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LA HISTORIA DIVINA DE JESUCRISTO.LUZ VERDAD Y VIDAIL LIBRO NELLA SUA LINGUA MADRE, LO SPAGNOLO |
STORIA DIVINA DI GESÙ CRISTO
Questa
è la Volontà Attuale di Dio:
LIBRO TERZO.
SECONDA PARTESTORIA DEI PRECURSORI DEL MESSIA
"IO
SONO L’ALFA E L’OMEGA"
«Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce
le parole della profezia di questo Libro. E io, Giovanni, udii e vidi cose.
Quando le udii e le vidi, caddi in ginocchio per prostrarmi ai piedi
dell’angelo che me le mostrava.
Ma egli mi disse: «Non
farlo, perché sono tuo compagno di servizio, insieme ai tuoi fratelli, i
profeti, e a coloro che osservano le parole di questo Libro; adora Dio». E mi
disse: «Non sigillare le parole della profezia contenute in questo Libro,
perché il tempo è vicino». Chi è ingiusto continui nelle sue ingiustizie, chi è
stolto prosegua nelle sue stoltezze, chi è giusto pratichi ancora la giustizia
e chi è santo si santifichi ancora di più. Ecco, io vengo presto, e
con me la mia ricompensa, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. IO SONO
L’ALFA E L’OMEGA, IL PRIMO E L’ULTIMO, IL PRINCIPIO E LA FINE. Beati coloro che
lavano le loro vesti per avere accesso all’albero della vita e per entrare
dalle porte che conducono alla Città. Fuori
i cani, gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gli idolatri e tutti coloro
che amano e praticano la menzogna.
Io, Gesù, ho mandato un angelo per testimoniarvi
queste cose sulle chiese. Io sono la radice e la discendenza di Davide, la
stella splendente del mattino. E lo Spirito e la Sposa dicano: «Vieni». E chi
ascolta dica: «Vieni». E chi ha sete, venga, e chi vuole prenda gratuitamente
l’acqua della vita... Amen»
1
La saga dei Restauratori
In quei giorni (I secolo a.C.) Dio suscitò al suo
popolo un uomo di suo gradimento. Discendente di Aronne, sacerdote, quell’uomo
di nome Abia era l’unico cittadino in tutta Gerusalemme in grado di presentarsi
davanti al re, sbarrargli la strada, togliergli la parola e dirgli in faccia
tutte le verità che meritavano le sue azioni e il suo modo di governare.
L’Asmoneo – Alessandro Ianneo era il suo vero nome
– guardava quel tale Abia con lo sguardo perso nell’orizzonte, il pensiero
fisso su una delle pagine del libro da cui sembrava essere sfuggito quell’uomo
di Dio, forse dalle « » del libro di Neemia. Una di quelle pagine di re e
profeti che tanto piacevano ai figli d’Israele e che i loro padri narravano
loro con accenti epici in gola, la voce nell’eco di tamburi lontani che
suonavano per le gesta belliche, quando gli eroi di tempi molto antichi,
Sansone e Dalila, i trenta valorosi del re Davide e la sua arpa dalle corde di
pelo di capra, Elia il veggente che volava in sella ai quattro cavalli
dell’Apocalisse, uno di fuoco, un altro di ghiaccio, un altro di terra e
l’ultimo d’acqua, i quattro che cavalcavano insieme nel vento dei secoli
all’inseguimento del Messia che sarebbe stato battezzato nelle stesse acque del
Giordano che si aprirono in due per lasciar passare un profeta calvo.
L’olocausto delle nazioni perdute sotto le ceneri dell’apocalisse scritte sul
muro, le guerre della fine del mondo dei poeti morti, le storie infinite dei
sogni delle Rome eterne, visioni dei druidi su una Babilonia impegnata a
costruire una scala verso il cielo, Ercoli partoriti da una lupa dal carattere
irascibile, rovine di città filistee senza nome né patria alla ricerca del
paradiso perduto, l’utopia delle meretrici egizie che allattano ebrei più
anziani di Matusalemme, l’eroe di Ur la Oscura che proclama la propria divinità
sull’altare dei barbari del Nord, il sud a est dell’Eden, l’ovest a destra del
fiume della vita, quando la morte aveva un prezzo, all’inizio dei tempi,
all’alba dei secoli. C’era una volta un coppiere che conquistò un impero. C’era
una volta un diluvio universale, un’arca sulle acque che ricoprivano il mondo.
La passione di essere, il fatto di essere, l’attualità dell’ieri sempre
presente, onnipresente, onnisciente, altre guerre della fine del mondo, altri
eroi di ferro, nuovi padroni dell’universo, il futuro è domani, la verità la
possiede il prescelto, il prescelto è il vincitore, a me quelli di Yahweh!, ho
l’angolo del tuo mantello infilzato sulla punta della mia spada, re, signore.
Ci vuole qualcosa di più di una corona per essere re, qualcosa di più di tre
braccia per essere il più forte; il passato era ieri, oggi è domani; gli angeli
non bevono né mangiano mai, ma a volte si accoppiano con le donne umane e
generano una prole malvagia, il seme del diavolo, quando gli eroi erano semidei
e i semidei mostri a due teste che imponevano la loro legge del terrore. E
continua a riportare alla memoria nomi e tempi.
Ah, quei miti e quelle leggende del popolo che
emerse dal mare, si sparse per la Palestina biblica e rivoluzionò la storia del
mondo con il suo terremoto di tribù in missione sacra!
Quale bambino a
Gerusalemme non conosceva quelle storielle dei tempi di María Castaña!
«Arriva Golia»,
dicevano i nonni ai bambini quando facevano i cattivi e volevano spaventarli.
L’Asmoneo si prendeva
gioco di quelle storie per bambini e rideva in faccia ai nonni dei fantasmi del
passato. Lui era reale, il suo profeta Abia era reale. A cosa era servito a
qualcuno il sogno del regno messianico? Dove li aveva condotti, più e più volte,
il desiderio di realizzarlo?
«E vogliono ancora
provarci un’altra volta! Da pazzi», pensò tra sé l’Asmoneo.
Gli uomini del re di
Gerusalemme, tutti cani da guerra, tutti soldati di ventura della Palestina
oscura e profonda al servizio dell’Abominazione Desolatrice, guardavano tutti
l’ultimo profeta ebreo con gli occhi attraversati dalla rabbia. Sebbene
l’Asmoneo trovasse divertente il suo personale profeta di sventure, la verità è
che anche a lui cambiava espressione ogni volta che Abia gli lanciava a
bruciapelo i suoi oracoli. Tuttavia, nel suo ruolo di re nei confronti di un
profeta, l’Asmoneo frenava la rabbia dei suoi uomini e si lasciava riempire le
orecchie da quelle frasi così apocalittiche sul suo destino.
«Ascolta l’oracolo di
Yahvé sulla tua stirpe, figlio di Mattatia», gli annuncia Abia con quella voce
così caratteristica.
«Il Dio che tu profani
sul trono e nel suo Tempio sradicherà la tua discendenza dalla faccia della
terra su cui regni. Yahvé ha parlato e non si pentirà; non annullerà la sua
sentenza: i tuoi figli saranno divorati da una bestia straniera».
Che maledizione fosse
per gli assassini a pagamento dell’Asmoneo il modo in cui il re di Gerusalemme
accoglieva simili annunci di morte, desolazione, rovina, devastazione,
distruzione, inferno. Ma come poteva permettersi lui, Alessandro Ianneo, un
discendente legittimo dei Maccabei, di razza pura, che un sacerdote gli
parlasse in quel modo?, si chiedevano l’un l’altro quei cani da guerra.
Alessandro li guardò
con espressione stupita. Valeva la pena perdere tempo a cercare di spiegare
loro perché si lasciasse riempire le orecchie con quelle frasi raccapriccianti,
così bibliche, così tipicamente testamentarie, così nettamente sacre? Per un attimo ci pensò su,
ma subito dopo si disse di no. Non l’avrebbero mai capito. Anche se fosse
rimasto lì per giorni interi a spiegare loro di cosa si trattasse, i cervelli
dei suoi mercenari non sarebbero mai stati in grado di elevarsi oltre la distanza
che le loro spade mantenevano dal suolo.
Il mondo è forse fatto per perdere tempo
aspettando che gli asini volino sulla scia del carro del sole, che i pesci trotterellino
sulle catene montuose innevate alla ricerca dell’ultimo yeti, o che gli uccelli
nuotino nelle acque alle spalle della nave di un Colombo non ancora nato? Come avrebbe potuto l’Asmoneo far capire ai suoi cani da caccia che
quell’Abia era il suo profeta!
Quell’Abia era il
profeta che conferiva tutto il significato divino alla sua corona. Senza il suo
profeta particolare, personale, tutto suo, la sua corona non avrebbe mai avuto
un significato trascendente, la sua dignità di re non sarebbe mai stata sublimata
agli occhi del futuro. Abia sarebbe stato il carro di gloria su cui il suo nome
avrebbe attraversato i secoli e avrebbe portato la sua memoria anche oltre i
millenni. Il suo nome avrebbe potuto essere dimenticato, ma quello di Abia
sarebbe vissuto per sempre nella memoria del popolo.
«Lo capite ora? Vi
entra in testa? Il mio nome e il suo saranno associati nell’eternità. Ma se lo
uccido, ucciderò la mia memoria. Questa prospettiva vi dice qualcosa sulla
natura del mio rapporto con il creatore dei vostri incubi più terribili?», fu
il meglio che l’Asmoneo poté fare per cercare di infondere un po’ di
intelligenza nei crani di pietra dei suoi cani da guerra.
Tutto per niente.
Ma è la verità.
Alessandro doveva rallegrarsi perché anche a lui Dio aveva dato un proprio
profeta. Tutti i re di Giuda avevano il loro giullare, il loro harem e,
ovviamente, il loro profeta. Che fosse un bene o un male è un’altra questione; l’importante
era averlo.
Per il resto, dal punto di vista politico, quel
tale Abia era inoffensivo. Sì, signore, il suo profeta era inoffensivo come una
libellula dello stagno reale, innocuo come un ragno del giardino del suo harem
che dondolava tra la polvere delle tende, indifeso come un passero abbandonato
con un’ala spezzata alle intemperie di un inverno boreale. Una disattenzione,
un solo passo falso e in un batter d’occhio «l’ultimo profeta» sarebbe stato
ridotto alla scia che il soffio dell’aurora lasciava da qualche parte al di là
dell’orizzonte. O forse quei suoi cani mercenari credevano che lui, Alessandro
Ianneo, figlio dei figli dei Maccabei, avrebbe permesso a quel tale Abia di
oltrepassare il confine tra l’annunciare le disgrazie e il provocarle? Erano
fuori di testa?
Quella era la sua gente. L’Asmoneo non li amava né
provava per il suo popolo alcuna passione nazionalista, ma era la sua gente e
sapeva come funzionavano le loro menti. Se Abia non oltrepassava il limite non
era perché avesse paura della morte; era perché non era nella sua natura
provocare ciò che annunciava, si limitava a trasmettere l’Oracolo di Yahweh.
Dio dice, e lui parla. Avrebbe potuto tacere e non esporsi al rischio che una
spada gli recidesse il collo con un colpo secco, ma ciò sarebbe andato contro
la sua natura.
Inoltre, con la stessa passione con cui Abia gli
avrebbe offerto la sua testa su un vassoio d’argento, senza alcun timore che un
giorno l’Asmoneo si stancasse di quella farsa, con quella stessa passione il
suo profeta – non il profeta di quel re o di questo o di quel re, ma il suo
profeta, il suo personale – quell’Abías si scagliava senza peli sulla lingua
contro sadducei e farisei insieme, per gettare benzina sul fuoco dell’odio che
li consumava tutti e li trascinava alla guerra civile.
«Questo Abia è unico», si diceva. E l’Asmoneo proseguiva per la sua strada morendo dalle risate.
2
Il
massacro dei seimila
Cose curiose ce ne
sono di tutti i tipi: il Popolo pensava la stessa cosa del proprio re riguardo
alla missione sacra dell’ultimo profeta vivente che gli era rimasto.
Il Popolo accorreva
incontro al sacerdote Abia, riempiva il Tempio durante il suo turno. Proprio
come se si trattasse di uno sciame di bambini abbandonati a se stessi nel cuore
più violento di una giungla di passioni alimentate da un odio che non si sazia
mai, e all’improvviso vedessero sorgere tra loro un vero uomo, il popolo di
Gerusalemme accorreva incontro ad Abia in cerca di intesa, comprensione e
speranza.
«Non piangete, figli di Gerusalemme, per le anime
che vengono strappate dalle loro case con la violenza. Riposano nel seno di
Abramo in attesa del Giorno del Giudizio. Piangete piuttosto per quelle che
rimangono, perché il loro destino è il fuoco eterno», diceva loro Abia.
L’uomo di Dio e il Popolo erano fatti l’uno per
l’altro. Era la verità. E lui, l’Asmoneo, era destinato a decapitare e poi ad
ascoltare la sentenza del suo profeta sulla propria testa:
«Ha parlato il Signore, oracolo di Yahvé, e non si
pentirà. L’aquila contempla dall’alto il serpente e l’avvoltoio vola in cerchio
in attesa della preda. I tuoi figli sono la carne. Chi è colui
che si affanna per la casa di un altro? A tempo debito si
vedrà che c’è Dio in questa terra quando il serpente fuggirà dall’aquila».
E anche questo era
vero. Una verità grande quanto l’isola di Creta, quanto il Grande Mare, quanto
il cielo infinito pieno di stelle, quanto la grande piramide del Nilo. E se non
ci credete, chiedetelo alla montagna che l’Asmoneo eresse con le teste che strappò
dai loro colli in quel giorno da dimenticare.
Non furono due né tre,
né cento né duecento. Furono «seimila» le teste che il nipote
dei Maccabei sacrificò alla sua brama di potere assoluto. Seimila anime in un
solo giorno. Che orrore, che follia, che umiliazione!
Accadde nella Santa
Gerusalemme, quella Gerusalemme verso le cui mura tutti gli ebrei del mondo
rivolgevano le loro preghiere. Non accadde nella città di un
re barbaro, né accadde in piena battaglia durante il massacro dei caduti. E non
furono le teste di un popolo straniero quelle che rotolarono giù per la Via
Dolorosa fino a fermarsi ai piedi del Golgota. Erano le teste dei suoi vicini,
le teste delle persone che lo salutavano ogni sera, le teste delle persone che
erano solite dargli il buongiorno. Che disastro, che vergogna, che tragedia!
Accadde durante la
celebrazione di una festa religiosa. Una delle tante che il calendario templare
dedicava alla memoria degli indimenticabili avvenimenti vissuti dai figli
d’Israele da Mosè fino ai giorni nostri. Accadde che l’Asmoneo ereditò dai suoi
genitori il sommo sacerdozio. In qualità di Pontefice andò a celebrare il rito
di apertura che spezzava la monotonia dell’anno. Quel particolare di credersi
alla stregua di Cesare, generale e pontefice massimo tutto in uno, infastidiva
i nazionalisti più di ogni altra cosa al mondo. Li
infastidiva e li divertiva. Quando mai si è visto un serpente sognare di essere
un’aquila?
Nel suo ruolo di Papa
degli ebrei, l’Asmoneo si recò lì per dichiarare aperti i festeggiamenti che di
solito spezzavano la monotonia dell’anno. Si sedette sul suo trono di sommo
sacerdote, completamente immerso nel ruolo di Sua Santità sulla Terra. Stava
per impartire la sua benedizione «urbe et orbis» quando, all’improvviso,
senza preavviso, spinto da un inspiegabile cambiamento d’umore, il Popolo
cominciò a lanciargli pomodori marci, vermi fetidi, patate impastate nel fango
infestato dai vermi, limoni risalenti all’epoca in cui i dinosauri abitavano la
Terra Santa. Uno scandalo! I suoi nemici assistettero allo spettacolo dalle
mura. Con gli sguardi si chiesero di tutto: cosa farà l’Asmoneo? Si ritirerà
all’interno e lascerà correre? Oppure uscirà infuriato con la collera di un
semidio strappato dal suo settimo sogno, il trionfalista?
Per la barba di Mosè,
se l’Asmoneo li avesse lasciati proseguire, di sicuro i gerosolimitani
avrebbero trasformato la festa in una gara e avrebbero puntato tutto per vedere
chi avrebbe lanciato per primo l’ultima pietra. L’Asmoneo estrasse la spada da
sotto l’ascella dei santi e diede l’ordine ai suoi cani da guerra: «Che non ne
rimanga nemmeno uno!», ruggì sanguinario.
Ciò che si vide allora
non si era mai visto prima in tutta la storia degli ebrei. Mai prima d’allora
si era vista uscire dal Tempio un’armata di demoni macabri, con le spade in
pugno, che sgozzavano senza badare né all’età né al sesso. Se nel Tempio di Gerusalemme
aveva il suo trono il Signore Dio, agli ordini di chi erano allora quei mostri
assassini che mietevano vite senza guardare chi fossero?
Non è piuttosto il
Diavolo ad avere il suo trono in questa Gerusalemme degli Asmonei?, si
sarebbero chiesti in seguito, inconsolabili, i familiari dei defunti mentre,
lungo la Via Dolorosa, accompagnavano i loro cari al cimitero ebraico. A quel
punto era ormai troppo tardi!
In quel giorno di
festa e di gioia, i segugi dell’Asmoneo si sparpagliarono per le strade e, man
mano che incontravano ebrei, li sgozzavano, li trafiggevano, li mutilavano, li
decapitavano, li facevano a pezzi, per divertimento, per sport, per passione, per
devozione al Diavolo.
Quest’ultimo, il
Diavolo, seduto sul suo trono, Satana, contemplava quell’orgia di sangue e
terrore e, in preda all’angoscia di chi sa che il giorno terrestre dura solo 24
ore, si lamentava di quanto velocemente passassero due dozzine di sessanta
minuti. Se avesse avuto a disposizione un’altra dozzina, di sicuro non avrebbe
lasciato in vita nemmeno un ebreo. La volontà del Diavolo era chiara: ucciderli
tutti; ma l’onnipotenza del suo servitore per eseguirla non arrivava a tanto.
Così signore e servitore dovettero accontentarsi della cifra di seimila teste.
Il che non era poi così male per un solo giorno. Dopotutto, nemmeno il demone più malvagio,
lavorando a ritmo serrato, avrebbe superato di molto quella cifra. Si dice
molto in fretta «seimila morti» in un solo giorno.
Flavio Giuseppe, lo storico ufficiale degli ebrei,
ai suoi tempi accusato di falsità dagli storici cristiani, puntò in alto
indicando seimila morti in un solo giorno. La domanda è: Flavio Giuseppe
ridusse il numero delle vittime al minimo possibile per attenuare agli occhi
dei romani la portata della tragedia? Oppure, al contrario, spinto dal suo odio
politico verso la dinastia asmonea, esagerò il numero?
Come tutti sanno, tra gli ebrei la popolarità
degli Asmonei era scesa molto in basso negli ultimi tempi; al punto da essere
considerata dalle generazioni successive un periodo maledetto, una macchia nera
nella storia del popolo eletto. Sicuramente Flavio Giuseppe era di quest’ultima
opinione ed era particolarmente critico nei confronti dei dinasti asmonei,
soprattutto del governo di Alessandro Ianneo, e ha gonfiato la gravità dei loro
crimini con l’obiettivo di trasmettere ai suoi connazionali il suo particolare
odio. Oppure potrebbe essere stato il contrario e ha sminuito il numero
pensando al disgusto viscerale che i suoi lettori romani avrebbero provato
leggendo la storia di quel massacro. Torniamo tuttavia ai fatti.
Dal punto di vista degli Asmonei, l’ideale sarebbe
stato che non fosse rimasto nessuno a raccontarlo. Poiché
i morti non parlano, la fama di quella giornata non sarebbe rimasta impressa
nella memoria e nessuno se ne sarebbe ricordato il giorno dopo.
Sfortunatamente per i
malvagi, il Diavolo esalta la propria gloria più di quanto la sua gloria
infernale meriti; di conseguenza, i suoi servitori finiscono sempre per essere
frustrati e intrappolati nelle ragnatele di un ragno che, pur non essendo
onnipotente, è comunque abbastanza forte da inghiottirli tutti nelle sue
manovre. Sarebbe naturale che un principe dell’Inferno si sedesse a contemplare
la propria opera dall’epicentro della gloria di chi si trova al di là del bene
e del male; fortunatamente le corna del Diavolo si contorcono verso il basso e,
contro natura, finiscono per conficcarsi nella schiena del demone stesso.
Ignari del proprio destino, prima o poi i suoi adoratori combinano qualche
pasticcio, e ovviamente, così facendo, fanno schifo.
In definitiva, anche
se la volontà del Diavolo fosse stata lo sterminio totale degli ebrei,
accidenti! Io dico che qualcuno doveva pur rimanere. E dato che sembra che il
giorno dopo tutta Gerusalemme si fosse stancata di piangere, non mento quando
dico che qualcuno è rimasto.
Poi, ripensandoci con
più lucidità e tempo a disposizione, l’Asmoneo non riuscì a trovare l’uscita
dal labirinto in cui la sua ira lo aveva fatto finire. Tutto accadde così in
fretta. Se almeno avesse sentito l’odore dello stufato che si stava cucinando
alle sue spalle! In ogni caso non mostrò alcun segno di pentimento. Al
contrario. «Ma guarda un po’, è incredibile quanto tempo ci metta un cucciolo
della specie umana a crescere e quanto poco ne serva per dissanguarsi!», si
disse.
L’Asmoneo non si
stancava mai di stupirsi. In seguito, durante la sepoltura di massa degli
sfortunati gerosolimitani rimasti intrappolati nelle maglie della sua folle
pazzia, l’Asmoneo non smise un attimo di scuotere la testa. Nessuno sapeva se lo facesse per pietà o perché gli mancasse qualche
cadavere.
Credo che l’Asmoneo compisse i suoi massacri con
la mente di uno scienziato immerso nella sperimentazione di una nuova formula.
«Se ne uccido duecento, cosa succederà? E se ne tolgo uno e ne aggiungo una
trentina?» Un mostro! Il suo amore per la ricerca non conosceva limiti. Un
momento friggeva un mucchio di bambini «made in Fariseolandia», un altro
divorava un piatto di vergini al sugo. Ma senza lasciarsi trasportare dalla
passione, tutto in modo molto corretto, molto scrupolosamente, con la fredda e
tagliente obiettività di un Aristotele che impartisce Metafisica all’aria
aperta.
Chi ha detto che gli uomini non possano diventare
demoni, se sappiamo che alcuni sono arrivati a essere come gli angeli!
Lo chiamarono l’Asmoneo – il suo soprannome per i
posteri – in memoria di un suo omonimo dell’inferno, un diavolo della corte del
principe delle tenebre. Proprio come il suo omonimo
malvagio, Alessandro Ianneo provava per il trono un amore omicida che gli
divorava le viscere e gli trasformava il sangue in fuoco.
L’Asmoneo aveva fuoco al posto del sangue nelle
vene. Il fuoco gli usciva dagli occhi, tanto erano malvagi i
suoi pensieri. Chi osava sostenere lo sguardo dell’Asmoneo vedeva il Diavolo
dietro le sue pupille, che dominava il suo cervello e da lì tramava ogni sorta
di malvagità contro Gerusalemme, contro gli ebrei, contro i gentili, contro il
mondo intero. E la cosa più tragica era che l’Asmoneo non credeva affatto a se
stesso.
«Se Dio non esiste,
come può esistere il Diavolo?», confessava ai suoi uomini il sommo pontefice
degli ebrei. Un Papa ateo! Che Cesare fosse sommo pontefice e fosse pagano,
ateo e tutto il resto, si può anche ammettere. Ma che il Pontefice degli ebrei
fosse più ateo di Cesare, come si fa a crederci?
La verità è che in
quell’occasione l’Asmoneo stava quasi per farsi massacrare. Alla fine ci
ripensò e si disse: «Ma che sciocco che sono, ancora un po’ e mi sarei davvero
creduto il Santo Padre».
La verità, se bisogna
raccontare tutta la verità, è che l’umore popolare passò con tale rapidità
dalla gioia più sana alla follia più assoluta che non si poté fare nulla.
Quindi, come biasimare l’Asmoneo per aver lottato per la propria vita e per
essersi difeso portando all’estremo il sacro diritto all’autodifesa?
E come assolverlo
dall’aver provocato con i suoi crimini una situazione così terribile?
Non è facile trovare
il colpevole, il capro espiatorio a cui attribuire quel mostruoso massacro. Quello che l’Asmoneo non
avrebbe fatto era assumersi la colpa. Di stupido non ne aveva un briciolo.
«Che tremino le pietre del Muro del Pianto, che
tremino», si disse. «Che il sangue scorra furioso giù per Gerusalemme fino al
Giardino degli Ulivi, che scorra. Che il vento, commosso, porti sulle guance
lacerate un’elegia per Gerusalemme che strazierà l’anima di Alessandria del
Nilo, di Sardi, di Menfi, di Seleucia sul Tigri e persino della stessa Roma,
che la porti. Ciò che mi preoccupa è quando la vita mi concederà la grazia di
far fuori quei codardi che sono fuggiti come topi. Se li amavano così tanto, visto
che li piangono così tanto, perché li hanno abbandonati al massacro?». In
questo modo l’Asmoneo giustificava il suo crimine.
I sicari dell’Asmoneo
ridevano della sua battuta. Gli ebrei, al contrario, non sapevano come
trattenere il grido di vendetta. Se già prima non potevano sopportare
l’Asmoneo, che strappava loro le figlie senza dare in cambio denaro, e le
portava via per venderle a suo piacimento e a sua volontà invocando tradizioni
salomoniche, tutte sacre; se già non potevano sopportarlo quando uccideva i
loro figli per il solo fatto di tentare di aprire le labbra per protestare
contro i suoi crimini inascoltati; dopo il Massacro dei Seimila in un solo
giorno l’odio si alleò con la follia e la dichiarazione di guerra senza
quartiere contro l’Asmoneo risuonò da un capo all’altro del mondo.
«L’Asmoneo deve
morire», gridò Alessandria del Nilo.
«Morte all’Asmoneo»,
ripeté Seleucia sul Tigri.
«L’Asmoneo morirà»,
giurò Antiochia di Siria.
«Amen», rispose la
Santa Gerusalemme.
3
I
Magi d’Oriente
L’odio verso l’Asmoneo
si diffuse di sinagoga in sinagoga. Una sinagoga passò il messaggio all’altra
e, in meno tempo di quanto l’Asmoneo avrebbe voluto, l’intero mondo ebraico
venne a conoscenza delle sue gesta.
«Le ali di Mercurio
sono davvero veloci, Vostra Altezza», vennero a dissipare le sue preoccupazioni
i suoi segugi di guerra.
«Una magra consolazione, lacrime di coccodrillo», recita
il proverbio.
Il fatto è che l’odio dei gerosolimitani contro
l’Asmoneo volò con ali leggere da un angolo all’altro del mondo ebraico.
Com’era inevitabile, la notizia giunse anche alla sinagoga madre, la Grande
Sinagoga d’Oriente, la sinagoga più antica dell’universo.
Sebbene fondata dal profeta Daniele nella
Babilonia di sempre, la Babilonia delle leggende, la Babilonia classica degli
antichi, con il mutare dei tempi e le trasformazioni del mondo la Grande
Sinagoga d’Oriente cambiò sede. Ai giorni nostri i Magi di Nabucodonosor si
erano trasferiti nella capitale di un imperatore che non conosceva la gloria
dei Caldei né si interessava ai fantasmi di Akkad, Ur, Lagash, Umma e delle
altre città eterne dell’Età degli Eroi e degli dei, quando creature di altri
mondi trovarono belle le donne umane e, contro il divieto divino, mescolarono
il proprio sangue con il loro, commettendo contro le leggi della Creazione un
peccato indimenticabile, un crimine punito con l’esilio dall’intero cosmo.
Alessandro Magno, come tutti sapete, rase al suolo
quella Babilonia delle leggende. Il suo successore al trono d’Asia, Seleuco I
«l’Invincibile», deve aver pensato che non valesse la pena ricostruirne le mura
e al suo posto fece costruire una città completamente nuova. Seguendo la moda
dell’epoca, la chiamò Seleucia; e dal Tigri, poiché sorgeva sulle rive del
fiume omonimo.
Costretti dal nuovo re dei re, gli abitanti della
Vecchia Babilonia cambiarono domicilio e vennero a popolare la Nuova. Di buon
grado o per forza di decreto: questo è il dilemma. Ma conoscendo la struttura
di quel mondo, ci si può permettere il lusso di credere che il cambio di
domicilio avvenne senza altre proteste se non quelle di coloro a cui era stato
negato il permesso di soggiorno. Nel costruire Seleucia sul Tigri, il suo
fondatore allontanò dalla sua città gli elementi persiani non epurati da Alessandro
Magno. Una misura che, come potrete comprendere, andò a vantaggio delle
famiglie ebree che, all’ombra dell’aristocrazia persiana, dirigevano il
commercio tra l’Estremo Oriente e l’Impero. Protetti dagli Achemenidi ed
esperti conoscitori di tutte le funzioni di governo, gli ebrei raggiunsero
nell’impero persiano una posizione sociale di rilievo, al punto da suscitare
l’invidia di una parte dell’aristocrazia. La Bibbia ci racconta come il
complotto di questa fazione contro gli ebrei abbia dato origine alla prima
«soluzione finale», miracolosamente sventata dall’ascesa al trono della regina
Ester. Superata questa crisi, la natura seguì il suo corso. I discendenti della
generazione della regina Ester si dedicarono al commercio e col tempo divennero
i veri intermediari tra l’Oriente e l’Occidente.
Quando Alessandro distrusse la Babilonia persiana,
le famiglie ebree si liberarono dalla sottomissione al signore achemenide. Ad
Alessandro succedette nel governo dell’Asia il suo generale Seleuco I
l’Invincibile. Con il cambio di sovrano, la situazione degli ebrei migliorò. L’unica cosa che Seleuco esigeva dagli abitanti di Seleucia sul Tigri era
che si dedicassero agli affari e non si immischiassero nella politica.
Una volta eliminata la
concorrenza persiana, rimaste sole a capo del commercio tra Oriente e
Occidente, all’inizio del secolo in cui ci troviamo, il I secolo a.C., le
famiglie ebraiche sopravvissute ai cambiamenti dei secoli precedenti riuscirono
ad arricchirsi enormemente. (Non dimentichiamo che le miniere del re Salomone traevano
origine dal controllo del commercio tra Oriente e Occidente. Fu verso questa zona che i Liberati di Ciro indirizzarono il proprio
talento. Tanto più che la ricostruzione di Gerusalemme e l’acquisto pacifico
della terra perduta sarebbero costati loro montagne d’argento. Come tutti
sappiamo, la decima dovuta da ogni ebreo al Tempio era un dovere sacro. Con la scomparsa del
Tempio, quella decima aveva perso ogni senso. Ma una volta ricostruito e
tornato in funzione, la necessità di far pervenire a Gerusalemme quella decima
universale richiese la nascita di una succursale di riscossione: la sinagoga.
La Grande Sinagoga d’Oriente, guidata dai Magi di
Babilonia, fu creata per fungere da centro nevralgico da cui la decima di tutte
le sinagoghe dipendenti dall’Impero persiano sarebbe stata convogliata verso
Gerusalemme. Quanto meglio andavano le cose a tutte le sinagoghe, tanto più
abbondante sarebbe stato il fiume d’oro che, sia in metallo che in spezie –
oro, incenso e mirra – sarebbe sfociato nel Tempio.
La pace universale era nell’interesse degli ebrei
nella misura in cui garantiva le comunicazioni tra tutte le parti dell’impero.
Gli anni della conquista greca e i successivi decenni di guerra civile tra i
generali di Alessandro costituirono un ostacolo che frenò quell’afflusso di oro
e spezie che ogni anno i Magi erano soliti portare a Gerusalemme. Tuttavia, per
quanto tragica per il Tempio fosse stata l’interruzione di quell’afflusso
dorato, Gerusalemme ne fu ricompensata quando, con la trasformazione di
Alessandria del Nilo in città imperiale, dalla sua sinagoga nacque un nuovo
afflusso di capitale sacro. In altre parole, qualunque
cosa accadesse, il Tempio ne usciva sempre vincitore; e qualunque fossero i
cambiamenti politici, i Magi d’Oriente giungevano sempre alla Città Santa con
il loro carico di oro, incenso e mirra.
A suo tempo, nella
comunità ebraica di Seleucia sul Tigri, la notizia della guerra d’indipendenza
dei Maccabei suscitò un clamore profetico spontaneo. Da lontano, la Grande
Sinagoga d’Oriente attendeva da secoli quel segnale. Finalmente era giunto il
Giorno annunciato dall’angelo al profeta Daniele. Tre secoli erano trascorsi
nell’attesa di questo momento, tre secoli si erano dissolti al di là
dell’orizzonte del tempo, tre lunghi, infiniti secoli, nell’attesa di quest’Ora
di Liberazione Nazionale. La profezia di Daniele aveva incombuto sull’orizzonte
della Sinagoga dei Magi d’Oriente come una spada impaziente di entrare in
battaglia.
«La visione delle sere
e delle mattine è vera», diceva, «conservala nel tuo cuore perché è per un
tempo molto lungo».
«L’ariete dalle due
corna che hai visto è il re di Grecia, e la grande corna tra i suoi occhi è il
suo re: quando si spezzerà, al suo posto ne spunteranno quattro corna. Le quattro corna saranno quattro regni, ma non avranno la stessa forza di
quello».
La profezia non si
adempì forse quando Alessandro Magno sconfisse il re di Persia e della Media e
si compì pienamente quando, alla sua morte, i suoi generali si divisero
l’impero, dando origine, dalla guerra dei Diadochi, alla formazione di quattro
regni?
Una volta adempiuta la
profezia della conquista dell’impero persiano da parte dell’elleno,
l’entusiasmo suscitato tra i giovani della Nuova Babilonia dalla Rivolta dei
Maccabei fu tanto intenso nella passione quanto grande era, nei capi della loro
sinagoga, il desiderio di tornare giovani per impugnare la spada e seguire
verso la vittoria il campione che Dio aveva suscitato per loro.
Anche ad Alessandria
del Nilo, a Sardi, a Mileto, ad Atene e a Reggio Calabria, ovunque una sinagoga
avesse messo radici e prosperato, lì i giovani si arruolavano e i loro anziani
li equipaggiavano per la gloria.
Lunga vita a Israele! Con questo grido i valorosi
rispondevano al grido di guerra del Maccabeo: «A me quelli di Yahweh».
La vittoria finale dei
Maccabei, per quanto fosse stata profeticamente annunciata fin dall’inizio, non
smise di essere celebrata dagli ebrei come se nessuno gliel’avesse mai
anticipata. I fratelli Maccabei caddero, come tutti sanno, ma le loro gesta
furono scritte nel Libro dei libri affinché i loro nomi rimanessero per sempre
nella memoria dei secoli.
4
Il
partito dei sadducei contro il sindacato dei farisei
L’esaltazione per l’Indipendenza conquistata
risollevò il morale del popolo. Il grido di vittoria che la Guerra dei Maccabei
suscitò nel mondo ebraico accese la speranza nel popolo.
Quello che accadde in seguito nessuno se lo
aspettava. La soddisfazione di vivere la Libertà addolciva ancora le loro
anime. Si può dire che godessero dell’ebbrezza del dolce vino della libertà
quando, proprio dietro l’angolo e mentre si avviavano verso il rettilineo, il
vecchio fantasma del fratricidio di Caino si risvegliò dal suo letargo.
È arrivato
all’improvviso? O forse no? Come affermarlo? Come negarlo? Lo hanno visto arrivare, non lo
hanno visto arrivare? A cosa stavano pensando quando si sono voltati indietro?
Non imparavano mai? Coloro che dall’interno favorirono la soluzione finale di
Antioco IV Epifane non avrebbero forse infranto nuovamente la pace, seminando
nel giorno della libertà la zizzania delle passioni violente per il controllo
dei tesori del Tempio?
Non furono forse i sadducei, il partito
sacerdotale, a spingere Antioco IV Epifane a decretare la soluzione finale
contro il giudaismo? La Bibbia dice di sì. Fornisce nomi, dettagli. Sommi
sacerdoti che uccidono i propri fratelli, padri che assassinano i propri figli
in nome del Tempio.
Anche in seguito, quando le orde criminali della
dinastia degli Antioco si misero all’opera, i sadducei furono i primi ad
abbandonare la religione dei loro padri. Sceglierono la vita, abbandonarono il
Dio dei loro padri, offrirono sacrifici agli dei greci. Codardi, si arresero
alla Morte, si inginocchiarono, si vendettero al mondo e, quel che è peggio,
vendettero i propri simili.
È logico quindi che, allo scoppio della Guerra dei
Maccabei, i farisei, il sindacato dei dottori della Legge e dei direttori delle
sinagoghe nazionali ed estere, prendessero le redini del Movimento di
Liberazione Nazionale, circondassero il Maccabeo con la gloria del generale che
il Signore aveva suscitato in loro e si lanciassero verso la vittoria con la
fiducia di chi è proclamato vincitore fin dal primo giorno della propria
rivolta.
Cose della vita! Una volta scritta la Storia dei
Maccabei, iniziò a scriversi la storia delle invidie. I
vecchi fantasmi della lotta tra il partito dei sadducei e il sindacato dei
farisei minacciavano di nuovo una tempesta. Il vento cominciò a muoversi.
Quindi la pioggia non avrebbe tardato a cadere.
Il clero aaronita
chiese perdono per i peccati commessi durante il dominio seleucide?
Il clero aaronita non
chiese perdono pubblico per i propri peccati. I
sadducei non chinarono il capo, non accettarono di ammettere le proprie colpe.
Il Tempio apparteneva loro per diritto divino.
No, Dio, erano loro i
proprietari dei Tesori del Tempio. Al contrario, se i farisei avessero preso il
controllo del Tempio, non avrebbe forse significato una ribellione dei servi
contro i loro signori?
Certamente sì. Dal
punto di vista del partito sadduceo, qualsiasi mossa del sindacato dei dottori
della Legge nella direzione opposta sarebbe stata interpretata come una
dichiarazione di guerra civile.
Che cosa è l’essere
umano! Appena la Nazione aveva spezzato le sue catene, già i suoi capi
cominciavano ad affilarsi le unghie. Quanto tempo ci sarebbe voluto prima che
arrivasse l’ultimatum?
A dire il vero,
l’ultimatum non tardò a far sentire il suo proclama fratricida. «O vi
restituiamo il potere», minacciarono i sadducei, «oppure incoroneremo un re a
Gerusalemme».
Ci furono strattoni di
capelli, mal di testa, tuniche strappate, cenere che chiedeva spazio, minacce
che generavano fantasmi, lance che si spezzavano da sole, asce da guerra che si
perdevano e venivano ritrovate come per caso. Sadducei
e farisei stavano per uccidersi a nome di Dio!
Chi li avrebbe
fermati? Chi avrebbe posto fine alla loro furia?
La minaccia di una guerra civile aleggiò
nell’atmosfera di Gerusalemme per tutta la durata del governo di Giovanni
Ircano I. Dio aveva proibito agli ebrei di eleggersi un re al di fuori della
Casa di Davide. I sadducei non solo pensarono a un figlio dei Maccabei
come re, ma passarono dal pensiero ai fatti compiuti.
I farisei andarono su tutte le furie. Quando
scoprirono la mossa geniale che metteva sotto scacco la Legge e che i sadducei
stavano meditando, i farisei alzarono un gran clamore.
«Siamo forse una nazione senza cervello?» si
chiedevano pubblicamente i suoi saggi. «Perché cadiamo ancora e ancora nella
stessa trappola? Che cosa ci sta succedendo? Qual è la natura della nostra
condanna per il peccato del nostro padre Adamo? Ogni volta che il Signore ci
dona la vita, non riusciamo a resistere al frutto dell’albero proibito. Ora
Caino vuole sfidare Dio a impedirgli di uccidere suo fratello Abele. E noi permetteremo che i pastori gettino il gregge nel burrone delle loro
passioni? Se regna un figlio dei Maccabei, tradiamo Dio. Fratelli, ci troviamo
di fronte a un dilemma insormontabile. Meglio morire lottando per la verità che
vivere in ginocchio adorando il Principe delle Tenebre».
Si scambiarono molte parole. Era chiaro, in quella
notte di luna piena, che la guerra civile avrebbe finito per rompere la pace
all’alba. Per quanto Abele amasse suo fratello Caino, la follia di
Caino nel sfidare Dio costringeva Abele a difendersi.
I tempi erano
cambiati. Il primo Abele cadde senza esercitare il proprio diritto
all’autodifesa perché era nato nudo, aveva vissuto nudo davanti ai suoi
genitori e a suo fratello. Non aveva mai alzato le mani su nessuno. La pace era il suo
problema. Abele era tutto pace. Chi era tutto pace, come poteva immaginare
l’esistenza di un cuore oscuro alimentato dalle tenebre proprio nel petto del
proprio fratello! L’innocenza di Abele fu la sua tragedia.
E la sua gloria agli occhi di Dio.
Caino non ragionava con la testa, ma con i
muscoli. Quell’uomo credeva che la forza dell’intelligenza e quella dei muscoli
fossero soggette a una misteriosa legge di corrispondenza. Chi ha il braccio
più potente è il più forte. Il più forte è il re della giungla. Di conseguenza,
il destino dei deboli è servire il più forte o perire.
Come Caino, i sadducei caddero nella trappola
delle loro ambizioni personali. Così la guerra civile per il potere prima o poi
sarebbe scoppiata. Forse più tardi che presto. Era lo
stesso. Nessuno poteva prevedere il quando, la data esatta. Il fatto è che la
guerra civile si stava concretizzando nell’aria. L’atmosfera si stava facendo
pesante. Era qualcosa che si percepiva nell’aria. Un giorno, un giorno… Ma non
anticipiamo gli eventi.
Il popolo stava ancora
festeggiando la vittoria contro l’Impero dei Seleucidi quando improvvisamente
si diffuse la notizia dell’abominevole crimine commesso dal figlio di Giovanni
Ircano I. Non contento del sommo sacerdozio, che la nazione aveva accettato
contro la propria coscienza ma su cui aveva taciuto in considerazione delle
circostanze, il figlio di Giovanni Ircano I si era incoronato.
Con la sua incoronazione gli Asmonei aggiunsero a
un crimine grave, contro natura, un altro ancora peggiore. A capo di una simile
violazione delle leggi sacre si trovavano i sadducei. Il partito sadduceo –
ricordiamo le sue origini – fu una creazione spontanea della casta sacerdotale.
Fu creato per difendere i propri interessi di classe. Gli interessi dei clan
sacerdotali riguardavano il controllo del Tesoro del Tempio. Con il passare del
tempo e una serie di cambiamenti ai vertici del Tempio, nacquero potenti clan,
i cui membri si unirono per inerzia al Sinedrio, una sorta di Senato romano
secondo lo stile delle tradizioni più salomoniche. La lotta tra questi clan per
il controllo del Tempio fu il motore che condusse gli ebrei alla «soluzione
finale» adottata da Antioco IV, soluzione finale che versò tanto sangue
innocente nel calice dell’ambizione malvagia dei padri di questi stessi
sadducei, i quali ora incoronavano, contro la Legge di Dio, il figlio di Ircano
I come re di Gerusalemme.
Creatori indiretti della soluzione finale
antigiudaica, i sadducei persero le redini del Tempio per tutti gli anni in cui
durarono le gesta dei Maccabei. Giuda l’ e Maccabeo li espulse dal Tempio. Egli
ripulì con il martello ciò che la falce della Morte aveva risparmiato. È logico che agli occhi dei sadducei i Maccabei fossero dei dittatori!
Il Sindacato dei
Farisei – addentriamoci un po’ nell’opposizione – proveniva dalle basi
incaricate della riscossione della decima. Il Sindacato era l’apparato di cui
si serviva il Partito per mantenere in movimento, da ogni parte del mondo verso
le casse del Tempio, quel fiume d’oro all’origine della lotta fratricida tra i
diversi clan sacerdotali. Funzionari al servizio del clero aaronita, i farisei
vivevano della riscossione della decima e delle offerte per i peccati commessi
dai privati.
Quando i sadducei
iniziarono a uccidersi tra loro per il controllo della Gallina dalle uova
d’oro, i farisei presero le redini degli eventi e impiegarono le offerte del
popolo per equipaggiare i giovani volontari che da ogni parte del mondo
accorsero a combattere agli ordini dei Maccabei. Così, al termine della Guerra
d’Indipendenza, le sorti si erano ribaltate ed era il Sindacato dei Farisei a
tenere le redini della situazione. Il Partito dei Sadducei, com’è facile
intuire, non avrebbe tollerato a lungo questo cambiamento.
La controffensiva del Partito dei Sadducei non fu
né elegante né brillante, ma sì efficace. Tutto ciò che bisognava fare era
calarsi nei panni del Serpente e tentare gli Asmonei con il frutto proibito
della corona di Davide.
Quella battaglia interna tra il Partito e il
Sindacato per il controllo del Tempio suscitò nel mondo ebraico d’avanguardia
un clamore spontaneo di indignazione e rabbia. Fu allora che le stesse risorse
un tempo messe al servizio dell’Indipendenza entrarono in scena, pronte a
detronizzare l’usurpatore.
Tra farisei e sadducei stavano trasformando la
nazione in uno spettacolo abominevole agli occhi del Signore.
Era urgente fare qualcosa, era urgente dichiarare
guerra agli interessi privati del Partito e del Sindacato, ripristinare lo
status nazionale secondo il modello descritto nelle Scritture.
Era urgente.
C’erano tante cose
urgenti.
E nulla era urgente.
Secondo i saggi più
eminenti delle scuole più prestigiose di Alessandria sul Nilo, di Atene e della
Nuova Babilonia, chiamiamola Seleucia sul Tigri, tutti gli ebrei del mondo
avevano il sacro dovere di considerare il regno degli Asmonei come un governo di
transizione tra l’Indipendenza e la monarchia davidica.
No, signore, alla
fragilità dell’Indipendenza appena conquistata non conveniva contrarre
l’influenza della guerra civile. Per il bene del rafforzamento della Libertà
riconquistata, tutte le sinagoghe dovevano rimanere unite e sostenere il re di
Gerusalemme. Man mano che si sarebbe visto come progredivano gli eventi, si
sarebbero prese le misure necessarie per procedere verso il passaggio della
corona da una casata all’altra.
«Ma sì, i saggi,
sempre i saggi! Credono di sapere tutto e alla fine non sanno nulla»,
cominciarono a rispondere loro le nuove generazioni. L’indignazione delle nuove
generazioni per la situazione accettata tardò a manifestarsi. Ma alla fine lo
fece in seguito al Massacro dei Seimila.
5
Simeone
il Giusto
«La presentazione al Tempio»: Quando furono compiuti i giorni della
purificazione secondo la Legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme per
presentarlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore che ogni
«maschio primogenito sia consacrato al Signore», e per offrire in sacrificio,
secondo quanto prescritto nella Legge del Signore, una coppia di tortore o due
piccioni. A Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che
attendeva la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Gli era
stato rivelato dallo Spirito Santo che non avrebbe visto la morte prima di aver
visto il Cristo del Signore. Spinto dallo Spirito, si recò al Tempio; e quando
i genitori entrarono con il bambino Gesù per adempiere a quanto prescritto
dalla Legge riguardo a Lui, Simeone lo prese tra le braccia e, benedicendo Dio,
disse: «Ora, Signore, puoi lasciare che il tuo servo se ne vada in pace,
secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, quella
che hai preparato davanti a tutti i popoli; luce per illuminare le genti e
gloria del tuo popolo Israele».
Simeone – il nostro
prossimo protagonista – discendeva da una di quelle famiglie che sopravvissero
al saccheggio di Gerusalemme e riuscirono a prosperare piantando le loro vigne
a Babilonia. Questa era una verità che Simeone poteva dimostrare in qualsiasi
momento e luogo gli venisse richiesto di farlo.
Sebbene non suoni
perfetto né appropriato dirlo, poiché richiama alla mente leggi che evocano
eventi tristi e nefasti, Simeone era un ebreo di pura stirpe. Di fronte alle
autorità più esperte e qualificate del suo popolo, quando lo desideravano, e se
si trattava di gentili curiosi che affrontavano l’argomento solo per mettere in
difficoltà gli amanti del pedigree, delle stirpi antiquate e tutto il resto, lo
stesso; quando lo desideravano e su qualsiasi tavolo gli venisse posto, Simeone
il Babilonese era pronto a presentare il documento genealogico dei suoi
genitori, che era come una nave diretta alle radici dell’albero sotto i cui
rami Adamo conquistò Eva.
I suoi genitori
conobbero la Cattività babilonese, così come la caduta dell’impero dei Caldei;
accolsero l’avvento dell’impero persiano; vissero la rivoluzione greca. E,
naturalmente, il dominio degli Elleni. Con il passare del tempo la casata di
Simeone crebbe, diventando una casata potente tra gli ebrei e ricca agli occhi
dei gentili. In circostanze normali Simeone avrebbe ereditato l’attività di suo
padre, avrebbe visitato la Città Santa almeno una volta nella vita, sarebbe
stato felice tra i suoi e si sarebbe sforzato per tutta la vita di essere un buon
credente davanti agli uomini e a Dio. Erede di uno dei banchieri più facoltosi
di Seleucia sul Tigri, tutto era predisposto affinché, al momento della sua
morte, Simeone fosse pianto da innumerevoli piangenti. Dopo la sua morte,
quando il regno d’Israele fosse stato proclamato dal figlio di Davide, i suoi
discendenti avrebbero riesumato le sue ossa e gli avrebbero dato sepoltura in
Terra Santa.
Questa cronaca avrebbe
dovuto essere il riassunto dell’esistenza di Simeone il Babilonese. Ma
l’usurpazione dei figli dei Maccabei cancellò dal libro della sua vita tutta
quella perfetta felicità. Piani così belli non erano stati destinati a lui.
Quella strategia di stare a guardare come si sarebbero svolti gli eventi prima
di intraprendere l’azione definitiva, nel caso in cui il Signore stesse usando
il regno degli Asmonei come periodo di transizione tra i Maccabei e il regno
messianico – consiglio dei capi della sinagoga di Seleucia sul Tigri – non
faceva per lui. Simeone aveva già ascoltato troppo a lungo quella tirata. E
dopo il Massacro dei Seimila non voleva più, nemmeno in sogno, sentire quelle
parole di prudenza.
La destituzione
dell’Asmoneo non era qualcosa che potesse continuare a essere rimandata a
domani, né a dopodomani, né tantomeno al pomeriggio di quello stesso giorno.
L’Asmoneo doveva morire, subito. Ogni giorno che rimaneva in vita era
un’offesa. Ogni notte che si andava a letto, la Nazione si trovava un passo più
vicina alla propria distruzione. L’Asmoneo aveva infranto tutte le regole.
Primo: la sua famiglia
era stata scelta e aveva ricevuto il sommo sacerdozio ignorando le tradizioni e
i riti ereditari. Un straniero, non il consiglio dei santi al completo, gli
aveva conferito l’autorità suprema.
La sentenza contro
tale usurpazione di funzioni sacre era la pena capitale.
Secondo:
contravvenendo alle tradizioni, che proibivano al sommo sacerdote di impugnare
la spada, l’Asmoneo si era posto alla guida degli eserciti.
La pena per questo reato era anch’essa la pena
capitale.
Terzo: contro le più radicate tradizioni
canoniche, l’Asmoneo non solo aveva calpestato la monogamia che regolava la
vita del sommo sacerdote, ma, come un Salomone redivivo, coltivava il proprio
harem di fanciulle.
La pena per questo reato era ancora una volta la
pena capitale.
E quarto: contravvenendo alla legge divina che
vietava l’accesso al trono di Gerusalemme a qualsiasi membro che non
appartenesse alla Casa di Davide, l’Asmoneo, agendo in tal modo, stava
trascinando l’intera nazione al suicidio.
Per tutte queste ragioni l’Asmoneo doveva morire,
a qualunque costo e con qualsiasi mezzo.
Queste argomentazioni di Simeone finirono per
convincere i capi della sinagoga di Seleucia sul Tigri dell’urgente necessità
che il mondo avesse di porre fine alla dinastia asmonea. Con questa sacra
missione Simeone il Babilonese abbandonò la casa dei suoi genitori e si recò a
Gerusalemme.
Ricco e detentore della decima della sinagoga dei
Magi d’Oriente, la sua politica di amicizia con la corona asmonea, bisognosa di
sostegno finanziario per ampliare la riconquista militare del regno — punta di
diamante con cui Simeone il Babilonese si sarebbe guadagnato l’amicizia del suo
nemico —, gli avrebbe al contempo fatto guadagnare la sfiducia proprio di que i
tra i quali avrebbe dovuto ergersi come la mano invisibile che muove i fili a
favore dei discendenti di Davide. Un doppio gioco che lo avrebbe tenuto in
bilico sull’orlo del baratro dal giorno del suo arrivo fino al giorno della
vittoria.
Mentre impiegava tutte le sue forze per mantenere
l’equilibrio della testa sul collo, Simeone il Babilonese doveva mantenere la
sua rivoluzione entro i rigidi limiti delle questioni interne. L’Egitto dei
Tolomei rimaneva in agguato, in attesa dell’indebolimento di Gerusalemme, e una
guerra civile ebraica gli avrebbe offerto l’occasione propizia per invadere il
paese e saccheggiarlo.
Dall’altra sponda del
fiume Tigri c’erano i Parti. Sempre minacciosi, sempre ansiosi di varcare il
confine e annettere le terre a ovest dell’Eufrate.
Sebbene ormai in
agonia, a nord gli Elleni attendevano la rivincita e non perdevano tempo per
approfittare di una guerra civile romana e riconquistare la Palestina perduta.
In definitiva, la
necessità di liberare Gerusalemme dall’abominio desolatore non poteva mettere a
repentaglio la libertà conquistata dai padri degli Asmonei.
6
Storia
degli Asmonei
Aristobulo
I «il Folle»
Dopo la morte di
Giovanni Ircano I, figlio di Simone, l’ultimo dei Maccabei, gli succedette nel
governo della Giudea suo figlio Aristobulo I. In questo capitolo la memoria del
popolo israeliano si perde nel labirinto delle proprie fobie e dei propri timori
nei confronti della verità. Secondo alcuni, il figlio di Giovanni Ircano I non
tentò di impadronirsi della corona, ma la ereditò semplicemente da suo padre.
Secondo la versione
ufficiale, l’abominio che segnò la rovina fu commesso contro il padre da un
figlio che dovette superare l’aspra opposizione della madre e dei propri
fratelli. In definitiva, non c’è nulla di chiaro, se non la necessità di andare
incontro alla realtà seguendo la scia dei fatti. Personalmente ignoro in che misura tali
fatti siano determinanti per stabilire la colpevolezza del padre a discarico
dell’assoluzione del figlio.
Se Aristobulo I si incoronò re contro il
testamento di suo padre o se si limitò semplicemente a legittimare una
situazione monarchica occulta, con assoluta certezza non lo sapremo mai, almeno
fino al giorno del giudizio universale.
Il fatto è che Aristobulo I inaugurò la gloriosa
cronaca del suo regno sorprendendo stranieri e conoscenti con la reclusione a
vita dei suoi fratelli. Motivi, ragioni, cause, scuse? Ebbene, qui entriamo
nell’eterno dilemma riguardo a ciò che gli attori della Storia fecero e a ciò
che avrebbero voluto che fosse scritto su di loro. Ne discutiamo o lo lasciamo
per un altro giorno? Voglio dire: quale motivo più forte c’è per raggiungere il
Potere se non la passione per il Potere? Potere assoluto, Potere totale. La
libertà di chi è al di là del Bene e del Male, la gloria di chi si erge al di
sopra delle Leggi perché lui stesso è la Legge. La
Vita in un pugno, nell’altro la Morte, ai suoi piedi il popolo. Essere come un dio, essere
un dio! La maledetta tentazione, la polpa del frutto proibito, essere un dio: lontano
dall’occhio della giustizia, al di là del lungo braccio della legge. Non era
forse astuto il Diavolo? Che quella passione di essere come un dio avesse
scoperto la sua natura virale, velenosa, quando trasformò un angelo in quel
Serpente madre di tutti i demoni, «ebbene», si rispose Aristobulo I, «spargerò
generosamente il mio veleno su tutta la terra, a cominciare dalla mia casa».
Orrore, disillusione, portatemi lontano dai sogni
del Demonio. Svegliatemi, cieli, bellezza, in qualche angolo del Paradiso.
Quale follia trascina nel fango chi si crede più
forte del diluvio? La lumaca sogna forse di essere più veloce del giaguaro? La
Luna sfida il Sole per vedere chi brilla di più? Il leone disprezza la corona
della giungla? Il coccodrillo si lamenta delle dimensioni della sua bocca? La
creatura feroce invidia il canto della sirena? L’aquila invidia l’elefante
delle pianure? Il pesce fosforescente emerge dagli abissi oceanici reclamando
al Sole la luce della Luna? Chi offre al freddo boreale petali di primavera?
Chi cerca la fonte dell’eterna giovinezza per scrivere sulle sue rive: «Stupido
chi beve»?
Il fatto innegabile è che Aristobulo I salì al
trono che la morte di suo padre aveva lasciato vacante. E la prima cosa che
fece fu di rinchiudere i suoi fratelli nella prigione più fredda della prigione
più lugubre di Gerusalemme. Insoddisfatto, non ancora contento di un simile
crimine contro natura, Aristobulo «il pazzo» completò l’opera mandando lì con i
fratelli anche la madre.
Nessuno ha mai saputo
perché abbia lasciato libero il figlio più giovane di sua madre. Il fatto è
che, proprio come aveva sorpreso tutti condannando i suoi fratelli
all’ergastolo, sorprese nuovamente tutti lasciando libero uno di loro. Sembra
che abbia lasciato in vita il più piccolo dei suoi fratelli. Non per molto,
però. Poco dopo la follia si impadronì del suo cervello e lui superò se stesso
strangolandolo con le proprie mani. Dopo aver commesso tutti questi crimini, il
re folle si vestì da sommo pontefice e andò a celebrare il culto come se
Gerusalemme avesse rinnegato Yahweh come Dio e avesse giurato obbedienza al
Diavolo in persona.
Tale fu l’inizio del regno del figlio di Giovanni
Ircano I.
Alla base di un crimine simile, degno del più
abile discepolo di Satana, dobbiamo vedere la terribile disputa tra madre e
figlio, tra Aristobulo I «il pazzo» e i suoi fratelli, riguardo alla
trasformazione della Repubblica in Regno.
Accettare la follia del nipote di Simone Maccabeo
come diagnosi definitiva, decisiva e persino scagionante non è il modo giusto
per chiudere una questione così grave. Soprattutto se si considera il breve
anno di regno del Secondo degli Asmonei – tralasciando la questione di coloro
che uccise, i cui nomi non furono annotati né la loro memoria conservata poiché
non erano suoi parenti, il cui numero possiamo calcolare partendo da ciò che
fece; o chi imprigiona i propri fratelli lascerà in libertà coloro che non lo
sono? Dicevo che il breve anno di regno di Aristobulo I, per quanto breve, ha
plasmato il futuro del popolo ebraico in modo così profondo e doloroso che lo
si può osservare alla base del trauma che, due . mille anni dopo, continuano a
subire gli storici ufficiali ebrei nel ricostruire l’epoca asmonea.
Quale discussione più criticamente apocalittica
della trasformazione della Repubblica in monarchia avrebbe potuto spingere il
nipote degli Eroi dell’Indipendenza a diventare un mostro?
Gli storici ufficiali ebrei sorvolano su questa
questione distogliendo lo sguardo. Così facendo commettono un terribile crimine
contro se stessi, creando nel lettore l’impressione che uccidere la madre e i
fratelli fosse, tra gli ebrei, all’ordine del giorno. Non so fino a che punto
sia etico, o anche solo moralmente accettabile, far ricadere sui figli il peso
del crimine commesso dai loro genitori. O forse è vero che gli
ebrei erano soliti divorare le proprie madri giorno dopo giorno?
È un crimine contro lo
Spirito nascondere la verità per imporre le proprie menzogne. Se Aristobulo I
uccise i suoi fratelli e sua madre – crimine così mostruoso – dobbiamo
intenderlo come conseguenza finale della lotta tra i settori repubblicani e
monarchici, rappresentati i primi dai farisei e i secondi dai sadducei. Una
lotta che Aristobulo I vinse contro i suoi fratelli e che costò la vita a sua
madre per cospirazione contro la corona.
Dalla nostra comoda
posizione possiamo avanzare questa teoria sul caso. Sembra evidente che se
l’autorità di quella donna non riuscì a imporre il proprio giudizio, ciò
dovette avvenire perché si scontrò con interessi più potenti. E quale interesse
più potente, per cui valesse la pena rischiare la vita, poteva esistere a
Gerusalemme se non il controllo del Tempio?
Teniamo presente che
in tutta la storia dei figli d’Israele non è mai stato registrato un caso di
crudeltà simile, di un figlio contro la propria madre, perché non si è mai
verificato. Pertanto, il fatto che si sia verificato un evento così contro
natura ci apre le porte alla cospirazione contro le leggi della patria che
ebbe luogo tra i sacerdoti aaroniti e Aristobulo I. In questo contesto,
l’incarcerazione dei fratelli e della madre si comprende perfettamente.
Infatti, gli avvenimenti che vedremo furono tutti segnati dallo stesso ferro.
C’è poi la psicologia dello storico ufficiale, volta a sfruttare il tipo di
reato e a nascondere, nelle viscere dell’orrore, l’anno di terrore che la
popolazione di Gerusalemme subì sotto la tirannia del re folle. Concentrando
quell’anno di massacri sulla famiglia reale, lo storico gettò sulla lotta alla
radice del problema la cortina fumogena dei maghi del faraone. Chi ha
imprigionato i propri fratelli per essersi opposti alla sua incoronazione, cosa
non avrebbe fatto con coloro che, pur non essendo suoi fratelli, si sono
rifiutati di trasformare la repubblica in monarchia? Lo storico ufficiale ebreo
ha sorvolato su questo argomento. Così facendo, ha considerato noi del futuro
come sciocchi e quelli del suo tempo come idioti incalliti.
Ad ogni modo –
tralasciando ora le discussioni – Aristobulo I liberò – come ho detto – uno dei
suoi fratelli. Si dice che il ragazzo fosse un guerriero combattivo e
coraggioso, affascinato dal gioco della guerra, e che non perdesse tempo ad
aprire il combattimento al grido di «viva Gerusalemme». Degno parente di Giuda
Maccabeo, con le cui storie il ragazzo era cresciuto, il Principe Coraggioso
trascinava i suoi soldati verso una vittoria che non gli si opponeva mai, la
gloria stessa degli eroi innamorata delle sue ossa.
Diciamo che, una volta
fallita la riconquista pacifica della Terra Promessa a causa delle guerre
maccabeiche, Giovanni Ircano I inaugurò una nuova era mettendo a morte tutti
gli abitanti del sud di Israele che non si fossero convertiti al giudaismo.
Grazie a questa politica annesse l’Idumea.
Toccò ad Aristobulo I,
suo figlio, guidare i propri eserciti contro il Nord. Gerusalemme era in pieno
fermento antimonarchico a causa dei fatti già citati – l’incarcerazione dei
fratelli del re e il massacro dei suoi alleati repubblicani – e mentre
Aristobulo I si dedicava a tenere sotto controllo la situazione, affidò il
comando militare al fratello minore, che conquistò la Galilea. Non erano tutte
cattive notizie. La conquista della Galilea risollevò il morale di alcuni ebrei
che non sapevano se ridere per la vittoria o piangere per il fallimento che
comportava per loro avere come re un assassino della peggior specie, un pazzo
in piena regola.
Quello che accadde
dopo nessuno se lo aspettava. Oppure lo videro arrivare ma non fecero nulla per
porvi rimedio. Il fatto è che non appena il Principe Coraggioso cominciò a
guardare altrove in cerca di fama e gloria, la gelosia e il senso di colpa che
lo tenevano imprigionato per le sue azioni spinsero suo fratello Aristobulo I a
condannarlo a morte.
Anche in questo caso
Aristobulo I agì seguendo l’esempio dei gentili, sebbene applicando il sistema
alla mentalità orientale. Il Senato romano aveva stabilito come norma nel
manuale dei potenti che, per sbarazzarsi di generali troppo vittoriosi, si
ricorresse al ritiro o alla morte. Subirono questa norma gli Scipioni e lo
stesso Pompeo Magno. L’ultimo caso sarebbe stato quello di Giulio Cesare, che,
ovviamente, andò a finire per loro per il meglio.
Più saggio e santo dei
senatori imperiali, il re dei Giudei non tergiversò. Si limitò a inviare al
fratello minore la sua decisione irrevocabile, appesa al filo della scure del
boia.
La notizia dell’assassinio del fratello minore per
mano del fratello maggiore colse Alessandro Ianneo laggiù, tra il freddo delle
segrete e gli ululati delle prigioni scavate nelle mura dell’inferno.
Naturalmente la notizia gli gelò il sangue. Ma il fluido vitale avrebbe potuto
ritrovare il suo calore se il freddo circostante non fosse stato aggravato
dalla presenza di sua madre nelle segrete. Quest’ultima, la povera donna,
sconvolta in quel modo, perse la ragione e, con quel poco di sanità mentale che
le era rimasto, si lasciò morire di fame.
Vedere la madre e i
propri fratelli morire per colpa di un fratello non è proprio ciò che si
intende per la migliore scuola per re. Ma questa fu la scuola
per re che Alessandro Ianneo fu costretto a frequentare, oggetto di tutti gli
odi del mondo ebraico dopo il Massacro dei Seimila.
Oppresso fino alla
follia da quella tragedia, l’Asmoneo giurò di vendicare la morte di sua madre e
dei suoi fratelli – di uscire vivo dall’inferno – sui cadaveri di tutti i
codardi che in quel momento bruciavano incenso nel Tempio.
Un’altra cosa sarà –
riprendendo il filo del rifiuto nella posizione ufficiale ebraica di accettare
il fatto dell’incoronazione di Giovanni Ircano I – che la follia matricida e
fratricida di Aristobulo I non fosse stata altro che il finale del dramma a cui
li aveva condotti tutti l’incoronazione del padre. La posizione ufficiale
ebraica – guidata dal famoso Flavio Giuseppe – fu quella di rifiutarsi di
ammettere il fatto dell’incoronazione del figlio dell’ultimo dei Maccabei. Le
sue misure, le sue guerre, il suo testamento sembrano dimostrare il contrario,
sembrano gridare a squarciagola che la sua testa fu coronata, e fu proprio
durante il suo regno che il virus della maledizione trovò terreno fertile nella
sua casa. Come spiegare altrimenti che il giorno dopo la sepoltura di Giovanni
Ircano I sua moglie e i suoi figli crollassero sotto il peso di quella
schiacciante opposizione alla continuazione della loro dinastia? In quale altro
contesto potremmo altrimenti comprendere che il nuovo re decidesse da un giorno
all’altro la morte di tutti i suoi fratelli, compresa sua madre, per alto
tradimento?
La logica non ha
bisogno di presentare le proprie prove davanti al tribunale della bio-storia.
Gli argomenti bio-storici sono più che sufficienti per farsi capire e non
necessitano di testimoni. Ma se né l’una né l’altra bastano per farsi strada
nella giungla labirintica in cui gli ebrei hanno perso la memoria, non si può
dare alcun consiglio a chi ha il dito sul grilletto, se non quello di porre
presto fine alla tragedia e smettere di radunare curiosi prima di andare
all’inferno con i propri lamenti e le proprie elegie.
Non ci sono altri
fatti se non la realtà nuda e cruda. Aristobulo I
succedette a suo padre Ircano I. Ordinò immediatamente l’ergastolo per suo
fratello Alessandro. Anche i fratelli e le sorelle di Alessandro subirono la
stessa sorte. L’unico che si salvò dal massacro cainita fu il figlio minore di
sua madre. Quella
madre giaceva come morta in qualche buia cella del palazzo del suo figlio
malvagio quando le calarono giù, con corde anonime, il cadavere del suo figlio
più giovane. La povera chiuse gli occhi e si lasciò morire di fame.
Tali furono gli inizi del regno di Aristobulo I il Folle; tali le origini del
prossimo regno di suo fratello Alessandro I.
7
Alessandro
Ianneo
Quando Alessandro
Janneo uscì dalla prigione, dove normalmente avrebbe dovuto morire, la
situazione del regno era la seguente. I farisei avevano convinto le masse che
la Nazione vivesse sotto lo sguardo dell’ira divina. Le leggi sacre proibivano
agli ebrei di avere un re che non fosse della Casa di Davide. E loro ne avevano
uno. Avendolo, stavano provocando il Signore affinché distruggesse la Nazione
per ribellione contro la Sua Parola. La Sua Parola era il Verbo, il Verbo era
la Legge, e il Verbo era Dio. Come avrebbero potuto impedire che il destino
seguisse il suo corso?
Il problema era che i
servitori del Signore, i sacerdoti sadducei, non solo avallavano la ribellione
contro il Signore che servivano, ma utilizzavano anche il re per schiacciare i
saggi farisei.
Eppure la macabra
voracità di Aristobulo I fece rivoltarsi lo stomaco persino ai sadducei. Ciò
non significava che i sadducei fossero disposti ad allearsi con i farisei per
ripulire Gerusalemme dal suo crimine. L’ultima cosa che i sadducei desideravano
era condividere il potere con i farisei.
Allora,
misteriosamente, Alessandro Ianneo viene liberato dalla prigione e sfugge alla
morte. Un miracolo?
Se l’odio che gli
diede forza e lo tenne in vita può essere definito miracolo, allora fu un
miracolo che Alessandro sopravvivesse ai suoi fratelli e a sua madre. Peccato
che, a parte i topi, nessuno sia sceso nel suo inferno per porgergli le
condoglianze per la morte di sua madre! Se lo avessero fatto, avrebbero
scoperto che la forza che lo tenne in vita e alimentò la sua sete di vendetta
era l’odio, senza distinzione tra farisei e sadducei.
In ogni caso, l’Asmoneo si sbagliò nel pensare che
la morte del suo odiato fratello fosse dovuta alla natura. La morte di
Aristobulo, un anno dopo l’inizio del suo regno e immediatamente dopo la morte
del Principe Valoroso, non fu né un caso né opera della giustizia divina. Chi
si stupisce che il crimine contro la propria madre abbia sconvolto gli abitanti
di Gerusalemme, spingendoli a decidere, in combutta con la regina Alessandra,
di porre fine a quel mostro? Il fatto che il matrimonio del prigioniero con la
vedova del defunto, sua cognata Alessandra, sia stato celebrato con urgenza e
senza indugio, mette in luce l’alleanza sadducea che pose fine alla vita di
Aristobulo I.
Anticipando i farisei, i sadducei destituirono il
re e al suo posto insediarono l’Asmoneo, con l’obiettivo che, una volta
rivelatisi come suoi salvatori, non gli venisse in mente di cambiare bandiera e
consegnare il potere ai farisei, i quali, essendo nemici naturali dei suoi
salvatori, avrebbero dovuto per forza di cose essere anche i suoi nemici.
Sfruttando l’elemento sorpresa a suo favore, Alessandro accettò la corona
giurando di non modificare lo status quo.
Questa era la situazione esplosiva, nel cui
inferno ribollente l’Asmoneo fondò il proprio odio.
Alessandro I, tuttavia, non avrebbe mai perdonato
ai suoi liberatori di aver tardato così tanto a prendere la loro decisione.
Cosa stavano aspettando, che morisse sua madre? Dio!, se solo fossero arrivati
un giorno prima.
L’odio che il nuovo re covò contro la sua nazione
durante il suo anno di prigionia, un anno lungo, infinito, non può essere
descritto a parole. Solo i suoi successivi massacri ne
riveleranno la portata e la profondità. Quell’odio era come un buco nero che
avanzava dalle viscere alla testa, come un Nulla che inondava le sue vene di un
grido: Vendetta. Vendetta contro i farisei, vendetta contro i sadducei. Se i
suoi salvatori si fossero presi la briga di riflettere su ciò che stavano
facendo, si sarebbero tagliati le vene piuttosto che aprire la porta della
libertà al futuro re dei Giudei.
Poco, pochissimo tempo
ci avrebbe messo Gerusalemme a scoprire che tipo di mostro l’Asmoneo avesse
come idolo. L’odio che divorava il corpo, la mente e l’anima di Alessandro I
non avrebbe tardato a sfuggire a ogni controllo e a esigere cadaveri a decine,
a centinaia, a migliaia. Seimila
per un banchetto pasquale?
Un antipasto. Solo questo, un banale antipasto per
un vero demone. Non dicevano forse i saggi e i santi sacerdoti di
Gerusalemme di conoscere le profondità di Satana? Un’altra bugia! Lui,
l’Asmoneo, avrebbe svelato a tutti gli ebrei le vere profondità di Satana. Lui
in persona li avrebbe condotti fino all’ o trono del Diavolo. Dove si trovava
il trono di Satana? Pazzi, sulla tomba di sua madre, nella Gerusalemme che
aveva visto morire i suoi fratelli senza muovere un dito per salvarli dalla
rovina.
Proprio come aveva
fatto il padre della storia antica ebraica, Flavio Giuseppe, nascondendo ai
suoi la causa implosiva che aveva fatto esplodere la felicità promessa della
casa di Ircano I, lo fece di nuovo parlando della morte miracolosa e improvvisa
del matricida e fratricida, omicida ovviamente. Doveva farlo se non voleva
svelare la causa che aveva appena nascosto al suo popolo. Se avesse giurato in
pubblico davanti al futuro che proprio i sadducei che avevano esaltato il
figlio avevano ordinato la morte del padre, così facendo avrebbe aperto le
porte al resto del mondo affinché entrasse e vedesse con i propri occhi la
guerra interna all’ultimo sangue tra farisei e sadducei.
Nemico della verità
per il bene della salvezza del suo popolo, nel mirino dell’odio romano dopo la
famosa ribellione che si concluse con la distruzione di Gerusalemme, Flavio
Giuseppe doveva calpestare la verità in nome della riconciliazione tra ebrei e romani.
E, già che c’era, tenere i figli degli assassini dei primi cristiani al margine
del crimine contro la divina natura di cui erano stati protagonisti e
che continuavano, nella misura dei loro interessi, a perpetrare: anche a costo
di estirparsi la Memoria, praticarsi una lobotomia e andare avanti come un
popolo maledetto, condannato da tutti, considerato da tutti come mangiatori
delle proprie madri e assassini naturali dei propri fratelli? Nessun ebreo
doveva guardare con occhi di stupore al fatto che Aristobulo I uccidesse sua
madre, i suoi fratelli, i suoi zii, i suoi cognati, i suoi nipoti e persino i
suoi pronipoti, se li avesse avuti. Secondo il parere di Flavio Giuseppe e
della sua scuola, ciò era qualcosa di naturale tra gli ebrei. Allora, dov’è lo scandalo?
Questa è la storia di Gesù. Non è
la storia delle cronache asmonee. L’importanza dei settant’anni di quella
dinastia, tuttavia, è talmente decisiva per comprendere le circostanze che
condussero gli ebrei al più feroce e sanguinario anticristianesimo che, per
forza di cose, dobbiamo ricostruirle come chi sorvola sugli avvenimenti più
significativi in relazione a questa Seconda Caduta. In un’altra occasione, in
un altro momento, se Dio vorrà, approfondiremo quelle cronache. Qui basti
sorvolare la linea del tempo.
L’odio dell’Asmoneo
contro tutti, farisei e sadducei, seguì il suo corso. In appena pochi anni si
trasformò in una valanga. Rotolando su un pendio suicida, uno di quei giorni
andarono tutti, farisei e sadducei, a celebrare una sorta di banchetto di
amicizia con il re. Le porte si aprirono, gli strateghi presero posizione, con il
vino tutti si misero dell’umore giusto. E, tralasciando meandri e preamboli,
finirono per precipitarsi in massa sulle rive del mare delle questioni
personali. Nella foga del momento uno dei farisei presenti, ubriaco fradicio,
sbatté in faccia al re ciò che tutti dicevano, ovvero che sua madre lo aveva
concepito con un altro che non era proprio suo padre. Insomma, che l’Asmoneo
era un bastardo.
La situazione non era complicata e il Diavolo
arrivò a peggiorarla. Quest’ultimo, il Diavolo, come se stesse
vincendo la sfida contro l’Angelo, gettava benzina sul fuoco ogni volta che se
ne presentava l’occasione. Con la miccia accesa e la polveriera a due passi,
era logico che l’esplosione facesse saltare in aria tutto ciò che avesse
trovato sul suo cammino. Il Massacro dei Seimila a in un solo giorno non
sarebbe stata l’unica ondata devastante. Ma avrebbe potuto servire almeno a
placare gli animi e a far sì che i nemici unissero le forze.
A differenza degli
altri popoli del mondo, la nazione ebraica aveva come filosofia razziale quella
di non imparare mai dagli errori commessi. Se prima era stato lo zelo per la
Legge a trascinarli al massacro, d’ora in poi sarebbe stata la sete di vendetta.
Fu proprio questa sete sfrenata a dilagare di sinagoga in sinagoga in tutto il
mondo, portando a tutti i credenti quell’urlo che abbiamo udito prima:
«L’Asmoneo deve morire». A ciò risposero i più audaci e zelanti del destino,
consacrando le loro vite all’uccisione dell’Asmoneo. Tra questi vi era Simeone
il Babilonese, cittadino di Seleucia sul Tigri, ebreo di nascita, banchiere di
professione. Il suo ingresso nella Gerusalemme asmonea e le sue intenzioni di
rimanere nel regno non potevano infastidire il re, sempre bisognoso di alleati
e di mezzi finanziari per la guerra di riconquista della Terra Promessa, né
destare i suoi sospetti, date le circostanze geopolitiche che l’antico impero
dei Seleucidi stava attraversando.
Ai Parti, infatti,
l’Asia a est dell’Eden stava diventando troppo piccola, e soffrivano
indicibilmente sognando l’invasione delle terre a ovest dell’Eufrate. Era
quindi naturale che i figli di Abramo cominciassero a tornare dalla Cattività
dall’altra parte del Giordano. Se poi chi tornava sembrava non avere la minima
idea della situazione politica locale e, per la gioia di tutti, era un ricco
banchiere e un devoto credente, tanto meglio.
«Simeone, figlio mio,
la paranoia sta ai tiranni come la saggezza sta ai saggi. Se entrambi
abbandonano i propri consigli, si perdono. Per questo chi si muove tra i
serpenti deve essere immune al veleno e avere ali di colomba per vincere i
disegni del maligno con l’innocenza di chi serve solo il proprio signore.
«Simeone, volta le
spalle al tuo nemico in segno di fiducia e ti guadagnerai la salvezza, ma porta
sotto il mantello la corazza dei saggi affinché, quando la paranoia lo farà
impazzire, il pugnale della sua follia si spezzi contro la tua pelle di ferro.
«Se tendi la mano al tiranno, tieni presente che
nell’altra nasconde il pugnale; offrigli allora ciò che cerca, perché Dio ha
dato all’uomo solo due mani, e se con una ti stringe la tua e con l’altra
afferra ciò che vuole, il pugnale sarà sempre lontano dalla tua gola.
«Quando lo vedrai
ferito, corri a curargli la ferita, perché non è ancora morto; e se vive, cerca
la sua morte, ma non ferirlo soltanto, perché possa rialzarsi per la tua
rovina. Il
demone ha molte forme per raggiungere il suo obiettivo, ma a Dio ne basta una
sola per farlo mordere la polvere. Sii saggio, Simeone, non dimenticare gli
insegnamenti dei tuoi maestri».
Simeone il Babilonese giunse a Gerusalemme con il
libro dei Magi d’Oriente sotto il braccio. La scuola in cui aveva appreso il
mestiere dei Magi faceva risalire le sue origini ai tempi del profeta Daniele,
quel profeta e capo dei Magi che con una mano serviva il suo signore e con
l’altra scavava intorno a lui la sua rovina. Ma basta con le parole, che abbia
inizio lo spettacolo.
Simeone il Babilonese mise in pratica i suoi
insegnamenti. Riuscì a rompere il ghiaccio della diffidenza dei farisei nei
confronti del nuovo amico del re. Riuscì a ingannare il re , partecipando al
finanziamento delle sue campagne di riconquista e di consolidamento dei confini
conquistati. Alle spalle dell’Asmoneo, con l’altra mano che gli era rimasta
libera, il Babilonese appose la sua firma su tutti i complotti di palazzo contro
i quali l’Asmoneo, come un atleta in piena corsa a ostacoli, compì l’impresa
impossibile di sopravvivere a tutti i suoi presunti assassini. Uno dopo
l’altro, tutti quei tentativi di strappargli la testa dal collo si conclusero
con la morte degli aspiranti magnicidi. Stanco di tanta inettitudine – secondo
lui i suoi compatrioti non servivano nemmeno a quello –, Alessandro Ianneo trattò
i cadaveri dei suoi nemici come si trattano quelli dei cani: li gettò nel fiume
e li lasciò trasportare dalla corrente verso il mare dell’oblio.
Disperati per la sorte dell’Asmoneo, i farisei
concepirono il piano dei piani: ingaggiare un esercito mercenario, mettersi
alla sua guida e dichiarargli guerra aperta. Significava precipitare in una
guerra civile, ma che altro potevano fare? La stella dell’Asmoneo sembrava
essere emersa dalle profondità stesse dell’inferno. Nulla
di ciò che pianificavano contro di lui per rovesciarlo, per quanto sottile e
intricato fosse il piano, quel tipo ne usciva sempre vivo. Aveva più vite di un
gatto. Non si poteva darlo per morto.
«Che il danno ricada
sulla loro coscienza», si dissero. E così assoldarono gli arabi per porre fine
al regno del re più tiranno, crudele e sanguinario che Gerusalemme avesse mai
avuto in tutta la sua storia. Tutto questo nel più stretto segreto.
L’ultima cosa che Simeone il Babilonese e i suoi farisei potevano permettersi
era che l’Asmoneo venisse a sapere dei loro piani. Non avrebbe esitato a
ucciderli tutti, grandi e piccoli, tutti nello stesso calderone. Come diceva il
proverbio del saggio: «Bisogna essere innocenti come le colombe, astuti come i
serpenti».
Ma poiché in questo
mondo non si può ingannare tutti contemporaneamente, in quei giorni c’era una
persona che gli inganni di Simeone non riuscirono a ingannare. Quell’uomo era
il sacerdote Abia, il profeta personale dell’Asmoneo, di cui abbiamo già parlato
nei capitoli precedenti.
Anche Simeone,
ovviamente, partecipava al turno di Abia per ascoltare dalle sue labbra
l’Oracolo. Era a lui, sì proprio a lui, al nuovo amico del re, il suo nemico
segreto più accanito, che Abia rivolgeva parole che mandavano all’aria tutti i
suoi piani.
«Se il Cielo combatte
l’Inferno con le armi del Diavolo, come si spegnerà il fuoco che divora tutti
nel suo incendio?», diceva l’uomo. «Paragonate Dio al suo nemico? L’angelo che
custodisce la via della vita si ribella al proprio destino, scagliando il fuoco
della sua spada contro l’albero che custodisce per impedire a chiunque di
avvicinarsi? Si considera quindi perduto? Quale sarà il giudizio del suo
Signore sulla sua disperazione? Agendo così, non rinnegherà forse il Dio che
gli ha affidato la sua missione? Voi non combattete contro il diavolo,
combattete contro l’angelo di Dio, e anche se fosse dalla vostra parte, egli
non può abbandonare il suo posto. Il suo ordine è categorico: che nessuno si
avvicini. Perché credete che abbasserà la spada? Per amore vostro si ribellerà
al suo Signore? Smettete dunque di comportarvi da folli. Non combattete contro
un uomo, state facendo guerra al Dio che ha posto il suo angelo tra voi e la
vita che cercate invocando la Morte».
Un oracolo pieno di
saggezza che, poiché i suoi destinatari erano accecati dall’odio, cadeva
ripetutamente su terreno sassoso. Per un attimo sembrò che stesse per mettere
radici, ma non appena uscirono dal Tempio, l’odore di sangue riportò i loro
sensi alla realtà di tutti i giorni.
8
Guerra
civile
A quale distanza dalla
nascita di una guerra civile si addensano le nuvole che faranno piovere a
catinelle il brodo dell’odio? Come si cancellano le tracce di una cicatrice
incisa a coltellate tra il petto e la schiena?
I farisei e i loro
capi presero la decisione disperata di ingaggiare un esercito mercenario per
porre fine una volta per tutte agli Asmonei. Non ingaggiarono l’esercito dei
Diecimila greci smarriti durante il ritorno in patria, né attraversarono il
mare in direzione di Cartagine in cerca di libertà presso i discendenti di
Annibale. Né invocarono i famosi guerrieri iberici. Né ricorsero alle orde
barbariche. Per uccidere i propri fratelli, gli ebrei chiamarono gli arabi.
Quanto tempo ci vuole
perché la carne dell’odio si cuocia nella pentola? Quando il veleno non basta e
le cospirazioni segrete abbondano, è legittimo chiamare il diavolo in persona
affinché porti all’inferno ciò che è nato dal calore del suo fuoco?
Come fece con tanti
altri episodi, lo storico ufficiale degli ebrei di quei tempi sorvolò sulle
cause scatenanti di quella ribellione come chi cammina sulle uova. Disposto a
vendere la verità per le trenta monete d’argento del perdono di Cesare e con
l’approvazione di una generazione ebraica che, tra il culto dell’imperatore e
la sorte dei cristiani, danzò in onore del vitello d’oro davanti a Dio e agli
uomini, Flavio Giuseppe ignorò quelle cause alla luce della nascita di quella
guerra civile, così orribili e perfide da far passare in secondo piano
l’inimicizia secolare tra Giacobbe ed Esaù.
Il fatto che si cela
dietro la lastra di cemento sotto la quale gli ebrei seppellirono la memoria
del loro passato è che, contro le leggi della patria, Israele assoldò Edom;
Giacobbe chiamò Esaù per sconfiggere insieme il Diavolo, ignorando – perché non
voleva ricordarlo – che il Diavolo che aveva sconfitto Adamo, padre di
entrambi, aveva bisogno di qualcosa di più di un’alleanza tra fratelli per
lasciarsi tagliare la coda.
Comunque sia, la
battaglia tra i sostenitori della restaurazione della monarchia davidica e i
fedeli alla dinastia asmonea ebbe luogo. E furono i nemici degli Asmonei a
portare a casa la vittoria.
Sembra che quello
stesso Asmoneo che camminava su tappeti tessuti con la pelle dei Seimila, quel
demone senza coscienza che osava maledire il Dio degli dei andando a letto con
le sue prostitute nel proprio Tempio, quel figlio invincibile dell’inferno, si
dice, fuggì dal campo di battaglia come un topo.
Non valeva nemmeno la
pena di morire da uomo, si rammaricarono poi i suoi nemici, ma era ormai troppo
tardi.
Purtroppo, nel momento
di coronare la vittoria, l’esercito vincitore commise l’errore imperdonabile di
tirarsi indietro. Proprio mentre andavano a raccogliere gli allori del
successo, il rimorso si impadronì delle loro menti e cominciarono a riflettere
su ciò che stavano facendo. Stavano consegnando il regno agli arabi!
Tra dare il colpo di
grazia all’Asmoneo o ritrovarsi sotto il giogo dei loro nemici tradizionali, i
farisei decisero l’impensabile.
È vero, l’amore per la
Patria ebbe la meglio sul ricordo di tante sofferenze passate. Così, prima di
ritrovarsi intrappolati sotto le ruote dei propri errori, ruppero il patto con
la vittoria conquistata, errore fatale di cui non avrebbero tardato a pentirsi,
di cui non si sarebbero mai pentiti abbastanza.
Per uno di quei
classici capovolgimenti di fortuna, i nazionali vincitori si unirono ai
patrioti sconfitti e insieme si ribellarono contro l’esercito mercenario che si
apprestava già a conquistare Gerusalemme per il proprio re.
Sbalordito da questa
svolta del destino a suo favore, l’Asmoneo si trasformò da topo in fuga in
leone affamato, si mise alla guida di coloro che lo acclamavano nuovamente re
ed espulse dal suo regno coloro che lo avevano appena visto scappare come un
cane.
I primi a
rammaricarsene furono i farisei.
Il suo ritorno dalla
tomba convinse i suoi nemici che l’Asmoneo avesse come padrino nientemeno che
il Diavolo in persona. La calma, la tranquillità con cui Alessandro fece il suo
ingresso a Gerusalemme fu festeggiata da quasi tutti. Quella era la calma che
precede la tempesta. Poco dopo essere tornato al suo palazzo, dopo aver
giaciuto con tutte le sue concubine, una volta digerita la sconfitta tra le
pieghe di un brutto sogno, ormai stanco di promettere ciò che non avrebbe mai
mantenuto, l’Asmoneo ordinò che i capi dei farisei e le centinaia dei loro
alleati fossero radunati come si radunano le bestie da soma. Il conteggio delle
teste ammontava a così tante anime che nessuno riusciva a immaginare come
l’Asmoneo avrebbe potuto cucinare tutta quella carne.
Ciò che accadde
appartiene alle memorie non sacre di Israele. Ma se esistono il Bene e il Male
e ogni cosa ha il suo contrario, il popolo che possiede una Storia Sacra ha
anche la sua opposta, una Storia Maligna. Alla schiera degli eroi di queste
scritture tenebrose apparteneva, senza alcun dubbio, Caino, l’Alessandro di
queste cronache, e quel Caifa che, in nome del suo popolo, crocifisse il Figlio
di Davide.
Al cronista ebreo sarebbe ben piaciuto seppellire
questo capitolo della storia malvagia del suo popolo. La breve distanza tra la
sua generazione e quella che subì il Nerone degli ebrei gli rese impossibile
cancellare dal libro della vita del suo popolo il tenebroso evento centrale di
questo capitolo.
Per vendicarsi dell’umiliazione che gli era stata
inflitta, vedendosi fuggire come un topo lui che fino ad allora si era vantato
di essere il leone più feroce dell’inferno, l’Asmoneo eresse ottocento croci
sul Golgota. Non una, né due, né tre, né quattro.
Se la Passione dell’Agnello vi è stata trasmessa
fisicamente come dura, aspettate di sapere quali sofferenze hanno dovuto subire
quegli ottocento capri.
L’Asmoneo annunciò che
avrebbe organizzato una festa. Invitò conoscenti e sconosciuti, stranieri e
patrioti. La festa sarebbe stata in stile neroniano. Poiché il segno naturale
dell’intelligenza umana è l’imitazione, non essendo nato Nerone, qualcuno
doveva emergere come modello del futuro massacratore di cristiani in massa. Chi
se non lui, originale persino nella fuga?
Fissò la data. A
nessuno disse una sola parola della sorpresa che si era inventato. E iniziò il
banchetto. L’Asmoneo tirò fuori carne e vino a sufficienza per sfamare un
reggimento, ingaggiò prostitute straniere, incaricò quelle nazionali di
esercitare il loro mestiere come non avevano mai fatto prima. Non mancò nulla. Cibo a piene mani, vino a barili, donne a volontà.
«Dove troverete un
altro re come me?», gridò l’Asmoneo nel preludio della sua follia, affinché lo
sentisse il Cielo adorato dagli ottocento condannati che avevano già un posto
riservato sulle ottocento croci che coronavano il Golgota, dalle pendici fino alla
spianata della cima.
Negli ultimi giorni
tutti avevano scommesso che l’Asmoneo non avrebbe osato arrivare a tanto. I parenti di coloro che erano coinvolti in quel macabro spettacolo
pregarono il Cielo affinché non osasse farlo. Quanto poco lo conoscevano! Gli
ebrei non se ne erano ancora accorti e continuavano a rifiutarsi di credere che
la stessa madre che aveva dato alla luce Abele avesse nutrito nel suo grembo il
mostro che era suo fratello.
«Solo le donne greche partoriscono bestie?», gridò
a squarciagola l’Asmoneo dall’alto delle mura. «Ecco la prova del contrario.
Eccone ottocento».
Nerone non era poi così cattivo. Almeno il pazzo
per eccellenza crocifisse degli stranieri. Questi ottocento erano tutti
compatrioti del loro carnefice, tutti fratelli dei suoi ospiti.
Questa fu la sorpresa. Invece di giudicarli o di
uccidere i propri nemici senza che nessuno potesse biasimarlo per le loro
morti, l’Asmoneo li radunò come si raduna il bestiame e li condannò a morire
sulla croce. Perché sì, perché lui era il re, e il re era Dio. E se
non era Dio, non faceva differenza: era il Diavolo. È lo stesso, è proprio lo
stesso.
Il Monte Golgota era
pieno zeppo di croci. Quando gli invitati presero posto sulle loro poltrone, le
ottocento croci erano ancora vuote. Lo spettacolo era sinistro ma gratificante,
se tutto fosse rimasto una minaccia muta. Con questo pensiero positivo in mente,
cominciarono a dare di testa al vino.
Alla fine, quando ormai tutti, più o meno, avevano
mangiato ciò che non dovevano, bevuto ciò che non è scritto e soddisfatto a
piacimento il proprio istinto virile, l’Asmoneo diede l’ordine. Al suo comando
sfilavano gli ottocento condannati.
Immediatamente cominciarono a impiccarli alle
croci. Una croce a testa. Se qualcuno dei presenti sentì spezzarsi l’anima,
nessuno osò versare una lacrima. Il vino, le prostitute, il
piacere di vedere morire come un bandito colui che fino a ieri sfoggiava il suo
status di principe del popolo, tutto insieme fece il resto.
«Che ne fate dei topi
che invadono la vostra casa? Perdonate la loro progenie maledetta o la mandate
anche lei all’inferno?», nell’estasi della tragedia l’Asmoneo tornò a ululare
dalle mura di Gerusalemme.
Quello che seguì nessuno se lo aspettava.
L’Asmoneo era un pozzo di sorprese. Probabilmente nemmeno tu, lettore, te lo
immagineresti se non te lo raccontassi e ti sfidassi a indovinarlo. Tutti
credevano che con la crocifissione degli ottocento farisei la sete di vendetta
dell’Asmoneo si sarebbe placata. Stavano già voltando le spalle alle vittime
sulle loro croci quando cominciarono a radunarsi ottocento famiglie, le
ottocento famiglie degli ottocento sventurati esposti alle stelle del loro
destino. Donne, bambini, famiglia dopo famiglia, presero posto ai piedi della
croce del capofamiglia di ogni casa.
Sbalorditi, credendo di essere stati invitati a
vivere un incubo infernale, gli occhi degli invitati al banchetto del Nerone
ebreo si spalancarono. Paralizzati dall’orrore, compresero ciò
che stava per accadere. L’ultima e più recente incarnazione del Diavolo stava
per sgozzare contemporaneamente la testa e il corpo. Se l’uomo è il
capofamiglia, allora la sua famiglia è il corpo, e chi è il folle che uccide la
testa e lascia in vita un corpo pieno di odio affinché si vendichi?
L’esercito di
carnefici dell’Asmoneo sguainò le spade in attesa dell’ordine dell’uomo che
aveva trasformato Gerusalemme nel trono del Diavolo.
Già tutti i corpi
giacevano ai piedi delle loro teste, le loro mogli con i figli e le figlie
tremavano di orrore e disperazione, piangendo la sorte del padre, quando,
credendo che il loro destino fosse il pianto, il raggio della follia del re li
strappò dalla loro illusione.
Ancora una volta, all’apice della sua follia,
l’Asmoneo gridò con emozione: «Gerusalemme, ricordati di me». Subito dopo diede
l’ordine satanico.
Li sgozzarono tutti, donne e bambini, ai piedi
delle ottocento croci e dei loro ottocento capri. I
carnefici sicari dell’Asmoneo sfoderarono asce e spade, alzarono le braccia e
iniziarono il loro compito infernale e macabro. Nessuno mosse un dito per
impedire il crimine.
(Su questo crimine lo
storico ufficiale degli ebrei scrisse ben poco. Pur affermando nel suo prologo
che la verità fosse il suo unico interesse, dopo aver letto il suo racconto ci
si chiede quale amore per la verità possa avere il diavolo. Ma andiamo avanti).
Raggelati, convinti di vivere un sogno, gli
invitati assistettero alla terza parte dello spettacolo infernale senza
muoversi dal posto. Attori
di secondo piano nella grande rappresentazione dell’Asmoneo, la paga aveva
accecato loro il cervello. In verità, non ci voleva
molto a indovinare il resto. L’Asmoneo ordinò allora che si desse fuoco ai
crocifissi. E che la festa continuasse.
E la festa proseguì
sotto una valanga di alcol, carne e prostitute.
Il giorno dopo tutta
Gerusalemme accorse al Tempio per trovare conforto nell’Oracolo di Yahweh.
L’uomo di Dio disse
solo: «È stata decretata la distruzione che porterà questa nazione alla
rovina».
9
Dopo
gli 800
Dopo quell’orgia di
crudeltà e follia, nulla avrebbe più potuto essere come prima. L’ambizione
degli uni, il fanatismo degli altri: tutto aveva condotto tutti a un vicolo
cieco. Un re scatena la sua follia omicida, la scaglia contro gli stranieri,
d’accordo, ma quando mai, in tutta la storia del regno di Giuda, un re si è
scagliato contro il proprio popolo per commettere un crimine simile?
La reputazione che i
Maccabei avevano conquistato agli occhi degli ebrei, il giorno dopo il Massacro
degli Ottocento, si ritrovò a strisciare negli abissi più profondi della
decenza e del rispetto che una nazione deve a un’altra. Bollati come mostri
divoratori dei propri figli, coloro che fino a ieri si aggiravano tra i gentili
rivendicando per sé la condizione di Popolo Eletto, il giorno dopo dovettero
nascondersi dagli sguardi di tutti come se stessero fuggendo da Satana stesso.
Ma torniamo alla Santa Gerusalemme.
Per un certo tempo il
grido di dolore e di lutto tenne a bada l’insaziabile sete di vendetta dei
familiari degli Ottocento. Ma prima o poi l’odio a morte si sarebbe diffuso e
avrebbe percorso le strade seminando morte sui marciapiedi. Chi sarebbero stati
i primi a cadere? Agli angoli delle strade, nell’oscurità dei vicoli, sotto
qualsiasi portico. A qualsiasi ora, in qualsiasi occasione, i carnefici
stranieri del re?
No! Sarebbero stati
loro, i sadducei. Sarebbero stati i figli di Aronne, tutti sacerdoti, tutti
santi, tutti sacri, tutti inviolabili, i primi a subire la vendetta. Poiché la vendetta non poteva abbattersi sul re, si sarebbe abbattuta sulla
carne dei suoi alleati. Cognati, cugini, suoceri, generi, mogli, suocere,
nonni, nipoti: tutti finirono nel mirino del pugnale.
Sia che uscissero dal
Tempio, sia che si recassero dalle loro case ai campi, ovunque li avessero
trovati l’odio si sarebbe scagliato su di loro senza distinguere il giusto dal
colpevole, il peccatore dall’innocente. Non ci sarebbe stata pietà, non ci
sarebbe stata tregua. Con
la sua macabra lezione l’Asmoneo aveva deviato il pugnale dalle proprie spalle.
Chi li avrebbe salvati ora? Uno per uno. Quando nelle loro case avessero chiuso
gli occhi… dalle ombre sarebbero emerse due monete d’argento alla ricerca di
orbite in cui piantare le tende. Quando i bisogni animali…
dalle fessure del pavimento sarebbero spuntate delle artigli. No, i sadducei
non avrebbero dormito in pace, né avrebbero vissuto tranquilli da quel giorno
in poi. Sarebbe giunto il giorno in cui avrebbero preferito vivere all’inferno
piuttosto che soffrire l’inferno di essere vivi.
E così fu. Le strade
di Gerusalemme si risvegliavano ogni giorno dopo il Massacro degli Ottocento
tra le grida delle vedove e degli orfani che reclamavano giustizia al re. Il re
era incantato nel vedere come, mentre si uccidevano tra loro, lo lasciassero in
pace.
È la verità: nella sua
follia, l’Asmoneo provava piacere nel vedere i suoi alleati vivere terrorizzati
come topi intrappolati in casa di gatti affamati. Per quanto lo riguardava, la
sua sicurezza personale era stata garantita contro ogni rischio. Senza distinzione di età o
sesso, una volta ne uccise seimila in un solo giorno. Questa
volta aveva divorato ottocento nemici con le loro famiglie. Ne volevano ancora
di più? Lui aveva ancora il coraggio di raddoppiare il numero dei morti.
Perché 800 croci?
Perché non settecento? O tremilaquattrocento?
Il fatto è che
l’Asmoneo aveva la memoria delle bestie. L’essere umano supera i traumi
dell’infanzia, si distingue dalle bestie per la sua capacità di dimenticare il
male subito in un momento del passato. La bestia, al contrario, non dimentica
mai. Possono passare anni, anche se trascorre un decennio, le ferite rimangono
impresse nella loro memoria. Con il passare del tempo il cucciolo si trasforma in una
belva; poi un giorno incontra il suo nemico d’infanzia, la ferita si riapre e
per inerzia balza per vendicarsi. Di questo tipo era la memoria dell’Asmoneo.
Perché 800 anime? Perché non settecento né
tremilaquattrocento?
Il popolo doveva conoscere la verità. Il mondo
intero doveva conoscere la sua verità. La Storia doveva riportare nei suoi
annali la causa alla radice di quell’odio dell’Asmoneo contro i farisei. Quanti valorosi seguirono il Maccabeo nel giorno della Caduta dei
Coraggiosi? Non furono proprio 800? Non furono forse i padri degli 800 farisei
crocifissi a dare l’ordine di ritirata e a consegnare l’Eroe al nemico? Perché
lo fecero? Perché quei codardi lasciarono soli l’Eroe e i suoi 800 Coraggiosi
di fronte ai nemici?
«Ve lo dirò io», gridò l’Asmoneo dalle mura.
«Perché temevano che l’Eroe si proclamasse re. Codardi, hanno tradito l’Eroe e
lo hanno consegnato per mettere a tacere la paura che nutrivano. Ma ditemi,
quando, in quale momento, in quale occasione segreta è sfuggito all’Eroe, tra i
suoi 800 valorosi, di guidarli contro Gerusalemme e proclamarsi re? La sua
anima non conosceva altra ambizione che la libertà della sua nazione. Il suo
cuore batteva solo per il desiderio di libertà. I vostri padri lo sfidarono a
cedere il comando, a mettersi ai loro ordini, ignorando che quel Coraggioso non
riconosceva altro re e signore se non il suo Dio. Lo misero alla prova, lo
spinsero sull’orlo dell’abisso credendo che il Coraggioso avrebbe voltato le
spalle alla morte. Sfidarono il Campione dell’Onnipotente. Ebbene, questa è la ricompensa che il vostro Re e Signore mette nelle
vostre borse. Prendete
la vostra paga, codardi. Avete sfidato il Campione che Dio vi ha suscitato per
donarvi la libertà al prezzo del suo sangue e di quello di tutta la sua casata.
Non volete il paradiso? Lì vi mando a reclamare al Onnipotente la vostra paga. La sua gloria e la sua fama vi davano fastidio. Avete dovuto fuggire dal
campo di battaglia per dimostrargli che la vittoria era vostra, che senza di
voi lui non era nulla. Rallegratevi, perché presto vi troverete faccia a faccia
con lui».
Per quanto potesse
dire, indipendentemente dalle ragioni con cui cercava di giustificare la
propria coscienza, l’Asmoneo sapeva che dopo il massacro degli 800 nulla
sarebbe più stato lo stesso. Dopo quell’ode alle profondità dell’inferno non
poteva aspettarsi altro che la distruzione della sua casata. Glielo aveva
profetizzato Abia e, senza volerlo né cercarlo, lui stesso l’aveva causata. Il
destino, la fatalità, un passo falso non corretto, un altro errore imprevisto
che impone la legge della necessità, il puro caso, il caos, gli avi,
l’irresponsabilità del popolo e i suoi sogni di giustizia, libertà e pace. Come
biasimare la dea Fortuna per aver elargito baci nefasti? A volte si vince e
altre si perde. Dinasti peggiori sono riuscite a spianare la strada ai propri
figli nella pianura dei secoli. Ma a che scopo? Alla fine ogni corona finisce
per essere strappata via, chi sembra avere meno gambe salta più in alto e la
gloria di domani spetta al signor Nessuno di ieri. Da un trono il mondo è una
gabbia di grilli; chi urla di più è il re. Perché il popolo non si accontenta
del proprio destino? A che serve volere più giustizia, più libertà? Se gli dai
una mano, ti prende il braccio. Trova sempre un motivo per mandare all’aria la
felicità dei propri governanti. Se non fosse perché i sudditi sono necessari,
non starebbero meglio tutti morti? O almeno sordomuti?
Le tenebrose
riflessioni dell’Asmoneo nei suoi momenti di angoscia erano imperdibili. Più di
una volta le lasciò fluire dalla sua mente senza nemmeno accorgersi della
presenza dei suoi capi pretoriani. I loro sorrisi diabolici rispondevano con
più eloquenza del discorso più lungo e profondo del saggio più eccentrico e
appariscente.
La vita dei suoi figli
era in pericolo? E lo sarebbe stata ancora se non fosse rimasto in vita nemmeno
un ebreo?
Era una scelta
rischiosa. Quando la depressione lo soffocava, l’Asmoneo lo confortava. Ma no.
Sarebbe stato troppo. Doveva trovare una soluzione più intelligente. Volgere le spalle al fatto di aver oltrepassato il limite non avrebbe
risolto il problema. Doveva riflettere. Dopo il massacro degli 800, nulla
sarebbe più stato lo stesso. Doveva trovare l’uscita dal
labirinto prima che la sua famiglia aprisse le porte dell’inferno e le fiamme
dell’odio li consumassero.
Sì, nulla sarebbe
più stato come prima.
Non solo l’Asmoneo lo capì. Anche Simeone il
Babilonese lo capì. Le parole di Abia risuonarono nella sua mente con tutta la
portata della loro perenne realtà. «L’odio genera odio, la violenza genera
violenza ed entrambi divoreranno tutti i loro servitori». Dove avevano
effettivamente condotto le arti magiche Simeone il Babilonese? Il sangue degli
800 gravava sulla sua coscienza. Quel peso lo schiacciava. Abia aveva sempre
avuto ragione. Non si stancava mai di ripeterlo: «Chi prende la brocca e va a
prendere l’acqua nella foresta in fiamme? A tal fine, tali mezzi».
Ma certo, quale altro consiglio ci si poteva
aspettare da un uomo di Dio?
Che altro?!
Che deponessero le armi e, senza rinunciare al
loro scopo, mettessero al servizio della restaurazione della monarchia davidica
i mezzi adeguati a tale causa. Ad esempio?
Convinto dai fatti, Simeone il Babilonese depose
le armi, divenne discepolo e socio di Abia, che per tanto tempo aveva predicato
nel deserto a quei cuori di pietra.
Da parte sua, la
disperazione dell’Asmoneo cresceva col passare dei giorni. La profezia di Abia
sul destino della sua casata cominciò a apparirgli così evidente che, contro
ogni previsione, cedette. Non perché il peso che la sua coscienza poteva
sopportare – ancora forte abbastanza da reggere qualche migliaio di cadaveri in
più – gli straziasse le viscere. La vera causa dell’oppressione mentale che gli
stringeva il collo lasciandolo senza fiato risiedeva nel destino che aveva
forgiato per i suoi figli. Era stato lui stesso ad affilare la lama dell’ascia.
Per colpa sua i suoi figli erano diventati oggetto dell’ira di Dio. Il boia che
avrebbe dovuto tagliare loro la testa non era ancora nato, ma chi gli avrebbe
garantito che non sarebbe nato?
Con una mossa degna
dei suoi terrori, Alessandro Ianneo stipulò con i suoi nemici un trattato di
riconciliazione nazionale. Abia e Simeone il Babilonese sarebbero stati i
garanti di quel patto che avrebbe assicurato alla sua discendenza la vita tra
le altre famiglie di Gerusalemme. Il patto di Stato era il seguente.
Alla sua morte, la
corona sarebbe passata alla vedova. La regina Alessandra avrebbe ripristinato
il Sinedrio. In questo modo si sarebbe conclusa la battaglia tra farisei e
sadducei per il controllo del Tempio, all’origine di tutti i mali recenti. Suo
figlio Ircano II avrebbe ricevuto il sommo sacerdozio.
Alla morte della
regina Alessandra, il passaggio della corona all’altro figlio, Aristobulo II,
oppure l’incoronazione del legittimo erede della Casa di Davide, sarebbe dipeso
dall’esito della ricerca del Figlio di Salomone.
Una volta morta la
regina Alessandra, la Casa degli Asmonei non avrebbe potuto essere ritenuta
responsabile degli ultimi avvenimenti a cui la ricerca avrebbe portato. Questa
parte del patto sarebbe rimasta segreta tra il re, la regina, Ircano II e i due
uomini di sua fiducia, Abia e Simeone il Babilonese.
La vedova avrebbe
elevato questi due uomini alla guida del Sinedrio presieduto da Ircano II.
Questa parte finale del patto sarebbe rimasta segreta per impedire che il
principe Aristobulo si ribellasse al testamento dei suoi genitori e
rivendicasse la corona.
Alessandro Ianneo morì
nel suo letto. Gli succedette al trono la vedova. Alessandra Salomè regnò per
nove anni. Fedele al patto siglato, la regina Alessandra ripristinò il
Sinedrio, affidandone il governo su un piano di parità a farisei e sadducei.
Suo figlio Ircano II ricevette il sommo sacerdozio. Il principe Aristobulo II
fu escluso dalla successione e dalle questioni di Stato. La parte segreta del
patto, la ricerca dell’erede vivente di Salomone, non sarebbe più dipesa dalla
regina Alessandra, ma dai due uomini ai quali il defunto aveva affidato la
missione. Una missione che avrebbe dovuto concludersi durante il regno di
Alessandra e rimanere avvolta nel segreto che l’aveva generata. Sebbene
giovane, se un simile piano di restaurazione della monarchia davidica fosse
giunto alle orecchie del principe Aristobulo, nessuno avrebbe potuto affermare
che, nella sua follia, egli non si sarebbe ribellato in una guerra civile
contro suo fratello.
Furono nove anni di
pace relativa. I due uomini incaricati di trovare il legittimo erede di
Salomone ebbero a disposizione nove anni per setacciare le classi agiate del
regno e rintracciarne il luogo in cui si trovava. Dico «pace relativa» perché i
parenti degli 800 approfittarono del potere per inondare le strade di
Gerusalemme con il sangue di coloro che avevano giustiziato i loro cari.
Impotenti, la regina e
i sadducei non riuscivano a frenare quella sete di vendetta che mieteva
impunemente le sue vittime ogni giorno; con il passare degli anni, gli occhi
dei condannati cominciarono a fissarsi sempre più sul principe Aristobulo come
salvatore. Aristobulo, ignaro nella speranza di regnare dopo la morte di sua
madre, doveva essere strappato dalla sua piacevole condizione di principe
ereditario; bisognava agire subito e compiere il colpo di Stato che la stessa
situazione di indifesa dei sadducei stava generando.
In tali circostanze,
di quanto tempo disponevano Simeone e Abia per trovare il legittimo erede di
Salomone? Per quanto tempo avrebbero potuto resistere alla guerra civile che si
profilava all’orizzonte?
Dio solo sa quanto
Simeone e Abia abbiano cercato, quanto abbiano setacciato l’intero regno alla
sua ricerca. Hanno smosso cielo e terra per trovarlo. Ed era come se la casata
di Zorobabele fosse svanita dalla scena politica di Giuda dopo la sua morte. Sì,
certo, c’era chi sosteneva di essere discendente di Zorobabele, ma quando si
trattava di presentare i documenti genealogici pertinenti, tutto rimaneva solo
a parole. Così, con il tempo che scorreva contro di loro, la regina madre ogni
giorno più vicina alla tomba, il principe Aristobulo II che ogni anno diventava
più forte sotto l’ala protettrice dei sadducei che sostenevano il colpo di
Stato che avrebbe dato loro il potere; e loro, Abia e Simeone, sempre più
lontani da ciò che stavano cercando. Le loro preghiere non salivano al Cielo; le voci
di guerra civile, al contrario, sembravano farlo. Al nono anno del suo regno la
regina Alessandra spirò. Con lei morì la speranza dei restauratori di trovare
il legittimo erede di Salomone.
10
La saga dei precursori
Dopo la morte dell’Asmoneo, al termine della
reggenza della regina Alessandra, mentre Ircano II ricopriva la carica di sommo
sacerdote, in seguito alla guerra civile contro suo fratello Aristobulo II, Dio
suscitò lo spirito di saggezza in Zaccaria, figlio di Abia.
Chiamato al sacerdozio in quanto figlio di Abia,
Zaccaria concentrò la sua carriera nell’amministrazione del Tempio, dedicandosi
in particolare alla storia e alla genealogia delle famiglie d’Israele.
Confidente di suo padre, con cui Zaccaria condivideva lo stesso fervore per la
venuta del Messia, mentre suo padre e il suo socio, il babilonese, guidavano la
ricerca dell’erede alla Corona di Giuda, Zaccaria concepì nella sua mente
l’idea di aprire gli archivi del Tempio. Quando il fallimento della ricerca dei
legittimi eredi di Zorobabele fu ormai un dato di fatto, Zaccaria giurò a se
stesso che non avrebbe avuto pace finché non avesse messo sottosopra gli
scaffali e, per Yahweh!, che non si sarebbe fermato finché non avesse trovato
l’indizio che lo conducesse alla casa dell’erede vivente di Salomone.
Il Tempio di Gerusalemme svolgeva tutte le
funzioni di uno Stato. I suoi funzionari agivano come una burocrazia parallela
a quella della Corte stessa. Registro delle nascite, stipendi dei dipendenti,
contabilità delle entrate, Scuola dei Dottori della Legge: l’intero ingranaggio
funzionava come un organismo autonomo.
Le cariche di potere erano ereditarie. Dipendevano anche dalle influenze di ciascun aspirante. In quanto
aspirante, Zaccaria avrebbe avuto a suo favore le tre forze classiche con cui
chiunque avrebbe potuto raggiungere le vette più alte.
Poteva contare sulla
guida spirituale di suo padre. Poteva contare sull’influenza e sul pieno
sostegno di uno degli uomini più influenti all’interno e all’esterno del
Sinedrio, Simeone il Babilonese, il Semaya delle fonti tradizionali ebraiche.
In queste fonti Abia è chiamato « » Abtalión, una deformazione dell’originale
ebraico, con la cui alterazione delle fonti ebraiche lo storico ebreo intendeva
nascondere agli occhi del futuro i legami messianici tra le generazioni
precedenti alla Nascita e il Cristianesimo stesso. E soprattutto, cosa più
importante, Zaccaria contava sullo spirito di intelligenza che il suo Dio gli
aveva donato per portare a buon fine la sua impresa.
Al comando di Dio
della saga dei restauratori guidati da Abia e Simeone il Babilonese, i cui nomi
– come ho detto – furono distorti dagli storici ebrei successivi allo scopo di
radicare l’origine del cristianesimo nella mente di un folle, Dio ripeté nuovamente
lo schema che si era verificato tra i suoi due servi, suscitando nel figlio di
Simeone lo spirito precursore che avrebbe generato nel figlio del suo compagno.
Avendo negato ai padri
la vittoria, poiché la gloria del trionfo l’aveva riservata ai loro figli,
quello di Abia maggiore di quello di Simeone, Dio volle, nella sua Onniscienza,
che il figlio di Simeone, Simeone come suo padre, avesse per maestro il figlio
di Abia, consolidando l’amicizia che già esisteva tra loro con legami che
durano per sempre.
Inoltre, come suo
padre, Simeone il Giovane sembrava nato per godere di un’esistenza agiata e
felice, lontana dalle preoccupazioni spirituali del figlio di Abia.
Tale padre, tale
figlio: Simeone il Giovane unì il proprio futuro a quello di Zaccaria, mettendo
al suo servizio la fortuna ereditata dal padre.
Bisognava essere
davvero uno sciocco – parlando di Zaccaria – per fallire, pur potendo contare
su tali poteri, nel tentativo di scalare la piramide della burocrazia del
Tempio e di raggiungere la vetta come Direttore degli Archivi Storici e
Genealogo Maggiore dello Stato teocratico in cui, dopo la conquista di Giuda da
parte di Pompeo il Grande, si era trasformato l’antico regno degli Asmonei.
Superando questa incapacità grazie all’intelligenza smisurata che il suo Dio
gli aveva donato per farsi strada, Zaccaria raggiunse la vetta e piantò la sua
bandiera sul punto più alto della struttura del Tempio.
Erano comunque tempi
difficili. Le guerre civili devastavano il mondo. L’orrore era diventato la
norma. Grazie a Dio, il fallimento di Simeone e Abia si concluse con un lieto
fine che compensò tutto.
Dopo la morte della
regina Alessandra accadde ciò che era ormai prevedibile da tempo. Aristobulo II
rivendicò per sé la corona, affrontò sul campo di battaglia suo fratello Ircano
II e ne uscì vittorioso. Ma se sperava di legalizzare il suo colpo di Stato,
non tardò a rendersi conto del proprio errore.
Il mondo non era più
disposto a tornare ai tempi di suo padre. Gli stessi sadducei si rifiutavano
ormai di rinunciare alle prerogative che il Sinedrio aveva loro conferito. Né
ai sadducei né ai farisei conveniva un ritorno allo status quo precedente all’istituzione
del Sinedrio. Ovviamente ai farisei meno che ai sadducei. Si decise quindi di
far entrare in scena il padre del futuro re Erode, palestinese di nascita,
ebreo per forza di cose. Su ordine dei farisei, Antipatro ingaggiò il re degli
arabi per spodestare Aristobulo II dal trono.
La manovra di far
ricadere il peso della ribellione sulle spalle di Ircano II fu uno stratagemma
del Sinedrio per tenersi in disparte in caso di sconfitta delle forze
ingaggiate. La guerra in corso si risolse a favore di Ircano II grazie alla
prescienza divina, che interpose tra i fratelli il generale romano del momento,
in marcia trionfale attraverso le terre d’Asia. Stiamo parlando di Pompeo il
Grande.
Dopo aver conquistato
la Turchia e la Siria, il generale romano ricevette un’ambasciata degli ebrei
che lo supplicavano di intervenire nel loro regno e di porre fine alla guerra
civile in cui le passioni li avevano trascinati. Siamo negli anni Sessanta del
I secolo a.C.
Pompeo accettò di
fungere da arbitro tra i due fratelli. Ordinò loro di presentarsi
immediatamente per rendergli conto dei motivi per cui si stavano uccidendo a
vicenda. Chi era Caino, chi era Abele?
Pompeo non si lasciò
coinvolgere in discussioni di questa natura. Con l’autorità di un signore
dell’universo pronunciò parole di saggezza e rese noto il suo giudizio
salomonico sul caso. Da quel giorno e fino a nuovo ordine, il regno dei Giudei
divenne una provincia romana. Ircano II fu reintegrato nelle sue funzioni di
capo di Stato e Antipatro, padre di Erode, come capo del suo stato maggiore.
Quanto ad Aristobulo, doveva ritirarsi alla vita civile e rinunciare alla
corona.
E così avvenne. In
seguito Pompeo partì con le aquile romane per completare la sua conquista del
mondo mediterraneo, lasciando che le campane suonassero a morto a Gerusalemme
per la soluzione adottata, la migliore tra tutte le peggiori.
In quei giorni il drago della follia scorrazzava a
suo piacimento in ogni angolo del Mondo Antico. Lo faceva sin dall’alba dei
tempi, ma questa volta, durante le guerre civili romane, il Diavolo – più
saggio per la sua anzianità che per il suo genio – con le sue lingue di fuoco
creò uomini più malvagi che mai. A differenza delle altre lingue che creavano
santi, quelle del Diavolo generavano mostri che vendevano la propria anima
all’Inferno in nome del potere effimero della gloria delle armi. Come una superstar
che firma contratti di nozze di sangue con gli sposi della Morte, il Principe
delle Tenebre firmava autografi con disinvoltura, sperando, nella sua manifesta
follia, di ottenere dal suo Creatore gli applausi dovuti a colui che aveva
lanciato un ultimatum a Dio.
Il conteggio dei morti
nelle guerre mondiali romane non fu mai registrato. Il futuro non saprà mai
quante anime perirono sotto le ruote folli dell’Impero Romano. Leggendo le
cronache di quell’impero delle tenebre sulla Terra, si oserebbe dire che lo
stesso Diavolo fosse stato assunto come consigliere dei Cesari. Ancora una
volta la Bestia percorreva i confini del mondo esercitando la sua volontà
sovrana.
In mezzo a quei tempi
sanguinosi, quando persino un cieco poteva vedere l’impossibilità di opporsi al
nuovo padrone dell’universo – tanto più se l’aspirante non era altro che una
mosca sul dorso di un elefante –, contro ogni logica e buon senso Aristobulo II
ignorò il giudizio salomonico di Pompeo il Grande e si dichiarò in ribellione
armata contro l’Impero.
L’ambizione illimitata
per il potere assoluto non conosce né razze né epoche. La Storia ha visto la
situazione sfuggire di mano più volte di quante gli annali delle nazioni
moderne possano ricordare. A quanto pare, l’abisso tra l’uomo e la bestia è
meno pericoloso del salto dell’uomo alla condizione di figli di Dio. Eppure,
coloro che negano all’uomo ciò che gli spetta di diritto per la creazione sono
gli stessi che poi difendono con le armi e il fuoco l’idea dell’evoluzione. Non sappiamo se, con il
dubbio sulle intenzioni di Dio nel creare l’uomo, la scienza nasconda una
ribellione aperta contro lo stadio finale programmato nei nostri geni sin dagli
albori dell’era storica. In fondo potrebbe trattarsi solo di una questione di
orgoglio intellettuale elevato al quadrato della sua potenza. Vale a dire, non
si nega l’esistenza di Dio; ciò che esiste è il rifiuto di vivere una cronaca
già annunciata. Mi spiego meglio: perché dobbiamo essere oggetti passivi di una
storia scritta prima della nostra nascita? Non è meglio essere soggetti attivi
di una tragedia scritta dal Destino?
Le profondità della
psicologia umana non smettono mai di sorprendere. Nelle tenebre delle voragini
abissali della mente, creature luminescenti belle come stelle nella notte si
trasformano improvvisamente in draghi mostruosi. Le loro frecce di fuoco divorano
ogni pace, violano ogni giustizia, negano ogni verità. E ambendo al potere
degli dei ribelli, danno ragione a coloro che, pur non credendo
nell’evoluzione, credono quando affermano che dopo l’uomo c’è qualcos’altro.
Dopotutto non si
tratta tanto di credere o non credere, quanto di scegliere tra l’essere della
Bestia e quello dei figli di Dio.
A questo proposito
Aristobulo II aveva una mentalità molto tipica del suo tempo. O aveva tutto o
non aveva nulla. Perché condividere il potere? Tra Caino e Abele aveva scelto
il ruolo di Caino. E non se l’era cavata affatto male. Perché ora il romano veniva
a rubargli il frutto della sua vittoria?
Finché, con la punta
della spada, Pompeo il Grande gli impose la propria volontà e il mito
dell’invincibilità dell’Uccisore di Pirati tenne a bada la sua passione, tutto
andò a gonfie vele per il Salvatore del Mediterraneo. Non appena Pompeo gli
voltò le spalle, Aristobulo tirò fuori la sua vena asmonea e si dedicò a ciò
che sapeva fare meglio: fare la guerra.
Il modo in cui lui intendeva fare la guerra,
almeno, lo mise in pratica.
Ovunque cavalcasse, si
dedicava a lasciare il segno. Una fattoria qui, un’altra là: la Giudea avrebbe ricordato il
figlio di suo padre per molto tempo. Fuoco, rovina, desolazione: che la storia
sia scritta e ciò che è scritto rimanga scritto, se non negli annali della
Storia, almeno sulle schiene del popolo!
L’Antico Serpente doveva sapere che il Giorno di
Yahweh si avvicinava, giorno di vendetta e di ira. Con il Leviatano nel mirino,
l’Inferno intensificò il fuoco che portava dentro e, dall’apice della sua
maledetta gloria, iniziò a guidare l’esercito delle tenebre verso la sua
impossibile vittoria.
Fratello contro fratello, regno contro regno.
Persino l’onnipotente Senato Romano tremò di terrore il giorno in cui Cesare
attraversò il suo personale Mar Rosso. Per colpa del Conquistatore della
Gallia, che poco prima era stato acclamato signore d’Asia, quello stesso Pompeo
fu visto attraversare il Mare Grande, fuggendo come una gatta per finire
assassinato come un pidocchio su una spiaggia per ordine di un faraone in
gonnella.
Giunse fino in Egitto all’inseguimento del suo ex
socio, colui che aveva trasformato un fiume in una frase leggendaria, e proprio
lì lo avrebbe seppellito lo stesso faraone assassino di Pompeo, se non fossero
intervenuti provvidenzialmente in suo favore gli eserciti provinciali
dell’Asia, tra le cui schiere la cavalleria degli ebrei si distinse per audacia
e valore, assicurandogli la vittoria e, cosa ancora più importante, salvando la
vita al Conquistatore della Gallia. Una salvezza che valse agli ebrei
dell’Impero la più sincera gratitudine di Cesare e restituì alla nazione la sua
perduta fama di valorosi guerrieri.
La necessità che spinge i potenti a ricorrere gli
uni agli altri fu quella che gettò il capo di stato maggiore ebreo nelle
braccia del nuovo signore dell’universo mediterraneo, facendo sì che il padre
di Erode conquistasse per il popolo ebraico gli onori della grazia, come ho
detto, e per sé e la sua casata l’amicizia di colui che è grato perché ben
nato, quella dell’unico e incomparabile Giulio Cesare.
Grazia quest’ultima che a Gerusalemme non fu
accolta così bene come nelle cerchie familiari dell’interessato. Ma, data la
tenacia del figlio dell’Asmoneo nel seguire le orme del padre, fu rispettata
come un muro di contenimento. In quei momenti i Giudei credettero poco o nulla
di dover temere la fulminea ascesa al potere del giovane palestinese: Erode.
Nemmeno quando Erode dimostrò un coraggio
smisurato nello smantellare le forze dei briganti galilei e li condannò a morte
aggirando le leggi del Sinedrio?
Approfittando della sua posizione di luogotenente
delle forze del Nord, Erode catturò i briganti, smantellò le loro basi e
condannò a morte i loro capi. Nulla di insolito se si fosse trattato di un capo
ebreo. Il problema era che, attribuendosi le funzioni del Sinedrio – giudicare
e condannare a morte –, l’ambizione personale di Erode venne alla luce e costrinse
il Sinedrio a tagliargli le ali finché era ancora in tempo.
La questione del giudizio sul giovane idumeo era
complessa a causa di chi fosse il suo padrino: Cesare in persona. Il punto era
che, se non gli avessero tagliato le ali, nessuno avrebbe potuto fermare la sua
fulminea ascesa verso il trono.
Simeone il Babilonese e Abia esposero questa
argomentazione davanti agli altri membri del tribunale riunito per giudicare
Erode. Si erano forse liberati dall’usurpazione del trono di Davide da parte di
un ebreo di nascita solo per vedere come un palestinese vi avrebbe piantato il
sedere?
Senza temere quel cucciolo idumeo, Simeone il
Babilonese pronunciò la sua sentenza davanti a tutti: o lo condannavano a morte
ora che lo avevano in loro potere, oppure si sarebbero pentiti della loro
codardia il giorno in cui il figlio di Antipatro si fosse seduto sul trono di
Gerusalemme.
Erode si voltò a guardare quell’anziano che gli
stava profetizzando alla luce del giorno ciò che aveva visto tante volte nei
suoi sogni. Stupito di trovare un coraggioso in mezzo a quei codardi, giurò lì,
alla presenza di tutti i suoi giudici, che il giorno in cui si fosse cinto la
corona li avrebbe passati tutti a fil di spada. Tutti tranne l’unico uomo che
aveva osato dirgli in faccia ciò che pensava.
Quando Erode divenne re, quella fu la prima misura
che prese. Ad eccezione del suo profeta personale, decapitò tutti i membri del
Sinedrio.
11
La genealogia di Gesù secondo San Luca
In mezzo a quei giorni di orrori sanguinari, la
Natura sfidò l’Inferno inondando la terra di bellezza. Fu davvero un’epoca di
donne bellissime. Al servizio del suo Signore, la Natura concepì una donna di
straordinaria bellezza e le diede un nome. La chiamò Elisabetta.
Isabella era figlia di una delle famiglie
sacerdotali dell’alta società di Gerusalemme. I suoi genitori appartenevano a
una delle ventiquattro famiglie eredi dei ventiquattro turni del Tempio.
Essendo i suoi genitori clienti della casa dei Simeoni, la straordinaria
bellezza di quella fanciulla le aprì le porte del cuore di Simeone il Giovane,
con il quale crebbe come se fosse una sorella.
I genitori di Elisabetta non potevano che vedere
di buon occhio il rapporto che si era instaurato tra i due giovani. Pensando
alla possibilità di un futuro matrimonio, i suoi genitori concessero a
Elisabetta una libertà che di norma era negata alle figlie di Aronne. C’era
forse qualcosa che potesse riempire di orgoglio il cuore di quei genitori più
del fatto che la loro figlia maggiore diventasse la moglie dell’erede di una
delle più grandi fortune di Gerusalemme?
Non era più solo una questione di ricchezza, c’era
anche la protezione che Erode aveva esteso ai Simeoni. La morte dei membri
principali del Sinedrio dopo la sua incoronazione lasciò i Simeoni in una
posizione privilegiata. Infatti, quella dei Simeoni fu l’unica fortuna che il
re non confiscò.
Se Elisabetta avesse conquistato il giovane
Simeone con la sua bellezza, uff!, ben oltre quanto i suoi genitori avrebbero
mai potuto sognare.
Con questa segreta possibilità in mente, che ogni
anno sembrava diventare più reale grazie all’intelligenza con cui la Saggezza
aveva arricchito ciò che la Natura aveva dotato di tante doti, i genitori di
Elisabetta le permisero di varcare quel sottile confine oltre il quale la donna
ebrea era libera di scegliere il marito.
Era consuetudine nelle caste ebraiche stipulare il
contratto di matrimonio per le figlie degli Aaroniti prima che raggiungessero
quell’età pericolosa, superata la quale, per legge, la donna non poteva più
essere costretta ad accettare l’autorità paterna come se si trattasse della
volontà di Dio. Convinti dell’irresistibile influenza della bellezza di
Elisabetta sul giovane Simeone, i suoi genitori corsero il rischio di lasciarla
varcare quel confine.
Lei la varcò incantata, e lui ne fu complice.
Simeone assecondò quella sua anima gemella che la
vita gli aveva donato. Essendo stato educato lui stesso a godere di una libertà
privilegiata, quando i genitori di Elisabetta si fossero resi conto della
verità sarebbe stato ormai troppo tardi. Isabel avrebbe ormai varcato quel
confine e nulla e nessuno al mondo avrebbe potuto impedirle di sposare l’uomo
che amava più della sua stessa vita, più delle mura di Gerusalemme, più delle
stelle del cielo infinito, più degli angeli stessi.
Il giorno in cui i suoi genitori capirono chi
fosse il prescelto di Isabel, quel giorno i suoi genitori alzarono un gran
clamore.
Il problema dell’uomo che Elisabetta amava in quel
modo, ben al di sopra degli interessi familiari, era semplice. Elisabetta aveva
donato il suo cuore al giovane più testardo di tutta Gerusalemme. In realtà
nessuno avrebbe scommesso nulla sulla vita del figlio di Abia. A Zaccaria era
venuta in mente l’idea di entrare nel Tempio e cacciare tutti i venditori di
genealogie e i trafficanti di certificati di nascita all’ingrosso. Sconvolti da
quello che credevano fosse un attacco frontale alle loro tasche, furono in
molti a giurare di porre fine alla sua carriera a qualsiasi costo. Ma né le
minacce né le maledizioni riuscirono a spaventare Zaccaria.
A questo proposito tutti riconoscevano che il
figlio fosse la copia esatta del padre. Non era forse suo padre l’unico uomo in
tutto il regno capace di piantarsi davanti all’Asmoneo nei suoi giorni di
massimo splendore, di sbarrargli la strada e di profetizzargli in faccia una
valanga di sventure? Cosa ci si poteva aspettare da suo figlio, che fosse un
codardo?
In ogni caso, perché Zaccaria non indirizzava la
sua crociata altrove? Perché si era messo in testa di concentrare la sua
crociata contro il fiorente business della compravendita di documenti
genealogici e certificati di nascita falsi? Che male facevano a qualcuno
emettendo quei documenti?
Gli interessati arrivavano direttamente
dall’Italia, disposti a pagare qualsiasi cifra gli venisse chiesta per un
semplice pezzo di papiro firmato e sigillato dal Tempio. Da dove veniva
quell’ostinazione del figlio di Abia? Perché non si dedicava a godersi la vita
come qualsiasi altro ragazzo del quartiere? Si divertiva forse a rovinare
l’umore a tutti?
Bene, ma prima di proseguire entriamo nella mente
di Zaccaria e nelle circostanze contro cui si ribellò.
Ho detto che Zaccaria, figlio di Abia, e Simeone
il Giovane, figlio di Simeone il Babilonese, raccolsero il testimone della
ricerca dell’Erede vivente di Salomone.
Date tutte le circostanze descritte nei capitoli
precedenti, si comprende che il segreto fosse la condizione sine qua non che
li avrebbe condotti fino in fondo. Nessuno doveva sapere quale fosse
l’obiettivo che avevano in mente.
Se agli Asmonei la sola idea della restaurazione
davidica faceva rizzare i capelli, al minimo sospetto sulle intenzioni dei
figli dei loro protetti – Semaya e Abtalion negli scritti ufficiali ebraici,
Simeone e Abia per noi – il re Erode avrebbe fatto uccidere in un solo giorno
tutti i figli di Davide.
Poi c’erano i classici pirati che sarebbero stati
ben felici di denunciare i propri figli, i nostri Simeone e Zaccaria. Erode
avrebbe ricompensato la denuncia per tradimento alla corona con mille onori. E,
già che c’era, avrebbero eliminato di scena il crociato solitario con cui non
si riusciva a raggiungere alcun accordo.
Così, consapevole del mare di pericoli sulle cui
onde navigava, Zaccaria non apriva il proprio cuore a nessuno al mondo. Nemmeno
alla stessa Elisabetta, la donna con cui sapeva che si sarebbe sposato
nonostante la volontà dei suoi futuri suoceri.
Era naturale che, tra tutti gli uomini di
Gerusalemme, non ce ne fosse un altro che godesse di maggiore protezione del
figlio di Abia.
Entriamo ora nelle cause di quella corruzione
generalizzata nelle cui braccia si gettarono i funzionari del Tempio.
In segno di gratitudine per la sua salvezza da
parte della cavalleria ebraica – come ho detto prima – Giulio Cesare concesse
alla Giudea privilegi fiscali e l’esenzione dal servizio militare per i suoi
cittadini.
Cesare ignorava la complessa estensione del mondo
ebraico. Astuti come nessun altro, gli ebrei di tutto il suo Impero
approfittarono della sua ignoranza per beneficiare dei privilegi concessi ai
cittadini della Giudea. Ma per beneficiare di tali privilegi erano obbligati a
presentare i documenti pertinenti.
Tutto ciò che dovevano fare era recarsi a
Gerusalemme, pagare una somma di denaro e procurarseli.
Era forse il caso di opporsi al piano che aveva
messo in atto il figlio di Abia? Zaccaria non amava forse i suoi fratelli in
Abramo? Perché si opponeva? Che cosa c’entrava lui in tutto ciò? Le casse del
Tempio si stavano riempiendo. Non gli interessava forse, in quanto sacerdote ed
ebreo di nascita, la prosperità del suo popolo?
L’ostilità crescente nei confronti di Zaccaria
derivava dalla sua inarrestabile ascesa, che in breve tempo, se nessuno gli
avesse sbarrato la strada, lo avrebbe condotto ai vertici della direzione degli
Archivi Storici e Genealogici, da cui dipendeva il rilascio dei suddetti
documenti.
Insomma, c’erano ragioni per cui il figlio di Abia
potesse chiudere un occhio e approfittare dell’occasione per arricchirsi, e già
che c’era condividere con tutti la prosperità che il cielo aveva donato loro
dopo tante sofferenze passate; ragioni ce n’erano eccome.
Ma no, il figlio di Abías sosteneva che non
avrebbe ceduto alla corruzione. Era testardo come una roccia. Come se non
bastasse, la protezione di cui godeva non lasciava ai suoi nemici altra scelta
che cercare di frenare la sua carriera con ogni mezzo.
Così, per quanto adorasse l’uomo della sua vita,
la stessa Isabel si chiedeva che senso avesse quella crociata del suo amato. Se
lei tirava fuori l’argomento, lui si limitava a temporeggiare, distoglieva lo
sguardo, cambiava discorso e la lasciava con la parola in bocca. Ma non l’amava
forse?
Simeone il Giovane rideva di quei due amanti
impossibili.
Una risata che Isabel colse e, dato che era figlia
di Aaronne e aveva la Natura dalla sua parte, era certa che il suo amico del
cuore le avrebbe svelato quale mistero i due stessero tramando.
Simeone il Giovane all’inizio la tenne sulle
spine. L’ultima cosa che voleva era mettere in pericolo la vita di Isabel. Alla
fine dovette aprirle il cuore e rivelarle la verità.
Un ebreo proveniente da qualsiasi parte
dell’Impero che desiderasse registrarsi come cittadino della Giudea, a quale
famiglia si sarebbe legato e in quale città avrebbe chiesto di essere
registrato come nativo?
La risposta era così ovvia che Isabella capì
all’istante.
«A Betlemme di Giudea, e al re Davide».
Già di per sé era difficile per il Capo
Genealogista del Regno districarsi tra montagne di documenti, figuriamoci con
questa valanga di figli di Davide che all’improvviso stavano spuntando da ogni
parte per il leggendario re.
«Allora state cercando l’erede di Salomone»,
rispose Elisabetta a Simeone. «Che bello!» Simeone rise di cuore per la sua
battuta.
A Zaccaria non sembrò così divertente che il suo
socio avesse rivelato la verità a Elisabetta. Ormai che il danno era fatto,
bisognava andare avanti e confidare nella prudenza femminile. Fiducia che
Elisabetta non deluse mai.
Lo stesso Spirito che arresta l’avanzata dei
guerrieri e nega loro l’accesso alle mete da Lui riservate a coloro che li
seguiranno, quello stesso Dio è colui che ordina i tempi e muove sulla scena
gli attori per i quali ha riservato la vittoria che avrebbe negato a coloro che
hanno aperto loro la strada.
Contro tutti i cattivi presagi che i nemici
avevano augurato loro, Zaccaria raggiunse la vetta della direzione degli
Archivi del Tempio. Si sposò anche con la compagna che il destino aveva scelto
per lui. Quando scoprirono di non poter avere figli, si sentì dire: «Castigo de
Dios» (Castigo di Dio) perché lei si era ribellata alla volontà dei suoi
genitori, ma si consolarono amandosi con tutta la forza di cui è capace il
cuore umano.
Al dolore di essere sterili si aggiunse il
fallimento della loro ricerca.
12
La nascita di Giuseppe
Zaccaria trascorse anni a setacciare montagne di
documenti genealogici, ordinando rotolo dopo rotolo storico, sulle tracce che
dovevano condurlo all’ultimo erede vivente della corona di Salomone. Non
impazzì perché la sua intelligenza era più forte della disperazione che si era
impadronita della sua mente e, ovviamente, perché lo Spirito del suo Dio gli
sorrideva sulle labbra del suo socio Simeone, che non perdeva mai la speranza
ed era sempre lì a tirargli su il morale.
«Tranquillo, amico, vedrai che alla fine troveremo
quello che stiamo cercando dove meno ce lo aspettiamo, e quando meno ce lo
immaginiamo, vedrai. Non scervellarti perché il tuo Dio vuole aprirti gli occhi
a modo suo. Non credo che ti lascerà a mani vuote. È solo che stiamo guardando
nella direzione sbagliata. La colpa è nostra. Credi forse che il Signore Dio ti
abbia elevato dove ti trovi per lasciarti nella desolazione in vetta? Riposa,
goditi la tua esistenza, lasciamo che sia Lui a farci ridere».
Quel Simeone era straordinario. Ma in tutti i
sensi. Quando sposò la donna dei suoi sogni, si godette anche il sogno di
essere l’uomo più felice del mondo. Con quella sua felicità che si riversava su
tutti i clienti della sua Casa e lo rese il banchiere dei poveri, un bel giorno
questioni d’affari lo portarono a Betlemme.
La clientela dei Simeoni si estendeva anche ai
villaggi intorno a Gerusalemme. Tra le famiglie che facevano affari con loro
figurava il Clan dei falegnami di Betlemme. A quel tempo la guida del Clan era
nelle mani di Matat, padre di Eli. Maestri ebanisti, il Clan dei falegnami di
Betlemme si era costruito una solida fama di professionisti del legno da chissà
quando. Si diceva addirittura che il fondatore del Clan avesse realizzato una
delle porte della città santa ai tempi di Zorobabele. Semplici voci, ovviamente.
Il fatto è che l’arrivo di Simeone il Giovane a Betlemme coincise con la
nascita del primogenito di Eli. Chiamarono il neonato Giuseppe. A parte i
festeggiamenti, una volta concluso l’affare che lo aveva portato a Betlemme, il
nonno del bambino e il nostro Simeone iniziarono a parlare delle origini della
famiglia. L’argomento in corso fece sì che Matat si dilungasse sull’origine
davidica della sua casata.
A Betlemme a nessuno era mai venuto in mente di
mettere in dubbio la parola del capo del Clan dei falegnami. Tutti ne erano
convinti, perché da sempre nel paese si era creduto che il Clan appartenesse
alla casa di Davide. Matat, il nonno di Giuseppe, non andava in giro
sbandierando il documento genealogico della sua famiglia come se fosse una
frusta pronta a abbattersi sugli scettici. Non sarebbe stato necessario. Era
semplicemente così, era sempre stato così e non poteva essere altrimenti. I
suoi genitori erano stati considerati figli di Davide da chissà quando, e lui,
Matat, aveva tutto il diritto di credere alla parola dei suoi antenati.
Dopotutto, ognuno era libero di credersi figlio di chi più gli convenisse. Ma
certo, con l’indagine di Zaccaria in una fase di stallo, la ricerca del figlio
di Salomone negli archivi storici arenatasi in un vicolo cieco, era inevitabile
che una semplice famiglia di falegnami si lanciasse nel campo delle realtà
infallibili; era inevitabile che al nostro Simeone, amico intimo del Gran
Genealogo del Regno, quella certezza assoluta del nonno Matat dovesse
risultare, se non divertente, almeno piuttosto simpatica. Più di ogni altra
cosa, era il tono di certezza nel respiro del nonno di Giuseppe.
Quando, senza voler offendere il capo del clan dei
falegnami di Betlemme, Simeone il Giovane mise in dubbio la legittimità
dell’origine davidica della sua casata, il nonno Matat guardò il giovane
Simeone con le sopracciglia leggermente aggrottate. La sua prima reazione fu
quella di sentirsi offeso, e per la sua barba, se quel dubbio fosse venuto da
qualcun altro, per il suo onore lo avrebbe cacciato all’istante fuori di casa.
Ma in onore dell’amicizia che lo legava ai Simeoni, e poiché il Giovane non aveva
affatto intenzione di offenderlo, il nonno Matat si trattenne dal dare libero
sfogo al proprio temperamento. Anche perché, con i venti che soffiavano, quando
bastava dare un calcio a un sasso perché a Davide nascessero dei figli, il
dubbio del ragazzo gli sembrò comprensibile.
Uomo di ottimo carattere, nonostante questo modo
di entrare nella nostra storia, non volendo che d’ora in poi tra la sua casa e
quella dei Simeoni aleggiasse alcun tipo di dubbio, il nonno Matat prese il
nostro Simeone per un braccio e lo portò da parte. Con tutta la fiducia del
mondo riposta nella sua sincerità, l’uomo lo condusse nelle sue stanze private.
Si diresse verso una cassapanca vecchia come l’inverno, la aprì e ne estrasse
una sorta di rotolo di bronzo avvolto in pelli ammuffite.
Davanti agli occhi di Simeone, il nonno Matat lo
posò sul tavolo. E lo srotolò lentamente, con il mistero di chi sta per mettere
a nudo la propria anima.
Non appena vide il contenuto avvolto in quelle
pelli ammuffite, le pupille di Simeone si spalancarono come finestre all’arrivo
dei primi raggi primaverili. Dalle sue labbra sfuggì un muto «Santo Dio», ma
dissimulò la sorpresa e nascose l’emozione che gli percorreva la schiena. E
infatti, raramente nella sua vita, pur essendo l’intimo del Gran Genealogista
del Regno e nonostante fosse abituato a vedere documenti antichi, alcuni vecchi
quanto le mura di Gerusalemme, raramente i suoi occhi avevano visto un gioiello
così bello e importante.
Quel rotolo genealogico trasudava antichità da
ogni poro. I sigilli impressi nel metallo erano due stelle che brillavano in un
firmamento di cuoio secco come la montagna dove Mosè ricevette le Tavole. I
caratteri della sua scrittura emanavano fragranze esotiche nate sul campo di
battaglia dove Davide aveva impugnato quella che sarebbe diventata la spada dei
re di Giuda. Il nonno Matat dispiegò il rotolo genealogico del suo clan in
tutta la sua magica estensione e lasciò che il Giovane leggesse l’elenco degli
antenati di Giuseppe, il suo nipotino appena nato. Recitava:
“Eli, figlio di Matat. Matat, figlio di Levi.
Levi, figlio di Melchi. Melchi, figlio di Jannai. Jannai, figlio di Giuseppe.
Giuseppe, figlio di Mattatia. Mattatia, figlio di Amos. Amos, figlio di Nahum.
Nahum, figlio di Esli. Esli, figlio di Naggai. Naggai, figlio di Maat. Maat,
figlio di Mattatia. Mattatia, figlio di Semeín. Semeín, figlio di Josec. Josec,
figlio di Jodda. Jodda, figlio di Joanam. Joanam, figlio di Resa. Resa, figlio
di Zorobabele».
Mentre lo leggeva, Simeone il Giovane non osava
alzare lo sguardo. Un’energia fulminante gli percorreva il midollo, fibra per
fibra. Dentro di sé avrebbe voluto saltare di gioia; la sua anima si sentiva
come quella dell’Eroe dopo la vittoria, che saltava nudo per le strade di
Gerusalemme. Se Zaccaria fosse stato lì con lui, al suo fianco, per Dio,
avrebbero ballato la danza dei valorosi attorno al fuoco della vittoria.
Certo che sì, ovviamente Simeone il Giovane aveva
visto un documento identico a quello, con nomi diversi, ma della stessa
antichità, che custodiva nei suoi segreti i caratteri ebraici più antichi,
scritti dagli uomini che vissero nella Babilonia di Nabucodonosor. Lo aveva
visto nella sua stessa casa. Suo padre lo aveva ereditato dal proprio e lo
aveva portato a Gerusalemme per depositarne una copia negli Archivi del Tempio.
Sì, l’aveva visto proprio a casa sua: era il gioiello della famiglia dei
Simeoni. Quante famiglie in tutto Israele potevano mettere sul tavolo un
documento di quella natura? Simeone conosceva la risposta fin da bambino: solo
le famiglie che erano tornate con Zorobabele da Babilonia potevano farlo, e
tutte quelle che potevano farlo si trovavano nel Sinedrio.
Santo cielo! Cosa avrebbe dato il nostro Simeone
per avere al suo fianco, in quel momento, il suo Zaccaria. La Luna e le stelle
non valevano ai suoi occhi quanto quel rotolo di bronzo babilonese avvolto
attorno a quella pergamena di pelle di vacca dell’Eden. Quel documento aveva
più valore di mille volumi di teologia. Cosa non avrebbe dato per avere
l’opportunità di ascoltare dalle labbra di Zaccaria la lettura del resto della
Lista! Recitava:
«Zorobabele, figlio di Salatiel. Salatiel, figlio
di Neri; Neri, figlio di Melchi; Melchi, figlio di Addi; Addi, figlio di Cosam;
Cosam, figlio di Elmadam; Elmadam, figlio di Er; Er, figlio di Gesù; Gesù,
figlio di Eliezer; Eliezer, figlio di Jori; Jori, figlio di Matat; Matat, ,
figlio di Levi; Levi, figlio di Simeone; Simeone, figlio di Giuda; Giuda,
figlio di Giuseppe; Giuseppe, figlio di Eliaquim; Eliaquim, figlio di Melea;
Melea, figlio di Menna; Menna, figlio di Mattata; Mattata, figlio di Natam.
Natam…figlio di Davide”.
13
La Grande Sinagoga d’Oriente
Forse mi sto un po’ precipitando nella successione
degli eventi, spinto dall’emozione dei ricordi. Spero che il lettore non me ne
faccia una colpa per essermi lanciato quasi a briglia sciolta nella pianura dei
ricordi che gli sto svelando. Dopo che per duemila anni sono rimaste
addormentate nel silenzio delle alte vette della Storia, nemmeno l’autore
stesso riesce a controllare l’emozione che lo travolge, e le sue dita si
protendono verso le nuvole con la stessa facilità con cui le ali dell’aquila
delle nevi tendono verso il sole irraggiungibile che dà vita alle sue piume.
La verità che ho tralasciato è la relativa calma
internazionale che l’impero di Giulio Cesare portò nella regione, una pace
relativa che giocò a favore dei nostri eroi, stimolando la loro intelligenza,
specialmente quella del nostro Zaccaria. In altre circostanze geopolitiche,
forse, la possibilità di inserire quella pace nel quadro dei propri interessi
non sarebbe nemmeno passata loro per la mente.
A grandi linee, in sintesi, tutti sanno quale
rapporto di amore-odio tra Romani e Parti abbia tenuto in scacco il Vicino
Oriente durante quel secolo. In ogni caso, i manuali di Storia del Vicino
Oriente Antico e della Repubblica Romana sono alla portata di chiunque. Non è
un tema che predomina nella ricostruzione ufficiale, soprattutto a causa
dell’origine asiatica dei Parti, dettaglio che per gli storici occidentali,
influenzati dalla loro cultura greco-latina, costituisce una scusa sufficiente
per accennare di sfuggita alla storia del loro Impero. Questa Storia non è il
luogo più adatto per ampliare l’orizzonte in quella direzione; si metta qui a
verbale il desiderio di farlo in un altro momento. Insomma, questa Storia non
può ampliare all’infinito lo scenario in cui si è svolta. I manuali ufficiali
sono lì per ampliare l’orizzonte a chiunque voglia approfondire un po’ di più
l’argomento.
Il fatto che viene in questione e che appartiene a
questa Storia ha come epicentro l’influenza che la pace di Cesare ebbe sulla
zona e le possibilità che mise nelle mani dei suoi abitanti. Pensiamo che ogni
volta che si pensa ai giorni del conquistatore della Gallia, l’accento ricada
prevalentemente sull’apparato delle sue guerre, sui suoi istinti dittatoriali,
sul groviglio di cospirazioni politiche contro il suo imperium,
tralasciando sempre i benefici che la sua pace comportò per tutti i popoli
sottomessi a Roma. In relazione al nostro racconto, la pace di Cesare, più che
grande, fu di fondamentale importanza.
Zaccaria, che non smetteva mai di escogitare il
modo di portare a termine la sua ricerca del legittimo erede della corona di
Salomone, un giorno ripensò alle parole del suo socio: «Tranquillo, amico,
vedrai che alla fine troveremo ciò che stiamo cercando dove meno ce lo aspettiamo,
e quando meno ce lo immaginiamo, vedrai», e si disse che Simeone aveva tutta la
ragione del mondo. Non avevano ancora trovato ciò che cercavano perché avevano
girato a vuoto. E probabilmente non avrebbero mai trovato la traccia dei figli
di Zorobabele continuando a scavare dove non c’erano tracce della loro
esistenza. Allora perché non giocare la carta della Grande Sinagoga d’Oriente?
L’unica cosa che dovevano fare era inviare una lettera chiedendo ai Magi della
Nuova Babilonia di cercare la genealogia di Zorobabele tra i loro archivi. Così
facile, così semplice.
Simeone il Babilonese, originario di Seleucia sul
Tigri, perfetto conoscitore della sinagoga in questione, annuì con la testa.
Rise e disse con tutta l’anima:
«Ma certo, figli miei, come abbiamo fatto a essere
così ciechi per tutto questo tempo? Ecco la chiave dell’enigma. Non perdete
tempo. Da qualche parte in quella montagna di archivi deve trovarsi il gioiello
che vi sta facendo impazzire. L’occasione è propizia. È ora o mai più. Nessuno
può dire quando la pace verrà meno. Al lavoro».
Zaccaria e i suoi uomini scelsero un corriere di
piena fiducia tra i corrieri della Grande Sinagoga d’Oriente che all’epoca, una
volta aperte le vie di comunicazione, erano soliti portare a Gerusalemme la
decima. Il messaggio che avrebbe dovuto portare al suo ritorno a Seleucia,
affinché fosse letto esclusivamente dai capi della Sinagoga dei Magi d’Oriente,
si concludeva con queste parole: «Concentrate le indagini sui figli di
Zorobabele che lo accompagnarono da Babilonia a Gerusalemme».
La tensione tra i due imperi dell’epoca, quello
romano e quello partico, una corda tesa che poteva spezzarsi da un momento
all’altro, oltre alle continue insurrezioni nazionaliste tipiche del Vicino
Oriente, faceva temere che la risposta potesse tardare un po’ di tempo. Ma loro
avevano tempo.
Fin dai tempi di Zorobabele, gli ebrei dall’altra
sponda del Giordano erano riusciti a superare i pericoli e a versare la decima.
Durante il periodo di stabilità che l’impero persiano garantì all’Asia
occidentale, la carovana dei Magi d’Oriente arrivava anno dopo anno. In
seguito, dopo la conquista dell’Asia da parte di Alessandro Magno, la
situazione non cambiò. Le cose peggiorarono quando i Parti piantarono le loro
tende a est dell’Eden e sognarono l’invasione dell’Occidente.
Antioco III il Grande dovette dare il massimo per
contenere la valanga dei nuovi barbari. Suo figlio Antioco IV morì difendendo i
confini. Trasformate le terre del Vicino Oriente in una terra di nessuno aperta
al saccheggio e alla depredazione dopo la morte della Bestia degli ebrei, gli
ebrei a est del Giordano dovettero imparare a cavarsela da soli; ma qualunque
cosa accadesse, la carovana dei Magi d’Oriente arrivava sempre a Gerusalemme
con il suo carico di oro, incenso e mirra.
Superata questa difficoltà, la missiva di Zaccaria
giunse a destinazione. A tempo debito, egli tornò a Gerusalemme con la risposta
attesa.
La risposta alla domanda di Zaccaria era la
seguente:
«Due erano i figli che Zorobabele portò con sé da
Babilonia. Il maggiore si chiamava Abiud; il minore si chiamava Resa».
E c’era dell’altro, continuò a dire loro il
messaggero dei Magi:
«A Zorobabele diede al maggiore dei suoi figli il
rotolo di suo padre, re di Giuda. Il figlio di Abiud era, quindi, il custode
del rotolo salomonico. Al più giovane diede il rotolo genealog e di sua madre.
Di conseguenza, il figlio di Resa era il custode del rotolo della casa di
Natan, figlio di Davide. A parte i loro elenchi, i due rotoli erano identici.
Su dove si trovassero entrambi gli eredi, su questo non potevano fornire
dettagli».
«Com’è strano l’Onnipotente!», pensava Simeone il
Giovane mentre tornava da Betlemme. «Com’è strano il modo di muoversi
dell’Onnipotente! Il fiume si nasconde sotto terra, viene inghiottito dalla
roccia, nessuno sa quale percorso si aprirà attraverso gli ipogei, lontano
dagli occhi di tutti i viventi. Solo Lui, l’Onnisciente, conosce il luogo
esatto in cui irromperà e riemergerà.
Il Signore ride della disperazione del suo popolo,
li lascia scavare nel terreno alla ricerca del percorso che seguirà il fiume
che, appena nato, si è perso nel cuore della terra, e quando ormai gettano la
spugna sotto il peso della vittoria impossibile, e le loro mani sanguinano per
le ferite della frustrazione, allora l’anima dell’Onnisciente si commuove, si
alza, sorride ai suoi e, con una pacca sulla spalla, va da loro e dice: «Dai,
ragazzi, che vi prende? Alzate lo sguardo, quello che cercate lo avete a due
palmi dal naso».
Simeone il Giovane sorrise pensando alla faccia
che avrebbe fatto il suo socio Zaccaria quando gli avrebbe dato la notizia. Si
immaginava già di raccontargli tutta la storia della sua scoperta.
«Siediti, Zaccaria», gli avrebbe detto.
Zaccaria lo avrebbe fissato intensamente. Simeone
il Giovane avrebbe continuato ad avvolgerlo nel mistero della sua gioia, pronto
a godersi quel momento secondo dopo secondo.
«Che ti succede, fratello, hai già perso quella
tua capacità di leggermi nel pensiero?», avrebbe insistito Simeone il Giovane.
Sì, signore, Simeone Junior si sarebbe goduto quel
momento fino all’ultimo microsecondo.
In quel momento non c’era al mondo nulla che
desiderasse di più che vivere a cielo aperto lo sguardo del suo socio quando
gli avrebbe detto:
«Signor Genealogista Maggiore del Regno, domani
avrò l’infinito piacere di presentarle Resa, figlio di Natan, figlio di Davide,
padre di Zorobabele».
14
L’Alfa e l’Omega
Contro l’orizzonte l’oceano, divorando il cielo,
solleva la sua bocca. I venti scricchiolano, gli squali tracciano le loro rotte
nelle oscure profondità fuggendo dai rovi di fuoco che, sotto forma di fruste
d’acqua, sferzano le braccia forti che hanno preferito morire combattendo
piuttosto che vivere morendo. Quale forza sconosciuta, dagli altari remoti
dell’universo, innaffia con il suo nettare di allegro coraggio gli occhi degli
uomini che si scalzano e camminano a anima nuda su un sentiero di spine, cercando
di scaldare le loro ossa al fuoco che non si consuma mai? Quale energia
indurisce le ossa dell’ a allodola delle distanze tra i due poli della bussola terrestre,
mentre percorre le brevi stagioni della sua vita effimera? Perché la terra
sofferente, schiacciata, sfinita e bruciata dai suoi fanghi primordiali genera spiriti
nati per voltare le spalle alla spiaggia delle palme da cocco e addentrarsi
solitari nelle profondità delle foreste nere? Quale mistero si nasconde
nell’anima umana che tanti cercano e così pochi raggiungono? In quale culla il
firmamento dei cieli ha allattato il seno che mostra alla freccia la fessura
che le servirà da faretra tra le sue costole?
Non sono forse i piaceri della vita onde di panna
e cioccolato sulle cui labbra teneri petali depositano i loro baci? Il re della
giungla si siede nella pianura ad ammirare la danza della sua regina nella
valle delle gazzelle. L’indomabile condor fa volare la sua nave di piume sulle
cime che fendono il cielo come spade di eroi le file del nemico. Il delfino
degli oceani si lascia trasportare dalle correnti calde sognando di incontrare
lungo i sentieri del mare caravelle di coloni ubriachi di sogni. Perché
all’uomo è toccata in sorte la frenesia delle ambizioni, lo scontro degli
interessi, lo scricchiolio delle passioni?
Cosa faremo con quella parte della natura del
nostro Genere? Gli canteremo una ninna nanna prima del requiem? Bandiremo dal
nostro futuro la nascita di nuovi eroi? Faremo con i figli del futuro ciò che
altri hanno fatto, ovvero dare loro una tomba in nome della libertà? Oppure li
rinchiuderemo in una gabbia affinché cinguettino tristi come quegli stupidi
uccellini che muoiono se viene loro rubata la libertà?
Ogni uomo ha davanti a sé una vita di pericoli e
un’altra di agi, nell’oblio della sorte degli altri. Ogni epoca ha avuto i suoi
avvocati del diavolo e i suoi procuratori di Cristo. L’unica cosa che sappiamo
è che quando si intraprende il cammino non si può più tornare indietro.
Il messaggero che dalla Nuova Babilonia gli portò
la risposta alla Saga dei Precursori si chiamava Hilel. Hilel era un giovane
dottore della Legge, allievo della scuola dei Magi d’Oriente. Proprio come un
tempo fece Simeone il Babilonese, Hilel fece il suo ingresso a Gerusalemme
portando in una mano la decima e nell’altra una saggezza segreta adatta solo a
quel genere di uomini che la terra genera, anche se i loro simili li
condannano.
Anche la terra piange, e anche i suoi figli
imparano. Da sempre si dice che l’uomo conosca l’inferno meglio del diavolo
stesso e dei suoi angeli ribelli, proprio perché ha vissuto tra le sue fiamme;
poiché, essendo il loro futuro il nostro destino, quei figli maledetti non
hanno ancora assaporato l’amaro sapore dei fuochi del terribile averno che li
attende alla fine del Secolo.
I saggi ellenici si ritenevano superiori agli
ebrei per la loro capacità di penetrare il mistero di tutte le cose. Ci si deve
quindi chiedere: chi inciampa nella pietra degli asini ne sa di più di chi non
è mai caduto? In altre parole, siamo tutti condannati a imparare inciampando
come gli asini, due volte. E di conseguenza dobbiamo condannare
sistematicamente chiunque abbia imparato la lezione senza bisogno di mordere la
polvere là dove si contorce il Serpente.
In quei giorni di draghi e bestie, di scorpioni e di
scorpioni, due strade si aprivano davanti agli uomini. Se si sceglieva la prima
via: smettere di guardare le stelle e dedicarsi ai propri lavori, l’esistenza
non richiedeva altro motto che «vivi e lascia vivere», che il tiranno schiacci
e il potente affondi, è il suo destino; quello del debole, essere schiacciato e
affondato.
Se si sceglieva la seconda via, ogni saggezza era
poca e ogni precauzione insufficiente. Zaccaria e i suoi uomini avevano scelto
quest’ultima via. Anche Hilel, il giovane dottore della Legge che i Magi
d’Oriente avevano inviato loro dalla Nuova Babilonia con la risposta alla loro
domanda.
Hilel non solo portò loro i nomi dei due figli di
Zorobabele che lo avevano accompagnato dall’Antica Babilonia alla Patria
Perduta. A tu per tu con la Saga dei Precursori, raccontò loro ciò che non
avevano mai udito, rivelò loro una dottrina la cui esistenza non avrebbero
potuto immaginare nemmeno nei loro sogni più remoti.
Che Zorobabele fosse l’erede al trono di Giuda e
che, in qualità di principe del suo popolo, guidasse la carovana del ritorno
dalla cattività babilonese è un classico della Storia Sacra. Partendo da questo
dato ben noto, e partendo dal presupposto – come fanno Zaccaria e la sua saga –
che al figlio maggiore di Zorobabele spettasse la primogenitura dei re di
Giuda, Zaccaria si fece strada attraverso le catene genealogiche della sua
nazione. Alla fine, l’impossibilità di superare quelle catene di archivi
infiniti lo portò a guardare dall’altra parte del Giordano. E da quella che un
tempo era stata la terra del paradiso terrestre gli giunse la risposta dalle
labbra del dottore della Legge, protagonista del seguente discorso.
«Eccomi qui con i due figli che il Signore mi ha
donato», esordì Hillel nel messaggio che portava dall’attuale Capo dei Magi
d’Oriente, un uomo di nome Ananel.
«Molte volte tutti i presenti abbiamo letto queste
parole del profeta. Non furono però due i figli che Davide ebbe. Ne ebbe molti.
Ma solo due, come attestano le sue parole, incluse nella sua eredità
messianica. Parliamo di Salomone e Natan. Il primo era saggio, il secondo era
profeta. Tra loro due Davide divise la sua eredità messianica.
Così facendo, Davide allontanò dal suo erede al
trono l’idea di essere lui il Figlio dell’Uomo, il Bambino che sarebbe nato da
Eva per schiacciare la testa del Serpente. In altre parole, Salomone non doveva
lasciarsi influenzare dal grido della sua corte che invocava il regno
universale; poiché egli non era il re Messia delle visioni di suo padre Davide.
Degno figlio di suo padre, il re saggio per
eccellenza seguì alla lettera il Piano Divino. Lo stesso fece suo fratello, il
profeta Natan. Quest’ultimo, fin dal giorno successivo all’incoronazione di suo
fratello, si ritirò dalla corte e si fuse con il popolo, lasciando dietro di sé
una scia che non si dimentica mai né si raggiunge mai”.
(A questo punto potrebbero sorgere molti dubbi
riguardo al fatto che Natan, figlio del re Davide, e il profeta Natan fossero
la stessa persona. Non vorrei perdermi in divagazioni tipiche di uno storico
delle cose passate. Quando mancano le prove documentali necessarie per la
ricostruzione della storia di un personaggio, lo storico deve ricorrere agli
elementi di una scienza infinitamente più esatta: stiamo parlando della scienza
dello spirito. Pongo solo una domanda sul tavolo e chiudo l’argomento. Il re dei
profeti… a quale altro profeta avrebbe aperto la porta del suo palazzo se non a
colui che era nato nella sua stessa casa, nato dalla sua coscia, come dicevano
gli i greci? Il suo Dio non lo ha forse meravigliato facendolo ridere in quel
modo? Naturalmente la questione rimane in attesa di conferma da parte della
documentazione ufficiale. Ma insisto: quando mancano le prove naturali, il
ricercatore deve alzare lo sguardo e cercare la risposta in Colui che
custodisce nella propria memoria la registrazione di tutte le cose
dell’universo. Ma se la fede viene meno e la testimonianza di Dio è considerata
nulla davanti al tribunale della storia, allora non ci resta altro che
tralasciare l’argomento, o vagare all’infinito alla ricerca di quella saggezza
irraggiungibile degli Elleni. Considerando qui che la saggezza dei presenti è
libera da pregiudizi contro il Creatore dei cieli e della Terra, proseguiamo).
«La casa di Salomone e la casa di Natan si
separarono. A tempo debito, quando Dio, nella sua onniscienza, lo avesse
stabilito, queste due case messianiche si sarebbero ritrovate, si sarebbero
unite in un’unica casa e il frutto di questo matrimonio sarebbe stato l’Alfa.
Quando tale evento ebbe luogo, i suoi genitori gli diedero un nome; lo
chiamarono Zorobabele. Questa nascita avvenne circa cinque secoli dopo la morte
del re Davide.
«Zorobabele, figlio di Davide, erede della corona
di Giuda, si sposò e ebbe figli e figlie. Tra i suoi figli ne scelse due per
ripetere l’impresa compiuta dal suo leggendario padre, e tra loro divise la sua
eredità messianica. I nomi dei suoi due eredi erano Abiud e Resa.
«Amanti del padre, timorati di Dio, i principi
Abiud e Resa accompagnarono il padre dalla Babilonia di Ciro il Grande alla
Patria Perduta. Impugnarono la spada contro coloro che tentarono con ogni mezzo
di impedire la ricostruzione di Gerusalemme e, dopo la morte del padre, si
separarono.
«Ciascuno di loro ereditò dal padre Zorobabele un
rotolo genealogico scritto di proprio pugno da Davide stesso. Il rotolo
salomonico fa iniziare la sua Lista da Abramo. Il rotolo natamico fa iniziare
la sua Lista da Adamo stesso.
Se riguardo alla Lista Reale di Giuda nessuno
ignora la successione da Davide a Zorobabele, ben diversa è la situazione per
la Lista Natamica. La sua successione è questa: Natan, Mattata, Menna, Melea,
Eliachim, Jonam, Giuseppe, Giuda, Simeone, Levi, Matat, Jorim, Eliezer, Gesù,
Er, Elmadam, Cosam, Addi, Melchi, Neri, Salatiel.
Chiunque si dichiari figlio di Resa deve
presentare questa lista. In caso contrario, la sua candidatura alla successione
messianica deve essere respinta».
Ma ricapitoliamo.
15
La figlia di Salomone
Cinque secoli dopo la morte di Davide, le due
casate messianiche si incontrarono nella Babilonia di Nabucodonosor II. Alla
corte dei Giardini Pensili nacque Salatiel, principe di Giuda. Salatiel si unì
all’erede della casata di Natan, e dalla loro unione nacque Zorobabele.
Già tutti gli ebrei si rallegravano perché era
nato il figlio delle Scritture, quando Dio suscitò lo spirito di profezia in
Daniele. Con l’autorità del Capo dei Magi di Nabucodonosor, Daniele placò quel
clamore messianico annunciando a tutti gli ebrei la volontà divina. Vale a
dire, Dio aveva consegnato l’impero a Ciro, principe dei Persiani.
Ciò che Daniele fece e disse è scritto. Non sarò
io a dire agli esperti e saggi di Storia Sacra il numero dei prodigi con cui
Daniele avvolse il trono dei Caldei, strappando la corona all’erede per
consegnarla all’eletto del suo Dio.
Il prezzo che Ciro pagò per la corona testimonia
in modo indiscutibile la natura del coinvolgimento del profeta Daniele negli
eventi che portarono al passaggio dell’impero da Babilonia a Susa. Ma la
questione che qui ci riunisce riguarda la sorte dell’Alfa.
Istruito da Daniele, il giovane Zorobabele ripeté
sulla propria pelle ciò che suo padre Davide aveva fatto con la propria. Prese
i due figli che Dio gli aveva dato e divise tra loro la sua eredità messianica.
Al maggiore, Abiud, affidò l’albero genealogico del re Salomone. Al minore,
Resa, affidò quello del profeta Natan. E poi li separò affinché l’Alfa seguisse
la propria strada e crescesse fino a trasformarsi nell’Omega.
Abbiamo già il portatore del rotolo profetico –
proseguì il suo racconto Hilel –, il legittimo erede del profeta Natan, figlio
di Davide. La sua comparsa in superficie è la manifestazione carnale di quanto
siamo vicini all’ora in cui l’altro braccio dell’Omega si spezzerà e verrà alla
luce. La parola di speranza che le mie labbra portano dall’Oriente è nei vostri
cuori: Dio è con voi. Il Signore che vi ha condotti alla casa di Resa vi
spianerà la strada verso quella di suo fratello Abiud. Nella sua Onniscienza ci
ha riuniti tutti per essere testimoni della Nascita dell’Alfa e dell’Omega, il
figlio di Eva, l’erede dello Scettro di Giuda, il Salvatore nel cui nome
saranno benedette tutte le famiglie della Terra».
La scoperta della dottrina dell’Alfa e dell’Omega
stupì Zaccaria e la sua Saga. Probabilmente sta stupendo anche tutti voi che
state leggendo queste pagine. Le due genealogie di Gesù sono state sotto gli
occhi di tutti sin da quando furono scritti i Vangeli. Molti sono stati i
grattacapi che questi due elenchi hanno causato agli esegeti e agli altri
esperti nell’interpretazione delle Sacre Scritture. Non intendo, in un giorno
così bello, esaltare la mia vittoria sulla memoria di coloro che hanno cercato
di trasformare quelle liste in una sorta di tallone contro cui scagliare la
freccia che uccise Achille. Se è Dio a chiudere la porta, chi la aprirà contro
la sua volontà? Solo Lui sa perché fa ciò che fa e nessuno comprende le sue
ragioni se non colui che Egli ha generato nel suo pensiero. O forse qualcuno
crede che, contro la Sua volontà, qualcuno possa strappargli la vittoria che a
tanti è stata negata? Non è forse vero che Noè aveva nella sua Arca aquile
possenti, capaci di sfidare i venti e di sporgere lo sguardo sugli orizzonti
lontani? E falchi veloci come stelle cadenti, nati per sfidare le tempeste.
Eppure fu l’uccello più fragile di tutti a sfidare la Morte.
Ma torniamo al nostro racconto.
Il ritrovamento del figlio di Resa, figlio di
Zorobabele, figlio di Natan, figlio di Davide, sollevò il morale di Zaccaria e
dei suoi uomini a livelli incredibili.
Avevano già trovato il portatore del rotolo
natamico, un neonato appena venuto al mondo a Betlemme. I suoi genitori lo
avevano chiamato Giuseppe.
A questo punto, con il figlio di Natan ancora in
fasce, la ricerca del figlio di Salomone si trasformava nella ricerca della
Figlia di Salomone. Una donna che avrebbe potuto essere già nata, oppure no.
Immaginando di trovarla e ipotizzando, nel migliore dei casi, di riuscire a
convincere i suoi genitori ad avvicinare la sua famiglia a quella di suo
fratello Resa e, di conseguenza, a unire i loro eredi, Zaccaria e Simeone il
Giovane si sarebbero trovati di fronte alla Nascita del Figlio di Davide,
figlio di Abramo, figlio di Adamo. Nel frutto di quel matrimonio tra il figlio
di Natan e la Figlia di Salomone: l’Alfa e l’Omega si sarebbero incarnati nel
Bambino che sarebbe nato da loro.
Non potevano che rallegrarsi e mettersi all’opera.
Ma c’era ancora un problema. Se, come era stato
dimostrato con la casata del Figlio di Natan, i genitori della Figlia di
Salomone appartenevano alle classi umili del regno, come avrebbero potuto
trovarla? La risposta, ancora una volta, avrebbero dovuto cercarla negli
Archivi della Nuova Babilonia. Da qualche parte sotto la montagna di documenti
della Grande Sinagoga d’Oriente doveva trovarsi l’indizio che li avrebbe
condotti alla Figlia di Salomone. Dei due aghi nel pagliaio ne avevano già
trovato uno, ora bisognava andare a cercare l’altro.
Zaccaria e i suoi uomini non tardarono a inviare
alla Nuova Babilonia un messaggero con la seguente domanda: «Dove si era
stabilito in Terra Santa Abiud, il figlio maggiore di Zorobabele?».
Di sicuro, in quella montagna di pergamene della
Grande Sinagoga d’Oriente, doveva esserci qualche documento firmato di proprio
pugno da Abiud.
Era lecito credere che, seguendo la dottrina
messianica, i due fratelli si fossero separati e avessero affidato il futuro
del loro incontro nelle mani di Dio. Ne erano certi.
In quei giorni la comunicazione era costante tra
coloro che avevano abbandonato la Nuova Babilonia e coloro che erano rimasti a
Seleucia sul Tigri; cercando, cercando e cercando ancora avrebbero trovato una
lettera sigillata da Abiud; doveva esserci qualche documento personale scritto
di proprio pugno che rivelasse loro verso quale parte di Israele si fosse
diretto e dove si fosse stabilito il figlio maggiore di Zorobabele.
La fede smuove le montagne, a volte di pietra e
altre di carta. In questo caso era di carta.
L’anno successivo la risposta fu portata a
Gerusalemme dal capo dei Magi d’Oriente in persona. Ananel giunse con la
decima. Presentò le sue credenziali al re e al Sinedrio. Terminati i
protocolli, tenne un incontro segreto con Zaccaria e la sua Saga. Fu breve.
«In effetti, Abiud e Resa si separarono. Resa si
stabilì a Betlemme e i suoi discendenti non si mossero da lì. Suo fratello
Abiud, al contrario, si diresse verso nord, attraversò la Samaria e giunse nel
cuore della Galilea dei Gentili. Seguendo la politica di insediamento pacifico
attraverso l’acquisto dei terreni dai proprietari, Abiud acquistò tutte le
terre che riusciva a scorgere da una collina chiamata Nazaret».
Ananel ripeté quel nome, «Nazaret», con l’enfasi
di chi sa che i propri ascoltatori stanno bevendo le sue parole. Nazaret!,
ripeterono Zaccaria e Simeone.
«Galilea dei Gentili, una luce si è levata tra le
tue tenebre», sussurrarono i due uomini all’unisono.
Conoscendo lo stato delle cose, Ananel poteva
assicurare loro senza alcun dubbio che la Casa di Abiud era ancora in piedi. La
questione che dovevano risolvere ora era come avvicinarsi alla Figlia di
Salomone senza destare sospetti alla corte del tiranno.
16
La nascita della figlia di Salomone
Sulla linea dell’orizzonte Giacobbe di Nazaret
scriveva parole da poeta: Ah, donna, cosa farò se nessuno mi ha insegnato le
leggi e i principi della scienza dell’inganno? Perché non mi vuoi innocente? Se
mi fa male la costola e dalla ferita sgorghi tu come un sogno, cosa vuoi che
faccia?
Giacobbe aveva l’anima di un poeta smarrito in una
galassia di versi di Saron, quel Giglio delle valli che canta di una saggezza
sfuggente e ferita dagli amori del suo re. Matán, suo padre, sposò Maria;
ebbero figli e figlie. Giacobbe era il loro figlio maggiore.
In quei giorni di insurrezioni contro l’Impero
d’Occidente e di invasioni dell’Impero d’Oriente, con la Galilea soggetta a
saccheggi e razzie, campo di battaglia di tutte le ambizioni degli altri
popoli, Giacobbe di Nazaret divenne il braccio destro di suo padre.
Il ragazzo, Giacobbe, pur non essendo più proprio
un ragazzo – direi piuttosto che era già un uomo fatto e finito –, non si era
ancora sposato. Non perché avesse trascorso il tempo sacrificando la propria
giovinezza per il benessere dei suoi fratelli e delle sue sorelle. In paese si
diceva così. Io non mi spingerei così lontano. Nemmeno lui lo direbbe. Quanto
poco lo conoscevano! Non prese moglie perché sognava quell’amore straordinario
e paradisiaco dei poeti. Avrebbe realizzato il suo sogno in quel mondo di
metallo e pietra?
Forse sì, forse no.
La verità è che Giacobbe di Nazareth aveva la
tempra di quell’Adamo che conquistò Eva al prezzo di farsi strappare una
costola. Per Giacobbe il primo poeta del mondo era Adamo. Giacobbe immaginava
il Primo Patriarca nudo tra le belve dell’Eden. Magari mentre faceva a gara con
la pantera o si frapponeva tra tigre e leone durante una disputa per la corona
della loro amicizia. Per Giacobbe, quando Adamo andava a fare il bagno nel
fiume, le grandi lucertole dell’Eden uscivano dalle acque. E quando vedeva gli
uccelli del Paradiso posarsi sull’Albero Proibito, con un sasso li spaventava
affinché vivessero e non morissero. Poi, al calar della notte, Adamo si
sdraiava a pancia in su sognando Eva. La vedeva correre al suo fianco con la
sua chioma, lunga come un mantello di stelle, nudi al sole della primavera
perenne dell’Eden. E al risveglio, a Giacobbe faceva male la costola della
solitudine.
Proprio come quell’Adamo dell’Eden, Giacobbe di
Nazareth sedeva appoggiato al tronco di uno degli alberi della spianata del
Cigüeñal a sognare lei, la sua Eva. In uno di quei pomeriggi di fantasticherie
poetiche, lungo la strada del Sud apparve un dottore della Legge che diceva di
chiamarsi Cleofa.
Nel frattempo, dall’altra parte del regno di
Erode, in Giudea, l’arrivo del capo della Grande Sinagoga d’Oriente, un Mago di
nome Ananel, sconvolse la situazione quando Ananel stesso fu eletto sommo
sacerdote.
Per molti, l’elezione di Ananel segnò la fine
dello smantellamento del Sinedrio che Erode mise in atto il giorno dopo la sua
incoronazione. Lo giurò e lo fece. Giurò a tutti i suoi giudici ciò che gli era
venuto in mente di fare loro il giorno in cui fosse diventato re e, quando
contro ogni previsione divenne re, Erode non dimenticò la sua parola. Ad
eccezione degli uomini che gli avevano predetto il suo futuro, li fece sgozzare
tutti. Non lasciò scappare nemmeno uno di quei codardi che avevano perso l’occasione
di schiacciarlo quando lo avevano ai loro piedi. In seguito andò a confiscare
tutti i loro beni.
L’entrata in scena del Capo dei Magi d’Oriente –
pensando alla sua riconciliazione con il popolo – semplificò il compito di
Erode. A maggior ragione quando, in qualità di presidente del Sinedrio, Ananel
gli presentò un piano di ricostruzione delle sinagoghe del regno, che non
sarebbe costato al re nemmeno un euro e avrebbe procurato alla sua corona il
perdono della Storia.
Sapete bene che, a seguito della persecuzione di
Antioco IV Epifane, la grande maggioranza delle sinagoghe di Israele fu rasa al
suolo. La guerra dei Maccabei e le successive imprese belliche degli Asmonei
impedirono la ricostruzione delle sinagoghe, che da allora giacevano in rovina.
Ora che la Pax Romana era stata sancita, era
l’occasione giusta.
È chiaro che se il finanziamento di quel progetto
di ricostruzione fosse dipeso da Erode, la diffusione delle sinagoghe in tutto
il regno non si sarebbe mai concretizzata. Un’altra cosa era che il
finanziamento fosse a carico di capitali privati. E così fu: il progetto fu
portato a termine dai suoi promotori.
Per quanto riguarda i clan sadducei, l’abitudine
delle classi sacerdotali di amministrare i tesori del tempio a proprio
vantaggio avrebbe anch’essa impedito l’esecuzione del progetto di ricostruzione
di tutte le sinagoghe del regno. Con l’elezione di Ananel a presidente del
Sinedrio e grazie al sostegno che il suo progetto riceveva dagli uomini di
Zaccaria – dai quali, in quel periodo, dipendevano le decisioni finali del
Senato ebraico – il progetto poteva andare avanti e andò avanti. Né Erode né
alcuno al di fuori della cerchia di Zaccaria fu in grado di immaginare quale
obiettivo segreto si celasse dietro quel piano così generoso di ricostruzione
delle sinagoghe. Se Erode avesse sospettato qualcosa, sarebbe andata ben
diversamente. Il fatto è che Erode abboccò all’esca.
La storia ebraica narra che, poco dopo la firma
del progetto, Ananel fu destituito dalla carica di sommo sacerdote su
istigazione della regina Mariana a favore del suo fratello minore. Beh, non lo
dice con queste parole perché lo storico ebreo seppellì quel progetto nella
palude dell’oblio. Ciò che dice, invece, è che la regina fece un favore davvero
misero al suo fratellino, poiché non appena questi fu elevato al sommo
sacerdozio, finì per essere assassinato proprio da colui che lo aveva innalzato.
Ma va bene, questi particolari così tipici del regno di quel mostro non
c’entrano nulla in questa Storia. Il fatto è che Zaccaria e i suoi uomini
ricevettero totale libertà di movimento per realizzare quel generoso progetto
di ricostruzione delle sinagoghe del regno.
Avendo mano libera per dirigere la ricostruzione
delle sinagoghe, il problema che Zaccaria doveva superare era quello di
scegliere la persona giusta. È chiaro che non potevano mandare a Nazareth un
chiacchierone. Se l’inviato avesse scoperto l’obiettivo che si celava dietro un
progetto così ampio e costoso e avesse parlato a sproposito, il futuro della
Figlia di Salomone sarebbe stato condannato. Il prescelto doveva essere un uomo
intelligente e ambizioso, per il quale quella nomina avrebbe rappresentato una
sorta di esilio. Accecato da ciò che avrebbe considerato una punizione, avrebbe
dedicato tutte le sue energie a portare a termine la missione e a tornare a
Gerusalemme il prima possibile. Ed è qui che entra in scena quel dottore della
Legge di nome Cleofa.
17
Cleofa di Gerusalemme
Questo Cleofa era il marito che i genitori di
Elisabetta avevano cercato per la loro figlia minore. Avendo imparato la
lezione dalla delusione subita quando la figlia maggiore aveva sposato
Zaccaria, i genitori di Elisabetta cercarono un marito per la sorella minore, affinché
anche lei non seguisse le orme della sorella maggiore. L’ultima cosa che
volevano per la loro figlia minore era un altro tipo come Zaccaria, così la
fecero sposare con un giovane dottore della Legge che prometteva bene,
intelligente, di buona famiglia, un ragazzo classico, la donna a casa, l’uomo
alle cose degli uomini; il genero perfetto. A Elisabetta la scelta di Cleofa
come marito per la sorella minore non andò affatto a genio, ma su questo ormai
non poteva più dire la sua.
Per Cleofa il matrimonio con la sorella di
Elisabetta – così credeva lui – gli avrebbe aperto le porte della cerchia di
influenza più potente di Gerusalemme. Cleofa non tardò a scoprire quale fosse
l’opinione di suo cognato Zaccaria riguardo all’idea di aprirgli le porte della
sua cerchia di potere. Per amore di sua sorella, Isabella gli spianò la strada,
ma per quanto riguardava Zaccaria stesso, la situazione era ben diversa. Il che
era logico, considerando la posta in gioco.
Ebbene, Cleofà ebbe dalla moglie una bambina, che
chiamò Anna. Di corporatura minuta, dal viso bellissimo, Isabella riversò sulla
nipote tutto l’affetto che non aveva potuto dedicare alla figlia che non
avrebbe mai avuto. Un affetto che crebbe insieme alla bambina e che col tempo si
trasformò in un’influenza sempre più potente sulla personalità di Anna.
Cleofà, l’interessato in questione, non poteva
vedere di buon occhio un’influenza così potente da parte della cognata sulla
figlia. Il suo problema era che doveva così tanto a Isabella che era costretto
a mandare giù le sue lamentele riguardo all’educazione che la zia stava
impartendo alla «sua nipotina» del cuore. Non perché le coccole la privassero
dell’educazione dovuta a una figlia di Aaronne; sotto questo aspetto
l’educazione religiosa di Anna non aveva nulla da invidiare a quella della
figlia stessa del sommo sacerdote. Al contrario, se si parlava di invidia, era
sua figlia quella che suscitava maggiore invidia. Figlia di un dottore della
Legge, nipote della donna più potente di Gerusalemme – a parte la regina stessa
e le mogli di Erode – Anna crebbe tra salmi e profezie, ricevendo l’educazione
religiosa più consona a una discendente vivente del fratello del grande Mosè.
Il romanticismo che sua cognata stava inculcando
alla figlia era ciò che faceva impazzire Cleofa, suo padre. Quando Anna divenne
una ragazzina, non si poteva nemmeno accennare a un matrimonio di convenienza.
Nessuno dei pretendenti che suo padre le cercava le faceva colpo. Nessun
pretendente le sembrava adatto. Anna, come sua zia, si sarebbe sposata solo per
amore con l’uomo che il Signore le avesse scelto. E la ragazza lo confessava a
suo padre con un’innocenza così sfacciata da far ribollire il sangue all’uomo.
Ana era ormai in età da marito quando Zaccaria
convocò in privato Cleofà e gli ordinò di prepararsi a partire per la Galilea.
Era lui il prescelto per ricostruire la sinagoga di Nazaret.
Ignaro della Dottrina dell’Alfa e dell’Omega,
Cleofà interpretò quella scelta come una manovra di sua cognata Elisabetta. Per
lui quella nomina era opera di sua cognata, che in tal modo si toglieva di
mezzo il padre della «sua bambina» e gli impediva di concludere accordi
matrimoniali.
Le proteste non servirono a nulla a Cleofà. La
decisione di Zaccaria era irremovibile. La missione che il Tempio gli aveva
affidato aveva la priorità. Doveva lasciare Gerusalemme immediatamente e
presentarsi a Nazaret il prima possibile.
Prima di mandarlo a Nazareth, Zaccaria fece le sue
indagini preliminari. Venne a sapere che a Nazareth il sindaco era un certo
Matán. Questo Matán era il proprietario della Casa Grande, che chiamavano «Il
Cicogna». Il suo informatore gli riferì ciò che si aspettava di sentire. Il tal
Matán, secondo quanto si diceva in paese, era di origine davidica. Tuttavia,
nessuno lo aveva mai giurato, né a parole né con i fatti.
Con un certo sospetto, Cleofa si mise in cammino
verso Nazaret. Quell’uomo non era mai stato a Nazaret. Ne aveva sentito
parlare, ma non ricordava cosa. Deducendo da ciò che aveva sentito cosa lo
aspettasse, nella sua immaginazione Cleofa si vedeva già esiliato da
Gerusalemme in un villaggio di contadini ignoranti e, probabilmente, cenciosi.
Lungo la strada Cleofà avrebbe scommesso qualsiasi
cosa che l’indirizzo presso il cui proprietario avrebbe dovuto presentare le
credenziali sarebbe stato quello di un abitante di una capanna, poco o per
nulla diversa da una delle caverne del Mar Morto. Più Cleofà rifletteva sulla
questione, più gli si rizzavano i capelli in testa. Non capiva ancora perché
proprio lui. Perché suo cognato Zaccaria non aveva affidato l’incarico a
qualche altro dottore della Legge? A che gioco stava giocando suo cognato? Non
gli aveva mai affidato alcuna missione e, per l’unica volta che lo coinvolgeva
nei suoi piani, lo mandava in capo al mondo. Che errore aveva commesso per
meritarsi questo esilio?, si lamentava tra sé l’uomo.
Davvero, davvero sua cognata Elisabetta non era
dietro a questa mossa? Lui si rispondeva di sì. Ciò che Elisabetta intendeva
era allontanare il padre dalla scena e guadagnare tempo per sua nipote Anna.
Insomma, ci avrebbe messo la mano sul fuoco. Quando meno se lo sarebbe
aspettato, Anna avrebbe varcato la linea che un tempo aveva varcato la stessa
Elisabetta e nessuno avrebbe più potuto costringerla a sposare il partito che
lui le avrebbe cercato.
Cleofà percorse tutta la strada rimuginando nella
sua mente. La verità era che suo cognato Zaccaria non era certo un uomo dal
quale ci si potesse aspettare un comportamento da burattino. E poiché Zaccaria
non parlava più del necessario, limitandosi al minimo indispensabile, capire a
cosa fosse dovuta la sua decisione di mandarlo a Nazareth a ricostruire una
sinagoga che qualsiasi medico da quattro soldi avrebbe potuto rimettere in
piedi senza l’aiuto di nessuno, gli risultava non solo difficile, ma
impossibile. Meglio credere che tutto fosse dovuto alla volontà di Isabella.
Cleofà era immerso nelle sue visioni drammatiche
sul destino che lo attendeva quando superò l’ultima curva della strada.
Dall’altra parte c’era Nazareth. Che sorpresa fu per lui alzare gli occhi e
trovarsi di fronte a quella sorta di fortezza-casale proprio nel cuore della
collina!
Ufff, tirò un lungo sospiro di sollievo. La vista
del Cigüeñal gli rallegrò il cuore. Almeno non avrebbe trascorso i prossimi
tempi tra i cavernicoli.
Sollevato, Cleofà si diresse verso il Cigüeñal, la
Casa Grande del paese. Ad accoglierlo uscì il nonno Matán, proprietario di
quella grande dimora dall’architettura così insolita per l’epoca.
Il nonno Matán era un uomo robusto per la sua età,
un uomo di campagna, segnato dal lavoro ma ancora in grado di imbrigliare gli
asini e dare una mano al figlio maggiore. Sua moglie, Maria, era morta; viveva
con il primogenito, un certo Giacobbe, che in quel momento si trovava nei
campi.
Cleofás presentò al proprietario del Cigüeñal le
sue credenziali. Espose al nonno Matán in poche parole la natura della missione
che lo aveva portato a Nazareth.
Il nonno Matán gli sorrise con tutta sincerità,
benedisse il Signore per aver ascoltato le preghiere dei suoi compaesani,
mostrò all’inviato del Tempio la stanza che avrebbe occupato finché ne avesse
avuto bisogno e subito convocò tutti i vicini a casa sua per accoglierlo come
Cleofà meritava.
Ormai più tranquillo, Cleofà si rallegrò di poter
servire gli abitanti di Nazaret. La disponibilità rapida e cordiale che gli
dimostrarono gli abitanti del villaggio finì per scacciare dalla sua anima quei
cattivi presagi che lo avevano accompagnato durante la salita verso la Samaria.
Il pomeriggio di quel giorno fu la prima volta in
vita sua che si trovò faccia a faccia con Giacobbe, il figlio del suo ospite.
18
Giacobbe di Nazaret
La prima volta che Cleofà vide Giacobbe rimase
sorpreso.
Giacobbe era un giovane. La caratteristica più
evidente del figlio di Matán era il suo sorriso sempre pronto a spuntare. A
volte l’indole allegra di Giacobbe confondeva chi non lo conosceva. Da qualcuno
che gestiva da solo le proprietà del padre, tutti si aspettavano un uomo serio,
autoritario, persino brusco. Anche Cleofà, senza sapere né perché né come,
pensando al figlio di Matán, si era fatto quella stessa idea su come sarebbe
stato Giacobbe. Quando lo vide per la prima volta, ebbe una sorpresa piuttosto
piacevole. L’idea preconcetta che si era fatto durante tutta quella giornata
sull’erede del Cigüeñal andò in frantumi non appena posò lo sguardo su
Giacobbe.
La cosa che invece non lo divertì affatto – dato
che Cleofà era un dottore della Legge – fu il fatto che il figlio di Matán
fosse ancora celibe. Qualsiasi altro uomo della sua età sarebbe già stato
padre.
Di fronte a quel commento, Jacob sorrise di cuore.
Ma, in fin dei conti, Cleofás non era venuto a Nazareth per fare da sensale. Se
il ragazzo era un tipo strano, era affare di suo padre.
In gran parte, Giacobbe gli ricordava sua figlia
Anna. Come lei, o si sposava per amore o niente.
Per il resto, insisto, l’impressione che Cleofà
ebbe di Giacobbe fu eccellente. Quanto alla questione della discendenza
davidica dei proprietari del «Cigüeñal», che fosse figlio di Davide a parole o
nei fatti, che cosa gli importava comunque? Era stato mandato a Nazareth per
indagare sulla falsità o sulla veridicità della discendenza davidica di Matán e
di suo figlio? Certo che no.
Insomma, la ricostruzione della sinagoga di
Nazareth prese il via. Non si trattava solo di ricostruire i muri. Una volta
terminato l’edificio e abbellito sia all’interno che all’esterno, bisognava
rendere operativo il culto. La sua missione era proprio quella: lasciare la
sinagoga funzionante per l’arrivo del dottore della Legge, al quale avrebbe
consegnato le chiavi della sinagoga al termine del suo mandato.
Questo obbligo non gli impediva di godersi le
vacanze che gli spettavano.
Cleofà non lo sapeva, ma a Gerusalemme c’era chi
non vedeva l’ora di vederlo tornare. Se lo avesse saputo, forse le cose
sarebbero andate diversamente e la storia che segue non si sarebbe mai
verificata. Fortunatamente la Saggezza gioca con l’orgoglio umano e lo vince
avvalendosi dell’ignoranza dei saggi per glorificare, sotto gli occhi di tutti,
l’onniscienza divina.
E giunse la Pasqua. Come ogni anno in cui la pace
lo permetteva, il nonno Matán e suo figlio Giacobbe scesero a Gerusalemme per
offrire i sacrifici per la purificazione dei propri peccati, versare la decima
al Tempio e celebrare la più importante delle feste nazionali.
La Pasqua ebraica commemorava quella notte in cui,
mentre l’angelo uccideva tutti i primogeniti degli egiziani, gli ebrei nelle
loro case mangiavano l’agnello, una cena che avrebbero ripetuto in memoria
perpetua della salvezza di Dio per tutti gli anni della loro vita.
Il nonno Matán ricordava di essersi recato a
Gerusalemme in quel periodo fin da quando era in grado di ragionare. In altre
parole, anche se Cleofà non fosse stato a Nazareth, lui e suo figlio sarebbero
scesi a Gerusalemme. Ma dato che sia Cleofà che Matán avevano intenzione di
farlo, era giusto che lo facessero insieme.
Una volta giunti a Gerusalemme, Cleofà si rifiutò
categoricamente di accettare l’idea di Matán. All’uomo si era messo in testa di
trascorrere la festa in una tenda, alle porte di Gerusalemme, come tutti. Era
l’usanza. In quei giorni Gerusalemme sembrava una città assediata, circondata
da tende dappertutto.
Cleofas si impuntò. Non era disposto in nessun
caso a permettere che il suo ospite trascorresse la festa all’aperto, visto che
lui stesso possedeva nella città santa una casa in cui ci sarebbe stato spazio
per l’intero popolo di Nazaret.
La scusa che gli diedero Matán e suo figlio – «se
lo trattavano così a Nazaret non era per interesse, facevano ciò che facevano
con il cuore, senza aspettarsi nulla in cambio» – una scusa così innocente non
servì a nulla. Per Cleofa l’unica parola che contava era il sì.
«Hai intenzione di maledire la mia casa agli occhi
del Signore a causa del tuo orgoglio, Matán?», gli sbottò Cleofas, infuriato
per il suo rifiuto di accettare l’invito. Matán sorrise e cedette.
Cleofà ignorava, come ho già detto prima, il
nervosismo con cui a Gerusalemme si attendevano Matán e suo figlio. E Cleofà
ignorava, a maggior ragione perché si trattava di un disegno divino, che
invitando Giacobbe a casa sua stava regalando a sua figlia Anna, in occasione
della Pasqua, l’uomo dei suoi sogni.
Una volta che Matán e suo figlio si furono
sistemati nella casa di Cleofà, terminate le presentazioni, Zaccaria e il nonno
Matán iniziarono a conversare in privato. Conoscendo il nostro Zaccaria, non è
difficile indovinare cosa stesse cercando né che tipo di giri di parole usasse
per portare il padre di Giacobbe all’argomento che teneva la sua Saga con il
fiato sospeso. In questo capitolo non tenteremo nemmeno di riprodurre una
conversazione tra qualcosa di più di un mago e un uomo di campagna digiuno delle
arti del Logos. Ciò su cui concentrerò invece l’attenzione è l’intuizione di
quella Elisabetta quando posò per la prima volta gli occhi sul figlio di Matán.
Isabel approfittò della conversazione tra uomini
per prendere il giovane per un braccio e avvolgerlo nella sua grazia. Dal primo
istante in cui Isabel vide il figlio di Matán, un raggio di luce soprannaturale
le penetrò nell’anima, qualcosa che non riusciva a spiegare a parole ma che la
spingeva ad agire come se la Saggezza stessa le avesse sussurrato all’orecchio
i propri piani; e lei, incantata dall’essere la sua confidente, faceva finta di
rinunciare al proprio corpo e di cedere il comando alla sua divina complice.
Sorriso su sorriso, quello del giovane di fronte a
quello della bellezza matura, Isabel prese Jacob per un braccio, lo allontanò
dallo sguardo degli uomini e gli presentò il gioiello della sua casa, sua
nipote Anna.
19
Anna, la nipote di Elisabetta, moglie di
Zaccaria
Dio è testimone delle mie parole e guida il polso
delle mie mani sulle linee che Egli traccia, siano esse tortuose o rette a suo
giudizio. Il fatto è che l’amore a prima vista esiste. E conoscendo le sue
creature meglio di quanto esse stesse potranno mai conoscersi, nella Sua
Saggezza ha acceso il fuoco dell’amore eterno in quei due sognatori che, dai
lati opposti dell’orizzonte, senza conoscersi, si scambiavano versi sulle ali
del firmamento.
La prima a scorgere lo splendore di quella fiamma divina
fu Isabel. E fu lei la prima donna al mondo a vedere la Figlia di Salomone
nascere da quell’amore che avrebbe arso senza consumarsi.
Incapaci come erano Anna e Giacobbe di staccarsi
l’uno dall’altra, e coprendo Elisabetta con il suo mantello da fata madrina per
proteggere quella fiamma divina che aveva incantato i due feriti dal raggio
dell’Amore, Elisabetta riuscì a tenerli soli e uniti, lontani dall’attenzione
degli uomini, sempre così brontoloni, sempre così ipocriti.
Suo marito Zaccaria, dal canto suo, si affidò alla
compagnia del nonno Matán e impiegò l’arsenale di intelligenza smisurata che il
suo Dio gli aveva donato per strappare al padre di Giacobbe il nome del figlio
di Zorobabele da cui discendeva la sua stirpe.
Nel pronunciare quelle cinque lettere, A-B-I-U-D,
Zaccaria sentì che le forze lo tradivano.
Simeone il Giovane, al suo fianco, lesse nei suoi
occhi l’emozione che quasi fece cadere a terra Zaccaria.
«Perché ti stupisci, uomo di Dio?», gli rispose
Elisabetta sentendolo ripetere quelle cinque lettere: A-B-I-U-D. «Il tuo Dio
non ti ha forse dato prove sufficienti di essere Lui in persona a guidare i
tuoi movimenti? Ti dirò ancora qualcosa. Ho visto la figlia di Salomone nel
grembo di tua nipote Anna».
Il ritorno a Nazareth fu duro per Giacobbe. Per la
prima volta nella sua vita, Giacobbe cominciava a scoprire il mistero
dell’amore. La felicità estrema e l’agonia totale nello stesso destino. È
questo l’amore? Non sapeva se scoppiare a piangere di gioia o di dolore. Non
era forse per questo che Dio aveva creato l’uomo e la donna affinché non si
separassero, perché se si separano muoiono? Se già prima, nella solitudine, il
suo dolore si travestiva da poeta e dipingeva sul firmamento azzurro il volto
della sua amata, ora che l’aveva vista in carne e ossa quei versi si erano
metamorfosati, cominciavano ad abbandonare la loro crisalide e, a dire il vero,
faceva male. Tanto che cominciava già a chiedersi se non sarebbe stato meglio
che fossero rimasti tra le albe e le rugiade di primavera. Ora che l’aveva
vista, che aveva assaporato dai suoi occhi il profumo dei suoi sorrisi,
sensazioni che non avrebbe mai immaginato gli si erano insinuate nel midollo e
gli facevano vibrare le ossa di dolore e felicità. Ah, la costola di Adamo.
Mentre percorrevano le distanze, il nonno Matán
guardava suo figlio, stupito dal suo silenzio e dai suoi sospiri. Da sempre il
suo Jacob era stato un conversatore nato, estroverso e alla mano. Ma da quando
erano partiti da Gerusalemme, e avevano già attraversato tutta la Samaria, suo
figlio non aveva trasgredito nemmeno una delle regole dei monosillabi.
«Ti succede qualcosa, Giacobbe?».
«Niente, padre».
«Sembra che stia per piovere, figlio mio».
«Sì».
«Presto bisognerà piantare le fave».
«Certo».
Neanche il dottore della Legge, Cleofà di
Gerusalemme, era molto loquace. Si limitava a lasciarsi trasportare; parlava
solo quanto bastava. Il ritorno al lavoro, un tempo occasione di festa e di
gioia? Quindi non bisognava dargli troppa importanza.
La questione era: quanto tempo ci avrebbe messo il
nonno Matán a scoprire il mal d’amore di suo figlio? E quanto invece lo stesso
Cleofás?
Il nonno Matán non tardò a arrivare al nocciolo
della questione. Giacobbe cercò di prendere tempo con suo padre. Era stato
tutto così improvviso, quasi come un’allucinazione. Per quanto tempo ancora
avrebbe continuato a negarsi di chiedere a suo padre di chiedere a Cleofà la
mano di sua figlia? Più ci pensava, più si stupiva.
In ogni caso, anche se Giacobbe avesse taciuto, il
nonno Matán se lo stava già immaginando. A Gerusalemme era accaduto qualcosa
che aveva cambiato suo figlio in modo così netto, rapido e profondo. Che
cos’altro poteva essere se non la figlia di Cleofà?
Quando, col passare del tempo, Cleofà annunciò il
suo desiderio di recarsi a Gerusalemme e suo figlio Giacobbe si offrì
spontaneamente di accompagnarlo, nel caso in cui qualche bandito volesse
approfittare di quel viaggiatore solitario, il padre di Giacobbe non ebbe più
alcun dubbio. Suo figlio era perdutamente innamorato della figlia di Cleofà.
Cleofas, al contrario, non si accorgeva di nulla.
L’uomo accettò con grande gioia l’offerta di Giacobbe. Dio solo sa cosa sarebbe
successo se Cleofas fosse stato al corrente della storia d’amore tra sua figlia
Anna e il figlio di Matán. L’uomo era così tradizionalista che non riusciva
proprio a concepire il matrimonio tra una figlia dell’alta società di
Gerusalemme e il figlio di un contadino della Galilea, per quanto il promesso
sposo fosse un proprietario terriero. Eppure si lasciò accompagnare.
A Gerusalemme, tra lacrime di impazienza che la
zia Elisabetta raccoglieva con le mani tremanti dalle risate, sua figlia Anna
aspettava il giorno in cui avrebbe visto apparire il suo principe azzurro.
E poiché Elisabetta conosceva suo cognato come se
lo avesse partorito lei stessa, prese Giacobbe e lo portò a casa sua. In questo
modo prendeva due piccioni con una fava. Zaccaria avrebbe avuto il Figlio di
Abiud tutto per sé, e lungo la strada i due giovani avrebbero avuto tutto il
tempo del mondo per prometersi ancora una volta amore eterno. A tempo debito
suo cognato avrebbe capito di cosa si trattava. Secondo Isabel quella era opera
del Signore e, guai se a suo cognato fosse venuto in mente di intromettersi.
Lontani dai pregiudizi di classe e dagli interessi
sociali degli adulti, Jacob e Ana si scrivevano versi di Sharon tra gigli di
promesse enormi come piramidi e splendenti come stelle alla luce degli occhi
della fata madrina che Dio aveva mandato loro. E si salutarono con la promessa
che la prossima volta lui sarebbe venuto accompagnato dal padre, portando con
sé la dote per le fanciulle.
Una volta tornati a Nazareth, Cleofà e Giacobbe,
il ragazzo espose al padre il proprio desiderio. Suo padre trattenne il proprio
cuore pregandolo di aspettare che Cleofà terminasse il proprio lavoro. Allora
sarebbe sceso lui stesso a Gerusalemme per chiedere la mano di sua figlia come
nuora.
Giacobbe accettò il suggerimento di suo padre.
Cleofà, infatti, terminò il suo lavoro, si congedò
dai nazareni e tornò alla sua vita di sempre. Poco dopo essersi stabilito a
Gerusalemme, ricevette una sorpresa: la visita di Matán.
«Matan, amico mio, che succede?».
«Come vedi, Cleofà, sono gli obblighi di padre che
mi portano a casa tua».
«Dì pure».
Il padre di Giacobbe gli raccontò tutto ciò che
era successo. Suo figlio voleva sposare sua figlia ed era venuto, in qualità di
co-suocero, con la dote per le vergini in mano.
Cleofas ascoltò in silenzio. Una volta chiarito il
motivo per cui Matán era venuto a casa sua, Cleofas continuò a non proferire
parola. Era la tipica sorpresa che coglie di sorpresa chi viene sempre a sapere
le cose per ultimo; Cleofas era sbalordito. In questi casi, dopo la sorpresa,
arriva il classico scoppio d’ira.
La fiamma si accende nel cervello: sua figlia Ana aveva
giurato amore a Jacob? E quando era successo? E come aveva osato concedersi a
un uomo senza il consenso e la benedizione di suo padre? La rabbia è una
scintilla destinata a diventare una fiamma, si trasforma in fuoco e finisce per
sprigionarsi dalla bocca.
Ana, la ragazza interessata, pur non essendo di
buone maniere, ascoltava da dietro la porta con il cuore in gola la
conversazione tra suo padre e il padre del suo amato. Le sue dita non vedevano
l’ora di erigere un altare al «Sì» di suo padre nell’angolo più bello della sua
anima. Il suo «suocero» le rivolse uno sguardo così caloroso mentre passava che
lei si considerava già sposata e si sentiva volare sulle ali della felicità più
completa verso il talamo nuziale.
La ragazza si mordeva le labbra quando suo padre
aprì bocca.
«E come potrebbe essere possibile, mio caro Matán,
se mia figlia è già promessa a un altro uomo?».
Cleofás stava mentendo. Una bugia innocente per
non passare per colui che pugnala l’uomo al quale fino a ieri professava
un’amicizia eterna.
Santo cielo, per evitare di pugnalare l’amico,
affondava il pugnale fino al manico nella propria figlia. La ragazza si lasciò
cadere lungo il muro con il cuore trafitto da parte a parte. Senza forze per
scappare e gettarsi giù dalle mura, Ana sopportò il resto.
«Mi dispiace, ma la pretesa di tuo figlio è
un’impossibilità che sfugge al mio potere», concluse suo padre.
Il nonno Matán rimase in silenzio. In un batter
d’occhio gli si accese una lampadina in testa. Per la sua barba, Cleofás gli
stava mentendo. Per lui, ciò che in realtà stava mettendo in discussione era il
rifiuto di Cleofás di accettare la sua parola sull’origine davidica della sua
Casata. Se fosse stata vera la storia del fidanzamento con un “sconosciuto” , il
nonno Matán avrebbe accettato il no senza sentire l’adrenalina che gli bruciava
le viscere. Ma no, il santo e immacolato servo di Dio che aveva accolto in casa
sua, rendendogli gli onori come se fosse il suo Signore, si stava togliendo la
maschera. Sua figlia avrebbe dovuto sposare un contadino, e per di più della
Galilea?
A Cleofa sarebbe stato meglio dirgli in faccia
quello che pensava. La verità era che non si era mai bevuto la storia sul
presunto lignaggio davidico di Giacobbe di Nazareth. Finché era rimasto a
Nazareth, non sapendo bene come comportarsi, si era limitato a temporeggiare sull’argomento.
Che lo fosse o meno non era affar suo. Ora che Matán gli chiedeva la mano di
sua figlia per suo figlio, non aveva più motivo di continuare a recitare la
parte dell’ipocrita.
«È la mia ultima parola», chiuse Cleofà la
discussione.
«Ti darò la mia», sbottò il padre di Giacobbe.
«Preferirei dare in sposa mio figlio a una scrofa piuttosto che alla figlia di
un figlio prediletto di quegli assassini che vivono del sangue dei propri
fratelli a costo della distruzione del loro popolo».
Signore, se la povera creatura era già ferita a
morte, le parole del padre di Jacob furono il colpo di grazia per l’anima di
Ana.
Ana corse fuori di casa e percorse le strade di
Gerusalemme lasciandosi alle spalle un fiume di lacrime strazianti. A fatica
riuscì a raggiungere la casa di sua zia Elisabetta. Entrò e si gettò tra le sue
braccia, pronta a morire per sempre.
Mentre Elisabetta cercava di arginare quel diluvio
di lacrime, il nonno Matán montò a cavallo e si lanciò al galoppo verso
Samaria. Giunto a Nazareth, il sangue gli ribolliva ancora nelle vene. Suo
figlio Giacobbe rimase come paralizzato nel sentire le sue parole: «Piuttosto
che sposare la figlia di Cleofa, sposeresti una scrofa». Era la sua ultima
parola.
20
La nascita di Maria
Che sciocchi sono gli uomini, Signore! Ti cercano,
e quando Ti trovano con parole affilate come coltelli si maledicono da soli
perché Tu parli loro. Come chi ha trovato ciò che cercava e si pente di averlo
trovato perché si aspettava qualcos’altro, gli uomini trasformano le loro
parole in spade e lance, si deturpano il volto con pitture da guerra e, odiando
l’inferno, si uccidono a vicenda credendo di uccidere il Diavolo in persona. «Una
leva per smuovere l’universo!», dice uno. «Il mio regno per un cavallo!», grida
l’altro credendo di scrivere sui muri del tempo parole di saggezza dorata.
Quando impareranno a essere liberi con la libertà
di chi ha davanti l’infinito? L’esistenza dell’uomo è quella della farfalla che
vola ventiquattro ore e, al calar del giorno, consegna il proprio corpo al
fango da cui era venuta alla vita, ma a differenza di quella creatura senza
peso, in quelle ventiquattro ore l’uomo trasforma quel prezioso breve giorno in
un inferno di mostruosità. Perché hai dato una bocca alla pietra? A che serve
dare braccia a chi ha un’immaginazione che basta solo a trasformare le sue
fragili dita in armi di distruzione? Cosa ti ha spinto a elevare i loro
cervelli al di sopra di quelli degli uccelli, che chiedono solo un pezzo di
cielo per le loro ali?
Ah, ah, l’anima di Giacobbe. Ah, come piangeva il
figlio di Matán di Nazaret la sua sventura. Tra gli uliveti dove un giorno la
colomba di Noè strappò a Dio la promessa di un’eternità senza ritorno, ai piedi
del tronco dove un giorno non troppo lontano sarebbe morto il figlio di Matán,
Giacobbe riversava la gioia che non gli entrava nel petto nel deserto degli
orgogli. Per tutta la vita aveva sognato lei e ora che le sue mani avevano
toccato la carne dei suoi sogni, la sua costola veniva gettata nel fuoco.
«Vanità e ancora vanità, tutto è vanità», scrisse un
saggio su un muro sacro. È superfluo credere che, quando scrisse quelle parole,
quell’uomo non dovesse essere molto innamorato?
Ah, il cuore di Anna. Gli occhi piangono sangue?
Nelle vene scorre acqua pura? Quale mistero così recondito forgiò Dio quando
concepì due persone perché fossero una sola? Perché non creò il maschio e la
femmina umani secondo la natura delle bestie? Queste si accoppiano al comando
degli istinti e si separano senza rimpianti. Perché il Signore ha dovuto far
sorgere dalle nebbie degli istinti la fiamma della solitudine assassina contro
cui Adamo nacque senza protezione nel suo paradiso? Quanto sarebbe stato facile
per l’Eterno creare l’uomo a immagine e somiglianza delle macchine… Si
programma la bestiola, la si libera nel suo zoo siderale, i cieli si muovono
nelle loro costellazioni e, al ritmo dettato dalle sue coordinate, la bestiola
si accoppia e si riproduce come una piaga. Perché sostituire un programma
infallibile, come vediamo nel mondo naturale, con un codice di libertà? Arriva
la primavera e le creature si accoppiano e si moltiplicano con tranquillità ma
senza sosta. Mentre l’istinto chiama alle armi, l’essere umano si oppone e
risponde con una sola parola. Amore lo chiamano.
Eppure, una volta assaporato il frutto di quel
codice, chi è che guarda indietro? Le bestie chiamano Amore il sesso, le bestie
chiamano il sesso con il suo nome. O forse quando il sesso muore l’Amore non
vive? O senza sesso non c’è Amore? Contrariamente all’opinione di tali esperti,
noi altri sappiamo che l’Amore esiste indipendentemente dall’atto riproduttivo
delle specie. E poiché esiste, ferisce chi lo desidera e non lo possiede. Ieri
come oggi e sempre, dove c’è amore ci sarà dolore.
Il nonno Matán chiuse le orecchie ai lamenti di
suo figlio. Non voleva più sentire il nome di Cleofás nemmeno in sogno. Per lui
la questione era definitivamente chiusa. Il suo erede poteva pure cercarsi una
donna tra i barbari se, per ripicca, lo desiderava; lui non avrebbe detto una
parola contro, ma per Dio e i suoi profeti, avrebbe preferito diseredarlo
piuttosto che subire di nuovo un’umiliazione così grande.
A differenza di Matán, una volta che le acque si
furono calmate, la signora Isabel tirò fuori la verga del suo temperamento,
andò a cercare suo cognato e gliela abbatté sulle spalle con queste parole:
«Stupido, divoratore di tua figlia, a che gioco stai giocando? Ti metti tra Dio
e i suoi piani invocando la tua condizione di servo? Ti ribelli contro il tuo
Signore esortandolo a lasciare in pace la tua casa? Ti dico che, com’è vero che
c’è il cielo e c’è la terra, la mia bambina sposerà il Figlio di Abiud entro un
anno a partire da oggi».
Uff, se Cleofà pensava che la tempesta fosse
passata, era perché non aveva ancora ricevuto la visita di Zaccaria. Sua
cognata aveva tuonato, suo cognato avrebbe scaricato su di lui fulmini e tuoni.
Ma non con parole di rabbia né con parole di ira.
Zaccaria capì che parte della colpa di quanto era accaduto era sua. Stando così
le cose, non poteva più continuare a tenere suo cognato all’oscuro della
Dottrina dell’Alfa e dell’Omega. Lo fece sedere e gli raccontò tutto.
Il Figlio di Resa, figlio di Zorobabele, viveva a
Betlemme. Era un bambino e si chiamava Giuseppe.
Il Figlio di Abiud, l’altro figlio di Zorobabele,
lo conosceva già: era Giacobbe. La speranza che si era accesa nell’anima di
tutti loro era che la Figlia di Salomone sarebbe nata dal matrimonio tra
Giacobbe e Anna. Così Dio aveva disposto, e sebbene fosse solo una speranza,
scommettevano le loro vite sul fatto che sarebbe stato così. Quei due bambini
si sarebbero sposati, e da loro sarebbe nato il Figlio di Davide, il figlio di
Eva per cui tutti i figli di Abramo sospiravano da millenni.
Per quanto riguarda la legittimità genealogica di
Giacobbe, di cui lui non nutriva alcun dubbio, ne avrebbero avuto la prova
molto presto.
Per ragioni di prudenza, Elisabetta impose la sua
decisione di essere lei a occuparsi di sistemare la situazione. Matán si
sarebbe arreso più facilmente di fronte a una donna piuttosto che se fosse
stato «un altro» di Gerusalemme a salire per esigere che abbandonasse il suo
atteggiamento. Anche perché il viaggio inaspettato di uno di loro avrebbe
potuto destare sospetti alla corte del re Erode, mentre se fosse andata lei
nessuno ne avrebbe sentito la mancanza.
E così fu. Elisabetta si presentò a Nazareth e si
recò direttamente al Cigüeñal. Quando la vide, il padre di Giacobbe rimase
senza parole.
Cosa voleva ora quella signora?
Molto semplice. Porgere i propri omaggi al Figlio
di Abiud. A nome di tutta la sua famiglia, compreso suo cognato, era venuta a
chiedere che suo figlio Giacobbe diventasse marito di sua nipote Anna. E lungo
la strada era salita da Gerusalemme a Nazareth per rivelare al Figlio di Abiud
la Dottrina dell’Alfa e dell’Omega.
Il nonno Matán ascoltò meravigliato la successione
degli avvenimenti vissuti da Zaccaria e dalla sua Saga. Al termine del
racconto, il nonno Matán chinò il capo, annuì con lo sguardo e gli chiese di attenderlo
un momento.
Tornò subito dopo con in mano un rotolo
genealogico avvolto in pelli antiche quanto il primo mattino che stese la sua
alba sugli oceani. Elisabetta avvertì lungo la spina dorsale la stessa
sensazione che un tempo aveva provato Simeone il Giovane. A conoscenza
dell’incontro alla Casa di Resa, il nonno Matán dispiegò la Lista di San Matteo
sul tavolo.
Lo stesso metallo, lo stesso sigillo, gli stessi
caratteri; cambiavano solo i nomi.
«Matán, figlio di Eleazar. Eleazar, figlio di
Eliud. Eliud, figlio di Aquim. Aquim, figlio di Sadoc. Sadoc, figlio di
Eliacim. Eliacim, figlio di Abiud. Abiud, figlio di Zorobabele».
Isabel non riuscì a impedire che il respiro le si
fermasse sulle labbra. Anche se cercava di mantenere la calma, i suoi occhi
danzavano di gioia lungo la linea che i figli di Abiud avevano tracciato nel
corso dei secoli.
Poi lesse l’elenco dei re di Giuda, partendo
dall’ultimo fino a Salomone.
«E a parte tutto questo, dov’è il tuo Giacobbe?»,
le chiese Elisabetta al termine della lettura.
Quella donna era un vero genio. Giacobbe fece un
balzo di gioia nel vedere la sua fata madrina. Il luccichio negli occhi di
Elisabetta gli rivelò il cambiamento d’umore di suo padre. Il resto potete
immaginarlo. Matán e suo figlio accompagnarono Elisabetta a Gerusalemme,
portando con sé il gioiello della Casa dei figli di Abiud, la dote per le
vergini e i termini del contratto matrimoniale.
Cleofas vide con i propri occhi ciò che non aveva
mai chiesto di vedere durante tutto il tempo in cui era stato ospite al
Cigüeñal. Proprio come suo cognato Zaccaria, testimone dell’incontro, Cleofas
rimase stupito nel vedere il rotolo gemello dell’altro in possesso del padre di
Giuseppe. Ma se i presenti credevano che le sorprese fossero finite per quel
giorno, si sbagliavano. I termini del contratto matrimoniale li lasciarono
sbalorditi. Erano i seguenti:
Primo: la proprietà del Figlio di Abiud, in questo
caso Giacobbe, era intrasferibile. Cosa significava questo? In caso di morte di
Giacobbe, la sua eredità sarebbe passata direttamente al suo primogenito,
indipendentemente dal sesso del primo figlio della coppia.
Secondo: in caso di vedovanza, la vedova non
avrebbe mai potuto vendere, né in parte né per intero, la proprietà dell’erede
di Giacobbe. Tale eredità, il Cigüeñal e tutte le sue terre, sarebbe stata
riservata al suo erede fino al raggiungimento della maggiore età. Cosa
significava questo? Che la famiglia della vedova non avrebbe avuto alcun
diritto sull’eredità di Giacobbe.
Terzo: nel caso in cui la vedova di Giacobbe si
fosse risposata, i figli di questo nuovo matrimonio non avrebbero avuto alcuna
parte nell’eredità del defunto.
Quarto: nel caso in cui la coppia non avesse
discendenti, l’eredità di Giacobbe sarebbe passata direttamente ai figli di
Matán. La vedova di Giacobbe avrebbe comunque vissuto nella casa del defunto
fino alla sua morte.
Quinto: nel caso in cui l’erede di Giacobbe di
Nazaret fosse una donna, questa avrebbe ereditato il lascito messianico di suo
padre, che a sua volta lo avrebbe trasmesso al proprio erede. Se si fosse
verificato, come era già accaduto in occasioni precedenti, che a una donna ne
succedesse un’altra, la successione messianica sarebbe passata da Giacobbe al
successivo erede maschio che si fosse presentato. Diciamo che se a Giacobbe
fosse succeduta una donna, spetterebbe solo a lei – e non alla sua vedova –
consegnare la sua eredità al prescelto. Qualsiasi trasferimento dell’eredità di
Giacobbe a una casata unita ai suoi discendenti da legami matrimoniali non
avrebbe avuto, in questo caso, alcuna validità. L’eredità sarebbe passata da
madre a figlia fino a quando un maschio non si fosse posto a capo della Casata
di Abiud, il cui nome sarebbe stato quello che sarebbe figurato dopo quello di
Giacobbe.
Fu così che Giuseppe divenne figlio di Giacobbe,
riunendo nelle sue mani la guida di entrambe le Casate, quella di suo padre e
quella del suo defunto suocero. Un’eredità unificata che avrebbe lasciato in
eredità al suo primogenito, il Figlio di Maria.
I termini di questo contratto suscitarono tra i
presenti un sorriso di ammirazione. In una successione così atipica all’interno
delle tradizioni patriarcali ebraiche trovava spiegazione l’assenza di
generazioni nell’elenco della Casa di Abiud. Grazie a questa formula così sui
generis, la Casa di Abiud aveva mantenuto la proprietà nella sua estensione
originaria e continuava ad assicurarsi che così fosse.
Una volta firmato il contratto dai suoceri, un
anno dopo si celebrò il matrimonio e, al termine dei tempi naturali, la coppia
diede alla luce una bambina.
In memoria di sua madre, Giacobbe la chiamò Maria.
«Non te l’avevo forse detto, uomo di Dio, che
avevo visto la Figlia di Salomone nel grembo della mia bambina?», disse
Elisabetta al marito, avvolta da una felicità divina.
21
Vita della Sacra Famiglia
Una volta individuati i portatori dei rotoli
messianici, dopo la nascita della Vergine, Zaccaria riunì nella sua casa Eli,
padre di Giuseppe, e Giacobbe, padre di Maria. C’era molto da dirsi tra i due
uomini. La scoperta dell’Alfa e dell’Omega aveva rivoluzionato le loro vite e
il futuro dei loro figli, e in che modo! Zaccaria, commosso, diede libero sfogo
alla sua anima.
«Com’è incredibile la Saggezza! I forti credono di
avere i deboli strangolati sotto il peso delle loro anime insensibili e
violente, mentre i piccoli si abbandonano al destino che i grandi vogliono
scrivere sulle loro schiene con la frusta delle loro malvagità perverse. I
sogni di libertà smettono di librarsi sull’orizzonte cedendo il passo alle
tenebre, le illusioni giacciono ormai infrante ai piedi dei loro eserciti. Ma
all’improvviso la Saggezza si volta. È ormai stanca di essere perseguitata, di
non essere mai raggiunta. Diventa la figlia del vento, fissa lo sguardo sugli
atleti del pensiero: uno le implora di scegliere lui, un altro le promette
amore eterno. Lei non apre bocca: la Saggezza ha scelto il suo campione, avanza
verso di lui, gli porge la mano, lo solleva dalla polvere, gli fa l’occhiolino
e gli consegna lei stessa la corona della vita. Sbalorditi, impazziti,
scandalizzati dalla sua scelta, perché ha posato lo sguardo sull’ultimo tra
loro, perché ha concesso i suoi favori a chi non era nulla, i disprezzati dal
destino si alleano allora con le tenebre per distruggere l’Eterna. Lei, la
Sposa dell’Onnipotente, ride; il suo Sposo ha sollevato le galassie con un solo
gesto delle mani; gli è bastato aprire le labbra una sola volta perché
l’Inferno tremasse. Lei è la pupilla dei suoi occhi, cosa potrà mai temere dei
piani dei geni?
Ecco i suoi uomini. I due fiumi che Lei nascose sottoterra
e che tutti davano per scomparsi sono riemersi e, mistero che suscita stupore e
l’intonazione di nuovi salmi, lo hanno fatto proprio dalla stessa bocca di
terra.”
Eli e Giacobbe presentarono i propri figli. La
Figlia di Salomone, Maria, e il Figlio di Natan, Giuseppe, erano vivi. La
Vergine nella sua culla, Giuseppe che la guardava in piedi tra gli uomini.
Allora Simeone il Giovane pronunciò parole di
Saggezza: «L’ignoranza, amici, tiene il genere umano incatenato al palo del
cane nato per sorvegliare la porta del suo padrone. Dio creò l’Uomo per
assaporare le delizie della libertà di un Sansone immune agli incantesimi di
Dalila. Il perfido Diavolo dimenticò la sua condizione divina, invidiò quella
umana e, essendo finito per possedere quella delle bestie, ulula in preda alle
allucinazioni alle stelle dell’Inferno che adora come Paradiso. Vigliacco, con
la vigliaccheria di chi fonda la propria grandezza sul cadavere di un esercito
di bambini, il Serpente è impazzito credendo di poter seguire le tracce che
l’aquila disegna nelle altezze. Non temete, amici, Lui è con noi. L’Aquila
Sacra scruta da rupe invisibile ogni movimento del Drago; non appena respira,
non appena il fuoco tenebroso esce dalle sue fauci, i muscoli del Grande
Spirito si tendono come archi pronti alla battaglia; se avanza di un passo, il
Guerriero balza dal suo sonno pacifico nella tenda del Saggio e impugna la sua
freccia, veloce come un fulmine, forte come un tuono. Ciò che stiamo vivendo
qui è l’alba di un nuovo Giorno che già diffonde la sua aurora sugli occhi
immacolati dell’innocenza dei vostri figli.
«Che nelle loro caverne i nemici del Regno di Dio
tramino i loro piani di distruzione, che si nascondano nei labirinti degli
ipogei del Potere i nemici dell’Uomo, noi non temiamo nulla, Dio è con noi. Ha
l’arco teso, porta la spada affilata, il suo scudo ci protegge. Se il Diavolo è
più grande del nostro Salvatore, perché è fuggito a nascondersi dopo aver
ucciso Adamo? Il leone fugge forse dalla gazzella? Il vincitore si inginocchia
forse davanti al trono del vinto? Se il Diavolo ha fame, che mangi le pietre;
se ha sete, che beva tutta la sabbia del deserto. I vostri figli sono lontani
dalle sue grinfie».
Fu un giuramento commovente. Si udirono parole che
non sarebbero mai state dimenticate. Eli e Giacobbe giurarono di far sposare i
propri figli quando fosse giunto il momento. L’Onnipotente avrebbe fatto
sprofondare le loro anime negli abissi dove dimorano i demoni se avessero
mancato alla parola data: così fecero voto.
Poi ciascuno tornò alla propria vita quotidiana.
Eli diede fratelli e sorelle a suo figlio Giuseppe. Giacobbe prese in moglie le
sorelle di Maria; poi ebbe il figlio maschio per cui avevano tanto sospirato.
Giuseppe era ormai un uomo e Maria una donna,
entrambi alle soglie della stipula del contratto matrimoniale più segreto e
importante nella storia del mondo, quando la notizia della morte di Giacobbe di
Nazaret, marito di Anna di Cleofa e padre di Maria, lasciò a bocca aperta tutti coloro che vissero
abbastanza a lungo da vedere quel giorno.
Se Maria non avesse fatto quel suo Voto, le nozze
sarebbero state anticipate. Il Voto di Maria, come ho detto, riguardava
soprattutto lo stesso Giuseppe. Per un attimo sembrò crollare l’edificio delle
speranze di tutti loro, quando Giuseppe scrisse nella storia dell’eternità
quelle sue parole, che a tempo debito sua moglie avrebbe ripetuto all’angelo
dell’Annunciazione: «Sia fatta la volontà di Dio; ecco il suo servo, i nostri
padri hanno atteso mille anni, ben posso io attenderne alcuni».
Furono gli anni che furono, né di più né di meno.
Quando giunse la sua ora, Giuseppe sistemò le cose e partì per Nazareth.
Affittò alla Vedova un terreno dove allestire la sua falegnameria e attese che
Cleofa si sposasse per poter sposare a sua volta Maria.
Dopo la nascita di Giuseppe, il secondo dei figli
di Cleofa, Giuseppe pagò la dote per le vergini. Un anno dopo si celebrò il
matrimonio.
E il matrimonio si celebrò nonostante l’ombra di
adulterio che gravava sull’innocenza della Vergine.
Proprio come gli aveva detto sua suocera, l’angelo
di Dio liberò Giuseppe dai suoi dubbi. Una volta dissipata l’ombra
dell’adulterio, Giuseppe montò a cavallo e si precipitò in Giudea per andare a
prendere la Madre del Bambino. L’evento dell’Annunciazione di Giovanni gli era
stato rivelato dal messaggero che Zaccaria gli aveva inviato. Ciò che Giuseppe
non si aspettava era di trovare Zaccaria ed Elisabetta trasformati in due
giovani pieni di vita. Ma dopo ciò che gli era accaduto, ormai nulla lo sorprendeva
più. O almeno così credeva. Perché quando Zaccaria riacquistò la parola, le sue
prime parole servirono a rivelargli i pensieri che, dall’arrivo della Vergine,
erano cresciuti nella sua anima riguardo al Figlio di Maria.
«Figlio mio, Dio nostro Signore ci ha meravigliati
con un prodigio di natura infinita. Fin dall’antichità sapevamo che Dio è
Padre, come possiamo leggere nel suo Libro. Formandoci a sua immagine e
somiglianza ci ha fatto assaporare le delizie della paternità; e rivelandoci di
essere Padre di molti figli ci ha aperto gli occhi sull’esistenza di uno tra
loro nato per essere il suo Primogenito. Ciò che non ha mai rivelato
apertamente nel suo Libro è che quello stesso Primogenito fosse il suo
Unigenito. Oppure non abbiamo voluto vederlo nelle sue parole quando il suo
profeta disse: «Piangerete come si piange per il primogenito, farete lutto come
si fa lutto per l’unigenito».
«Figlio mio, quello è il Figlio che tua moglie
porta nel grembo. Nelle tue mani, Giuseppe, il tuo Signore ha posto il suo
Bambino. La sua vita è nelle tue mani; se la sua vita è già in pericolo per ciò
che è: il figlio di Eva che doveva nascere per noi, quale sarà la
responsabilità dell’uomo al quale il Padre ha affidato la custodia del suo
Unigenito? Non abbassare mai la guardia, Giuseppe. Difendilo con la tua vita;
circonda la sua Madre con il tuo braccio e metti il tuo cadavere tra Lei e
coloro che la cercheranno per uccidere suo Figlio. Ricorda che deve nascere a
Betlemme perché così è scritto. E proprio perché è scritto lì, sarà il primo
luogo verso cui il diavolo dirigerà il suo braccio assassino».
Giuseppe ascoltò le parole di Zaccaria, figlio di
profeta e padre di profeta, senza riuscire a credere che Dio avrebbe permesso a
nessun uomo, che si chiamasse Erode o Cesare, di toccare anche solo un capello
del Figlio di Maria.
Così Giuseppe tornò a Nazaret, celebrò le nozze
con una Maria ormai in avanzato stato di gravidanza e si preparò a recarsi a
Betlemme quando l’editto di censimento di Cesare Ottaviano Augusto scatenò
nella nazione un clamore spontaneo di insurrezione.
Solo in un’occasione le tribù d’Israele si erano
sottoposte a un censimento. Nella mente di tutti c’era il prezzo che il popolo
aveva pagato per il censimento del re Davide. Quale punizione avrebbe inflitto
loro se, per paura di Cesare, avessero disobbedito al divieto di farsi contare
come si conta il bestiame?
La rivolta scoppiò in Galilea. Giuda il Galileo e
i suoi uomini preferirono morire da valorosi combattendo contro Cesare
piuttosto che vivere da codardi davanti a Dio. L’effetto della rivolta di Giuda
il Galileo fu quello di bloccare le vie di comunicazione.
«Quanto durerà questa insurrezione? Ovviamente
finché lo vorrà il padrone di Erode», rispose Giuseppe a suo cognato Cleofa.
«Non credi che Erode sia in grado di sbarazzarsi di Giuda e dei suoi uomini nel
tempo che impiega a risuonare il nitrito della famosa cavalleria di suo padre?
Gli Erode in questo momento si staranno mangiando le unghie. Se dipendesse da
loro, avrebbero già messo fine a questa guerra santa. Ma credo che Cesare non
lo voglia, ed è Cesare che comanda. Il romano ha decretato che il censimento
abbia inizio nel regno dei Giudei perché sa che sarebbe successo ciò che sta
accadendo. Lo schiacciamento spietato di Giuda e dei suoi uomini gli servirà da
propaganda contro qualsiasi altra possibile insurrezione; è così che il romano
previene il male».
Giuseppe non si sbagliò. Gli Erode obbedirono
all’ordine del padrone romano. Lasciarono crescere l’insurrezione galilea.
Quando la vittima fu pronta per il macello, schierarono i loro eserciti.
Uccisero tutti quelli che poterono della banda del Galileo e, con i corpi dei
sopravvissuti, cosparsero di croci tutte le strade che conducevano a
Gerusalemme.
Sotto quella moltitudine di croci, Giuseppe e
Maria passarono diretti a Betlemme. Chi si stupisce che, per il dolore, la
Vergine abbia partorito non appena giunta nella casa del marito?
In questo capitolo la verità dipende più dalla
fede di ciascuna parte del tribunale della storia che dai fatti stessi. Se
riponiamo la nostra fiducia nello storico Flavio Giuseppe, traditore della sua
patria, salvatore del suo popolo per aver fatto sì, con le sue «Storie giudaiche»,
che i Cesari imparassero a distinguere tra ebrei e cristiani, anche a costo di
trasformare i suoi discendenti in una nazione in guerra perpetua contro la
Verità, in questo caso l’insurrezione di cui parlano gli Apostoli nacque
nell’immaginazione degli autori del Nuovo Testamento.
I principi della psico-storia, tuttavia, si
oppongono alla distorsione operata da Flavio Giuseppe nell’erigere tra ebrei e
cristiani quel muro d’acciaio che li avrebbe tenuti separati per venti secoli,
un’azione che gli impose di negare l’esistenza dello stesso Cristo,
trasformandosi così, con tale atto, nell’Anticristo di cui parla San Giovanni.
22
La nascita di Gesù
L’insurrezione era stata repressa, Gerusalemme era
assediata da un esercito di croci; in mezzo a quel mare di croci passarono
Giuseppe e Maria, che era ormai in uno stato avanzatissimo di gravidanza.
Quando Giuseppe e Maria arrivarono a Betlemme, il
villaggio era pieno zeppo. Sorpresi i fratelli di Giuseppe, poiché nessuno si
sarebbe mai immaginato che Giuseppe scendesse prima che sua moglie partorisse,
improvvisarono un giaciglio nella mangiatoia affinché Maria potesse partorire.
Ancora una volta gli elementi della psico-storia
ci chiedono spazio. Voglio dire, Erode non avrebbe ordinato la Strage degli
Innocenti se a Betlemme fossero stati presenti i romani. I romani, dai quali
dipendeva in ultima istanza la sua incoronazione, non avrebbero mai permesso un
simile crimine. Non appena se ne furono andati, Erode si mise all’opera. Ma era
ormai troppo tardi. Giuseppe, Maria e il Bambino se n’erano andati.
Questo insieme di elementi psico-storici ci apre
gli occhi sulla Battaglia tra il Cielo e l’Inferno di cui ci parla San Giovanni
nella sua Apocalisse. La Morte, non essendo riuscita a impedire che si
adempissero le Scritture né che avvenisse la Nascita, doveva mettere le mani
sul Bambino. Ma la Vita, fiduciosa nelle proprie forze, si muoveva sulla
scacchiera della Terra con la sicurezza di chi conosce la strategia e le
capacità del proprio nemico e va sempre un passo avanti. Quando Erode andò a
mettere le mani sul Bambino, i suoi genitori se n’erano già andati. Di certo
non a Gerusalemme. Anche se avrebbero potuto rifugiarsi nella casa della nonna
di Maria.
E dico «non a Gerusalemme» perché, se fossero
rimasti a Gerusalemme, le parole di Simeone il Giovane nel salutare la Madre e
il Bambino nel Tempio non avrebbero avuto senso. Ma se vide il Bambino per la
prima volta, sì.
In questo come in tutto il resto, il lettore dovrà
giudicare da sé a chi dare credito: se a un traditore della propria patria,
riciclato in una sorta di salvatore proprio di coloro che aveva venduto, o a
degli uomini che per amore della verità hanno portato quell’amore alle sue
estreme conseguenze. Lo dico perché, a seguito di questa nuova ricostruzione
dei fatti, ci saranno coloro che diranno che questo modo di riorganizzare i
tempi non corrisponde alla sequenza effettiva degli avvenimenti vissuti.
Quindi, nato il Bambino, con la Madre già in
piedi, Giuseppe registrò suo figlio. Non sappiamo quale fosse l’intenzione
originaria di Giuseppe. Se era quella di rimanere a Betlemme, il suo piano
cambiò dopo la conversazione segreta che ebbe con i Magi.
Come avrete già dedotto, i Magi non erano re. I
Magi erano i portatori della decima della Grande Sinagoga d’Oriente e, in
quanto tali, dovevano fare tappa al Tempio.
Ciò che i Magi non avrebbero mai immaginato mentre
arrivavano gioiosi era che gli ultimi chilometri del cammino li avrebbero visti
attraversare un mare di croci. Grazie a Dio, la violenza del momento teneva
occupato il figlio di Erode e si recarono a Betlemme per mettere in guardia
Giuseppe.
Giuseppe registrò suo figlio e tornò a Nazaret.
Dopo i giorni stabiliti dalla Legge, scese al Tempio convinto che il pericolo
fosse passato. Entrò nel Tempio accompagnando sua moglie quando gli si parò
davanti Simeone il Giovane.
«Che ci fai ancora qui, uomo di Dio?», gli disse.
«Nessuno ti ha detto cosa è successo?».
Lo prese da parte e lo mise al corrente.
«Zaccaria ha nascosto le tue tracce, coprendole
con il suo sangue. Poco dopo la partenza dei Romani, gli Erode hanno mandato i
loro assassini nella tua città. I tuoi fratelli piangono la morte dei loro
bambini in fasce. Ma non finisce qui. L’orrore della notizia è giunto a
Zaccaria. Ha preso Elisabetta e Giovanni e li ha nascosti nelle caverne del
deserto, dove saranno al sicuro da ogni pericolo. Poi è venuto al Tempio.
Giuseppe, lo hanno circondato come un branco di cani, minacciando di ucciderlo
se non avesse rivelato loro tutto ciò che sapeva. Non potendo sopportare il suo
silenzio, lo hanno ucciso a pugni e calci proprio davanti alle porte del
Tempio. Giuseppe, prendi il Bambino e sua Madre e vai in Egitto. Non tornare
finché questi assassini non saranno morti».
Giuseppe non disse una parola a Maria. Per evitare
che venisse a sapere la notizia dai suoi familiari, la portò via da Gerusalemme
senza darle alcuna spiegazione.
«Come hai potuto vivere tutta questa vita portando
da solo questo fardello, mio sposo?», piangeva Lei quando lui glielo raccontò
sul letto di morte.
Al loro ritorno dall’Egitto, la nonna del Bambino
era ancora in vita. Credo di aver detto che gli emigranti tornarono in quello
che potremmo definire uno stato di prosperità e felicità. Anche la situazione
economica della tenuta di Maria era altrettanto florida. Alle siccità che un
tempo avevano devastato i campi seguirono periodi di piogge abbondanti.
Giovanna, la sorella vergine di Maria, amministrò le terre della sorella senza
invidiare nulla a un uomo. Coloro che credevano che, con la morte di Giacobbe,
la sua casa sarebbe crollata dovettero riconoscere di essersi sbagliati. Quella
ragazza, devota alla sua famiglia fin dalla giovinezza, non perse mai il ritmo
né si lasciò ingannare. Sebbene liberata dal suo voto grazie al matrimonio di
Cleofa, Giovanna non si sposò.
All’improvviso, ricominciare da zero l’attività di
falegnameria non sembrava un’impresa facile. Cleofa non era di questo avviso.
La situazione che Giuseppe dovette superare il giorno in cui fece il suo
ingresso a Nazareth era una cosa, e questa nuova era ben diversa. Giuseppe era
allora un perfetto sconosciuto. Ora potevano contare, per cominciare a farsi
strada, su una clientela familiare sparsa in tutta la Galilea.
Tra queste conoscenze Gesù avrebbe trovato i suoi
futuri discepoli. Ma torniamo al Figlio di Maria, suo erede e capo spirituale
dei clan che, come rami dello stesso tronco, si estendevano nei dintorni.
La morte di Giuseppe coinvolse Gesù nel giuramento
che il defunto aveva fatto a Cleofa. Abbiamo già visto che il Bambino visse nel
proprio essere l’esperienza di chi rinasce dallo Spirito in seguito
all’episodio di cui fu protagonista nel Tempio. Il Simeone che andò incontro al
Figlio di Davide nel Tempio era il Simeone il Giovane che abbiamo visto dire a
Giuseppe: «Vattene, uomo di Dio, perché lo uccideranno».
Negli anni successivi alla morte di Giuseppe, Gesù
affidò la falegnameria nelle mani di suo cugino Giacomo e subentrò a sua zia
Giovanna nella gestione della proprietà di sua Madre. Durante il suo mandato i
campi resero il cento per cento; la fama dei vini dei vigneti di Giacobbe si
diffuse in tutta la regione. Intelligente come pochi, Gesù si rivelò un uomo
d’affari con cui stringere accordi era garanzia di successo. Compravava e
vendeva raccolti di olive senza mai perdere una dracma.
Grazie alle relazioni familiari e al capitale del
capo del clan, anche la falegnameria di Nazareth conobbe un periodo di grande
prosperità.
Morti gli Erode, Gesù entrò in possesso
dell’eredità di suo padre in Giudea.
Credo di aver già detto che a Gerusalemme Gesù di
Nazaret era conosciuto come si conosce un mistero. I fratelli di suo padre
rimasero celibi invocando il proverbio: «Tale padre, tale figlio». Fisicamente
Gesù era l’immagine di quel Giuseppe alto e forte, uomo di parola, poco
loquace, prudente nei giudizi, dedito alla famiglia, sempre attento ai bisogni
dei suoi cari.
Il fatto è che, dopo aver fatto sposare tutti i
suoi cugini e aver lasciato che gli affari andassero avanti da soli, quel Gesù,
adorato dai suoi cari, li sorprese tutti con le «sue sparizioni».
23
Il mistero delle sparizioni di Gesù
Nessuno sapeva dove andasse Gesù né cosa facesse
quando scompariva in quel modo. Semplicemente scompariva. Scompariva senza
preavviso, senza dare spiegazioni. Le sue sparizioni potevano durare giorni,
persino settimane. Se i suoi cugini Giacomo e Giuseppe chiedevano in giro, per
vedere se qualcuno avesse visto il loro Gesù, tutti facevano la faccia di chi
non ne sa proprio nulla.
Dove si nascondeva Gesù?
Beh, non era facile dirlo. Ma ovunque andasse,
tornava da dove fosse stato come se nulla fosse. Poi tornava tutto tranquillo,
tirava fuori una scusa qualsiasi a tutti coloro che, con quella preoccupazione
così naturale, gli dimostravano quanto gli volessero bene: «Ho dovuto occuparmi
di una faccenda urgente», per esempio, punto e basta, argomento chiuso.
Insistere oltre non serviva a nulla; alla fine Gesù scoppiava a ridere e
sembravano degli sciocchi proprio loro.
«Da dove vengono queste preoccupazioni, Santiago,
fratello? Ti manca qualcosa? I tuoi figli stanno male? Hai salute, denaro e
amore, cos’altro può desiderare un uomo?».
Non l’avevo detto? Era impossibile arrabbiarsi con
Lui. Non solo aveva tutta la ragione del mondo, ma se poi te lo diceva con quel
sorriso negli occhi, alla fine sembravi tu lo sciocco a preoccuparti senza
motivo.
Le uniche che non sembravano né sorprese né
scandalizzate dalle sue sparizioni erano le Donne della Casa. Con grande
sorpresa di Santiago e dei suoi fratelli, le Donne non volevano nemmeno sentir
parlare di rimproveri. Quale mistero era il Suo per incantarle in quel modo?
Mistero? Perché aveva incantato sua madre, sua zia
Juana e sua zia María?
C’era davvero un mistero. Uno molto grande.
Il fatto è che quando Lui se ne andava, in casa
avveniva un miracolo. I sacchi di farina non si esaurivano mai, anche se la
farina veniva prelevata a pale. Le giare d’olio non si svuotavano mai; per
quanti litri regalassero, il livello dell’olio nelle giare non scendeva mai. E
se una di loro si ammalava, le tre Donne di Casa sapevano che Lui sarebbe
tornato perché guarivano immediatamente. E così era per tutte le altre cose.
Quindi, come avrebbe potuto non incantarle? Certo, quando dovevano rispondere a
loro o ai loro cugini da dove venisse o cosa avesse fatto Gesù, si limitava a
guardarle e dava loro come unica risposta un bacio pieno di sorrisi.
Dove andava? Da dove veniva? Cosa faceva? Credo
che sia stato il tredicesimo apostolo a dire che Gesù se ne andava per
implorare il suo Dio, con lacrime intense, misericordia per tutti noi.
L’origine di quelle lacrime non dovrebbe sembrarci
un fiume sconosciuto, conoscendo la fonte da cui sgorgavano. Era il Figlio di
Dio, della stessa natura del Padre suo, che guardava faccia a faccia il futuro
dell’opera che stava per compiere, e vedendo il Destino verso cui conduceva i
suoi Discepoli, il suo cuore si spezzava.
Come non cercare nel Padre un’alternativa
praticabile che allontanasse dai suoi il destino verso cui, con la sua Croce,
li trascinava?
E ciò che è ancora più tragico: quando il suo
sangue lo trascinava nella fragilità dell’esistenza umana e si chiedeva come
potesse essere sicuro che ciò che stava per fare fosse la volontà di Dio, in
quel momento il peso di quel Destino lo schiacciava, gli si conficcava nel
petto e gli strappava lacrime di sangue vivo. Come poteva essere sicuro che ciò
che stava per fare fosse la cosa giusta? Perché la Croce di Cristo e non la
Corona di Davide?
La tensione, la pressione, la natura umana nella
sua nudità che gli martellava il cervello e l’anima con la visione delle
centinaia di migliaia di cristiani che Egli avrebbe condotto al martirio… Un
Destino che avrebbe potuto risparmiare loro semplicemente accettando la Corona
che il popolo in massa gli avrebbe offerto. Che fare? Come saperlo? E con quali
mezzi resistere al conforto che gli offriva suo Padre?
… Perché dopo il Giorno di Yahvé sarebbe giunto il
Giorno di Cristo, un Giorno di libertà e gloria: il Re sul suo Trono di Potenza
che guida gli eserciti di suo Padre verso la vittoria…
In quei giorni, prima di iniziare la Sua Missione,
Gesù scelse in Galilea coloro che sarebbero stati i Suoi futuri Apostoli. I
legami che Lo univano ai Suoi futuri Discepoli provenivano dal nodo di sangue
che il figlio maggiore di Zorobabele aveva iniziato a stringere quando fondò
Nazaret.
A differenza dell’atmosfera in cui si
moltiplicarono gli uomini di Zorobabele rimasti in Giudea, la gente della
Galilea accolse pacificamente e amichevolmente gli uomini di Abiud. Gli
abitanti della Giudea rimasero scandalizzati nello scoprire le intenzioni di
Zorobabele e dei suoi uomini; si ribellarono all’idea della ricostruzione di
Gerusalemme e tentarono con ogni mezzo di costringerli ad abbandonare il
progetto.
La Bibbia dice che non ci riuscirono. In cambio, dagli
allora abitanti della Terra Santa ottennero una politica di ostilità perpetua.
Una politica che portò al cloisteramento e all’isolamento degli ebrei del Sud
dal resto del mondo . Circostanza che, col passare del tempo, avrebbe
trasformato gli ebrei del Sud in quel popolo che odiava i gentili, i quali
venivano disprezzati e trattati in privato come se si parlasse di vere e
proprie bestie.
«Meglio mangiare con un maiale che con un greco»,
diceva un rabbino.
«Meglio sposare una scrofa che una greca»,
ribatteva il suo collega.
Questo odio verso i Greci e verso i gentili in
generale, quel disprezzo del popolo che arrivò a credersi la Razza Superiore,
era un odio in una certa misura naturale. Verso i Greci in seguito alle
persecuzioni di Antioco IV Epifane. Verso gli egiziani perché un giorno il
Faraone… Verso i siriani perché un tempo… Verso i romani perché li opprimevano…
La questione era trasformare l’odio in una sorta di identità nazionale, trarne
la forza per continuare a credersi la Razza Superiore, chiamata a sottomettere
ed essere servita dal resto dell’umanità.
Gli abitanti della Giudea attendevano il Messia
per diventare il Nuovo Impero Mondiale. Il loro rapporto con le leggi non
nazionali, imposte dall’impero, che regolavano la vita tra ebrei e greci, tra
greci e romani, tra romani e iberici, era un percorso nella giungla pieno di
pericoli mortali attraverso il quale l’ebreo doveva rimanere vigile e trovare
sempre nell’odio e nel disprezzo verso le altre razze la forza vitale che lo
aiutasse a superare le circostanze fino alla venuta del Messia.
A differenza dei loro fratelli del Sud, quelli del
Nord si integrarono perfettamente nella società dei gentili. Lavorarono con
loro, commerciarono con loro, si vestirono come loro, impararono la loro
lingua, rispettarono i loro costumi, le loro tradizioni e i loro dei.
Rispetto ai loro fratelli del Sud, gli ebrei della
Galilea si erano evoluti nella direzione opposta. Mentre il meridionale
invocava l’odio come baluardo protettivo della propria identità, il
settentrionale invocava il rispetto tra tutti gli uomini come garante della
salvaguardia della pace.
Quando, quindi, giunse Gesù, le differenze mentali
e morali tra ebrei galilei ed ebrei del Sud erano così enormi quanto quelle
esistenti all’epoca tra un barbaro e un uomo civilizzato. Il galileo continuava
ad attendere la Venuta del Messia, il Cristo che avrebbe unito in fratellanza
tutti i popoli del mondo; anche l’ebreo di Gerusalemme attendeva la Nascita, ma
non quella di un Salvatore, bensì quella di un conquistatore bellicoso e
invincibile che avrebbe messo in ginocchio, ai suoi piedi, tutte le altre
nazioni del mondo. Difficilmente Gesù avrebbe trovato tra questi ebrei del Sud
un solo uomo disposto a seguirlo per cantare all’Amore e alla Fraternità
Universale il poema più meraviglioso mai scritto, il Vangelo.
Date tali circostanze, non fu un caso che tutti i
suoi discepoli fossero presenti alle nozze di Cana.
Quando il Figlio di Zorobabele ed erede della
corona di Salomone si stabilì a Nazareth, i suoi uomini e i suoi figli si
unirono tra loro e andarono a spargere il loro seme in tutta la regione.
Lavoratori rispettosi dei propri vicini, amanti delle leggi della civiltà di
tutti, per i quali la religione era una questione privata soggetta alla legge
sulla libertà di culto, gli uomini di Abiud e i loro figli si diffusero in
tutta la Galilea, mantenendo il matrimonio endogamico come base della loro
identità nazionale. Per il resto, l’ebreo galileo non si differenziava in nulla
dai suoi vicini. Si vestiva come loro, parlava come loro.
In un simile contesto, il successo dell’attività
della «Bottega di Confezionistica della Vergine di Nazaret» fondò la propria
fortuna sulla corrente nazionalista che si risvegliò in Galilea in seguito alla
ricostruzione delle sinagoghe. Era in quei momenti unici e cruciali della vita,
come ad esempio il matrimonio, che l’orgoglio nazionale affiorava e si
preferiva mostrarsi con un abito tipico, popolare. L’arte della confezione del
costume nazionale nelle mani delle figlie di Aronne, che ne avevano fatto un
monopolio con sede a Gerusalemme, l’apertura dell’attività da parte della
Vergine, discepola di una maestra nel segreto meglio custodito della casta
sacerdotale femminile – di cui la confezione di mantelli senza cuciture era
l’esempio più eccellente – fu un’idea vincente che attirò a Nazaret gli sposi
della regione.
A prescindere dalla prosperità che portò alla casa
della Vergine e alla stessa Nazaret, il successo del laboratorio della Vergine
aprì la strada nella regione e la preparò affinché le sue sorelle potessero
trovarvi un terreno dove crescere e moltiplicarsi. Si sposarono in Galilea e
ebbero figli e figlie. Ai legami preesistenti alla nascita della Vergine si
aggiungono quindi quelli che le sue sorelle e i figli e le figlie di suo
fratello Cleofa hanno creato, e le dimensioni del quadro in cui si muoveva suo
Figlio assumono le loro vere proporzioni.
O, in altre parole, i discepoli di Gesù erano
presenti alle famose nozze di Cana semplicemente perché erano legati agli sposi
da legami di sangue. O forse credete che la suocera di Pietro sia stata guarita
senza fede?
In tutto il testo dei Vangeli vediamo che l’unica
condizione che Gesù chiedeva per ricevere la grazia del suo Potere era la fede.
Quando guarì la suocera di Pietro, questa non aveva ancora visto l’Unigenito di
Dio. Il fatto che avesse fede senza averlo visto ci apre gli occhi sul legame
tra la suocera di Pietro e la Vergine, grazie al quale la fede di quella donna
nel Figlio di Maria era assoluta. E questo ci aiuta ad aprire la porta della
sua casa e a vedere Pietro, attraverso il suo matrimonio con la figlia della
suocera, direttamente imparentato con la Vergine.
Dopo il miracolo della trasformazione dell’acqua
in vino, l’unica cosa che Pietro aveva bisogno di vedere era l’unzione del
figlio di Davide da parte del profeta.
Quando si legge il Vangelo, la prima sorpresa
balza agli occhi vedendo Pietro e i suoi compagni abbandonare tutto alla voce:
«Seguitemi». Come se fossero robot o automi privi di volontà, quegli uomini
lasciarono le loro famiglie e lo seguirono senza nemmeno chiedere dove. È la
prima impressione. Logicamente, si tratta solo di un’apparenza. Quegli uomini
conoscevano perfettamente il Figlio di Maria. Sapevano di che natura fosse la
sua guida spirituale su tutti i clan davidici della Galilea. Pietro e i suoi
compagni non erano automi privi di volontà che obbedivano all’ordine del loro
creatore al ritmo delle battute delle sue dita su una tastiera di computer.
Niente affatto. Inutile dire che in più di un’occasione, legati da vincoli di
sangue alla Casa di sua Madre, parlarono con suo Figlio del Regno del Messia.
Va anche sottolineato che il Primo Miracolo in pubblico, di cui furono
testimoni, trasformò la concezione che si erano fatti sulla Natura della
Missione Messianica, per la quale erano disposti a lasciare tutto nel momento
in cui Gesù lo avesse voluto. Chiarito questo, proseguiamo.
Avete già visto chi fosse quel Giovanni, figlio di
Zaccaria, nipote del profeta Abia, e quale sentimento animasse quelle sentenze
severe del Battista contro i Giudei. Sua madre, Elisabetta, prozia di Maria,
Madre di Cristo, visse per crescere Giovanni e raccontargli tutta la verità su
suo padre, sul perché fosse morto e su chi egli avrebbe preceduto. Alla morte
di Elisabetta, Giovanni si ritirò nel deserto e visse la sua vita
soprannaturale in attesa del compimento della missione per cui era nato. Il battesimo
di Gesù da parte di Giovanni confermò ai discepoli ciò che già sapevano: il
Figlio di Maria era il Messia.
Lo seguirono alla conquista del regno universale.
Non avrebbero mai immaginato che la spada con cui Gesù avrebbe conquistato il
trono di Davide fosse «nella sua bocca».
Gesù annunciò loro molte volte quale sarebbe stata
la sua fine. Ma come potevano loro concepire che il Figlio di Dio sarebbe morto
crocifisso?
Testimoni di opere prodigiosa, soprannaturali,
straordinarie, divine in ogni loro aspetto, come potevano concepire che i loro
fratelli in Abramo avrebbero commesso un simile crimine contro il Padre di quel
Figlio?
Accadde ciò che doveva accadere. Incredibilmente,
Gesù chiuse la bocca come chi rinfodera la spada e si abbandonò
inspiegabilmente al nemico che veniva a ucciderlo. Tutto ciò che avrebbe dovuto
fare era aprire le labbra. Se solo avesse detto: «In ginocchio», la folla che
era uscita a cercarlo sarebbe rimasta inchiodata al suolo come statue di sale.
Ma no, non pronunciò una sola parola. Si lasciò semplicemente incatenare.
A loro, agli Undici, lasciò solo l’alternativa dei
codardi.
E così tutti corsero a nascondersi. Tutti tranne
quello che scappò nudo. Fu lui a portare la notizia alla Madre: avevano appena
catturato suo Figlio, lo stavano portando via per giudicarlo.
Il romano aveva chiesto al Sinedrio la testa di
quel Messia. Intimidito dalle legioni di Pilato, il Sinedrio glielo aveva
consegnato.
Questa questione della colpa assoluta che il
futuro fece ricadere su quella generazione ebraica, scagionando i romani dalla
loro partecipazione diretta alla Passione di Cristo, trova la sua risoluzione
nel cuore delle parole del sommo sacerdote al Tribunale che consegnò il Messia
a Pilato:
«È meglio che un uomo muoia per il popolo».
«Conveniva» significava che o lo consegnavano a
Pilato, oppure questi avrebbe decretato lo stato d’assedio e avrebbe mandato le
legioni a dargli la caccia. Se avessero consegnato Gesù di Nazaret, il popolo
sarebbe rimasto tranquillo, colto di sorpresa; ma se Pilato avesse mandato le
sue legioni contro colui che ora abbandonavano al suo destino, in seguito, per
amore della patria, lo avrebbero difeso fino alla morte. E dov’era il pazzo
capace di credere nella vittoria di una ribellione popolare contro Cesare?
Il destino di Gesù di Nazaret era segnato. O Lui o
la Nazione. Che il futuro li accusasse, a causa della loro codardia, di averlo
consegnato, facendo ricadere su di loro tutta l’ e la responsabilità della sua
morte, e va bene così. Che altro potevano fare? L’astuto Pilato se ne sarebbe
lavato le mani. E allora? Non era forse meglio che morisse un uomo piuttosto
che tutto il popolo venisse massacrato dalle legioni?
Il problema dei Discepoli era credere che il loro
popolo non avrebbe recitato la parte del codardo e si sarebbe ribellato in armi
piuttosto che consegnare il Messia ai romani. Per loro la questione era chiara:
come avrebbe potuto l’Impero sconfiggere un esercito guidato dal Re
dell’Universo? Non erano stati centinaia e centinaia di uomini, donne e bambini
ad aver vissuto sulla propria pelle la sua Gloria? Tra la folla non erano forse
loro la testimonianza vivente della Missione Divina di Gesù di Nazaret? È vero
che molte volte quelle folle lo avevano acclamato re e in altrettante occasioni
Lui aveva voltato loro le spalle. Logico? Rinunciare al Trono che per eredità
ti appartiene?
Sì o no?
Ebbene, nel corso di tutta la storia di Israele
era stato dimostrato che l’unzione del re non spettava al popolo, ma ai
profeti. Alla luce di questa esperienza, era naturale che Gesù rifiutasse
un’incoronazione contraria al diritto storico e divino.
L’Età dei Profeti, tramandata nelle Scritture,
prevedeva che l’unzione, canonicamente parlando, spettasse al Tempio. Doveva
quindi arrivare il momento in cui quelle stesse folle lo avrebbero seguito a
Gerusalemme e avrebbero chiesto al Sinedrio il riconoscimento divino che Gesù
di Nazaret si era guadagnato con le sue opere.
Allora, spinto dalla testimonianza di tanti e
tanti eletti e da una folla innumerevole che invocava a gran voce l’Unzione del
Messia da parte del sommo sacerdote, Gesù si sarebbe seduto sul Trono di
Davide, suo padre storico, e alla presenza di tutti i figli d’Israele avrebbe
indossato la corona dei re.
Quando, al terzo anno della sua Missione, si
diffuse la notizia: «Gesù di Nazaret si sta recando a Gerusalemme per la
Pasqua», l’attesa messianica attirò a Gerusalemme folle innumerevoli.
Ponzio Pilato se lo aspettava. Al corrente delle
gesta del Messia degli ebrei, già da tempo aveva chiesto al Sinedrio la testa
di quel Nazareno. La decisione politica che doveva prendere riguardo
all’esplosione messianica causata dal «Nazareno» era complessa e chiara al
tempo stesso. Doveva morire. «Morto il Pastore, il gregge si sarebbe disperso».
Né poteva schierare le sue legioni e lanciarle all’unisono contro la folla. La
ribellione nazionalista sarebbe scoppiata in difesa del loro Messia e una
guerra spartachiana era l’ultima cosa che Cesare potesse desiderare. Come
politico, la sua missione era prevenire il male prima che scoppiasse la guerra.
Poteva aspettarsi il peggio e lasciare che la preda si ingrossasse. Come
avevano già fatto Augusto ed Erode ai tempi del censimento. Al momento
opportuno, Pilato avrebbe schierato le sue legioni e dal massacro le altre
nazioni avrebbero imparato come Roma punisce la ribellione contro Cesare.
Il fatto era che il Sinedrio al completo era
contro il Nazareno e non osava toccarlo per paura della folla che lo
accompagnava ovunque andasse. Il Sinedrio aveva giurato a Pilato che glielo
avrebbe consegnato di persona, ma che avrebbe dovuto aspettare che il frutto fosse
maturo.
Dopo il primo anno di marcia trionfale verso il
Monte del Sermone, il secondo anno era andato in discesa. A cavallo tra il
secondo e il terzo anno, il rifiuto di Gesù di essere incoronato re aveva
spaventato le folle, che non lo capivano affatto.
Chi, tra tutti coloro che avessero goduto di un
simile Potere Divino, non si sarebbe fatto accompagnare dalle folle a
Gerusalemme per esigere dal Sinedrio al completo la Corona di suo padre Davide?
Lo smarrimento e l’ignoranza riguardo al suo
Pensiero avevano lasciato Gesù Cristo solo all’alba del terzo anno. Solo le
donne e i suoi discepoli continuavano a essergli fedeli.
Che ne era stato, dunque, di quella prima
disperazione del politico romano? E ciò che al Sinedrio sembrò ancora peggiore:
perché Pilato avrebbe dovuto tirarsi indietro proprio ora? C’era forse tra le
file romane chi, in caso di insurrezione messianica, avrebbe disertato l’Impero
per mettere le proprie spade al servizio del Figlio di Davide?
Come dimostra l’ingresso trionfale di Gesù a
Gerusalemme, l’attesa, soffocata nell’ultimo anno dallo stesso Gesù, si
risvegliò dal suo letargo. Credendo che il Figlio di Davide avesse preso la sua
decisione definitiva, favorevole alla sua incoronazione, quell’anno tutti
accorsero a Gerusalemme.
Come già sappiamo e come dimostra la storia, in
occasione della Pasqua Gerusalemme si trasformava in una città assediata. Da
ogni parte del mondo gli ebrei scendevano e salivano alla Città Santa per
celebrare quella Cena che fu il preludio alla Liberazione di Mosè.
In quell’anno 33 della nostra era, alla solita
folla si unirono tutti coloro che un tempo lo avevano proclamato re.
Quale non fu la sorpresa di tutti quando Gesù
entrò nel Tempio e con una frusta dissipò per sempre la pressione contro il
Sinedrio e Cesare che quella folla esaltata era pronta a esercitare.
Quella febbre messianica che Gesù aveva
risvegliato nel suo primo anno era tornata sulla scena. Giunse a Gerusalemme
prima ancora che Lui arrivasse e fece tremare le mura di Gerusalemme con la
stessa forza con cui un tempo lo fecero le trombe di Giosuè. Se invece di
recarsi direttamente al Tempio per prendere una frusta e dichiarare guerra
totale al Sinedrio, Gesù avesse fatto ciò che fece da bambino, ovvero farsi
strada fino al Cortile dei Dottori della Legge e entrare nel vivo della
questione… Ma no. Niente affatto. La situazione era già in subbuglio ed Egli
andò a precipitarla nel caos nel modo più esplosivo che si potesse immaginare.
La stessa folla che poche ore prima aveva
applaudito e acclamato il Figlio di Davide, al calar della notte chiedeva la
sua testa a un Pilato che ormai non capiva più perché dovesse uccidere colui
che si era scavato la propria tomba.
Per comprendere la fuga dei suoi discepoli bisogna
mettersi nei panni di quegli uomini che nel loro cuore sognavano quell’ingresso
trionfale: «l’incoronazione». Furono loro i primi a rimanere sbalorditi nel
vedere il loro Maestro impugnare una frusta e scagliarsi con ira onnipotente
contro il Tempio.
Fu in quel momento che Giuda prese la decisione di
consegnarlo al Sinedrio. Gli altri se ne andarono con il morale a terra, come
se fluttuassero in un vuoto totale.
Cosa sarebbe successo ora?
Che cosa aveva fatto Gesù?
Mentre consumavano l’Ultima Cena si sentivano così
confusi e vuoti come quella Terra che prima dell’Inizio vagava nelle Tenebre
dell’Abisso, confusa e vuota.
Ah, figli della Terra, l’eredità di vostra madre è
il vostro destino! Non ricevette forse, nel giorno della sua nascita, ogni
sorta di promesse dal suo Creatore e, non appena il Creatore le voltò le
spalle, si lasciò intrappolare dalla confusione che accompagna ogni solitudine?
Se vostra madre, alla sua nascita, ha vissuto la confusione e il vuoto della
solitudine, come avreste potuto non cadere nella stessa trappola?
Mentre cenavano con Lui, i Suoi Discepoli non
avevano la minima idea di cosa stesse dicendo loro. Sapevano solo che erano
disposti a morire combattendo piuttosto che lasciarlo solo. Povero Pietro, gli
cadde l’anima a terra quando il suo Eroe e Re gli strappò la spada dalle mani!
Tutti, senza eccezioni, si misero a correre spinti da una forza che li
sopraffaceva e muoveva le loro gambe contro la volontà delle loro menti.
«Cosa succederà adesso, Madre?», chiese
quell’altro Giovanni alla Madre di Gesù, come se lei conoscesse la risposta.
Cosa sarebbe successo? Sarebbe successo ciò che
era stato profetizzato da mille anni. Il firmamento si sarebbe vestito a lutto
per piangere la morte del Primogenito, la Terra si sarebbe lamentata per la
morte dell’Unigenito.
24
Morte e Resurrezione di Gesù Cristo
Gli avvenimenti di Quella Notte sono descritti nei
Vangeli. Non intendo riprodurli né aggiungervi dettagli. Mi limiterò a ciò che
non è scritto.
Mentre la farsa giudeo-romana seguiva il suo
corso, il cielo si incupì sopra le teste delle migliaia di ubriachi che
scandivano: «Crocifiggilo!».
La stessa confusione che si era impadronita dei
Discepoli e li aveva spinti alla fuga, quella stessa forza si era impadronita
della folla che lo aveva acclamato al suo ingresso trionfale e, abbandonata
all’alcol, sfogava il proprio dolore contro l’artefice della delusione che si
era impadronita delle loro menti. Folle, abbandonati all’alcol in cui
affogavano il proprio dolore – che scorreva a piene mani e a barili dalle mani
del Tempio alle loro gole –, coloro che solo poche ore prima avevano acclamato
il Messia gridando: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore», ora
gridavano: «Crocifiggilo».
Mentre gridavano e gridavano, le nuvole
circondarono l’orizzonte, stendendo una ragnatela di fulmini e tuoni sul
Golgota. Mentre il Condannato trascinava la sua croce lungo la Via Dolorosa,
ignaro della folla che, ubriaca, sputava le sue risate sul Figlio di Maria, la
notte calava.
Assorti, meravigliati da ciò che stavano vivendo,
mentre sfilavano in processione, a pochissimi vennero in mente le parole del
Profeta. In realtà solo a un ragazzo. Ai piedi della Croce, mentre guardava il
cielo, gli tornarono in mente le Scritture.
«Già le onde della morte mi circondavano e i
torrenti di Belial mi terrorizzavano. Le catene dello Sheol mi imprigionavano,
le reti della morte mi avevano colto di sorpresa. E nella mia angoscia invocai
il Signore e lanciai il mio grido verso il mio Dio. Egli udì la mia voce dal
suo palazzo, e il mio grido giunse alle sue orecchie. Si commosse e la terra
tremò. Vacillarono le fondamenta dei monti, si scossero davanti al Signore
adirato. Dalle sue narici saliva fumo, e dalla sua bocca fuoco divorante,
carboni accesi da Lui. Abbassò i cieli e scese, aveva una nuvola nera sotto i
piedi. Salì sui cherubini e volò; volò sulle ali dei venti. Fece delle tenebre
un velo, formando attorno a sé la sua tenda; caligine acquosa, dense nuvole.
Davanti allo splendore del suo volto le nuvole si dissolvero; grandine e lampi
di fuoco. Yahvé tuonò dai cieli, l’Altissimo fece udire la sua voce. Scagliò
contro di loro le sue frecce e li sbaragliò, scagliò fulmini e li sconvolse. E
apparvero torrenti d’acqua, e furono scoperti i fondamenti del mondo di fronte
all’ira rimproverante di Yahvé, di fronte al soffio dell’uragano della sua
furia».
Sì, solo quel ragazzo, Giovanni, fissò lo sguardo
verso il cielo che contemplava inorridito il misfatto dei figli della Terra.
Nel dolore di quel momento nessuno si era reso conto di ciò che stava per
abbattersi sulle loro teste. Il cielo era nero come le profondità della caverna
più impenetrabile. Quando Gesù esalò il suo ultimo respiro e credettero che la
fine fosse ormai giunta, come se all’improvviso si fossero tutti risvegliati da
un sogno, i loro occhi si aprirono alla realtà.
Prima ancora di avvertire la minaccia del cielo,
il firmamento si squarciò in lacrime. Si udì uno scricchiolio più forte di
quello delle mura di Gerico al momento del crollo. Fu allora che tutti alzarono
per la prima volta lo sguardo e percepirono nell’aria quell’umidità elettrica.
Stavano già per iniziare la ritirata quando
all’improvviso una frusta a forma di fulmine squarciò l’oscurità. Sembrò cadere
lontano. Che sciocchi! Era il cavaliere che un tempo aveva aperto a Giuda
Maccabeo le file del nemico e che ora cavalcava impetuosamente sulle nuvole
delle profezie. I suoi occhi splendenti illuminarono la notte e dalla sua gola
onnipotente il tuono rotolò lungo l’orizzonte; come un pazzo, posseduto da un
dolore che gli accecava le viscere, quel cavaliere divino alzò il braccio e scagliò
sulla folla la sua frusta di fulmini e tuoni.
L’inferno dell’ira del Padre Eterno si abbatté
come una tromba su bambini e donne, anziani e giovani, senza distinguere tra
colpevoli e innocenti. Impazzita, come un e che si sveglia di soprassalto da un
incubo per poi scoprire, aprendo gli occhi, che il vero incubo era appena
iniziato, la folla cominciò a correre giù per il Golgota. La tempesta che
incombeva sulle loro teste minacciava grandine, fulmini e tuoni, ma non
pioggia. Era un temporale elettrico che l’Onnipotente, trafitto dalla lancia
conficcata nel petto di Suo Figlio, con il cuore spezzato aveva preso nelle Sue
mani e, impazzito dal dolore, scagliava contro i figli della terra senza
guardare chi fossero. La frenesia, lo spavento si impadronirono di tutti. Il
terrore imperversò senza risparmiare né anziani né bambini, né uomini né donne.
Impazzita per ciò che aveva fatto sotto l’effetto dell’alcol, la folla cominciò
a muoversi verso le mura di Gerusalemme. Pazzi!, come se il dolore di Dio
potesse essere frenato dalla pietra.
E così la folla cominciò a correre giù per il
Golgota in cerca di salvezza tra le mura. Allora la frusta elettrica
dell’Onnipotente cominciò a abbattersi su donne e bambini, giovani e anziani,
senza distinguere i colpevoli dagli innocenti. Il suo dolore, il dolore
dell’Onnipotente, raggiungeva tutti e lacerava le loro carni senza alcuna
pietà. In men che non si dica, la salita del Golgota cominciò a riempirsi di
cadaveri carbonizzati. Coloro che stavano già risalendo la salita della Porta
dei Leoni credevano di essere sfuggiti all’orrore quando le tombe del Cimitero
degli Ebrei cominciarono ad aprirsi. Dalle loro tombe uscirono i profeti e
dalle loro bocche spettrali l’Ira dell’Onnipotente faceva giungere ai vivi la
loro sentenza di morte.
Orrore, desolazione, terrore. Coloro che credevano
di trovare rifugio nelle proprie case si trovarono davanti porte chiuse. Una
notte di Cena, millecinquecento anni prima, l’angelo della morte aveva pervaso
le case degli egiziani alla ricerca dei primogeniti. Quello stesso angelo ora
percorreva le strade di Gerusalemme uccidendo senza distinzione tra grandi e
piccoli. Lo stesso dolore infinito che aveva lacerato il cuore del suo Signore
aveva raggiunto il suo e, nel suo dolore indicibile, conficcava la spada
cherubica contro chiunque incontrasse sul suo cammino.
Terrorizzati, intrappolati in un incubo infernale,
il terrore trascinò i fuggitivi al Tempio. Lì si ammucchiarono tra le sue mura
in cerca di misericordia. Folle, con la follia di chi uccide il figlio e si
rifugia dal padre della creatura nella propria casa, lì trovarono la loro tomba
quando la frusta del Dolore fece cadere le sue lacrime sulla cupola, una cupola
che crollò sulla folla terrorizzata.
Orrore, sgomento, desolazione. Il dolore del Padre
di Cristo in pieno sfogo violento. Il sangue di un Dio trasformato in blocchi
di pietra che cadevano su una folla terrorizzata, schiacciando teste, riducendo
in macerie uomini e donne. «Gridate di nuovo: “Crocifiggilo!”», scrivevano con
i loro scricchiolii le pietre della cupola del Tempio mentre cadevano dal
soffitto al suolo.
Mentre queste cose accadevano ai piedi della
Croce, rimasero solo un uomo e tre donne. Come se uno scudo di energia lo
proteggesse, il ragazzo, in piedi, contemplava lo spettacolo. Ai piedi del
Monte della Passione i cadaveri carbonizzati, i moribondi schiacciati sotto il
peso di coloro che erano fuggiti giù per il pendio. Contro le mura, senza
alcuna via di fuga dai morti usciti dalle loro tombe, le vittime paralizzate
dall’orrore si accalcavano in preda alla follia. Quando, poco dopo, la cupola
del Tempio crollò e cessarono i tuoni, i fulmini e il fragore di carne e
sangue, Giovanni raccolse la spada del romano che aveva confessato. Il ragazzo
voltò lo sguardo verso le tre Donne, parlò loro con gli occhi e cominciò a
farsi strada tra la folla. La moltitudine di feriti e moribondi, inorridita, si
faceva da parte come se si trattasse di un angelo di Dio nel pieno compimento
dell’opera iniziata dal suo Signore. Tale era il fuoco che sprigionava dai suoi
occhi il più giovane dei figli del Tuono.
Giunti nelle strade, incapaci di resistere allo
sguardo di quel cherubino umano, gli allucinati si fecero da parte per
lasciarlo passare. Juan condusse le tre donne a casa e chiuse la porta dietro
di sé. Lì c’erano i Dieci e le altre donne. Come morta, la Madre si lasciò
cadere sul letto e chiuse gli occhi su un mondo al quale non sembrava più voler
tornare.
I sopravvissuti si giurarono di cancellare dalla
propria memoria e da quella dei propri figli il ricordo della Notte in cui Dio
ruppe la sua Alleanza con i figli di Abramo. I loro storici seppellirono il
ricordo di quella Notte nella tomba dei silenzi millenari. Molte volte nella
Storia dell’Umanità un popolo si è giurato di cancellare dalla propria memoria
un certo evento, speciale, fondamentale per lo sviluppo del proprio futuro.
Raramente un popolo è riuscito a seppellire in modo così definitivo un capitolo
così traumatizzante.
Anche gli Undici credettero che tale fosse il
destino di quei tre anni di gloria indimenticabile. Infatti, l’unica cosa che
li tenne rinchiusi in quella Casa quel venerdì e il sabato seguente fu la
curiosità di conoscere la sorte di quella Madre che giaceva come morta sul
letto.
La Madre si sarebbe risvegliata dal suo sonno? Non
si vedevano forse sul suo volto, martoriato dalla sofferenza, i frammenti in
cui il suo cuore si era spezzato?
Signore, come avrebbero potuto guardarla in faccia
quando si fosse svegliata? Quali parole di conforto le avrebbero detto per
giustificare la vergognosa fuga che avevano intrapreso?
Cosa potevano fare? Abbandonarla al suo destino?
Continuare a fuggire finché la distanza tra loro e i loro ricordi non fosse
diventata un abisso?
Non aveva forse detto Lui che tutto ciò che
stavano vivendo sarebbe passato, e che sarebbe risorto il terzo giorno?
Le ore sembrarono interminabili a tutti coloro che
vegliavano sul sonno della Madre. Nonostante il pericolo che correvano, nessuno
se ne sarebbe andato senza accompagnarla a Nazareth.
Quanto tempo ci avrebbe messo quella Madre a
svegliarsi? Ma certo, perché mai avrebbe voluto svegliarsi?
Il sabato a mezzogiorno la Madre cominciò a
riprendere conoscenza. Gli Undici pensarono che non avrebbero potuto sopportare
il suo sguardo. Ah, quanto erano sciocchi!
Avevano fissato quel volto anziano per più ore di
quante potessero calcolare. Conoscevano ormai a memoria ogni micrometro delle
sue guance lacerate.
All’improvviso, quel sabato, quel volto cominciò a
riprendere colore. Tutti rimasero lì a osservare ogni suo movimento. In quel
momento la Madre aprì gli occhi pieni di vita.
Al suo fianco, sua sorella Giovanna le accarezzava
la fronte come si accarezza la testa della persona più amata al mondo.
Inaspettatamente, la Madre chiese un po’ d’ ’acqua. L’altra Maria, quella di
Cleofa, si alzò. Lentamente la Madre si sollevò sul letto e guardò tutti. Gli
Undici erano seduti per terra, appoggiati alle pareti della stanza.
L’espressione sul suo volto li aveva lasciati meravigliati quando la Madre aprì
le labbra. «Che vi succede, figli miei?», disse loro sorridendo. «Chi state
vegliando? Mi guardate come se vedeste un fantasma».
Gli Undici non riuscivano a riprendersi dallo
stupore. Maria, la moglie di Cleofa, tornò con il bicchiere d’acqua e si
sedette al suo fianco, appoggiando la testa sulla sua spalla.
«Basta, Maria, non fare la bambina, non piangere
più, o vuoi che mio Figlio ti trovi così quando verrà?».
Gli Undici si scambiarono uno sguardo, convinti
che il dolore le avesse fatto perdere la ragione. La Madre lesse nei loro
pensieri e cominciò a parlare loro, dicendo:
«Figlioli, sono io la responsabile di tutto. Avrei
dovuto rivelarvi già da tempo chi è Colui che chiamate Maestro e Signore.
Doveva accadere tutto questo affinché Lui mi liberasse dal mio silenzio. Chi
credete di aver seguito da una parte all’altra?
«Sono vecchia, figli miei, e sono stanca.
Ascoltatemi bene e sollevate il vostro spirito; quando Lui verrà, domani,
avrete la prova di tutto ciò che vi racconterò oggi. Cosa penserebbe mio Figlio
se, venendo domani, vi trovasse in questo stato? Come potrei guardarlo in
faccia? Abbiate pazienza con me se in qualche punto non fossi chiara. Quando
Egli vi manderà lo Spirito della Promessa, ricorderete le mie parole e io
stessa mi lascerò incantare dalla saggezza che Egli riverserà nelle vostre
anime. Ciò che sto per raccontarvi l’ho udito da Lui. Non possiedo né la Sua
grazia né la Sua saggezza. Ve lo dico fin da ora: sarà Lui stesso a riempirvi
della Sua conoscenza e allora non avrete più bisogno che io vi racconti nulla.
Mi ha parlato del Suo Mondo, del Suo Padre; io Gli facevo domande e Lui mi
rispondeva senza nascondermi nulla. Almeno nulla che non avessi bisogno di
sapere. Ero la Sua confidente, il cuore aperto e innocente in cui Egli
riversava i Suoi ricordi divini. Mi parlava del Suo Mondo con lo sguardo rivolto
all’infinito; io custodivo tutto nel mio cuore; ogni Sua parola la imprimevo
nella mia carne. Fino ad oggi non ho saputo perché mi avesse sigillato le
labbra. Oggi mi ha liberata dal mio Silenzio e ripongo nei vostri cuori ciò che
Lui ha posto nel mio e che ho portato con me per tanti anni.”
Aprendo loro il proprio Cuore, la Madre rivelò ai
Discepoli: l’Annunciazione, l’Incarnazione del Figlio di Dio e la Storia Divina
che Ella udì dalle labbra del suo Bambino, in quei giorni in cui, essendo «il
suo Bambino», il Figlio di Dio veniva a rifugiarsi tra le braccia della «sua
Madre».
QUARTO LIBRO LA CREAZIONE
DELL’UNIVERSO SECONDO LA GENESI
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