attestano le sue parole, incluse nella sua eredità messianica. Parliamo di Salomone e Natan. Il primo era saggio, il secondo era profeta. Tra loro due Davide divise la sua eredità messianica.

Così facendo, Davide allontanò dal suo erede al trono l’idea di essere lui il Figlio dell’Uomo, il Bambino che sarebbe nato da Eva per schiacciare la testa del Serpente. In altre parole, Salomone non doveva lasciarsi influenzare dal grido della sua corte che invocava il regno universale; poiché egli non era il re Messia delle visioni di suo padre Davide.

Degno figlio di suo padre, il re saggio per eccellenza seguì alla lettera il Piano Divino. Lo stesso fece suo fratello, il profeta Natan. Quest’ultimo, fin dal giorno successivo all’incoronazione di suo fratello, si ritirò dalla corte e si fuse con il popolo, lasciando dietro di sé una scia che non si dimentica mai né si raggiunge mai”.

(A questo punto potrebbero sorgere molti dubbi riguardo al fatto che Natan, figlio del re Davide, e il profeta Natan fossero la stessa persona. Non vorrei perdermi in divagazioni tipiche di uno storico delle cose passate. Quando mancano le prove documentali necessarie per la ricostruzione della storia di un personaggio, lo storico deve ricorrere agli elementi di una scienza infinitamente più esatta: stiamo parlando della scienza dello spirito. Pongo solo una domanda sul tavolo e chiudo l’argomento. Il re dei profeti… a quale altro profeta avrebbe aperto la porta del suo palazzo se non a colui che era nato nella sua stessa casa, nato dalla sua coscia, come dicevano gli i greci? Il suo Dio non lo ha forse meravigliato facendolo ridere in quel modo? Naturalmente la questione rimane in attesa di conferma da parte della documentazione ufficiale. Ma insisto: quando mancano le prove naturali, il ricercatore deve alzare lo sguardo e cercare la risposta in Colui che custodisce nella propria memoria la registrazione di tutte le cose dell’universo. Ma se la fede viene meno e la testimonianza di Dio è considerata nulla davanti al tribunale della storia, allora non ci resta altro che tralasciare l’argomento, o vagare all’infinito alla ricerca di quella saggezza irraggiungibile degli Elleni. Considerando qui che la saggezza dei presenti è libera da pregiudizi contro il Creatore dei cieli e della Terra, proseguiamo).  

«La casa di Salomone e la casa di Natan si separarono. A tempo debito, quando Dio, nella sua onniscienza, lo avesse stabilito, queste due case messianiche si sarebbero ritrovate, si sarebbero unite in un’unica casa e il frutto di questo matrimonio sarebbe stato l’Alfa. Quando tale evento ebbe luogo, i suoi genitori gli diedero un nome; lo chiamarono Zorobabele. Questa nascita avvenne circa cinque secoli dopo la morte del re Davide.

«Zorobabele, figlio di Davide, erede della corona di Giuda, si sposò e ebbe figli e figlie. Tra i suoi figli ne scelse due per ripetere l’impresa compiuta dal suo leggendario padre, e tra loro divise la sua eredità messianica. I nomi dei suoi due eredi erano Abiud e Resa.

«Amanti del padre, timorati di Dio, i principi Abiud e Resa accompagnarono il padre dalla Babilonia di Ciro il Grande alla Patria Perduta. Impugnarono la spada contro coloro che tentarono con ogni mezzo di impedire la ricostruzione di Gerusalemme e, dopo la morte del padre, si separarono.

«Ciascuno di loro ereditò dal padre Zorobabele un rotolo genealogico scritto di proprio pugno da Davide stesso. Il rotolo salomonico fa iniziare la sua Lista da Abramo. Il rotolo natamico fa iniziare la sua Lista da Adamo stesso.

Se riguardo alla Lista Reale di Giuda nessuno ignora la successione da Davide a Zorobabele, ben diversa è la situazione per la Lista Natamica. La sua successione è questa: Natan, Mattata, Menna, Melea, Eliachim, Jonam, Giuseppe, Giuda, Simeone, Levi, Matat, Jorim, Eliezer, Gesù, Er, Elmadam, Cosam, Addi, Melchi, Neri, Salatiel.

Chiunque si dichiari figlio di Resa deve presentare questa lista. In caso contrario, la sua candidatura alla successione messianica deve essere respinta».

Ma ricapitoliamo.

    

15

La figlia di Salomone

 

Cinque secoli dopo la morte di Davide, le due casate messianiche si incontrarono nella Babilonia di Nabucodonosor II. Alla corte dei Giardini Pensili nacque Salatiel, principe di Giuda. Salatiel si unì all’erede della casata di Natan, e dalla loro unione nacque Zorobabele.

Già tutti gli ebrei si rallegravano perché era nato il figlio delle Scritture, quando Dio suscitò lo spirito di profezia in Daniele. Con l’autorità del Capo dei Magi di Nabucodonosor, Daniele placò quel clamore messianico annunciando a tutti gli ebrei la volontà divina. Vale a dire, Dio aveva consegnato l’impero a Ciro, principe dei Persiani.

Ciò che Daniele fece e disse è scritto. Non sarò io a dire agli esperti e saggi di Storia Sacra il numero dei prodigi con cui Daniele avvolse il trono dei Caldei, strappando la corona all’erede per consegnarla all’eletto del suo Dio.

Il prezzo che Ciro pagò per la corona testimonia in modo indiscutibile la natura del coinvolgimento del profeta Daniele negli eventi che portarono al passaggio dell’impero da Babilonia a Susa. Ma la questione che qui ci riunisce riguarda la sorte dell’Alfa.

Istruito da Daniele, il giovane Zorobabele ripeté sulla propria pelle ciò che suo padre Davide aveva fatto con la propria. Prese i due figli che Dio gli aveva dato e divise tra loro la sua eredità messianica. Al maggiore, Abiud, affidò l’albero genealogico del re Salomone. Al minore, Resa, affidò quello del profeta Natan. E poi li separò affinché l’Alfa seguisse la propria strada e crescesse fino a trasformarsi nell’Omega.

Abbiamo già il portatore del rotolo profetico – proseguì il suo racconto Hilel –, il legittimo erede del profeta Natan, figlio di Davide. La sua comparsa in superficie è la manifestazione carnale di quanto siamo vicini all’ora in cui l’altro braccio dell’Omega si spezzerà e verrà alla luce. La parola di speranza che le mie labbra portano dall’Oriente è nei vostri cuori: Dio è con voi. Il Signore che vi ha condotti alla casa di Resa vi spianerà la strada verso quella di suo fratello Abiud. Nella sua Onniscienza ci ha riuniti tutti per essere testimoni della Nascita dell’Alfa e dell’Omega, il figlio di Eva, l’erede dello Scettro di Giuda, il Salvatore nel cui nome saranno benedette tutte le famiglie della Terra».

La scoperta della dottrina dell’Alfa e dell’Omega stupì Zaccaria e la sua Saga. Probabilmente sta stupendo anche tutti voi che state leggendo queste pagine. Le due genealogie di Gesù sono state sotto gli occhi di tutti sin da quando furono scritti i Vangeli. Molti sono stati i grattacapi che questi due elenchi hanno causato agli esegeti e agli altri esperti nell’interpretazione delle Sacre Scritture. Non intendo, in un giorno così bello, esaltare la mia vittoria sulla memoria di coloro che hanno cercato di trasformare quelle liste in una sorta di tallone contro cui scagliare la freccia che uccise Achille. Se è Dio a chiudere la porta, chi la aprirà contro la sua volontà? Solo Lui sa perché fa ciò che fa e nessuno comprende le sue ragioni se non colui che Egli ha generato nel suo pensiero. O forse qualcuno crede che, contro la Sua volontà, qualcuno possa strappargli la vittoria che a tanti è stata negata? Non è forse vero che Noè aveva nella sua Arca aquile possenti, capaci di sfidare i venti e di sporgere lo sguardo sugli orizzonti lontani? E falchi veloci come stelle cadenti, nati per sfidare le tempeste. Eppure fu l’uccello più fragile di tutti a sfidare la Morte.

Ma torniamo al nostro racconto.

Il ritrovamento del figlio di Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Natan, figlio di Davide, sollevò il morale di Zaccaria e dei suoi uomini a livelli incredibili.

Avevano già trovato il portatore del rotolo natamico, un neonato appena venuto al mondo a Betlemme. I suoi genitori lo avevano chiamato Giuseppe.

A questo punto, con il figlio di Natan ancora in fasce, la ricerca del figlio di Salomone si trasformava nella ricerca della Figlia di Salomone. Una donna che avrebbe potuto essere già nata, oppure no. Immaginando di trovarla e ipotizzando, nel migliore dei casi, di riuscire a convincere i suoi genitori ad avvicinare la sua famiglia a quella di suo fratello Resa e, di conseguenza, a unire i loro eredi, Zaccaria e Simeone il Giovane si sarebbero trovati di fronte alla Nascita del Figlio di Davide, figlio di Abramo, figlio di Adamo. Nel frutto di quel matrimonio tra il figlio di Natan e la Figlia di Salomone: l’Alfa e l’Omega si sarebbero incarnati nel Bambino che sarebbe nato da loro.

Non potevano che rallegrarsi e mettersi all’opera.

Ma c’era ancora un problema. Se, come era stato dimostrato con la casata del Figlio di Natan, i genitori della Figlia di Salomone appartenevano alle classi umili del regno, come avrebbero potuto trovarla? La risposta, ancora una volta, avrebbero dovuto cercarla negli Archivi della Nuova Babilonia. Da qualche parte sotto la montagna di documenti della Grande Sinagoga d’Oriente doveva trovarsi l’indizio che li avrebbe condotti alla Figlia di Salomone. Dei due aghi nel pagliaio ne avevano già trovato uno, ora bisognava andare a cercare l’altro.

Zaccaria e i suoi uomini non tardarono a inviare alla Nuova Babilonia un messaggero con la seguente domanda: «Dove si era stabilito in Terra Santa Abiud, il figlio maggiore di Zorobabele?».

Di sicuro, in quella montagna di pergamene della Grande Sinagoga d’Oriente, doveva esserci qualche documento firmato di proprio pugno da Abiud.

Era lecito credere che, seguendo la dottrina messianica, i due fratelli si fossero separati e avessero affidato il futuro del loro incontro nelle mani di Dio. Ne erano certi.

In quei giorni la comunicazione era costante tra coloro che avevano abbandonato la Nuova Babilonia e coloro che erano rimasti a Seleucia sul Tigri; cercando, cercando e cercando ancora avrebbero trovato una lettera sigillata da Abiud; doveva esserci qualche documento personale scritto di proprio pugno che rivelasse loro verso quale parte di Israele si fosse diretto e dove si fosse stabilito il figlio maggiore di Zorobabele.

La fede smuove le montagne, a volte di pietra e altre di carta. In questo caso era di carta.

L’anno successivo la risposta fu portata a Gerusalemme dal capo dei Magi d’Oriente in persona. Ananel giunse con la decima. Presentò le sue credenziali al re e al Sinedrio. Terminati i protocolli, tenne un incontro segreto con Zaccaria e la sua Saga. Fu breve.

«In effetti, Abiud e Resa si separarono. Resa si stabilì a Betlemme e i suoi discendenti non si mossero da lì. Suo fratello Abiud, al contrario, si diresse verso nord, attraversò la Samaria e giunse nel cuore della Galilea dei Gentili. Seguendo la politica di insediamento pacifico attraverso l’acquisto dei terreni dai proprietari, Abiud acquistò tutte le terre che riusciva a scorgere da una collina chiamata Nazaret».

Ananel ripeté quel nome, «Nazaret», con l’enfasi di chi sa che i propri ascoltatori stanno bevendo le sue parole. Nazaret!, ripeterono Zaccaria e Simeone.

«Galilea dei Gentili, una luce si è levata tra le tue tenebre», sussurrarono i due uomini all’unisono.

Conoscendo lo stato delle cose, Ananel poteva assicurare loro senza alcun dubbio che la Casa di Abiud era ancora in piedi. La questione che dovevano risolvere ora era come avvicinarsi alla Figlia di Salomone senza destare sospetti alla corte del tiranno.

 

16

La nascita della figlia di Salomone

 

Sulla linea dell’orizzonte Giacobbe di Nazaret scriveva parole da poeta: Ah, donna, cosa farò se nessuno mi ha insegnato le leggi e i principi della scienza dell’inganno? Perché non mi vuoi innocente? Se mi fa male la costola e dalla ferita sgorghi tu come un sogno, cosa vuoi che faccia?

Giacobbe aveva l’anima di un poeta smarrito in una galassia di versi di Saron, quel Giglio delle valli che canta di una saggezza sfuggente e ferita dagli amori del suo re. Matán, suo padre, sposò Maria; ebbero figli e figlie. Giacobbe era il loro figlio maggiore.

In quei giorni di insurrezioni contro l’Impero d’Occidente e di invasioni dell’Impero d’Oriente, con la Galilea soggetta a saccheggi e razzie, campo di battaglia di tutte le ambizioni degli altri popoli, Giacobbe di Nazaret divenne il braccio destro di suo padre.

Il ragazzo, Giacobbe, pur non essendo più proprio un ragazzo – direi piuttosto che era già un uomo fatto e finito –, non si era ancora sposato. Non perché avesse trascorso il tempo sacrificando la propria giovinezza per il benessere dei suoi fratelli e delle sue sorelle. In paese si diceva così. Io non mi spingerei così lontano. Nemmeno lui lo direbbe. Quanto poco lo conoscevano! Non prese moglie perché sognava quell’amore straordinario e paradisiaco dei poeti. Avrebbe realizzato il suo sogno in quel mondo di metallo e pietra?

Forse sì, forse no.

La verità è che Giacobbe di Nazareth aveva la tempra di quell’Adamo che conquistò Eva al prezzo di farsi strappare una costola. Per Giacobbe il primo poeta del mondo era Adamo. Giacobbe immaginava il Primo Patriarca nudo tra le belve dell’Eden. Magari mentre faceva a gara con la pantera o si frapponeva tra tigre e leone durante una disputa per la corona della loro amicizia. Per Giacobbe, quando Adamo andava a fare il bagno nel fiume, le grandi lucertole dell’Eden uscivano dalle acque. E quando vedeva gli uccelli del Paradiso posarsi sull’Albero Proibito, con un sasso li spaventava affinché vivessero e non morissero. Poi, al calar della notte, Adamo si sdraiava a pancia in su sognando Eva. La vedeva correre al suo fianco con la sua chioma, lunga come un mantello di stelle, nudi al sole della primavera perenne dell’Eden. E al risveglio, a Giacobbe faceva male la costola della solitudine.

Proprio come quell’Adamo dell’Eden, Giacobbe di Nazareth sedeva appoggiato al tronco di uno degli alberi della spianata del Cigüeñal a sognare lei, la sua Eva. In uno di quei pomeriggi di fantasticherie poetiche, lungo la strada del Sud apparve un dottore della Legge che diceva di chiamarsi Cleofa.

Nel frattempo, dall’altra parte del regno di Erode, in Giudea, l’arrivo del capo della Grande Sinagoga d’Oriente, un Mago di nome Ananel, sconvolse la situazione quando Ananel stesso fu eletto sommo sacerdote.

Per molti, l’elezione di Ananel segnò la fine dello smantellamento del Sinedrio che Erode mise in atto il giorno dopo la sua incoronazione. Lo giurò e lo fece. Giurò a tutti i suoi giudici ciò che gli era venuto in mente di fare loro il giorno in cui fosse diventato re e, quando contro ogni previsione divenne re, Erode non dimenticò la sua parola. Ad eccezione degli uomini che gli avevano predetto il suo futuro, li fece sgozzare tutti. Non lasciò scappare nemmeno uno di quei codardi che avevano perso l’occasione di schiacciarlo quando lo avevano ai loro piedi. In seguito andò a confiscare tutti i loro beni.

L’entrata in scena del Capo dei Magi d’Oriente – pensando alla sua riconciliazione con il popolo – semplificò il compito di Erode. A maggior ragione quando, in qualità di presidente del Sinedrio, Ananel gli presentò un piano di ricostruzione delle sinagoghe del regno, che non sarebbe costato al re nemmeno un euro e avrebbe procurato alla sua corona il perdono della Storia.

Sapete bene che, a seguito della persecuzione di Antioco IV Epifane, la grande maggioranza delle sinagoghe di Israele fu rasa al suolo. La guerra dei Maccabei e le successive imprese belliche degli Asmonei impedirono la ricostruzione delle sinagoghe, che da allora giacevano in rovina.

Ora che la Pax Romana era stata sancita, era l’occasione giusta.

È chiaro che se il finanziamento di quel progetto di ricostruzione fosse dipeso da Erode, la diffusione delle sinagoghe in tutto il regno non si sarebbe mai concretizzata. Un’altra cosa era che il finanziamento fosse a carico di capitali privati. E così fu: il progetto fu portato a termine dai suoi promotori.

Per quanto riguarda i clan sadducei, l’abitudine delle classi sacerdotali di amministrare i tesori del tempio a proprio vantaggio avrebbe anch’essa impedito l’esecuzione del progetto di ricostruzione di tutte le sinagoghe del regno. Con l’elezione di Ananel a presidente del Sinedrio e grazie al sostegno che il suo progetto riceveva dagli uomini di Zaccaria – dai quali, in quel periodo, dipendevano le decisioni finali del Senato ebraico – il progetto poteva andare avanti e andò avanti. Né Erode né alcuno al di fuori della cerchia di Zaccaria fu in grado di immaginare quale obiettivo segreto si celasse dietro quel piano così generoso di ricostruzione delle sinagoghe. Se Erode avesse sospettato qualcosa, sarebbe andata ben diversamente. Il fatto è che Erode abboccò all’esca.

La storia ebraica narra che, poco dopo la firma del progetto, Ananel fu destituito dalla carica di sommo sacerdote su istigazione della regina Mariana a favore del suo fratello minore. Beh, non lo dice con queste parole perché lo storico ebreo seppellì quel progetto nella palude dell’oblio. Ciò che dice, invece, è che la regina fece un favore davvero misero al suo fratellino, poiché non appena questi fu elevato al sommo sacerdozio, finì per essere assassinato proprio da colui che lo aveva innalzato. Ma va bene, questi particolari così tipici del regno di quel mostro non c’entrano nulla in questa Storia. Il fatto è che Zaccaria e i suoi uomini ricevettero totale libertà di movimento per realizzare quel generoso progetto di ricostruzione delle sinagoghe del regno. 

Avendo mano libera per dirigere la ricostruzione delle sinagoghe, il problema che Zaccaria doveva superare era quello di scegliere la persona giusta. È chiaro che non potevano mandare a Nazareth un chiacchierone. Se l’inviato avesse scoperto l’obiettivo che si celava dietro un progetto così ampio e costoso e avesse parlato a sproposito, il futuro della Figlia di Salomone sarebbe stato condannato. Il prescelto doveva essere un uomo intelligente e ambizioso, per il quale quella nomina avrebbe rappresentato una sorta di esilio. Accecato da ciò che avrebbe considerato una punizione, avrebbe dedicato tutte le sue energie a portare a termine la missione e a tornare a Gerusalemme il prima possibile. Ed è qui che entra in scena quel dottore della Legge di nome Cleofa.

 

17

Cleofa di Gerusalemme

 

Questo Cleofa era il marito che i genitori di Elisabetta avevano cercato per la loro figlia minore. Avendo imparato la lezione dalla delusione subita quando la figlia maggiore aveva sposato Zaccaria, i genitori di Elisabetta cercarono un marito per la sorella minore, affinché anche lei non seguisse le orme della sorella maggiore. L’ultima cosa che volevano per la loro figlia minore era un altro tipo come Zaccaria, così la fecero sposare con un giovane dottore della Legge che prometteva bene, intelligente, di buona famiglia, un ragazzo classico, la donna a casa, l’uomo alle cose degli uomini; il genero perfetto. A Elisabetta la scelta di Cleofa come marito per la sorella minore non andò affatto a genio, ma su questo ormai non poteva più dire la sua.

Per Cleofa il matrimonio con la sorella di Elisabetta – così credeva lui – gli avrebbe aperto le porte della cerchia di influenza più potente di Gerusalemme. Cleofa non tardò a scoprire quale fosse l’opinione di suo cognato Zaccaria riguardo all’idea di aprirgli le porte della sua cerchia di potere. Per amore di sua sorella, Isabella gli spianò la strada, ma per quanto riguardava Zaccaria stesso, la situazione era ben diversa. Il che era logico, considerando la posta in gioco.  

Ebbene, Cleofà ebbe dalla moglie una bambina, che chiamò Anna. Di corporatura minuta, dal viso bellissimo, Isabella riversò sulla nipote tutto l’affetto che non aveva potuto dedicare alla figlia che non avrebbe mai avuto. Un affetto che crebbe insieme alla bambina e che col tempo si trasformò in un’influenza sempre più potente sulla personalità di Anna.

Cleofà, l’interessato in questione, non poteva vedere di buon occhio un’influenza così potente da parte della cognata sulla figlia. Il suo problema era che doveva così tanto a Isabella che era costretto a mandare giù le sue lamentele riguardo all’educazione che la zia stava impartendo alla «sua nipotina» del cuore. Non perché le coccole la privassero dell’educazione dovuta a una figlia di Aaronne; sotto questo aspetto l’educazione religiosa di Anna non aveva nulla da invidiare a quella della figlia stessa del sommo sacerdote. Al contrario, se si parlava di invidia, era sua figlia quella che suscitava maggiore invidia. Figlia di un dottore della Legge, nipote della donna più potente di Gerusalemme – a parte la regina stessa e le mogli di Erode – Anna crebbe tra salmi e profezie, ricevendo l’educazione religiosa più consona a una discendente vivente del fratello del grande Mosè.

Il romanticismo che sua cognata stava inculcando alla figlia era ciò che faceva impazzire Cleofa, suo padre. Quando Anna divenne una ragazzina, non si poteva nemmeno accennare a un matrimonio di convenienza. Nessuno dei pretendenti che suo padre le cercava le faceva colpo. Nessun pretendente le sembrava adatto. Anna, come sua zia, si sarebbe sposata solo per amore con l’uomo che il Signore le avesse scelto. E la ragazza lo confessava a suo padre con un’innocenza così sfacciata da far ribollire il sangue all’uomo.

Ana era ormai in età da marito quando Zaccaria convocò in privato Cleofà e gli ordinò di prepararsi a partire per la Galilea. Era lui il prescelto per ricostruire la sinagoga di Nazaret.

Ignaro della Dottrina dell’Alfa e dell’Omega, Cleofà interpretò quella scelta come una manovra di sua cognata Elisabetta. Per lui quella nomina era opera di sua cognata, che in tal modo si toglieva di mezzo il padre della «sua bambina» e gli impediva di concludere accordi matrimoniali.

Le proteste non servirono a nulla a Cleofà. La decisione di Zaccaria era irremovibile. La missione che il Tempio gli aveva affidato aveva la priorità. Doveva lasciare Gerusalemme immediatamente e presentarsi a Nazaret il prima possibile.

Prima di mandarlo a Nazareth, Zaccaria fece le sue indagini preliminari. Venne a sapere che a Nazareth il sindaco era un certo Matán. Questo Matán era il proprietario della Casa Grande, che chiamavano «Il Cicogna». Il suo informatore gli riferì ciò che si aspettava di sentire. Il tal Matán, secondo quanto si diceva in paese, era di origine davidica. Tuttavia, nessuno lo aveva mai giurato, né a parole né con i fatti.

Con un certo sospetto, Cleofa si mise in cammino verso Nazaret. Quell’uomo non era mai stato a Nazaret. Ne aveva sentito parlare, ma non ricordava cosa. Deducendo da ciò che aveva sentito cosa lo aspettasse, nella sua immaginazione Cleofa si vedeva già esiliato da Gerusalemme in un villaggio di contadini ignoranti e, probabilmente, cenciosi.

Lungo la strada Cleofà avrebbe scommesso qualsiasi cosa che l’indirizzo presso il cui proprietario avrebbe dovuto presentare le credenziali sarebbe stato quello di un abitante di una capanna, poco o per nulla diversa da una delle caverne del Mar Morto. Più Cleofà rifletteva sulla questione, più gli si rizzavano i capelli in testa. Non capiva ancora perché proprio lui. Perché suo cognato Zaccaria non aveva affidato l’incarico a qualche altro dottore della Legge? A che gioco stava giocando suo cognato? Non gli aveva mai affidato alcuna missione e, per l’unica volta che lo coinvolgeva nei suoi piani, lo mandava in capo al mondo. Che errore aveva commesso per meritarsi questo esilio?, si lamentava tra sé l’uomo.

Davvero, davvero sua cognata Elisabetta non era dietro a questa mossa? Lui si rispondeva di sì. Ciò che Elisabetta intendeva era allontanare il padre dalla scena e guadagnare tempo per sua nipote Anna. Insomma, ci avrebbe messo la mano sul fuoco. Quando meno se lo sarebbe aspettato, Anna avrebbe varcato la linea che un tempo aveva varcato la stessa Elisabetta e nessuno avrebbe più potuto costringerla a sposare il partito che lui le avrebbe cercato.

Cleofà percorse tutta la strada rimuginando nella sua mente. La verità era che suo cognato Zaccaria non era certo un uomo dal quale ci si potesse aspettare un comportamento da burattino. E poiché Zaccaria non parlava più del necessario, limitandosi al minimo indispensabile, capire a cosa fosse dovuta la sua decisione di mandarlo a Nazareth a ricostruire una sinagoga che qualsiasi medico da quattro soldi avrebbe potuto rimettere in piedi senza l’aiuto di nessuno, gli risultava non solo difficile, ma impossibile. Meglio credere che tutto fosse dovuto alla volontà di Isabella.

Cleofà era immerso nelle sue visioni drammatiche sul destino che lo attendeva quando superò l’ultima curva della strada. Dall’altra parte c’era Nazareth. Che sorpresa fu per lui alzare gli occhi e trovarsi di fronte a quella sorta di fortezza-casale proprio nel cuore della collina!

Ufff, tirò un lungo sospiro di sollievo. La vista del Cigüeñal gli rallegrò il cuore. Almeno non avrebbe trascorso i prossimi tempi tra i cavernicoli.

Sollevato, Cleofà si diresse verso il Cigüeñal, la Casa Grande del paese. Ad accoglierlo uscì il nonno Matán, proprietario di quella grande dimora dall’architettura così insolita per l’epoca.

Il nonno Matán era un uomo robusto per la sua età, un uomo di campagna, segnato dal lavoro ma ancora in grado di imbrigliare gli asini e dare una mano al figlio maggiore. Sua moglie, Maria, era morta; viveva con il primogenito, un certo Giacobbe, che in quel momento si trovava nei campi.

Cleofás presentò al proprietario del Cigüeñal le sue credenziali. Espose al nonno Matán in poche parole la natura della missione che lo aveva portato a Nazareth.

Il nonno Matán gli sorrise con tutta sincerità, benedisse il Signore per aver ascoltato le preghiere dei suoi compaesani, mostrò all’inviato del Tempio la stanza che avrebbe occupato finché ne avesse avuto bisogno e subito convocò tutti i vicini a casa sua per accoglierlo come Cleofà meritava.

Ormai più tranquillo, Cleofà si rallegrò di poter servire gli abitanti di Nazaret. La disponibilità rapida e cordiale che gli dimostrarono gli abitanti del villaggio finì per scacciare dalla sua anima quei cattivi presagi che lo avevano accompagnato durante la salita verso la Samaria.

Il pomeriggio di quel giorno fu la prima volta in vita sua che si trovò faccia a faccia con Giacobbe, il figlio del suo ospite.   

 

18

Giacobbe di Nazaret 

 

La prima volta che Cleofà vide Giacobbe rimase sorpreso.

Giacobbe era un giovane. La caratteristica più evidente del figlio di Matán era il suo sorriso sempre pronto a spuntare. A volte l’indole allegra di Giacobbe confondeva chi non lo conosceva. Da qualcuno che gestiva da solo le proprietà del padre, tutti si aspettavano un uomo serio, autoritario, persino brusco. Anche Cleofà, senza sapere né perché né come, pensando al figlio di Matán, si era fatto quella stessa idea su come sarebbe stato Giacobbe. Quando lo vide per la prima volta, ebbe una sorpresa piuttosto piacevole. L’idea preconcetta che si era fatto durante tutta quella giornata sull’erede del Cigüeñal andò in frantumi non appena posò lo sguardo su Giacobbe.

La cosa che invece non lo divertì affatto – dato che Cleofà era un dottore della Legge – fu il fatto che il figlio di Matán fosse ancora celibe. Qualsiasi altro uomo della sua età sarebbe già stato padre.

Di fronte a quel commento, Jacob sorrise di cuore. Ma, in fin dei conti, Cleofás non era venuto a Nazareth per fare da sensale. Se il ragazzo era un tipo strano, era affare di suo padre.

In gran parte, Giacobbe gli ricordava sua figlia Anna. Come lei, o si sposava per amore o niente.

Per il resto, insisto, l’impressione che Cleofà ebbe di Giacobbe fu eccellente. Quanto alla questione della discendenza davidica dei proprietari del «Cigüeñal», che fosse figlio di Davide a parole o nei fatti, che cosa gli importava comunque? Era stato mandato a Nazareth per indagare sulla falsità o sulla veridicità della discendenza davidica di Matán e di suo figlio? Certo che no.

Insomma, la ricostruzione della sinagoga di Nazareth prese il via. Non si trattava solo di ricostruire i muri. Una volta terminato l’edificio e abbellito sia all’interno che all’esterno, bisognava rendere operativo il culto. La sua missione era proprio quella: lasciare la sinagoga funzionante per l’arrivo del dottore della Legge, al quale avrebbe consegnato le chiavi della sinagoga al termine del suo mandato.

Questo obbligo non gli impediva di godersi le vacanze che gli spettavano.

Cleofà non lo sapeva, ma a Gerusalemme c’era chi non vedeva l’ora di vederlo tornare. Se lo avesse saputo, forse le cose sarebbero andate diversamente e la storia che segue non si sarebbe mai verificata. Fortunatamente la Saggezza gioca con l’orgoglio umano e lo vince avvalendosi dell’ignoranza dei saggi per glorificare, sotto gli occhi di tutti, l’onniscienza divina.

E giunse la Pasqua. Come ogni anno in cui la pace lo permetteva, il nonno Matán e suo figlio Giacobbe scesero a Gerusalemme per offrire i sacrifici per la purificazione dei propri peccati, versare la decima al Tempio e celebrare la più importante delle feste nazionali.

La Pasqua ebraica commemorava quella notte in cui, mentre l’angelo uccideva tutti i primogeniti degli egiziani, gli ebrei nelle loro case mangiavano l’agnello, una cena che avrebbero ripetuto in memoria perpetua della salvezza di Dio per tutti gli anni della loro vita.

Il nonno Matán ricordava di essersi recato a Gerusalemme in quel periodo fin da quando era in grado di ragionare. In altre parole, anche se Cleofà non fosse stato a Nazareth, lui e suo figlio sarebbero scesi a Gerusalemme. Ma dato che sia Cleofà che Matán avevano intenzione di farlo, era giusto che lo facessero insieme.

Una volta giunti a Gerusalemme, Cleofà si rifiutò categoricamente di accettare l’idea di Matán. All’uomo si era messo in testa di trascorrere la festa in una tenda, alle porte di Gerusalemme, come tutti. Era l’usanza. In quei giorni Gerusalemme sembrava una città assediata, circondata da tende dappertutto.

Cleofas si impuntò. Non era disposto in nessun caso a permettere che il suo ospite trascorresse la festa all’aperto, visto che lui stesso possedeva nella città santa una casa in cui ci sarebbe stato spazio per l’intero popolo di Nazaret.

La scusa che gli diedero Matán e suo figlio – «se lo trattavano così a Nazaret non era per interesse, facevano ciò che facevano con il cuore, senza aspettarsi nulla in cambio» – una scusa così innocente non servì a nulla. Per Cleofa l’unica parola che contava era il sì.

«Hai intenzione di maledire la mia casa agli occhi del Signore a causa del tuo orgoglio, Matán?», gli sbottò Cleofas, infuriato per il suo rifiuto di accettare l’invito. Matán sorrise e cedette.

Cleofà ignorava, come ho già detto prima, il nervosismo con cui a Gerusalemme si attendevano Matán e suo figlio. E Cleofà ignorava, a maggior ragione perché si trattava di un disegno divino, che invitando Giacobbe a casa sua stava regalando a sua figlia Anna, in occasione della Pasqua, l’uomo dei suoi sogni.

Una volta che Matán e suo figlio si furono sistemati nella casa di Cleofà, terminate le presentazioni, Zaccaria e il nonno Matán iniziarono a conversare in privato. Conoscendo il nostro Zaccaria, non è difficile indovinare cosa stesse cercando né che tipo di giri di parole usasse per portare il padre di Giacobbe all’argomento che teneva la sua Saga con il fiato sospeso. In questo capitolo non tenteremo nemmeno di riprodurre una conversazione tra qualcosa di più di un mago e un uomo di campagna digiuno delle arti del Logos. Ciò su cui concentrerò invece l’attenzione è l’intuizione di quella Elisabetta quando posò per la prima volta gli occhi sul figlio di Matán.

Isabel approfittò della conversazione tra uomini per prendere il giovane per un braccio e avvolgerlo nella sua grazia. Dal primo istante in cui Isabel vide il figlio di Matán, un raggio di luce soprannaturale le penetrò nell’anima, qualcosa che non riusciva a spiegare a parole ma che la spingeva ad agire come se la Saggezza stessa le avesse sussurrato all’orecchio i propri piani; e lei, incantata dall’essere la sua confidente, faceva finta di rinunciare al proprio corpo e di cedere il comando alla sua divina complice.

Sorriso su sorriso, quello del giovane di fronte a quello della bellezza matura, Isabel prese Jacob per un braccio, lo allontanò dallo sguardo degli uomini e gli presentò il gioiello della sua casa, sua nipote Anna.

 

19

Anna, la nipote di Elisabetta, moglie di Zaccaria

 

Dio è testimone delle mie parole e guida il polso delle mie mani sulle linee che Egli traccia, siano esse tortuose o rette a suo giudizio. Il fatto è che l’amore a prima vista esiste. E conoscendo le sue creature meglio di quanto esse stesse potranno mai conoscersi, nella Sua Saggezza ha acceso il fuoco dell’amore eterno in quei due sognatori che, dai lati opposti dell’orizzonte, senza conoscersi, si scambiavano versi sulle ali del firmamento.

La prima a scorgere lo splendore di quella fiamma divina fu Isabel. E fu lei la prima donna al mondo a vedere la Figlia di Salomone nascere da quell’amore che avrebbe arso senza consumarsi.

Incapaci come erano Anna e Giacobbe di staccarsi l’uno dall’altra, e coprendo Elisabetta con il suo mantello da fata madrina per proteggere quella fiamma divina che aveva incantato i due feriti dal raggio dell’Amore, Elisabetta riuscì a tenerli soli e uniti, lontani dall’attenzione degli uomini, sempre così brontoloni, sempre così ipocriti.

Suo marito Zaccaria, dal canto suo, si affidò alla compagnia del nonno Matán e impiegò l’arsenale di intelligenza smisurata che il suo Dio gli aveva donato per strappare al padre di Giacobbe il nome del figlio di Zorobabele da cui discendeva la sua stirpe.

Nel pronunciare quelle cinque lettere, A-B-I-U-D, Zaccaria sentì che le forze lo tradivano.

Simeone il Giovane, al suo fianco, lesse nei suoi occhi l’emozione che quasi fece cadere a terra Zaccaria.

«Perché ti stupisci, uomo di Dio?», gli rispose Elisabetta sentendolo ripetere quelle cinque lettere: A-B-I-U-D. «Il tuo Dio non ti ha forse dato prove sufficienti di essere Lui in persona a guidare i tuoi movimenti? Ti dirò ancora qualcosa. Ho visto la figlia di Salomone nel grembo di tua nipote Anna».

Il ritorno a Nazareth fu duro per Giacobbe. Per la prima volta nella sua vita, Giacobbe cominciava a scoprire il mistero dell’amore. La felicità estrema e l’agonia totale nello stesso destino. È questo l’amore? Non sapeva se scoppiare a piangere di gioia o di dolore. Non era forse per questo che Dio aveva creato l’uomo e la donna affinché non si separassero, perché se si separano muoiono? Se già prima, nella solitudine, il suo dolore si travestiva da poeta e dipingeva sul firmamento azzurro il volto della sua amata, ora che l’aveva vista in carne e ossa quei versi si erano metamorfosati, cominciavano ad abbandonare la loro crisalide e, a dire il vero, faceva male. Tanto che cominciava già a chiedersi se non sarebbe stato meglio che fossero rimasti tra le albe e le rugiade di primavera. Ora che l’aveva vista, che aveva assaporato dai suoi occhi il profumo dei suoi sorrisi, sensazioni che non avrebbe mai immaginato gli si erano insinuate nel midollo e gli facevano vibrare le ossa di dolore e felicità. Ah, la costola di Adamo.  

Mentre percorrevano le distanze, il nonno Matán guardava suo figlio, stupito dal suo silenzio e dai suoi sospiri. Da sempre il suo Jacob era stato un conversatore nato, estroverso e alla mano. Ma da quando erano partiti da Gerusalemme, e avevano già attraversato tutta la Samaria, suo figlio non aveva trasgredito nemmeno una delle regole dei monosillabi.

«Ti succede qualcosa, Giacobbe?».

«Niente, padre».

«Sembra che stia per piovere, figlio mio».

«Sì».

«Presto bisognerà piantare le fave».

«Certo».

Neanche il dottore della Legge, Cleofà di Gerusalemme, era molto loquace. Si limitava a lasciarsi trasportare; parlava solo quanto bastava. Il ritorno al lavoro, un tempo occasione di festa e di gioia? Quindi non bisognava dargli troppa importanza.

La questione era: quanto tempo ci avrebbe messo il nonno Matán a scoprire il mal d’amore di suo figlio? E quanto invece lo stesso Cleofás?

Il nonno Matán non tardò a arrivare al nocciolo della questione. Giacobbe cercò di prendere tempo con suo padre. Era stato tutto così improvviso, quasi come un’allucinazione. Per quanto tempo ancora avrebbe continuato a negarsi di chiedere a suo padre di chiedere a Cleofà la mano di sua figlia? Più ci pensava, più si stupiva.

In ogni caso, anche se Giacobbe avesse taciuto, il nonno Matán se lo stava già immaginando. A Gerusalemme era accaduto qualcosa che aveva cambiato suo figlio in modo così netto, rapido e profondo. Che cos’altro poteva essere se non la figlia di Cleofà?

Quando, col passare del tempo, Cleofà annunciò il suo desiderio di recarsi a Gerusalemme e suo figlio Giacobbe si offrì spontaneamente di accompagnarlo, nel caso in cui qualche bandito volesse approfittare di quel viaggiatore solitario, il padre di Giacobbe non ebbe più alcun dubbio. Suo figlio era perdutamente innamorato della figlia di Cleofà.

Cleofas, al contrario, non si accorgeva di nulla. L’uomo accettò con grande gioia l’offerta di Giacobbe. Dio solo sa cosa sarebbe successo se Cleofas fosse stato al corrente della storia d’amore tra sua figlia Anna e il figlio di Matán. L’uomo era così tradizionalista che non riusciva proprio a concepire il matrimonio tra una figlia dell’alta società di Gerusalemme e il figlio di un contadino della Galilea, per quanto il promesso sposo fosse un proprietario terriero. Eppure si lasciò accompagnare.

A Gerusalemme, tra lacrime di impazienza che la zia Elisabetta raccoglieva con le mani tremanti dalle risate, sua figlia Anna aspettava il giorno in cui avrebbe visto apparire il suo principe azzurro.

E poiché Elisabetta conosceva suo cognato come se lo avesse partorito lei stessa, prese Giacobbe e lo portò a casa sua. In questo modo prendeva due piccioni con una fava. Zaccaria avrebbe avuto il Figlio di Abiud tutto per sé, e lungo la strada i due giovani avrebbero avuto tutto il tempo del mondo per prometersi ancora una volta amore eterno. A tempo debito suo cognato avrebbe capito di cosa si trattava. Secondo Isabel quella era opera del Signore e, guai se a suo cognato fosse venuto in mente di intromettersi.

Lontani dai pregiudizi di classe e dagli interessi sociali degli adulti, Jacob e Ana si scrivevano versi di Sharon tra gigli di promesse enormi come piramidi e splendenti come stelle alla luce degli occhi della fata madrina che Dio aveva mandato loro. E si salutarono con la promessa che la prossima volta lui sarebbe venuto accompagnato dal padre, portando con sé la dote per le fanciulle.

Una volta tornati a Nazareth, Cleofà e Giacobbe, il ragazzo espose al padre il proprio desiderio. Suo padre trattenne il proprio cuore pregandolo di aspettare che Cleofà terminasse il proprio lavoro. Allora sarebbe sceso lui stesso a Gerusalemme per chiedere la mano di sua figlia come nuora.

Giacobbe accettò il suggerimento di suo padre.

Cleofà, infatti, terminò il suo lavoro, si congedò dai nazareni e tornò alla sua vita di sempre. Poco dopo essersi stabilito a Gerusalemme, ricevette una sorpresa: la visita di Matán.

«Matan, amico mio, che succede?».

«Come vedi, Cleofà, sono gli obblighi di padre che mi portano a casa tua».

«Dì pure».

Il padre di Giacobbe gli raccontò tutto ciò che era successo. Suo figlio voleva sposare sua figlia ed era venuto, in qualità di co-suocero, con la dote per le vergini in mano.

Cleofas ascoltò in silenzio. Una volta chiarito il motivo per cui Matán era venuto a casa sua, Cleofas continuò a non proferire parola. Era la tipica sorpresa che coglie di sorpresa chi viene sempre a sapere le cose per ultimo; Cleofas era sbalordito. In questi casi, dopo la sorpresa, arriva il classico scoppio d’ira.

La fiamma si accende nel cervello: sua figlia Ana aveva giurato amore a Jacob? E quando era successo? E come aveva osato concedersi a un uomo senza il consenso e la benedizione di suo padre? La rabbia è una scintilla destinata a diventare una fiamma, si trasforma in fuoco e finisce per sprigionarsi dalla bocca.

Ana, la ragazza interessata, pur non essendo di buone maniere, ascoltava da dietro la porta con il cuore in gola la conversazione tra suo padre e il padre del suo amato. Le sue dita non vedevano l’ora di erigere un altare al «Sì» di suo padre nell’angolo più bello della sua anima. Il suo «suocero» le rivolse uno sguardo così caloroso mentre passava che lei si considerava già sposata e si sentiva volare sulle ali della felicità più completa verso il talamo nuziale.

La ragazza si mordeva le labbra quando suo padre aprì bocca.

«E come potrebbe essere possibile, mio caro Matán, se mia figlia è già promessa a un altro uomo?».

Cleofás stava mentendo. Una bugia innocente per non passare per colui che pugnala l’uomo al quale fino a ieri professava un’amicizia eterna.

Santo cielo, per evitare di pugnalare l’amico, affondava il pugnale fino al manico nella propria figlia. La ragazza si lasciò cadere lungo il muro con il cuore trafitto da parte a parte. Senza forze per scappare e gettarsi giù dalle mura, Ana sopportò il resto.

«Mi dispiace, ma la pretesa di tuo figlio è un’impossibilità che sfugge al mio potere», concluse suo padre.

Il nonno Matán rimase in silenzio. In un batter d’occhio gli si accese una lampadina in testa. Per la sua barba, Cleofás gli stava mentendo. Per lui, ciò che in realtà stava mettendo in discussione era il rifiuto di Cleofás di accettare la sua parola sull’origine davidica della sua Casata. Se fosse stata vera la storia del fidanzamento con un “sconosciuto” , il nonno Matán avrebbe accettato il no senza sentire l’adrenalina che gli bruciava le viscere. Ma no, il santo e immacolato servo di Dio che aveva accolto in casa sua, rendendogli gli onori come se fosse il suo Signore, si stava togliendo la maschera. Sua figlia avrebbe dovuto sposare un contadino, e per di più della Galilea?

A Cleofa sarebbe stato meglio dirgli in faccia quello che pensava. La verità era che non si era mai bevuto la storia sul presunto lignaggio davidico di Giacobbe di Nazareth. Finché era rimasto a Nazareth, non sapendo bene come comportarsi, si era limitato a temporeggiare sull’argomento. Che lo fosse o meno non era affar suo. Ora che Matán gli chiedeva la mano di sua figlia per suo figlio, non aveva più motivo di continuare a recitare la parte dell’ipocrita.

«È la mia ultima parola», chiuse Cleofà la discussione.

«Ti darò la mia», sbottò il padre di Giacobbe. «Preferirei dare in sposa mio figlio a una scrofa piuttosto che alla figlia di un figlio prediletto di quegli assassini che vivono del sangue dei propri fratelli a costo della distruzione del loro popolo».

Signore, se la povera creatura era già ferita a morte, le parole del padre di Jacob furono il colpo di grazia per l’anima di Ana.

Ana corse fuori di casa e percorse le strade di Gerusalemme lasciandosi alle spalle un fiume di lacrime strazianti. A fatica riuscì a raggiungere la casa di sua zia Elisabetta. Entrò e si gettò tra le sue braccia, pronta a morire per sempre.

Mentre Elisabetta cercava di arginare quel diluvio di lacrime, il nonno Matán montò a cavallo e si lanciò al galoppo verso Samaria. Giunto a Nazareth, il sangue gli ribolliva ancora nelle vene. Suo figlio Giacobbe rimase come paralizzato nel sentire le sue parole: «Piuttosto che sposare la figlia di Cleofa, sposeresti una scrofa». Era la sua ultima parola.

  

20

La nascita di Maria

 

Che sciocchi sono gli uomini, Signore! Ti cercano, e quando Ti trovano con parole affilate come coltelli si maledicono da soli perché Tu parli loro. Come chi ha trovato ciò che cercava e si pente di averlo trovato perché si aspettava qualcos’altro, gli uomini trasformano le loro parole in spade e lance, si deturpano il volto con pitture da guerra e, odiando l’inferno, si uccidono a vicenda credendo di uccidere il Diavolo in persona. «Una leva per smuovere l’universo!», dice uno. «Il mio regno per un cavallo!», grida l’altro credendo di scrivere sui muri del tempo parole di saggezza dorata.

Quando impareranno a essere liberi con la libertà di chi ha davanti l’infinito? L’esistenza dell’uomo è quella della farfalla che vola ventiquattro ore e, al calar del giorno, consegna il proprio corpo al fango da cui era venuta alla vita, ma a differenza di quella creatura senza peso, in quelle ventiquattro ore l’uomo trasforma quel prezioso breve giorno in un inferno di mostruosità. Perché hai dato una bocca alla pietra? A che serve dare braccia a chi ha un’immaginazione che basta solo a trasformare le sue fragili dita in armi di distruzione? Cosa ti ha spinto a elevare i loro cervelli al di sopra di quelli degli uccelli, che chiedono solo un pezzo di cielo per le loro ali?

Ah, ah, l’anima di Giacobbe. Ah, come piangeva il figlio di Matán di Nazaret la sua sventura. Tra gli uliveti dove un giorno la colomba di Noè strappò a Dio la promessa di un’eternità senza ritorno, ai piedi del tronco dove un giorno non troppo lontano sarebbe morto il figlio di Matán, Giacobbe riversava la gioia che non gli entrava nel petto nel deserto degli orgogli. Per tutta la vita aveva sognato lei e ora che le sue mani avevano toccato la carne dei suoi sogni, la sua costola veniva gettata nel fuoco.

«Vanità e ancora vanità, tutto è vanità», scrisse un saggio su un muro sacro. È superfluo credere che, quando scrisse quelle parole, quell’uomo non dovesse essere molto innamorato?

Ah, il cuore di Anna. Gli occhi piangono sangue? Nelle vene scorre acqua pura? Quale mistero così recondito forgiò Dio quando concepì due persone perché fossero una sola? Perché non creò il maschio e la femmina umani secondo la natura delle bestie? Queste si accoppiano al comando degli istinti e si separano senza rimpianti. Perché il Signore ha dovuto far sorgere dalle nebbie degli istinti la fiamma della solitudine assassina contro cui Adamo nacque senza protezione nel suo paradiso? Quanto sarebbe stato facile per l’Eterno creare l’uomo a immagine e somiglianza delle macchine… Si programma la bestiola, la si libera nel suo zoo siderale, i cieli si muovono nelle loro costellazioni e, al ritmo dettato dalle sue coordinate, la bestiola si accoppia e si riproduce come una piaga. Perché sostituire un programma infallibile, come vediamo nel mondo naturale, con un codice di libertà? Arriva la primavera e le creature si accoppiano e si moltiplicano con tranquillità ma senza sosta. Mentre l’istinto chiama alle armi, l’essere umano si oppone e risponde con una sola parola. Amore lo chiamano.

Eppure, una volta assaporato il frutto di quel codice, chi è che guarda indietro? Le bestie chiamano Amore il sesso, le bestie chiamano il sesso con il suo nome. O forse quando il sesso muore l’Amore non vive? O senza sesso non c’è Amore? Contrariamente all’opinione di tali esperti, noi altri sappiamo che l’Amore esiste indipendentemente dall’atto riproduttivo delle specie. E poiché esiste, ferisce chi lo desidera e non lo possiede. Ieri come oggi e sempre, dove c’è amore ci sarà dolore.  

Il nonno Matán chiuse le orecchie ai lamenti di suo figlio. Non voleva più sentire il nome di Cleofás nemmeno in sogno. Per lui la questione era definitivamente chiusa. Il suo erede poteva pure cercarsi una donna tra i barbari se, per ripicca, lo desiderava; lui non avrebbe detto una parola contro, ma per Dio e i suoi profeti, avrebbe preferito diseredarlo piuttosto che subire di nuovo un’umiliazione così grande.

A differenza di Matán, una volta che le acque si furono calmate, la signora Isabel tirò fuori la verga del suo temperamento, andò a cercare suo cognato e gliela abbatté sulle spalle con queste parole: «Stupido, divoratore di tua figlia, a che gioco stai giocando? Ti metti tra Dio e i suoi piani invocando la tua condizione di servo? Ti ribelli contro il tuo Signore esortandolo a lasciare in pace la tua casa? Ti dico che, com’è vero che c’è il cielo e c’è la terra, la mia bambina sposerà il Figlio di Abiud entro un anno a partire da oggi».

Uff, se Cleofà pensava che la tempesta fosse passata, era perché non aveva ancora ricevuto la visita di Zaccaria. Sua cognata aveva tuonato, suo cognato avrebbe scaricato su di lui fulmini e tuoni.

Ma non con parole di rabbia né con parole di ira. Zaccaria capì che parte della colpa di quanto era accaduto era sua. Stando così le cose, non poteva più continuare a tenere suo cognato all’oscuro della Dottrina dell’Alfa e dell’Omega. Lo fece sedere e gli raccontò tutto.

Il Figlio di Resa, figlio di Zorobabele, viveva a Betlemme. Era un bambino e si chiamava Giuseppe.

Il Figlio di Abiud, l’altro figlio di Zorobabele, lo conosceva già: era Giacobbe. La speranza che si era accesa nell’anima di tutti loro era che la Figlia di Salomone sarebbe nata dal matrimonio tra Giacobbe e Anna. Così Dio aveva disposto, e sebbene fosse solo una speranza, scommettevano le loro vite sul fatto che sarebbe stato così. Quei due bambini si sarebbero sposati, e da loro sarebbe nato il Figlio di Davide, il figlio di Eva per cui tutti i figli di Abramo sospiravano da millenni.

Per quanto riguarda la legittimità genealogica di Giacobbe, di cui lui non nutriva alcun dubbio, ne avrebbero avuto la prova molto presto.  

Per ragioni di prudenza, Elisabetta impose la sua decisione di essere lei a occuparsi di sistemare la situazione. Matán si sarebbe arreso più facilmente di fronte a una donna piuttosto che se fosse stato «un altro» di Gerusalemme a salire per esigere che abbandonasse il suo atteggiamento. Anche perché il viaggio inaspettato di uno di loro avrebbe potuto destare sospetti alla corte del re Erode, mentre se fosse andata lei nessuno ne avrebbe sentito la mancanza.

E così fu. Elisabetta si presentò a Nazareth e si recò direttamente al Cigüeñal. Quando la vide, il padre di Giacobbe rimase senza parole.

Cosa voleva ora quella signora?

Molto semplice. Porgere i propri omaggi al Figlio di Abiud. A nome di tutta la sua famiglia, compreso suo cognato, era venuta a chiedere che suo figlio Giacobbe diventasse marito di sua nipote Anna. E lungo la strada era salita da Gerusalemme a Nazareth per rivelare al Figlio di Abiud la Dottrina dell’Alfa e dell’Omega.

Il nonno Matán ascoltò meravigliato la successione degli avvenimenti vissuti da Zaccaria e dalla sua Saga. Al termine del racconto, il nonno Matán chinò il capo, annuì con lo sguardo e gli chiese di attenderlo un momento.  

Tornò subito dopo con in mano un rotolo genealogico avvolto in pelli antiche quanto il primo mattino che stese la sua alba sugli oceani. Elisabetta avvertì lungo la spina dorsale la stessa sensazione che un tempo aveva provato Simeone il Giovane. A conoscenza dell’incontro alla Casa di Resa, il nonno Matán dispiegò la Lista di San Matteo sul tavolo.

Lo stesso metallo, lo stesso sigillo, gli stessi caratteri; cambiavano solo i nomi.

«Matán, figlio di Eleazar. Eleazar, figlio di Eliud. Eliud, figlio di Aquim. Aquim, figlio di Sadoc. Sadoc, figlio di Eliacim. Eliacim, figlio di Abiud. Abiud, figlio di Zorobabele».

Isabel non riuscì a impedire che il respiro le si fermasse sulle labbra. Anche se cercava di mantenere la calma, i suoi occhi danzavano di gioia lungo la linea che i figli di Abiud avevano tracciato nel corso dei secoli.

Poi lesse l’elenco dei re di Giuda, partendo dall’ultimo fino a Salomone.

«E a parte tutto questo, dov’è il tuo Giacobbe?», le chiese Elisabetta al termine della lettura.

Quella donna era un vero genio. Giacobbe fece un balzo di gioia nel vedere la sua fata madrina. Il luccichio negli occhi di Elisabetta gli rivelò il cambiamento d’umore di suo padre. Il resto potete immaginarlo. Matán e suo figlio accompagnarono Elisabetta a Gerusalemme, portando con sé il gioiello della Casa dei figli di Abiud, la dote per le vergini e i termini del contratto matrimoniale.

Cleofas vide con i propri occhi ciò che non aveva mai chiesto di vedere durante tutto il tempo in cui era stato ospite al Cigüeñal. Proprio come suo cognato Zaccaria, testimone dell’incontro, Cleofas rimase stupito nel vedere il rotolo gemello dell’altro in possesso del padre di Giuseppe. Ma se i presenti credevano che le sorprese fossero finite per quel giorno, si sbagliavano. I termini del contratto matrimoniale li lasciarono sbalorditi. Erano i seguenti:

Primo: la proprietà del Figlio di Abiud, in questo caso Giacobbe, era intrasferibile. Cosa significava questo? In caso di morte di Giacobbe, la sua eredità sarebbe passata direttamente al suo primogenito, indipendentemente dal sesso del primo figlio della coppia.

Secondo: in caso di vedovanza, la vedova non avrebbe mai potuto vendere, né in parte né per intero, la proprietà dell’erede di Giacobbe. Tale eredità, il Cigüeñal e tutte le sue terre, sarebbe stata riservata al suo erede fino al raggiungimento della maggiore età. Cosa significava questo? Che la famiglia della vedova non avrebbe avuto alcun diritto sull’eredità di Giacobbe.

Terzo: nel caso in cui la vedova di Giacobbe si fosse risposata, i figli di questo nuovo matrimonio non avrebbero avuto alcuna parte nell’eredità del defunto.

Quarto: nel caso in cui la coppia non avesse discendenti, l’eredità di Giacobbe sarebbe passata direttamente ai figli di Matán. La vedova di Giacobbe avrebbe comunque vissuto nella casa del defunto fino alla sua morte.

Quinto: nel caso in cui l’erede di Giacobbe di Nazaret fosse una donna, questa avrebbe ereditato il lascito messianico di suo padre, che a sua volta lo avrebbe trasmesso al proprio erede. Se si fosse verificato, come era già accaduto in occasioni precedenti, che a una donna ne succedesse un’altra, la successione messianica sarebbe passata da Giacobbe al successivo erede maschio che si fosse presentato. Diciamo che se a Giacobbe fosse succeduta una donna, spetterebbe solo a lei – e non alla sua vedova – consegnare la sua eredità al prescelto. Qualsiasi trasferimento dell’eredità di Giacobbe a una casata unita ai suoi discendenti da legami matrimoniali non avrebbe avuto, in questo caso, alcuna validità. L’eredità sarebbe passata da madre a figlia fino a quando un maschio non si fosse posto a capo della Casata di Abiud, il cui nome sarebbe stato quello che sarebbe figurato dopo quello di Giacobbe.

Fu così che Giuseppe divenne figlio di Giacobbe, riunendo nelle sue mani la guida di entrambe le Casate, quella di suo padre e quella del suo defunto suocero. Un’eredità unificata che avrebbe lasciato in eredità al suo primogenito, il Figlio di Maria.

I termini di questo contratto suscitarono tra i presenti un sorriso di ammirazione. In una successione così atipica all’interno delle tradizioni patriarcali ebraiche trovava spiegazione l’assenza di generazioni nell’elenco della Casa di Abiud. Grazie a questa formula così sui generis, la Casa di Abiud aveva mantenuto la proprietà nella sua estensione originaria e continuava ad assicurarsi che così fosse.

Una volta firmato il contratto dai suoceri, un anno dopo si celebrò il matrimonio e, al termine dei tempi naturali, la coppia diede alla luce una bambina.

In memoria di sua madre, Giacobbe la chiamò Maria.

«Non te l’avevo forse detto, uomo di Dio, che avevo visto la Figlia di Salomone nel grembo della mia bambina?», disse Elisabetta al marito, avvolta da una felicità divina.

   

21

Vita della Sacra Famiglia

 

Una volta individuati i portatori dei rotoli messianici, dopo la nascita della Vergine, Zaccaria riunì nella sua casa Eli, padre di Giuseppe, e Giacobbe, padre di Maria. C’era molto da dirsi tra i due uomini. La scoperta dell’Alfa e dell’Omega aveva rivoluzionato le loro vite e il futuro dei loro figli, e in che modo! Zaccaria, commosso, diede libero sfogo alla sua anima.

«Com’è incredibile la Saggezza! I forti credono di avere i deboli strangolati sotto il peso delle loro anime insensibili e violente, mentre i piccoli si abbandonano al destino che i grandi vogliono scrivere sulle loro schiene con la frusta delle loro malvagità perverse. I sogni di libertà smettono di librarsi sull’orizzonte cedendo il passo alle tenebre, le illusioni giacciono ormai infrante ai piedi dei loro eserciti. Ma all’improvviso la Saggezza si volta. È ormai stanca di essere perseguitata, di non essere mai raggiunta. Diventa la figlia del vento, fissa lo sguardo sugli atleti del pensiero: uno le implora di scegliere lui, un altro le promette amore eterno. Lei non apre bocca: la Saggezza ha scelto il suo campione, avanza verso di lui, gli porge la mano, lo solleva dalla polvere, gli fa l’occhiolino e gli consegna lei stessa la corona della vita. Sbalorditi, impazziti, scandalizzati dalla sua scelta, perché ha posato lo sguardo sull’ultimo tra loro, perché ha concesso i suoi favori a chi non era nulla, i disprezzati dal destino si alleano allora con le tenebre per distruggere l’Eterna. Lei, la Sposa dell’Onnipotente, ride; il suo Sposo ha sollevato le galassie con un solo gesto delle mani; gli è bastato aprire le labbra una sola volta perché l’Inferno tremasse. Lei è la pupilla dei suoi occhi, cosa potrà mai temere dei piani dei geni?

Ecco i suoi uomini. I due fiumi che Lei nascose sottoterra e che tutti davano per scomparsi sono riemersi e, mistero che suscita stupore e l’intonazione di nuovi salmi, lo hanno fatto proprio dalla stessa bocca di terra.”

Eli e Giacobbe presentarono i propri figli. La Figlia di Salomone, Maria, e il Figlio di Natan, Giuseppe, erano vivi. La Vergine nella sua culla, Giuseppe che la guardava in piedi tra gli uomini.

Allora Simeone il Giovane pronunciò parole di Saggezza: «L’ignoranza, amici, tiene il genere umano incatenato al palo del cane nato per sorvegliare la porta del suo padrone. Dio creò l’Uomo per assaporare le delizie della libertà di un Sansone immune agli incantesimi di Dalila. Il perfido Diavolo dimenticò la sua condizione divina, invidiò quella umana e, essendo finito per possedere quella delle bestie, ulula in preda alle allucinazioni alle stelle dell’Inferno che adora come Paradiso. Vigliacco, con la vigliaccheria di chi fonda la propria grandezza sul cadavere di un esercito di bambini, il Serpente è impazzito credendo di poter seguire le tracce che l’aquila disegna nelle altezze. Non temete, amici, Lui è con noi. L’Aquila Sacra scruta da rupe invisibile ogni movimento del Drago; non appena respira, non appena il fuoco tenebroso esce dalle sue fauci, i muscoli del Grande Spirito si tendono come archi pronti alla battaglia; se avanza di un passo, il Guerriero balza dal suo sonno pacifico nella tenda del Saggio e impugna la sua freccia, veloce come un fulmine, forte come un tuono. Ciò che stiamo vivendo qui è l’alba di un nuovo Giorno che già diffonde la sua aurora sugli occhi immacolati dell’innocenza dei vostri figli.

«Che nelle loro caverne i nemici del Regno di Dio tramino i loro piani di distruzione, che si nascondano nei labirinti degli ipogei del Potere i nemici dell’Uomo, noi non temiamo nulla, Dio è con noi. Ha l’arco teso, porta la spada affilata, il suo scudo ci protegge. Se il Diavolo è più grande del nostro Salvatore, perché è fuggito a nascondersi dopo aver ucciso Adamo? Il leone fugge forse dalla gazzella? Il vincitore si inginocchia forse davanti al trono del vinto? Se il Diavolo ha fame, che mangi le pietre; se ha sete, che beva tutta la sabbia del deserto. I vostri figli sono lontani dalle sue grinfie». 

Fu un giuramento commovente. Si udirono parole che non sarebbero mai state dimenticate. Eli e Giacobbe giurarono di far sposare i propri figli quando fosse giunto il momento. L’Onnipotente avrebbe fatto sprofondare le loro anime negli abissi dove dimorano i demoni se avessero mancato alla parola data: così fecero voto.

Poi ciascuno tornò alla propria vita quotidiana. Eli diede fratelli e sorelle a suo figlio Giuseppe. Giacobbe prese in moglie le sorelle di Maria; poi ebbe il figlio maschio per cui avevano tanto sospirato.

Giuseppe era ormai un uomo e Maria una donna, entrambi alle soglie della stipula del contratto matrimoniale più segreto e importante nella storia del mondo, quando la notizia della morte di Giacobbe di Nazaret, marito di Anna di Cleofa e padre di Maria,  lasciò a bocca aperta tutti coloro che vissero abbastanza a lungo da vedere quel giorno.

Se Maria non avesse fatto quel suo Voto, le nozze sarebbero state anticipate. Il Voto di Maria, come ho detto, riguardava soprattutto lo stesso Giuseppe. Per un attimo sembrò crollare l’edificio delle speranze di tutti loro, quando Giuseppe scrisse nella storia dell’eternità quelle sue parole, che a tempo debito sua moglie avrebbe ripetuto all’angelo dell’Annunciazione: «Sia fatta la volontà di Dio; ecco il suo servo, i nostri padri hanno atteso mille anni, ben posso io attenderne alcuni».

Furono gli anni che furono, né di più né di meno. Quando giunse la sua ora, Giuseppe sistemò le cose e partì per Nazareth. Affittò alla Vedova un terreno dove allestire la sua falegnameria e attese che Cleofa si sposasse per poter sposare a sua volta Maria.

Dopo la nascita di Giuseppe, il secondo dei figli di Cleofa, Giuseppe pagò la dote per le vergini. Un anno dopo si celebrò il matrimonio.

E il matrimonio si celebrò nonostante l’ombra di adulterio che gravava sull’innocenza della Vergine.

Proprio come gli aveva detto sua suocera, l’angelo di Dio liberò Giuseppe dai suoi dubbi. Una volta dissipata l’ombra dell’adulterio, Giuseppe montò a cavallo e si precipitò in Giudea per andare a prendere la Madre del Bambino. L’evento dell’Annunciazione di Giovanni gli era stato rivelato dal messaggero che Zaccaria gli aveva inviato. Ciò che Giuseppe non si aspettava era di trovare Zaccaria ed Elisabetta trasformati in due giovani pieni di vita. Ma dopo ciò che gli era accaduto, ormai nulla lo sorprendeva più. O almeno così credeva. Perché quando Zaccaria riacquistò la parola, le sue prime parole servirono a rivelargli i pensieri che, dall’arrivo della Vergine, erano cresciuti nella sua anima riguardo al Figlio di Maria.

«Figlio mio, Dio nostro Signore ci ha meravigliati con un prodigio di natura infinita. Fin dall’antichità sapevamo che Dio è Padre, come possiamo leggere nel suo Libro. Formandoci a sua immagine e somiglianza ci ha fatto assaporare le delizie della paternità; e rivelandoci di essere Padre di molti figli ci ha aperto gli occhi sull’esistenza di uno tra loro nato per essere il suo Primogenito. Ciò che non ha mai rivelato apertamente nel suo Libro è che quello stesso Primogenito fosse il suo Unigenito. Oppure non abbiamo voluto vederlo nelle sue parole quando il suo profeta disse: «Piangerete come si piange per il primogenito, farete lutto come si fa lutto per l’unigenito».

«Figlio mio, quello è il Figlio che tua moglie porta nel grembo. Nelle tue mani, Giuseppe, il tuo Signore ha posto il suo Bambino. La sua vita è nelle tue mani; se la sua vita è già in pericolo per ciò che è: il figlio di Eva che doveva nascere per noi, quale sarà la responsabilità dell’uomo al quale il Padre ha affidato la custodia del suo Unigenito? Non abbassare mai la guardia, Giuseppe. Difendilo con la tua vita; circonda la sua Madre con il tuo braccio e metti il tuo cadavere tra Lei e coloro che la cercheranno per uccidere suo Figlio. Ricorda che deve nascere a Betlemme perché così è scritto. E proprio perché è scritto lì, sarà il primo luogo verso cui il diavolo dirigerà il suo braccio assassino».

Giuseppe ascoltò le parole di Zaccaria, figlio di profeta e padre di profeta, senza riuscire a credere che Dio avrebbe permesso a nessun uomo, che si chiamasse Erode o Cesare, di toccare anche solo un capello del Figlio di Maria.

Così Giuseppe tornò a Nazaret, celebrò le nozze con una Maria ormai in avanzato stato di gravidanza e si preparò a recarsi a Betlemme quando l’editto di censimento di Cesare Ottaviano Augusto scatenò nella nazione un clamore spontaneo di insurrezione.

Solo in un’occasione le tribù d’Israele si erano sottoposte a un censimento. Nella mente di tutti c’era il prezzo che il popolo aveva pagato per il censimento del re Davide. Quale punizione avrebbe inflitto loro se, per paura di Cesare, avessero disobbedito al divieto di farsi contare come si conta il bestiame?

La rivolta scoppiò in Galilea. Giuda il Galileo e i suoi uomini preferirono morire da valorosi combattendo contro Cesare piuttosto che vivere da codardi davanti a Dio. L’effetto della rivolta di Giuda il Galileo fu quello di bloccare le vie di comunicazione.

«Quanto durerà questa insurrezione? Ovviamente finché lo vorrà il padrone di Erode», rispose Giuseppe a suo cognato Cleofa. «Non credi che Erode sia in grado di sbarazzarsi di Giuda e dei suoi uomini nel tempo che impiega a risuonare il nitrito della famosa cavalleria di suo padre? Gli Erode in questo momento si staranno mangiando le unghie. Se dipendesse da loro, avrebbero già messo fine a questa guerra santa. Ma credo che Cesare non lo voglia, ed è Cesare che comanda. Il romano ha decretato che il censimento abbia inizio nel regno dei Giudei perché sa che sarebbe successo ciò che sta accadendo. Lo schiacciamento spietato di Giuda e dei suoi uomini gli servirà da propaganda contro qualsiasi altra possibile insurrezione; è così che il romano previene il male».

Giuseppe non si sbagliò. Gli Erode obbedirono all’ordine del padrone romano. Lasciarono crescere l’insurrezione galilea. Quando la vittima fu pronta per il macello, schierarono i loro eserciti. Uccisero tutti quelli che poterono della banda del Galileo e, con i corpi dei sopravvissuti, cosparsero di croci tutte le strade che conducevano a Gerusalemme.

Sotto quella moltitudine di croci, Giuseppe e Maria passarono diretti a Betlemme. Chi si stupisce che, per il dolore, la Vergine abbia partorito non appena giunta nella casa del marito?

In questo capitolo la verità dipende più dalla fede di ciascuna parte del tribunale della storia che dai fatti stessi. Se riponiamo la nostra fiducia nello storico Flavio Giuseppe, traditore della sua patria, salvatore del suo popolo per aver fatto sì, con le sue «Storie giudaiche», che i Cesari imparassero a distinguere tra ebrei e cristiani, anche a costo di trasformare i suoi discendenti in una nazione in guerra perpetua contro la Verità, in questo caso l’insurrezione di cui parlano gli Apostoli nacque nell’immaginazione degli autori del Nuovo Testamento.

I principi della psico-storia, tuttavia, si oppongono alla distorsione operata da Flavio Giuseppe nell’erigere tra ebrei e cristiani quel muro d’acciaio che li avrebbe tenuti separati per venti secoli, un’azione che gli impose di negare l’esistenza dello stesso Cristo, trasformandosi così, con tale atto, nell’Anticristo di cui parla San Giovanni.

  

22

La nascita di Gesù

 

L’insurrezione era stata repressa, Gerusalemme era assediata da un esercito di croci; in mezzo a quel mare di croci passarono Giuseppe e Maria, che era ormai in uno stato avanzatissimo di gravidanza.

Quando Giuseppe e Maria arrivarono a Betlemme, il villaggio era pieno zeppo. Sorpresi i fratelli di Giuseppe, poiché nessuno si sarebbe mai immaginato che Giuseppe scendesse prima che sua moglie partorisse, improvvisarono un giaciglio nella mangiatoia affinché Maria potesse partorire.

Ancora una volta gli elementi della psico-storia ci chiedono spazio. Voglio dire, Erode non avrebbe ordinato la Strage degli Innocenti se a Betlemme fossero stati presenti i romani. I romani, dai quali dipendeva in ultima istanza la sua incoronazione, non avrebbero mai permesso un simile crimine. Non appena se ne furono andati, Erode si mise all’opera. Ma era ormai troppo tardi. Giuseppe, Maria e il Bambino se n’erano andati.

Questo insieme di elementi psico-storici ci apre gli occhi sulla Battaglia tra il Cielo e l’Inferno di cui ci parla San Giovanni nella sua Apocalisse. La Morte, non essendo riuscita a impedire che si adempissero le Scritture né che avvenisse la Nascita, doveva mettere le mani sul Bambino. Ma la Vita, fiduciosa nelle proprie forze, si muoveva sulla scacchiera della Terra con la sicurezza di chi conosce la strategia e le capacità del proprio nemico e va sempre un passo avanti. Quando Erode andò a mettere le mani sul Bambino, i suoi genitori se n’erano già andati. Di certo non a Gerusalemme. Anche se avrebbero potuto rifugiarsi nella casa della nonna di Maria.

E dico «non a Gerusalemme» perché, se fossero rimasti a Gerusalemme, le parole di Simeone il Giovane nel salutare la Madre e il Bambino nel Tempio non avrebbero avuto senso. Ma se vide il Bambino per la prima volta, sì.

In questo come in tutto il resto, il lettore dovrà giudicare da sé a chi dare credito: se a un traditore della propria patria, riciclato in una sorta di salvatore proprio di coloro che aveva venduto, o a degli uomini che per amore della verità hanno portato quell’amore alle sue estreme conseguenze. Lo dico perché, a seguito di questa nuova ricostruzione dei fatti, ci saranno coloro che diranno che questo modo di riorganizzare i tempi non corrisponde alla sequenza effettiva degli avvenimenti vissuti.

Quindi, nato il Bambino, con la Madre già in piedi, Giuseppe registrò suo figlio. Non sappiamo quale fosse l’intenzione originaria di Giuseppe. Se era quella di rimanere a Betlemme, il suo piano cambiò dopo la conversazione segreta che ebbe con i Magi.

Come avrete già dedotto, i Magi non erano re. I Magi erano i portatori della decima della Grande Sinagoga d’Oriente e, in quanto tali, dovevano fare tappa al Tempio.

Ciò che i Magi non avrebbero mai immaginato mentre arrivavano gioiosi era che gli ultimi chilometri del cammino li avrebbero visti attraversare un mare di croci. Grazie a Dio, la violenza del momento teneva occupato il figlio di Erode e si recarono a Betlemme per mettere in guardia Giuseppe.

Giuseppe registrò suo figlio e tornò a Nazaret. Dopo i giorni stabiliti dalla Legge, scese al Tempio convinto che il pericolo fosse passato. Entrò nel Tempio accompagnando sua moglie quando gli si parò davanti Simeone il Giovane.

«Che ci fai ancora qui, uomo di Dio?», gli disse. «Nessuno ti ha detto cosa è successo?».

Lo prese da parte e lo mise al corrente.

«Zaccaria ha nascosto le tue tracce, coprendole con il suo sangue. Poco dopo la partenza dei Romani, gli Erode hanno mandato i loro assassini nella tua città. I tuoi fratelli piangono la morte dei loro bambini in fasce. Ma non finisce qui. L’orrore della notizia è giunto a Zaccaria. Ha preso Elisabetta e Giovanni e li ha nascosti nelle caverne del deserto, dove saranno al sicuro da ogni pericolo. Poi è venuto al Tempio. Giuseppe, lo hanno circondato come un branco di cani, minacciando di ucciderlo se non avesse rivelato loro tutto ciò che sapeva. Non potendo sopportare il suo silenzio, lo hanno ucciso a pugni e calci proprio davanti alle porte del Tempio. Giuseppe, prendi il Bambino e sua Madre e vai in Egitto. Non tornare finché questi assassini non saranno morti».

Giuseppe non disse una parola a Maria. Per evitare che venisse a sapere la notizia dai suoi familiari, la portò via da Gerusalemme senza darle alcuna spiegazione.

«Come hai potuto vivere tutta questa vita portando da solo questo fardello, mio sposo?», piangeva Lei quando lui glielo raccontò sul letto di morte.

Al loro ritorno dall’Egitto, la nonna del Bambino era ancora in vita. Credo di aver detto che gli emigranti tornarono in quello che potremmo definire uno stato di prosperità e felicità. Anche la situazione economica della tenuta di Maria era altrettanto florida. Alle siccità che un tempo avevano devastato i campi seguirono periodi di piogge abbondanti. Giovanna, la sorella vergine di Maria, amministrò le terre della sorella senza invidiare nulla a un uomo. Coloro che credevano che, con la morte di Giacobbe, la sua casa sarebbe crollata dovettero riconoscere di essersi sbagliati. Quella ragazza, devota alla sua famiglia fin dalla giovinezza, non perse mai il ritmo né si lasciò ingannare. Sebbene liberata dal suo voto grazie al matrimonio di Cleofa, Giovanna non si sposò.

All’improvviso, ricominciare da zero l’attività di falegnameria non sembrava un’impresa facile. Cleofa non era di questo avviso. La situazione che Giuseppe dovette superare il giorno in cui fece il suo ingresso a Nazareth era una cosa, e questa nuova era ben diversa. Giuseppe era allora un perfetto sconosciuto. Ora potevano contare, per cominciare a farsi strada, su una clientela familiare sparsa in tutta la Galilea.

Tra queste conoscenze Gesù avrebbe trovato i suoi futuri discepoli. Ma torniamo al Figlio di Maria, suo erede e capo spirituale dei clan che, come rami dello stesso tronco, si estendevano nei dintorni.  

La morte di Giuseppe coinvolse Gesù nel giuramento che il defunto aveva fatto a Cleofa. Abbiamo già visto che il Bambino visse nel proprio essere l’esperienza di chi rinasce dallo Spirito in seguito all’episodio di cui fu protagonista nel Tempio. Il Simeone che andò incontro al Figlio di Davide nel Tempio era il Simeone il Giovane che abbiamo visto dire a Giuseppe: «Vattene, uomo di Dio, perché lo uccideranno».

Negli anni successivi alla morte di Giuseppe, Gesù affidò la falegnameria nelle mani di suo cugino Giacomo e subentrò a sua zia Giovanna nella gestione della proprietà di sua Madre. Durante il suo mandato i campi resero il cento per cento; la fama dei vini dei vigneti di Giacobbe si diffuse in tutta la regione. Intelligente come pochi, Gesù si rivelò un uomo d’affari con cui stringere accordi era garanzia di successo. Compravava e vendeva raccolti di olive senza mai perdere una dracma.

Grazie alle relazioni familiari e al capitale del capo del clan, anche la falegnameria di Nazareth conobbe un periodo di grande prosperità.

Morti gli Erode, Gesù entrò in possesso dell’eredità di suo padre in Giudea.

Credo di aver già detto che a Gerusalemme Gesù di Nazaret era conosciuto come si conosce un mistero. I fratelli di suo padre rimasero celibi invocando il proverbio: «Tale padre, tale figlio». Fisicamente Gesù era l’immagine di quel Giuseppe alto e forte, uomo di parola, poco loquace, prudente nei giudizi, dedito alla famiglia, sempre attento ai bisogni dei suoi cari.

Il fatto è che, dopo aver fatto sposare tutti i suoi cugini e aver lasciato che gli affari andassero avanti da soli, quel Gesù, adorato dai suoi cari, li sorprese tutti con le «sue sparizioni».

  

23

Il mistero delle sparizioni di Gesù

 

Nessuno sapeva dove andasse Gesù né cosa facesse quando scompariva in quel modo. Semplicemente scompariva. Scompariva senza preavviso, senza dare spiegazioni. Le sue sparizioni potevano durare giorni, persino settimane. Se i suoi cugini Giacomo e Giuseppe chiedevano in giro, per vedere se qualcuno avesse visto il loro Gesù, tutti facevano la faccia di chi non ne sa proprio nulla.

Dove si nascondeva Gesù?

Beh, non era facile dirlo. Ma ovunque andasse, tornava da dove fosse stato come se nulla fosse. Poi tornava tutto tranquillo, tirava fuori una scusa qualsiasi a tutti coloro che, con quella preoccupazione così naturale, gli dimostravano quanto gli volessero bene: «Ho dovuto occuparmi di una faccenda urgente», per esempio, punto e basta, argomento chiuso. Insistere oltre non serviva a nulla; alla fine Gesù scoppiava a ridere e sembravano degli sciocchi proprio loro.

«Da dove vengono queste preoccupazioni, Santiago, fratello? Ti manca qualcosa? I tuoi figli stanno male? Hai salute, denaro e amore, cos’altro può desiderare un uomo?».

Non l’avevo detto? Era impossibile arrabbiarsi con Lui. Non solo aveva tutta la ragione del mondo, ma se poi te lo diceva con quel sorriso negli occhi, alla fine sembravi tu lo sciocco a preoccuparti senza motivo.

Le uniche che non sembravano né sorprese né scandalizzate dalle sue sparizioni erano le Donne della Casa. Con grande sorpresa di Santiago e dei suoi fratelli, le Donne non volevano nemmeno sentir parlare di rimproveri. Quale mistero era il Suo per incantarle in quel modo?

Mistero? Perché aveva incantato sua madre, sua zia Juana e sua zia María?

C’era davvero un mistero. Uno molto grande.

Il fatto è che quando Lui se ne andava, in casa avveniva un miracolo. I sacchi di farina non si esaurivano mai, anche se la farina veniva prelevata a pale. Le giare d’olio non si svuotavano mai; per quanti litri regalassero, il livello dell’olio nelle giare non scendeva mai. E se una di loro si ammalava, le tre Donne di Casa sapevano che Lui sarebbe tornato perché guarivano immediatamente. E così era per tutte le altre cose. Quindi, come avrebbe potuto non incantarle? Certo, quando dovevano rispondere a loro o ai loro cugini da dove venisse o cosa avesse fatto Gesù, si limitava a guardarle e dava loro come unica risposta un bacio pieno di sorrisi.

Dove andava? Da dove veniva? Cosa faceva? Credo che sia stato il tredicesimo apostolo a dire che Gesù se ne andava per implorare il suo Dio, con lacrime intense, misericordia per tutti noi.

L’origine di quelle lacrime non dovrebbe sembrarci un fiume sconosciuto, conoscendo la fonte da cui sgorgavano. Era il Figlio di Dio, della stessa natura del Padre suo, che guardava faccia a faccia il futuro dell’opera che stava per compiere, e vedendo il Destino verso cui conduceva i suoi Discepoli, il suo cuore si spezzava.

Come non cercare nel Padre un’alternativa praticabile che allontanasse dai suoi il destino verso cui, con la sua Croce, li trascinava?

E ciò che è ancora più tragico: quando il suo sangue lo trascinava nella fragilità dell’esistenza umana e si chiedeva come potesse essere sicuro che ciò che stava per fare fosse la volontà di Dio, in quel momento il peso di quel Destino lo schiacciava, gli si conficcava nel petto e gli strappava lacrime di sangue vivo. Come poteva essere sicuro che ciò che stava per fare fosse la cosa giusta? Perché la Croce di Cristo e non la Corona di Davide?

La tensione, la pressione, la natura umana nella sua nudità che gli martellava il cervello e l’anima con la visione delle centinaia di migliaia di cristiani che Egli avrebbe condotto al martirio… Un Destino che avrebbe potuto risparmiare loro semplicemente accettando la Corona che il popolo in massa gli avrebbe offerto. Che fare? Come saperlo? E con quali mezzi resistere al conforto che gli offriva suo Padre?

… Perché dopo il Giorno di Yahvé sarebbe giunto il Giorno di Cristo, un Giorno di libertà e gloria: il Re sul suo Trono di Potenza che guida gli eserciti di suo Padre verso la vittoria…

In quei giorni, prima di iniziare la Sua Missione, Gesù scelse in Galilea coloro che sarebbero stati i Suoi futuri Apostoli. I legami che Lo univano ai Suoi futuri Discepoli provenivano dal nodo di sangue che il figlio maggiore di Zorobabele aveva iniziato a stringere quando fondò Nazaret.

A differenza dell’atmosfera in cui si moltiplicarono gli uomini di Zorobabele rimasti in Giudea, la gente della Galilea accolse pacificamente e amichevolmente gli uomini di Abiud. Gli abitanti della Giudea rimasero scandalizzati nello scoprire le intenzioni di Zorobabele e dei suoi uomini; si ribellarono all’idea della ricostruzione di Gerusalemme e tentarono con ogni mezzo di costringerli ad abbandonare il progetto.

La Bibbia dice che non ci riuscirono. In cambio, dagli allora abitanti della Terra Santa ottennero una politica di ostilità perpetua. Una politica che portò al cloisteramento e all’isolamento degli ebrei del Sud dal resto del mondo . Circostanza che, col passare del tempo, avrebbe trasformato gli ebrei del Sud in quel popolo che odiava i gentili, i quali venivano disprezzati e trattati in privato come se si parlasse di vere e proprie bestie.

«Meglio mangiare con un maiale che con un greco», diceva un rabbino.

«Meglio sposare una scrofa che una greca», ribatteva il suo collega.

Questo odio verso i Greci e verso i gentili in generale, quel disprezzo del popolo che arrivò a credersi la Razza Superiore, era un odio in una certa misura naturale. Verso i Greci in seguito alle persecuzioni di Antioco IV Epifane. Verso gli egiziani perché un giorno il Faraone… Verso i siriani perché un tempo… Verso i romani perché li opprimevano… La questione era trasformare l’odio in una sorta di identità nazionale, trarne la forza per continuare a credersi la Razza Superiore, chiamata a sottomettere ed essere servita dal resto dell’umanità.

Gli abitanti della Giudea attendevano il Messia per diventare il Nuovo Impero Mondiale. Il loro rapporto con le leggi non nazionali, imposte dall’impero, che regolavano la vita tra ebrei e greci, tra greci e romani, tra romani e iberici, era un percorso nella giungla pieno di pericoli mortali attraverso il quale l’ebreo doveva rimanere vigile e trovare sempre nell’odio e nel disprezzo verso le altre razze la forza vitale che lo aiutasse a superare le circostanze fino alla venuta del Messia.

A differenza dei loro fratelli del Sud, quelli del Nord si integrarono perfettamente nella società dei gentili. Lavorarono con loro, commerciarono con loro, si vestirono come loro, impararono la loro lingua, rispettarono i loro costumi, le loro tradizioni e i loro dei.

Rispetto ai loro fratelli del Sud, gli ebrei della Galilea si erano evoluti nella direzione opposta. Mentre il meridionale invocava l’odio come baluardo protettivo della propria identità, il settentrionale invocava il rispetto tra tutti gli uomini come garante della salvaguardia della pace.

Quando, quindi, giunse Gesù, le differenze mentali e morali tra ebrei galilei ed ebrei del Sud erano così enormi quanto quelle esistenti all’epoca tra un barbaro e un uomo civilizzato. Il galileo continuava ad attendere la Venuta del Messia, il Cristo che avrebbe unito in fratellanza tutti i popoli del mondo; anche l’ebreo di Gerusalemme attendeva la Nascita, ma non quella di un Salvatore, bensì quella di un conquistatore bellicoso e invincibile che avrebbe messo in ginocchio, ai suoi piedi, tutte le altre nazioni del mondo. Difficilmente Gesù avrebbe trovato tra questi ebrei del Sud un solo uomo disposto a seguirlo per cantare all’Amore e alla Fraternità Universale il poema più meraviglioso mai scritto, il Vangelo.  

Date tali circostanze, non fu un caso che tutti i suoi discepoli fossero presenti alle nozze di Cana.

Quando il Figlio di Zorobabele ed erede della corona di Salomone si stabilì a Nazareth, i suoi uomini e i suoi figli si unirono tra loro e andarono a spargere il loro seme in tutta la regione. Lavoratori rispettosi dei propri vicini, amanti delle leggi della civiltà di tutti, per i quali la religione era una questione privata soggetta alla legge sulla libertà di culto, gli uomini di Abiud e i loro figli si diffusero in tutta la Galilea, mantenendo il matrimonio endogamico come base della loro identità nazionale. Per il resto, l’ebreo galileo non si differenziava in nulla dai suoi vicini. Si vestiva come loro, parlava come loro.

In un simile contesto, il successo dell’attività della «Bottega di Confezionistica della Vergine di Nazaret» fondò la propria fortuna sulla corrente nazionalista che si risvegliò in Galilea in seguito alla ricostruzione delle sinagoghe. Era in quei momenti unici e cruciali della vita, come ad esempio il matrimonio, che l’orgoglio nazionale affiorava e si preferiva mostrarsi con un abito tipico, popolare. L’arte della confezione del costume nazionale nelle mani delle figlie di Aronne, che ne avevano fatto un monopolio con sede a Gerusalemme, l’apertura dell’attività da parte della Vergine, discepola di una maestra nel segreto meglio custodito della casta sacerdotale femminile – di cui la confezione di mantelli senza cuciture era l’esempio più eccellente – fu un’idea vincente che attirò a Nazaret gli sposi della regione.

A prescindere dalla prosperità che portò alla casa della Vergine e alla stessa Nazaret, il successo del laboratorio della Vergine aprì la strada nella regione e la preparò affinché le sue sorelle potessero trovarvi un terreno dove crescere e moltiplicarsi. Si sposarono in Galilea e ebbero figli e figlie. Ai legami preesistenti alla nascita della Vergine si aggiungono quindi quelli che le sue sorelle e i figli e le figlie di suo fratello Cleofa hanno creato, e le dimensioni del quadro in cui si muoveva suo Figlio assumono le loro vere proporzioni.

O, in altre parole, i discepoli di Gesù erano presenti alle famose nozze di Cana semplicemente perché erano legati agli sposi da legami di sangue. O forse credete che la suocera di Pietro sia stata guarita senza fede?

In tutto il testo dei Vangeli vediamo che l’unica condizione che Gesù chiedeva per ricevere la grazia del suo Potere era la fede. Quando guarì la suocera di Pietro, questa non aveva ancora visto l’Unigenito di Dio. Il fatto che avesse fede senza averlo visto ci apre gli occhi sul legame tra la suocera di Pietro e la Vergine, grazie al quale la fede di quella donna nel Figlio di Maria era assoluta. E questo ci aiuta ad aprire la porta della sua casa e a vedere Pietro, attraverso il suo matrimonio con la figlia della suocera, direttamente imparentato con la Vergine.

Dopo il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino, l’unica cosa che Pietro aveva bisogno di vedere era l’unzione del figlio di Davide da parte del profeta.

Quando si legge il Vangelo, la prima sorpresa balza agli occhi vedendo Pietro e i suoi compagni abbandonare tutto alla voce: «Seguitemi». Come se fossero robot o automi privi di volontà, quegli uomini lasciarono le loro famiglie e lo seguirono senza nemmeno chiedere dove. È la prima impressione. Logicamente, si tratta solo di un’apparenza. Quegli uomini conoscevano perfettamente il Figlio di Maria. Sapevano di che natura fosse la sua guida spirituale su tutti i clan davidici della Galilea. Pietro e i suoi compagni non erano automi privi di volontà che obbedivano all’ordine del loro creatore al ritmo delle battute delle sue dita su una tastiera di computer. Niente affatto. Inutile dire che in più di un’occasione, legati da vincoli di sangue alla Casa di sua Madre, parlarono con suo Figlio del Regno del Messia. Va anche sottolineato che il Primo Miracolo in pubblico, di cui furono testimoni, trasformò la concezione che si erano fatti sulla Natura della Missione Messianica, per la quale erano disposti a lasciare tutto nel momento in cui Gesù lo avesse voluto. Chiarito questo, proseguiamo.

Avete già visto chi fosse quel Giovanni, figlio di Zaccaria, nipote del profeta Abia, e quale sentimento animasse quelle sentenze severe del Battista contro i Giudei. Sua madre, Elisabetta, prozia di Maria, Madre di Cristo, visse per crescere Giovanni e raccontargli tutta la verità su suo padre, sul perché fosse morto e su chi egli avrebbe preceduto. Alla morte di Elisabetta, Giovanni si ritirò nel deserto e visse la sua vita soprannaturale in attesa del compimento della missione per cui era nato. Il battesimo di Gesù da parte di Giovanni confermò ai discepoli ciò che già sapevano: il Figlio di Maria era il Messia.

Lo seguirono alla conquista del regno universale. Non avrebbero mai immaginato che la spada con cui Gesù avrebbe conquistato il trono di Davide fosse «nella sua bocca».

Gesù annunciò loro molte volte quale sarebbe stata la sua fine. Ma come potevano loro concepire che il Figlio di Dio sarebbe morto crocifisso?

Testimoni di opere prodigiosa, soprannaturali, straordinarie, divine in ogni loro aspetto, come potevano concepire che i loro fratelli in Abramo avrebbero commesso un simile crimine contro il Padre di quel Figlio?

Accadde ciò che doveva accadere. Incredibilmente, Gesù chiuse la bocca come chi rinfodera la spada e si abbandonò inspiegabilmente al nemico che veniva a ucciderlo. Tutto ciò che avrebbe dovuto fare era aprire le labbra. Se solo avesse detto: «In ginocchio», la folla che era uscita a cercarlo sarebbe rimasta inchiodata al suolo come statue di sale. Ma no, non pronunciò una sola parola. Si lasciò semplicemente incatenare.

A loro, agli Undici, lasciò solo l’alternativa dei codardi.

E così tutti corsero a nascondersi. Tutti tranne quello che scappò nudo. Fu lui a portare la notizia alla Madre: avevano appena catturato suo Figlio, lo stavano portando via per giudicarlo.

Il romano aveva chiesto al Sinedrio la testa di quel Messia. Intimidito dalle legioni di Pilato, il Sinedrio glielo aveva consegnato.

Questa questione della colpa assoluta che il futuro fece ricadere su quella generazione ebraica, scagionando i romani dalla loro partecipazione diretta alla Passione di Cristo, trova la sua risoluzione nel cuore delle parole del sommo sacerdote al Tribunale che consegnò il Messia a Pilato:

«È meglio che un uomo muoia per il popolo».

«Conveniva» significava che o lo consegnavano a Pilato, oppure questi avrebbe decretato lo stato d’assedio e avrebbe mandato le legioni a dargli la caccia. Se avessero consegnato Gesù di Nazaret, il popolo sarebbe rimasto tranquillo, colto di sorpresa; ma se Pilato avesse mandato le sue legioni contro colui che ora abbandonavano al suo destino, in seguito, per amore della patria, lo avrebbero difeso fino alla morte. E dov’era il pazzo capace di credere nella vittoria di una ribellione popolare contro Cesare?

Il destino di Gesù di Nazaret era segnato. O Lui o la Nazione. Che il futuro li accusasse, a causa della loro codardia, di averlo consegnato, facendo ricadere su di loro tutta l’ e la responsabilità della sua morte, e va bene così. Che altro potevano fare? L’astuto Pilato se ne sarebbe lavato le mani. E allora? Non era forse meglio che morisse un uomo piuttosto che tutto il popolo venisse massacrato dalle legioni?

Il problema dei Discepoli era credere che il loro popolo non avrebbe recitato la parte del codardo e si sarebbe ribellato in armi piuttosto che consegnare il Messia ai romani. Per loro la questione era chiara: come avrebbe potuto l’Impero sconfiggere un esercito guidato dal Re dell’Universo? Non erano stati centinaia e centinaia di uomini, donne e bambini ad aver vissuto sulla propria pelle la sua Gloria? Tra la folla non erano forse loro la testimonianza vivente della Missione Divina di Gesù di Nazaret? È vero che molte volte quelle folle lo avevano acclamato re e in altrettante occasioni Lui aveva voltato loro le spalle. Logico? Rinunciare al Trono che per eredità ti appartiene?

Sì o no?  

Ebbene, nel corso di tutta la storia di Israele era stato dimostrato che l’unzione del re non spettava al popolo, ma ai profeti. Alla luce di questa esperienza, era naturale che Gesù rifiutasse un’incoronazione contraria al diritto storico e divino.

L’Età dei Profeti, tramandata nelle Scritture, prevedeva che l’unzione, canonicamente parlando, spettasse al Tempio. Doveva quindi arrivare il momento in cui quelle stesse folle lo avrebbero seguito a Gerusalemme e avrebbero chiesto al Sinedrio il riconoscimento divino che Gesù di Nazaret si era guadagnato con le sue opere.

Allora, spinto dalla testimonianza di tanti e tanti eletti e da una folla innumerevole che invocava a gran voce l’Unzione del Messia da parte del sommo sacerdote, Gesù si sarebbe seduto sul Trono di Davide, suo padre storico, e alla presenza di tutti i figli d’Israele avrebbe indossato la corona dei re.

Quando, al terzo anno della sua Missione, si diffuse la notizia: «Gesù di Nazaret si sta recando a Gerusalemme per la Pasqua», l’attesa messianica attirò a Gerusalemme folle innumerevoli.

Ponzio Pilato se lo aspettava. Al corrente delle gesta del Messia degli ebrei, già da tempo aveva chiesto al Sinedrio la testa di quel Nazareno. La decisione politica che doveva prendere riguardo all’esplosione messianica causata dal «Nazareno» era complessa e chiara al tempo stesso. Doveva morire. «Morto il Pastore, il gregge si sarebbe disperso». Né poteva schierare le sue legioni e lanciarle all’unisono contro la folla. La ribellione nazionalista sarebbe scoppiata in difesa del loro Messia e una guerra spartachiana era l’ultima cosa che Cesare potesse desiderare. Come politico, la sua missione era prevenire il male prima che scoppiasse la guerra. Poteva aspettarsi il peggio e lasciare che la preda si ingrossasse. Come avevano già fatto Augusto ed Erode ai tempi del censimento. Al momento opportuno, Pilato avrebbe schierato le sue legioni e dal massacro le altre nazioni avrebbero imparato come Roma punisce la ribellione contro Cesare.

Il fatto era che il Sinedrio al completo era contro il Nazareno e non osava toccarlo per paura della folla che lo accompagnava ovunque andasse. Il Sinedrio aveva giurato a Pilato che glielo avrebbe consegnato di persona, ma che avrebbe dovuto aspettare che il frutto fosse maturo.

Dopo il primo anno di marcia trionfale verso il Monte del Sermone, il secondo anno era andato in discesa. A cavallo tra il secondo e il terzo anno, il rifiuto di Gesù di essere incoronato re aveva spaventato le folle, che non lo capivano affatto.

Chi, tra tutti coloro che avessero goduto di un simile Potere Divino, non si sarebbe fatto accompagnare dalle folle a Gerusalemme per esigere dal Sinedrio al completo la Corona di suo padre Davide?

Lo smarrimento e l’ignoranza riguardo al suo Pensiero avevano lasciato Gesù Cristo solo all’alba del terzo anno. Solo le donne e i suoi discepoli continuavano a essergli fedeli.

Che ne era stato, dunque, di quella prima disperazione del politico romano? E ciò che al Sinedrio sembrò ancora peggiore: perché Pilato avrebbe dovuto tirarsi indietro proprio ora? C’era forse tra le file romane chi, in caso di insurrezione messianica, avrebbe disertato l’Impero per mettere le proprie spade al servizio del Figlio di Davide?

Come dimostra l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, l’attesa, soffocata nell’ultimo anno dallo stesso Gesù, si risvegliò dal suo letargo. Credendo che il Figlio di Davide avesse preso la sua decisione definitiva, favorevole alla sua incoronazione, quell’anno tutti accorsero a Gerusalemme.

Come già sappiamo e come dimostra la storia, in occasione della Pasqua Gerusalemme si trasformava in una città assediata. Da ogni parte del mondo gli ebrei scendevano e salivano alla Città Santa per celebrare quella Cena che fu il preludio alla Liberazione di Mosè.

In quell’anno 33 della nostra era, alla solita folla si unirono tutti coloro che un tempo lo avevano proclamato re.

Quale non fu la sorpresa di tutti quando Gesù entrò nel Tempio e con una frusta dissipò per sempre la pressione contro il Sinedrio e Cesare che quella folla esaltata era pronta a esercitare.

Quella febbre messianica che Gesù aveva risvegliato nel suo primo anno era tornata sulla scena. Giunse a Gerusalemme prima ancora che Lui arrivasse e fece tremare le mura di Gerusalemme con la stessa forza con cui un tempo lo fecero le trombe di Giosuè. Se invece di recarsi direttamente al Tempio per prendere una frusta e dichiarare guerra totale al Sinedrio, Gesù avesse fatto ciò che fece da bambino, ovvero farsi strada fino al Cortile dei Dottori della Legge e entrare nel vivo della questione… Ma no. Niente affatto. La situazione era già in subbuglio ed Egli andò a precipitarla nel caos nel modo più esplosivo che si potesse immaginare.

La stessa folla che poche ore prima aveva applaudito e acclamato il Figlio di Davide, al calar della notte chiedeva la sua testa a un Pilato che ormai non capiva più perché dovesse uccidere colui che si era scavato la propria tomba.

Per comprendere la fuga dei suoi discepoli bisogna mettersi nei panni di quegli uomini che nel loro cuore sognavano quell’ingresso trionfale: «l’incoronazione». Furono loro i primi a rimanere sbalorditi nel vedere il loro Maestro impugnare una frusta e scagliarsi con ira onnipotente contro il Tempio.

Fu in quel momento che Giuda prese la decisione di consegnarlo al Sinedrio. Gli altri se ne andarono con il morale a terra, come se fluttuassero in un vuoto totale.

Cosa sarebbe successo ora?

Che cosa aveva fatto Gesù?

Mentre consumavano l’Ultima Cena si sentivano così confusi e vuoti come quella Terra che prima dell’Inizio vagava nelle Tenebre dell’Abisso, confusa e vuota.

Ah, figli della Terra, l’eredità di vostra madre è il vostro destino! Non ricevette forse, nel giorno della sua nascita, ogni sorta di promesse dal suo Creatore e, non appena il Creatore le voltò le spalle, si lasciò intrappolare dalla confusione che accompagna ogni solitudine? Se vostra madre, alla sua nascita, ha vissuto la confusione e il vuoto della solitudine, come avreste potuto non cadere nella stessa trappola?

Mentre cenavano con Lui, i Suoi Discepoli non avevano la minima idea di cosa stesse dicendo loro. Sapevano solo che erano disposti a morire combattendo piuttosto che lasciarlo solo. Povero Pietro, gli cadde l’anima a terra quando il suo Eroe e Re gli strappò la spada dalle mani! Tutti, senza eccezioni, si misero a correre spinti da una forza che li sopraffaceva e muoveva le loro gambe contro la volontà delle loro menti.

«Cosa succederà adesso, Madre?», chiese quell’altro Giovanni alla Madre di Gesù, come se lei conoscesse la risposta.

Cosa sarebbe successo? Sarebbe successo ciò che era stato profetizzato da mille anni. Il firmamento si sarebbe vestito a lutto per piangere la morte del Primogenito, la Terra si sarebbe lamentata per la morte dell’Unigenito.

 

24

Morte e Resurrezione di Gesù Cristo

 

Gli avvenimenti di Quella Notte sono descritti nei Vangeli. Non intendo riprodurli né aggiungervi dettagli. Mi limiterò a ciò che non è scritto.

Mentre la farsa giudeo-romana seguiva il suo corso, il cielo si incupì sopra le teste delle migliaia di ubriachi che scandivano: «Crocifiggilo!».

La stessa confusione che si era impadronita dei Discepoli e li aveva spinti alla fuga, quella stessa forza si era impadronita della folla che lo aveva acclamato al suo ingresso trionfale e, abbandonata all’alcol, sfogava il proprio dolore contro l’artefice della delusione che si era impadronita delle loro menti. Folle, abbandonati all’alcol in cui affogavano il proprio dolore – che scorreva a piene mani e a barili dalle mani del Tempio alle loro gole –, coloro che solo poche ore prima avevano acclamato il Messia gridando: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore», ora gridavano: «Crocifiggilo».

Mentre gridavano e gridavano, le nuvole circondarono l’orizzonte, stendendo una ragnatela di fulmini e tuoni sul Golgota. Mentre il Condannato trascinava la sua croce lungo la Via Dolorosa, ignaro della folla che, ubriaca, sputava le sue risate sul Figlio di Maria, la notte calava.

Assorti, meravigliati da ciò che stavano vivendo, mentre sfilavano in processione, a pochissimi vennero in mente le parole del Profeta. In realtà solo a un ragazzo. Ai piedi della Croce, mentre guardava il cielo, gli tornarono in mente le Scritture.

 

«Già le onde della morte mi circondavano e i torrenti di Belial mi terrorizzavano. Le catene dello Sheol mi imprigionavano, le reti della morte mi avevano colto di sorpresa. E nella mia angoscia invocai il Signore e lanciai il mio grido verso il mio Dio. Egli udì la mia voce dal suo palazzo, e il mio grido giunse alle sue orecchie. Si commosse e la terra tremò. Vacillarono le fondamenta dei monti, si scossero davanti al Signore adirato. Dalle sue narici saliva fumo, e dalla sua bocca fuoco divorante, carboni accesi da Lui. Abbassò i cieli e scese, aveva una nuvola nera sotto i piedi. Salì sui cherubini e volò; volò sulle ali dei venti. Fece delle tenebre un velo, formando attorno a sé la sua tenda; caligine acquosa, dense nuvole. Davanti allo splendore del suo volto le nuvole si dissolvero; grandine e lampi di fuoco. Yahvé tuonò dai cieli, l’Altissimo fece udire la sua voce. Scagliò contro di loro le sue frecce e li sbaragliò, scagliò fulmini e li sconvolse. E apparvero torrenti d’acqua, e furono scoperti i fondamenti del mondo di fronte all’ira rimproverante di Yahvé, di fronte al soffio dell’uragano della sua furia».

 

Sì, solo quel ragazzo, Giovanni, fissò lo sguardo verso il cielo che contemplava inorridito il misfatto dei figli della Terra. Nel dolore di quel momento nessuno si era reso conto di ciò che stava per abbattersi sulle loro teste. Il cielo era nero come le profondità della caverna più impenetrabile. Quando Gesù esalò il suo ultimo respiro e credettero che la fine fosse ormai giunta, come se all’improvviso si fossero tutti risvegliati da un sogno, i loro occhi si aprirono alla realtà.

Prima ancora di avvertire la minaccia del cielo, il firmamento si squarciò in lacrime. Si udì uno scricchiolio più forte di quello delle mura di Gerico al momento del crollo. Fu allora che tutti alzarono per la prima volta lo sguardo e percepirono nell’aria quell’umidità elettrica.

Stavano già per iniziare la ritirata quando all’improvviso una frusta a forma di fulmine squarciò l’oscurità. Sembrò cadere lontano. Che sciocchi! Era il cavaliere che un tempo aveva aperto a Giuda Maccabeo le file del nemico e che ora cavalcava impetuosamente sulle nuvole delle profezie. I suoi occhi splendenti illuminarono la notte e dalla sua gola onnipotente il tuono rotolò lungo l’orizzonte; come un pazzo, posseduto da un dolore che gli accecava le viscere, quel cavaliere divino alzò il braccio e scagliò sulla folla la sua frusta di fulmini e tuoni.

L’inferno dell’ira del Padre Eterno si abbatté come una tromba su bambini e donne, anziani e giovani, senza distinguere tra colpevoli e innocenti. Impazzita, come un e che si sveglia di soprassalto da un incubo per poi scoprire, aprendo gli occhi, che il vero incubo era appena iniziato, la folla cominciò a correre giù per il Golgota. La tempesta che incombeva sulle loro teste minacciava grandine, fulmini e tuoni, ma non pioggia. Era un temporale elettrico che l’Onnipotente, trafitto dalla lancia conficcata nel petto di Suo Figlio, con il cuore spezzato aveva preso nelle Sue mani e, impazzito dal dolore, scagliava contro i figli della terra senza guardare chi fossero. La frenesia, lo spavento si impadronirono di tutti. Il terrore imperversò senza risparmiare né anziani né bambini, né uomini né donne. Impazzita per ciò che aveva fatto sotto l’effetto dell’alcol, la folla cominciò a muoversi verso le mura di Gerusalemme. Pazzi!, come se il dolore di Dio potesse essere frenato dalla pietra.

E così la folla cominciò a correre giù per il Golgota in cerca di salvezza tra le mura. Allora la frusta elettrica dell’Onnipotente cominciò a abbattersi su donne e bambini, giovani e anziani, senza distinguere i colpevoli dagli innocenti. Il suo dolore, il dolore dell’Onnipotente, raggiungeva tutti e lacerava le loro carni senza alcuna pietà. In men che non si dica, la salita del Golgota cominciò a riempirsi di cadaveri carbonizzati. Coloro che stavano già risalendo la salita della Porta dei Leoni credevano di essere sfuggiti all’orrore quando le tombe del Cimitero degli Ebrei cominciarono ad aprirsi. Dalle loro tombe uscirono i profeti e dalle loro bocche spettrali l’Ira dell’Onnipotente faceva giungere ai vivi la loro sentenza di morte.

Orrore, desolazione, terrore. Coloro che credevano di trovare rifugio nelle proprie case si trovarono davanti porte chiuse. Una notte di Cena, millecinquecento anni prima, l’angelo della morte aveva pervaso le case degli egiziani alla ricerca dei primogeniti. Quello stesso angelo ora percorreva le strade di Gerusalemme uccidendo senza distinzione tra grandi e piccoli. Lo stesso dolore infinito che aveva lacerato il cuore del suo Signore aveva raggiunto il suo e, nel suo dolore indicibile, conficcava la spada cherubica contro chiunque incontrasse sul suo cammino.

Terrorizzati, intrappolati in un incubo infernale, il terrore trascinò i fuggitivi al Tempio. Lì si ammucchiarono tra le sue mura in cerca di misericordia. Folle, con la follia di chi uccide il figlio e si rifugia dal padre della creatura nella propria casa, lì trovarono la loro tomba quando la frusta del Dolore fece cadere le sue lacrime sulla cupola, una cupola che crollò sulla folla terrorizzata.

Orrore, sgomento, desolazione. Il dolore del Padre di Cristo in pieno sfogo violento. Il sangue di un Dio trasformato in blocchi di pietra che cadevano su una folla terrorizzata, schiacciando teste, riducendo in macerie uomini e donne. «Gridate di nuovo: “Crocifiggilo!”», scrivevano con i loro scricchiolii le pietre della cupola del Tempio mentre cadevano dal soffitto al suolo.

Mentre queste cose accadevano ai piedi della Croce, rimasero solo un uomo e tre donne. Come se uno scudo di energia lo proteggesse, il ragazzo, in piedi, contemplava lo spettacolo. Ai piedi del Monte della Passione i cadaveri carbonizzati, i moribondi schiacciati sotto il peso di coloro che erano fuggiti giù per il pendio. Contro le mura, senza alcuna via di fuga dai morti usciti dalle loro tombe, le vittime paralizzate dall’orrore si accalcavano in preda alla follia. Quando, poco dopo, la cupola del Tempio crollò e cessarono i tuoni, i fulmini e il fragore di carne e sangue, Giovanni raccolse la spada del romano che aveva confessato. Il ragazzo voltò lo sguardo verso le tre Donne, parlò loro con gli occhi e cominciò a farsi strada tra la folla. La moltitudine di feriti e moribondi, inorridita, si faceva da parte come se si trattasse di un angelo di Dio nel pieno compimento dell’opera iniziata dal suo Signore. Tale era il fuoco che sprigionava dai suoi occhi il più giovane dei figli del Tuono.

Giunti nelle strade, incapaci di resistere allo sguardo di quel cherubino umano, gli allucinati si fecero da parte per lasciarlo passare. Juan condusse le tre donne a casa e chiuse la porta dietro di sé. Lì c’erano i Dieci e le altre donne. Come morta, la Madre si lasciò cadere sul letto e chiuse gli occhi su un mondo al quale non sembrava più voler tornare.

I sopravvissuti si giurarono di cancellare dalla propria memoria e da quella dei propri figli il ricordo della Notte in cui Dio ruppe la sua Alleanza con i figli di Abramo. I loro storici seppellirono il ricordo di quella Notte nella tomba dei silenzi millenari. Molte volte nella Storia dell’Umanità un popolo si è giurato di cancellare dalla propria memoria un certo evento, speciale, fondamentale per lo sviluppo del proprio futuro. Raramente un popolo è riuscito a seppellire in modo così definitivo un capitolo così traumatizzante.

Anche gli Undici credettero che tale fosse il destino di quei tre anni di gloria indimenticabile. Infatti, l’unica cosa che li tenne rinchiusi in quella Casa quel venerdì e il sabato seguente fu la curiosità di conoscere la sorte di quella Madre che giaceva come morta sul letto.

La Madre si sarebbe risvegliata dal suo sonno? Non si vedevano forse sul suo volto, martoriato dalla sofferenza, i frammenti in cui il suo cuore si era spezzato?

Signore, come avrebbero potuto guardarla in faccia quando si fosse svegliata? Quali parole di conforto le avrebbero detto per giustificare la vergognosa fuga che avevano intrapreso?

Cosa potevano fare? Abbandonarla al suo destino? Continuare a fuggire finché la distanza tra loro e i loro ricordi non fosse diventata un abisso?

Non aveva forse detto Lui che tutto ciò che stavano vivendo sarebbe passato, e che sarebbe risorto il terzo giorno?

Le ore sembrarono interminabili a tutti coloro che vegliavano sul sonno della Madre. Nonostante il pericolo che correvano, nessuno se ne sarebbe andato senza accompagnarla a Nazareth.

Quanto tempo ci avrebbe messo quella Madre a svegliarsi? Ma certo, perché mai avrebbe voluto svegliarsi?

Il sabato a mezzogiorno la Madre cominciò a riprendere conoscenza. Gli Undici pensarono che non avrebbero potuto sopportare il suo sguardo. Ah, quanto erano sciocchi!

Avevano fissato quel volto anziano per più ore di quante potessero calcolare. Conoscevano ormai a memoria ogni micrometro delle sue guance lacerate.

All’improvviso, quel sabato, quel volto cominciò a riprendere colore. Tutti rimasero lì a osservare ogni suo movimento. In quel momento la Madre aprì gli occhi pieni di vita.

Al suo fianco, sua sorella Giovanna le accarezzava la fronte come si accarezza la testa della persona più amata al mondo. Inaspettatamente, la Madre chiese un po’ d’ ’acqua. L’altra Maria, quella di Cleofa, si alzò. Lentamente la Madre si sollevò sul letto e guardò tutti. Gli Undici erano seduti per terra, appoggiati alle pareti della stanza. L’espressione sul suo volto li aveva lasciati meravigliati quando la Madre aprì le labbra. «Che vi succede, figli miei?», disse loro sorridendo. «Chi state vegliando? Mi guardate come se vedeste un fantasma».

Gli Undici non riuscivano a riprendersi dallo stupore. Maria, la moglie di Cleofa, tornò con il bicchiere d’acqua e si sedette al suo fianco, appoggiando la testa sulla sua spalla.

«Basta, Maria, non fare la bambina, non piangere più, o vuoi che mio Figlio ti trovi così quando verrà?».

Gli Undici si scambiarono uno sguardo, convinti che il dolore le avesse fatto perdere la ragione. La Madre lesse nei loro pensieri e cominciò a parlare loro, dicendo:

«Figlioli, sono io la responsabile di tutto. Avrei dovuto rivelarvi già da tempo chi è Colui che chiamate Maestro e Signore. Doveva accadere tutto questo affinché Lui mi liberasse dal mio silenzio. Chi credete di aver seguito da una parte all’altra?

«Sono vecchia, figli miei, e sono stanca. Ascoltatemi bene e sollevate il vostro spirito; quando Lui verrà, domani, avrete la prova di tutto ciò che vi racconterò oggi. Cosa penserebbe mio Figlio se, venendo domani, vi trovasse in questo stato? Come potrei guardarlo in faccia? Abbiate pazienza con me se in qualche punto non fossi chiara. Quando Egli vi manderà lo Spirito della Promessa, ricorderete le mie parole e io stessa mi lascerò incantare dalla saggezza che Egli riverserà nelle vostre anime. Ciò che sto per raccontarvi l’ho udito da Lui. Non possiedo né la Sua grazia né la Sua saggezza. Ve lo dico fin da ora: sarà Lui stesso a riempirvi della Sua conoscenza e allora non avrete più bisogno che io vi racconti nulla. Mi ha parlato del Suo Mondo, del Suo Padre; io Gli facevo domande e Lui mi rispondeva senza nascondermi nulla. Almeno nulla che non avessi bisogno di sapere. Ero la Sua confidente, il cuore aperto e innocente in cui Egli riversava i Suoi ricordi divini. Mi parlava del Suo Mondo con lo sguardo rivolto all’infinito; io custodivo tutto nel mio cuore; ogni Sua parola la imprimevo nella mia carne. Fino ad oggi non ho saputo perché mi avesse sigillato le labbra. Oggi mi ha liberata dal mio Silenzio e ripongo nei vostri cuori ciò che Lui ha posto nel mio e che ho portato con me per tanti anni.”

Aprendo loro il proprio Cuore, la Madre rivelò ai Discepoli: l’Annunciazione, l’Incarnazione del Figlio di Dio e la Storia Divina che Ella udì dalle labbra del suo Bambino, in quei giorni in cui, essendo «il suo Bambino», il Figlio di Dio veniva a rifugiarsi tra le braccia della «sua Madre».

 

 

 

QUARTO LIBRO LA CREAZIONE DELL’UNIVERSO SECONDO LA GENESI